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La fotografia di Antonio Ballero esposta a Nuoro

La fotografia di Antonio Ballero esposta a Nuoro

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ANTONIO BALLERO

 LO SGUARDO FOTOGRAFICO DEL PITTORE

A Nuoro, dal 9 dicembre 2007 fino al 30 marzo 2008, nell’ Ex Tribunale in p.zza Santa Maria della Neve è possibile visitare la mostra dell’artista nuorese che, accanto alla pittura, si interessò di fotografia e di letteratura. Le foto riguardano la Nuoro di fine Ottocento e del primo ventennio del Novecento ma si possono ammirare anche alcuni dipinti e disegni a china. L’ingresso è libero ed è possibile entrare nei locali dalle 9.30 alle 13.00 e dalle 16.00 alle 19.30, Per ulteriori informazioni e per l’organizzazione di visite guidate telefonare ai numeri : 0784 33033 - 0784 16792

Per saperne di più clicca sul banner  Comune di Nuoro

del motore di ricerca  http://www.chirca.it

 

P C

Notting Hill Carnival

Notting Hill Carnival

carnival5Mentre noi dell’emisfero boreale siamo abituati a festeggiare il Carnevale con tempo freddo e spesso piovoso, nell’emisfero australe questa festa cade nel bel mezzo dell’Estate e da Giamaica a Rio tutto il continente latino americano si accende di colori e milioni di persone si spandono per le vie principali delle città ballando a ritmo di “Samba”, “Soca” e “Calypso”. Tutto questo viene posticipato di sei mesi in una delle capitali più multietniche del mondo che conta quasi 8 milioni di persone provenienti da ogni angolo dei cinque continenti: Londra. Dal 1964 nel quartiere di “Notting Hill” (Londra – Ovest) le comunità delle diverse isole caraibiche si riuniscono e organizzano il Carnevale più grande d’Europa che ogni anno attrae migliaia tra turisti e Londinesi! Si pensi che nell’edizione 2009, tenuta il 31 Agosto, hanno partecipato più di 600mila persone! L’evento ha inizio alle 10 di mattino con la chiusura al traffico dell’intero quartiere che in poco tempo si riempie di gente, le strade diventano cucine a cielo aperto dove numerosi chioschi riempiono l’aria di profumi di spezie e aromi cucinando piatti tipici caraibici; poi qui e là per i vicoli sorgono dei piccoli palchi dove rapper si sfidano a gare di freestyle o dove viene messa musica da discoteca a tutto volume trasformando l’asfalto delle strade in piste da ballo. Un altro elemento che caratterizza questa festa a cielo aperto è la forte diffusione di birra e alcolici tra cui la gettonatissima “Red Stripe”, birra Giamaicana dal gusto del tutto particolare che sembrano accendere ulteriormente la festa! Nelle vie più larghe si spande la sfilata composta da quaranta carri, che a differenza dei nostri non sono coperti di figure di cartapesta ma hanno gente in costume che balla e in foga la folla a ritmo di musica suonata a tutto volume da casse enormi presenti anche essi sui carri. Ogni nazione Caraibica sponsorizza uno o più carri chcarnival2e vengono ornati dalle comunità di emigrati dei diversi paesi ognuno portando bandiere, musica e costumi proprie ai singoli stati. Tra la gente che sfilava se ne trovava di tutte le razze ed età dai bambini di sei anni, alle donne di mezz’età, che nonostante i chili di troppo sfilavano allegramente a bikini piumati, sino alle “nonnette” 80enni che anno dopo anno continuano a far parte del Carnevale, anche a costo di dover ballare col bastone. Per via di ovvi motivi di sicurezza è stata necessaria una forte presenza di agenti di polizia; un totale di 11mila sono stanziati su e giù per il quartiere; anche loro che solitamente sono tra i più seri e impassibili per l’occasione si lasciano un pò coinvolgere dalla festa, spesso prestandosi per foto con i passanti che lo chiedessero, ridendo e facendo in un certo senso da cornice a tutto ciò che sta succedendo, senza però astenersi dall’intervenire per risse o disordini vari. Verso le otto, col sole che cala anche la festa piano piano si spegne e nuovamente la metropolitana viene invasa da migliaia di persone che tornano alle proprie abitazioni, tutti sorridenti forse come me colpiti dall’enorme trasformazione che un quartiere come tanti altri, con ville splendide e case popolari , subisce per un giorno nel diventar la festa più vivace e colorata della metropoli. Se doveste capitare di essere a Londra verso fine Agosto vi consiglio fortemente di andarci, il “Notting Hill Carnival” si tiene tutti gli anni nell’ultimo finesettimana di Agosto culminando con la grande sfilata il Lunedì seguente.

Alex Maxia

  

John Mason, John Underhill, la Bibbia e il massacro di Mistyc River

John Mason, John Underhill, la Bibbia e il massacro di Mistyc River

 
Tra il 1834 e il 1836 si combatté la "guerra dei Pequot" che vide i coloni inglesi del  Connecitcut e del Massachussets e i loro alleati indiani Narragansett Mohegan combattere contro la tribù dei Pequot che erano stanziati nel Connecticut. La guerra si concluse con l’uccisione di centinaia di Pequot e la riduzione in schiavitù dei sopravvissuti, la tribù dei Pequot scomparve come entità autonoma. 
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La guerra fu causata da una situazione di conflittualità diffusa che vedeva i Pequot alleati con gli olandesi e i loro tradizionali rivali  Narragansett e Mohegan alleati degli inglesi. Inglesi e olandesi erano interessati ad estendere le loro zone di influenza commerciale e i coloni a estendere i loro possedimenti nella fertile valle del fiume Connecticut. Vi fu un’escalation di atti di violenza da entrambe le  parti che sfociò nella guerra quando nel 1834 un commerciante di schiavi inglese, John Stone, venne ucciso da una tribù alleata dei Pequot, i Niantics mentre rapiva le loro donne e e i loro bambini per venderli come schiavi in Virginia.
Il più sanguinario episodio di questa guerra fu il massacro di Mystic River compiuto dalle milizie dei coloni inglesi del Connecticut guidati dal capitano John Mason e del Massachussets, comandate dal capitano John Underhill. Il massacro di Mystic River fu il primo di una lunga serie di massacri di cui è costellata la storia della "Conquista del West" che comportò il genocidio degli indiani, una sorta di olocausto del Nuovo Mondo, operato dai coloni inglesi e olandesi prima e dagli statunitensi in un secondo tempo, basti pensare ai massacri di Pavonia del 1643, di Sand Creek del 1864 e a quello di Wounded Knee del 1890. Un elenco dei massacri nella storia del nord America si trova QUI .
Le milizie dei coloni circa 90 uomini guidati da John Mason a cui si erano uniti una ventina di coloni del Massachussets guidati da John Underhill e i loro alleati Indiani, 300 tra Narragansett e Mohegan, evitarono lo scontro diretto con i guerrieri Pequot e, il 26 maggio 1637, circondarono il villaggio fortificato dei Pequot presso il Mystic River, dove si trovavano tra i 400 e i 700 Indiani, quasi esclusivamente vecchi, donne e bambini, dato che i guerrieri erano usciti per un’incursione guidati dal loro Sachem Sassacus. All’alba il villaggio venne attaccato, milizie coloniche e Indiani loro alleati bruciarono il villaggio e sterminarono tutti i Peqout che cercavano salvezza dalle fiamme scavalcando la palizzata, avevano infatti bloccato le due uscite per rinchiudere i Pequot nel loro stesso villaggio mentre bruciava.
 
Di questa strage ci sono rimaste le testimonianze dirette nei Diari dei due capitani dei coloni da cui sono tratti is eguenti brani.
 
dalle memorie di John Mason
"William Heydon , scorgendo una fessura in una tenda, vi entrò pensando di trovarvi qualche indiano, ma nell’entrare inciampò in un cadavere. Heydon si rialzò prontamente, al che gli Indiani in parte fuggirono, in parte si nascosero sotto il letto. Il capitano Mason uscendo dalla tenda scorse un gran numero di Indiani lungo la strada del villaggio. Si diressero verso di loro, ma quelli di dettero alla fuga e vennero inseguiti fino al fondo della strada, dove furono affrontati da Edward Pattison, Thomas Barber, e alcuni altri. Sette di loro furono subito trucidati. Il capitano, facendo dietrofront, ripercorse lentamente la strada già fatta e con il fiato che gli veniva meno. giunto all’altra estremità vicino al punto dove era entrato poco prima, vide due soldati accanto alla palizzata con le spade puntate a terra. Il capitano disse loro che non dovevano ucciderli in quel modo e aggiunse "dobbiamo bruciarli", dopo di che, entrando subito nella tenda di prima, ne uscì con una torcia e ponendola a contatto con le stuoie di cui erano coperte, appiccò fuoco alle tende del villaggio [...]."
 
dalle memorie di John Underhill
"Molte persone bruciarono vive nel villaggio, uomini, donne e bambini. Altri riuscirono a guadagnare l’uscita e a frotte, venti o trenta per volta, si diressero verso gli Indiani, ma i nostri soldati li fermarono e li passarono a fil di spada. Lì caddero vittime uomini, donne e bambini; chi riuscì a sfuggirci fu catturato dagli Indiani che erano dietro di noi. Gli Indiani stessi riferirono che vi erano circa 400 anime in quel villaggio; non più di cinque sfuggirono alle nostre mani [...]. Fu doloroso per i giovani soldati, che non erano mai stati in guerra, vedere tale massacro, vedere tante anime boccheggiare stese al suolo, talmente numerose che in alcuni luoghi era difficile avanzare [...]. Ma le stesse Scritture dichiarano a volte che le donne e i bambini devono perire per i loro familiari."
 
Ciò che colpisce è come la criminalità dell’atto sia giustificata con il richiamo della religione e dei  numerosi inviti al massacro e allo sterminio dei propri nemici presenti nell’Antico Testamento (Deuteronomio per esempio); che gli uomini si uccidano tra loro non è una sorprendente novità, ciò che suscita maggiore tristezza  è come una religione come quella cristiana sia stata da loro preferibilmente utilizzata per legittimare i propri atti criminali.
 
Gianfranco Marini
 
 
Fonti
De Bernardi Guarracino, La discussione storica, vol. 2, 2010, pp. 236 - 237.
Stannard D., Olocausto americano, Bollati Boringhieri, 2001, pp. 188, 191.
Jennings F., L’invasione dell’America. Indiani, coloni e miti della conquista, Einaudi, pp. 243, 246.

Bugia a fin di bene

Bugia a fin di bene.

“Sospendete tutto! State sbagliando! Sanz Briz si è recato a Berna per comunicare più facilmente con Madrid. La sua è una missione diplomatica importantissima. Informatevi presso il Ministero degli Esteri. Esiste una precisa nota di Sanz Briz che mi nomina suo sostituto per il periodo della sua assenza”. A questo punto Giorgio Perlasca ha scelto. Cosa? Di fare quello che riteneva più giusto, giostrando abilmente la situazione grazie alle sue bugie. Perlasca era un uomo comune, durante la seconda guerra mondiale venne inviato nei paesi dell’est per gestire alcuni affari. Fra varie vicissitudini trovò asilo all’ambasciata di Spagna a Budapest, diventando cittadino spagnolo sotto il nome di Jorge Perlasca. Qui collaborò per qualche tempo con il console spagnolo Sanz Briz: insieme firmavano dei salvacondotti per vari ebrei ungheresi. I salvacondotti erano delle specie di patenti tramite cui veniva garantito il diritto di transito attraverso un territorio ad un particolare soggetto, in questo caso gli ebrei; solitamente il salvacondotto era un documento in forma di lettera con il nome del portatore che beneficiava di questa garanzia e con indicazione dello scopo del viaggio. A novembre del ’44 però Sanz Briz fu costretto ad andarsene e il Ministro degli Interni ungherese ordinò di sgomberare le case protette (in cui risiedevano gli ebrei). A questo punto Perlasca per continuare a proteggere più ebrei possibile fece una scelta: mentire e continuare per la sua strada. Ecco quindi la comunicazione al Ministro degli Interni :“Sospendete tutto! State sbagliando! Sanz Briz si è recato a Berna per comunicare più facilmente con Madrid. La sua è una missione diplomatica importantissima. Informatevi presso il Ministero degli Esteri. Esiste una precisa nota di Sanz Briz che mi nomina suo sostituto per il periodo della sua assenza”.  Venne creduto e scrisse di suo pugno alcuni documenti, i quali affermavano che lui era il console spagnolo sostituto; così si trovò nei due mesi seguenti (dicembre ’44 e gennaio ’45) a dirigere da solo l’Ambasciata spagnola e a firmare per migliaia di ebrei altrettanti salvacondotti, in cui veniva scritto “parenti spagnoli hanno richiesto la sua presenza in Spagna; sino a che le comunicazioni non verranno ristabilite ed il viaggio possibile, Lei resterà qui sotto la protezione del governo spagnolo”. Perlasca per far questo sfruttò una legge del 1924 (unica base legale di tutto il suo piano) che riconosceva la cittadinanza spagnola a tutti gli ebrei di antica origine spagnola cacciati qualche centinaia di anni prima dalla Regina Isabella la Cattolica, e sparsi nel mondo. Queste famiglie vivevano ammassate lungo il Danubio nelle “case protette” dell’ambasciata spagnola, Perlasca li difese dalle incursioni delle Croci Frecciate (i nazisti ungheresi), cercò insieme a Raoul Wallenberg, incaricato personale del re di Svezia, di recuperare i protetti alla stazione, trattò costantemente con il governo ungherese e le autorità tedesche locali. Grazie a lui si salvarono circa 5000 ebrei. Una volta che l’Armata rossa entrò a Budapest Perlasca fu fatto prigioniero e, liberato dopo alcuni giorni, rientrò in Italia. A casa non raccontò quasi a nessuno la sua storia che rimase sconosciuta per vent’anni; finché nel 1987 alcune donne ebree ungheresi, ragazzine all’epoca della deportazione nazista, decisero di cercare un uomo spagnolo di nome Jorge Perlasca per ringraziarlo. La storia venne resa pubblica e Giorgio Perlasca ricevette varie onorificenze, il suo nome si trova a Gerusalemme tra i Giusti fra le nazioni (“titolo” che è scritto in ebraico anche sulla sua lapide). Questa è una storia non conosciutissima come altre, eppure meriterebbe di esserlo per mostrare come anche un uomo di tutti i giorni possa fare la differenza seguendo quello che ritiene più giusto. Dopotutto a chi gli chiedeva il perché di questa sua scelta lui rispondeva : “ma lei, avendo la possibilità di fare qualcosa, cosa avrebbe fatto vedendo uomini, donne e bambini massacrati senza un motivo se non l’odio e la violenza?”

Noemi Monni

Paola Garelli parrucchiera partigiana: studiare e capire

Paola Garelli parrucchiera partigiana: studiare e capire


E’ il 1 novembre del 1944, un plotone d’esecuzione fascista ha condotto un gruppi di partigiani nel fossato della fortezza Priamar di Savona, devono essere fucilati; sono: Giuseppe Baldassarre, Pietro Casari, Luigia Comatto, Franca Lanzone e Stefano Peluffo, insieme a loro c’è anche Paola Garelli. Paola è anche "Mirka", della brigata S.A.P. (Squadre di azione patriottica) "Colombo", facente parte della divisione partigiana "Gramsci". Paola è una pettinatrice di 28 anni che vive a Savona, Mirka invece è una partigiana con compiti di collegamento e rifornimento per le formazioni partigiane operanti nel territorio. Mirka (Paola) è arrestata da un reparto della XXXIV Brigata Nera "Giovanni Briatore" di Savona nella notte tra il 14 e il 15 di ottobre. Condotta presso i locali della federazione fascista della città viene imprigionata, interrogata, seviziata. Paola (Mirka) scrive una lettera alla sua bambina prima di essere fucilata senza processo dai fascisti. 

Questa la lettera di Paola-Mirka alla figlia Mimma:  
"Mimma cara, la tua mamma se ne va pensandoti e amandoti, mia creatura adorata, sii buona, studia ed ubbidisci sempre gli zii che t’allevano, amali come fossi io. Io sono tranquilla. Tu devi dire a tutti i nostri cari parenti, nonna e gli altri, che mi perdonino il dolore che do loro. Non devi piangere né vergognarti per me. Quando sarai grande capirai meglio. Ti chiedo una cosa sola: studia, io ti proteggerò dal cielo. Abbraccio con il pensiero te e tutti, ricordandoti. La tua infelice mamma".
 
 
Una madre che combatte contro una delle più infami e sanguinarie dittature del XX secolo chiede alla figlia di capire e studiare, studiare e capire. Cosa voleva dire Paola, parrucchiera - partigiana, alla figlia? Forse studiare e capire c’entrano qualcosa nella lotta per la libertà contro la dittatura fascista? E Mimma avrà studiato? avrà capito?

Quando sarai grande capirai meglio. Ti chiedo una cosa sola: studia .....

Fonti
Ultime lettere di condannati a morte e di deportati della Resistenza italiana, INSMLI (link non funzionante)
http://www.anpi.it/donne-e-uomini/paola-garelli 
http://medea.noblogs.org/2011/04/21/99-partigiane-cadute-in-piemonte/

Danza Macabra: Schiarazula Marazula e ballo in fa diesis minore

Danza Macabra: Schiarazula Marazula e ballo in fa diesis minore

Uno dei brani più affascinanti di Angelo Branduardi è Ballo in fa diesis minore, del 1977, contenuto nell’album La Pulce d’acqua. Il brano ha una lunga storia ed è ispirato alla danza macabra medioevale, in cui la morte viene rappresentata mentre guida una danza con cui accompagna uomini di ogni condizione sociale al loro inesorabile destino. Nella canzone di Branduardi invece, tramite con la musica (le launeddas) e la danza (il ballo tondo), gli  uomini sconfiggono la morte costringendola a deporre la sua falce e ballare al suono della loro musica. Questo il senso del brano nelle parole dello stesso Branduardi: "...c’è l’idea che la musica abbia un potere talmente alto da far dimenticare alla morte di essere venuta per portarci via. Un esorcismo della morte attraverso la musica e la danza".
 (qui doveva essere presente un video ma è stato eliminato)
 

Questo il testo di Ballo in fa diesis minore:

Sono io la morte e porto corona,
io Son di tutti voi signora e padrona
e così sono crudele, così forte sono e dura
che non mi fermeranno le tue mura.


Sono io la morte e porto corona,
io son di tutti voi signora e padrona
e davanti alla mia falce il capo tu dovrai chinare
e dell ’oscura morte al passo andare.


Sei l’ospite d’onore del ballo che per te suoniamo,
posa la falce e danza tondo a tondo:
il giro di una danza e poi un altro ancora
e tu del tempo non sei più signora.
Ma come è arrivato Branduardi a comporre questo brano?



La Musica di "Ballo in fa diesis Minore"

La musica utilizzata da Branduardi è quella del ballo Schiarazula Marazula (o s’ciarazule marazule o s’ciarazula marazula), ballo tipico del Friuli e che risale, probabilmente, a prima del XV secolo. La musica di questo ballo ci è pervenuta scritta grazie in un’opera del 1578, Il primo libro dei balli accomodati per cantar et sonar d’ogni sorte de instromenti di Giorgio Mainerio  Per leggere lo spartito clicca qui (link non trovato)
Mainerio fu una stranissima figura di musicista e prete, Maestro di Cappella della chiesa di Aquileia, viaggiatore, astrologo, mago. Su di lui venne anche aperta un’indagine dal tribunale dell’Inquisizione di Aquileia che non condusse tuttavia alla formulazione di un’accusa perché non venne trovato nulla di sospetto. 
 
Ecco il video della versione che Branduardi ha proposto di Schiarazula Marazula
 (prof non so inserire i video)
 

Testo di Schiarazula Marazula

Schiarazule marazule
la lusigne, la cracule,
la piciule si niciule
di polvar a si tacule


O schiarazule maraciule
cu la rucule e la cocule
la fantate jè une trapule
il fantat un trapolon 

traduzione italiana di Schiarazula Marazula:

Scjaraciule (bastone, bordone) e Maraciule (finocchio),
la scintilla e la raganella,
la piccola si dondola
e di polvere si macchia.
O’ scjaraciule maraciule,
con la rucola e la noce,
la ragazza è una trappola (bugiarda)
il ragazzo un trappolone

Del testo originario non si sa quasi nulla, solo qualche verso in italiano, tradotto dal friulano e contenuto in una denuncia all’inquisizione del 1624: “schiarazzola marazzola a marito ch’io me ne vo’ et quello che segue si come son donzella che piova questa sera”. Il testo attuale sopra riportato è stato scritto dal poeta friulano Domenico Zannier nel XX secolo e non ha nulla a che fare con il testo originale.

Il testo di "Ballo in fa diesis minore"
 
Pinzolo: la morte e sotto le parole che
rivolge agli uomini
Anche la storia del testo del brano di Branduardi è interessante e degna di essere raccontata. A Pinzolo, piccolo comune in provincia di Trento, c’è la chiesa di san Vigilio, risalente al X secolo e ampliata nel XVI secolo. Nella facciata destra della chiesa vi sono numerosi affreschi, proprio sotto la gronda, è raffigurata una danza macabra, realizzata dal pittore bergamasco Simone Baschenis da Averaria tra il 1519 e il 1539, la sua firma è visibile come la data in cui fu terminata l’opera, il 25 ottobre 1539. L’affresco è alto 2 metri e lungo 22 metri e vi è raffigurato un corteo che procede da destra verso sinistra. Si tratta di 18 personaggi, ciascuno trafitto da una freccia e accompagnato da uno scheletro, che procedono danzando verso la morte, rappresentata da uno scheletro seduto su un trono e con una corona che suona la cornamusa conducendo la danza, a significare l’assoluto dominio su tutti gli uomini, di qualsiasi condizione, della morte. Ogni personaggio rappresenta una determinata figura sociale: un papa, un cardinale, un vescovo, un sacerdote, un imperatore, un duca, un cavaliere, un ricco avaro, un giovane vanitoso, ecc.  Proprio sotto la morte e i due scheletri che la accompagnano si trova un’iscrizione contenente le parole con cui la morte si rivolge agli uomini.
Questa la trascrizione del testo con le parole con cui la morte di Pinzolo ammonisce gli uomini :
Io sont la morte che porto corona
Sonte signora de ognia persona
Et cossi son fiera forte et dura
Che trapaso le porte et ultra le mura
Et son quela che fa tremare el mondo 
Revolgendo mia falze atondo atondo
O vero l’archo col mio strale
Sapienza beleza forteza niente vale
Non e Signor madona ne vassallo
Bisogna che lor entri in questo ballo
Mia figura o peccator contemplerai 
Simile a mi tu vegnirai
No offendere a Dio per tal sorte
Che al transire no temi la morte
Che più oltre no me impazo in bene male
Che l’anima lasso al judicio eternale 
E come tu averai lavorato
Cossi bene sarai pagato

Come si può notare il testo delle prime due strofe di "Ballo in fa diesis minore" riprende i primi versi delle parole della morte di Pinzolo, mentre la terza strofa, opera di Branduardi, conclude la canzone e segna, a differenza delle danze macabre medioevali, il trionfo finale dell’uomo sulla morte.

Per Saperne di più sulla Danza Macabra di Pinzolo:
da medioevo.org: San Vigilio A Pinzolo
comune di Pinzolo: San Vigilio (link non esistente)
da Pinzolo dolomiti: la danza macabra di San Vigilio
da Sagen.at: tutti i testi della danza macabra di pinzolo

Gianfranco Marini

Odino, la caccia selvaggia e la masnada di Hellequin

Odino, la caccia selvaggia e la masnada di Hellequin

 
Caccia selvaggia, schiera furiosa,  exercitus mortuorum, caccia infernale, masnada di Hellequin, la caccia selvaggia di Odino e ancora l’Alichino di Dante, Teodorico re degli Otrogoti, Arlecchino, la novella di Nastalgio degli Onesti del Decameron  e tanto altro ancora! Impossibile districarsi in questo groviglio di miti norreni, racconti, credenze popolari, mitologia celtica, religione cristiana per cercare di capire da dove esattamente abbia tratto origine il mito della "caccia selvaggia". Probabilmente trae origine dalla mitologia nordica e si diffonde in Bretagna, Francia, Germania, fino alle Alpi, mescolandosi con storie e leggende locali e dando così luogo a molteplici versioni, così Odino si trasforma in Re Artù (Britannia), Carlo Magno (Francia), Nuada (Irlanda), Arawn (Galles), re Waldemar (Danimarca), l’exercito antiguo (Spagna), e Wotan con il suo Wutendes heer ("esercito furioso") in Germania.
Nella sua versione più celebre, raffigurata dal quadro di Arbo del 1872 "Åsgårdsreien" (link non funzionante) , la caccia selvaggia è guidata da Odino in groppa a Sleipnir, il suo cavallo nero a otto zampe. Odino, seguito da un corteo formato da guerrieri morti in battaglia e spesso anche segugi e battitori, le 12 notti successive al 21 dicembre, solstizio d’inverno, cala dal cielo e conduce una furiosa caccia selvaggia intorno. Coloro che la schiera furiosa trova sul suo cammino vengono rapiti e condotti nel regno dei morti. Questa struttura narrativa si trova pressoché immutata in tutte le varie versioni del mito.
La prima testimonianza scritta di cui si dispone è contenuta nell’Historia Ecclesiastica, scritta dallo storiografo Normanno Oderico Vitale tra il 1114 e il 1142, che riporta il racconto del prete normanno Gualchelmo (Gauchelin) che la notte di capodanno è testimone del passaggio della Masnada di Hellequin - Familia Herlequini. In questo caso la caccia appare già parzialmente cristianizzata, il corteo (exercitus mortuorum) risulta composto da esseri infernali e mostruosi (diavoli?) che conducono uomini e donne peccatori (anime dannate?), a cui sono inflitte atroci pene, verso la dannazione. Questo il brano preso dal blog catafalco (mi riporta a un blog ma non alla pagina interessata) :
"Il primo gruppo era il più composito. Era un’«immensa truppa di fanti», con bestie da soma cariche di vesti e di utensili diversi, come briganti che camminano oppressi sotto il peso del bottino. Affrettavano il passo gemendo e fra loro il prete riconobbe dei vicini recentemente deceduti. Seguiva una schiera di sterratori (turma vespillionum), alla quale si unì il gigante; essi portavano a due a due una cinquantina di barelle cariche di nani, che avevano la testa smisuratamente grossa o a forma di vaso(dolium). Due etiopi -demoni neri – portavano un tronco d’albero sul quale era legato e torturato uno sventurato che urlava per il dolore; un demone terrificante, seduto sul tronco, lo feriva ai reni e alla schiena colpendolo con i suoi speroni incandescenti. (…). Seguiva un gran numero di donne a cavallo, sedute all’amazzone su selle dotate di chiodi ardenti; incessantemente il vento le sollevava all’altezza di un cubito per lasciarle poi ricadere dolorosamente sulle loro selle; i seni erano trapassati da chiodi arroventati che le facevano urlare e confessare i loro peccati. (…). 
Il prete, terrorizzato, vide in seguito un «esercito di preti e di monaci», guidati da vescovi e abati, che portavano ognuno la propria croce. I secolari erano vestiti con una cappa nera, i regolari con una cocolla nera. Essi si lamentavano e supplicavano Gualchelmo, che chiamavano per nome, di pregare per loro.(…). 
Ancor più spaventoso era il gruppo successivo: era l’«esercito dei cavalieri» (exercitus militum). Tutto nero e che vomitava fuoco. Su immensi cavalli essi si affrettavano, muniti di ogni sorta di armi e di bandiere nere, come se andassero alla guerra. (…). 
Passate ormai parecchie migliaia di cavalieri, Gualchelmo si rese conto che si trattava senza alcun dubbio della Masnada di hellequin (familia Herlechini): aveva già sentito dire che molte persone l’avevano vista, ma non aveva mai creduto ai suoi informatori, anzi si era burlato di loro. Temeva quindi di non essere creduto a sua volta, se non avesse portato una prova sicura della sua visione. Per questo motivo decise di catturare uno dei cavalli neri che passavano privi di cavaliere. Il primo gli sfuggì. Sbarrò allora la strada al secondo, che si fermò come per lasciarlo montare ed emise dalle froge una nuvola di fuoco della grandezza di una quercia. Il prete passò il piede nella staffa e afferrò le redini, ma sentì improvvisamente un intenso bruciore al piede e un freddo indicibile alla mano. Dovette lasciar andare l’animale, quando improvvisamente comparvero quattro cavalieri, i quali lo accusarono di aver cercato di rubare la loro proprietà e gli ordinarono di seguirli. (…) 
Il morto enumerò dunque i «segni» che finirono col convincere il prete, il quale ascoltò il messaggio che doveva trasmettere. Ma Gualchelmo tornò in sé: non voleva fare da messaggero per un criminale. Preso da furore l’altro lo afferrò alla gola con una mano ardente che vi avrebbe lasciato un marchio indelebile, il signum dell’autenticità dell’apparizione. Lasciò la presa quando il prete invocò la Madre di Dio, anche perché un nuovo cavaliere si era interposto, levando la sua spada e accusando gli altri quattro di voler uccidere suo fratello. 
Il nuovo arrivato rivelò la propria identità: si trattava del fratello di Gualchelmo, Roberto, figlio di Rodolfo il Biondo." 

"Nella notte del primo gennaio 1091 il cappellano (Gualchelmo) ritornava da una visita a un malato della sua parrocchia quando, solo e lontano da qualunque abitazione, sentì il fracasso di un «esercito immenso», che prese per quello di Roberto di Bellême, in marcia per assediare Courcy. La notte era chiara, il prete era giovane, coraggioso e robusto: si pose al riparo di quattro nespoli, pronto a difendersi se fosse stato necessario. In quel momento gli apparve un gigante, armato di randello, che gli ordinò di rimanere sul posto per assistere alla sfilata dell’exercitus, a ondate successive.
Sembra conservarsi nel racconto di Orderico la originaria funzione di punizione dei malvagi che doveva essere  correlata al mito della caccia selvaggia in cui la divinità, poi trasformata in demone dal cristianesimo in lotta con i culti precristiani, impartiva ai colpevoli la giusta punizione. Questa funzione si conserva anche nella versione cristianizzata, il diavolo qui, più che tentare gli innocenti, collabora con dio alla punizione dei colpevoli. Come ricorda Arturo Graf in Miti, leggende e superstizioni del medioevo: "Di regola il peccatore indegno di misericordia è punito in inferno; ma talvolta Satana,coltolo sul fatto, anticipa la vendetta divina e lo castiga mentre è ancor vivo." (cap. XI pag. 310, chi volesse trova il saggio di Graf interamente disponibile si Scribd a questo indirizzo http://www.scribd.com/doc/51542037/7/Capitolo-XI)(link non funzionante)
Il francese Hellequin (a sinistra raffigurato a cavallo e con le bare al seguito, Fonte: Jean Claude Shmitt, Spiriti e Fantasmi nella società medievale; Laterza, Bari 1995) potrebbe derivare dalla dea Hel, figlia di Loki, che nella mitologia norrena è la dea infernale (originariamente dea madre prima del sopravvento delle divinità maschili), da essa deriverebbe la parola inglese Hell per inferno. Hel diviene nella cultura francese un uomo, Herlequin o Hellequin, re degli inferi (Hel/Hölle + König). Ma come la caccia assume nomi diversi nelle diverse regioni, così il re infernale che la guida si veste di caratteristiche e denominazioni differenti: "Herlequin (dall’antico inglese Herla Cyning poi erlking, tedesco Erlkönig, danese erlkonig, allerkonge, elverkonge, cioè, letteralmente, il "re degli elfi" ). Hellequin - o Hellkin, Hennequin, Hannequin, Herlequin, Arlequin" (Wikipedia, Arlecchino). Ma prende anche le sembianze di delle dee germaniche PerchtaHuldra , della dea della caccia geco-romana Artemide/Diana o di Ecate, dea che accompagna gli uomini al regno dei morti. 
Probabilmente le schiere di morti che percorrono l’Europa dell’alto medioevo sono il risultato della confusione venutasi a creare nella religiosità popolare a causa della diffusione del cristianesimo che demolisce le antiche religioni precristiane e i loro riti, ma non riesce, se non dopo un secolare processo, a creare e far attecchire un sistema alternativo di riti e credenze omogenee e compiute. La confusione di miti e credenze è aggravata dalla particolare strategia utilizzata dalla Chiesa e dai missionari cristiani, che tendono ad assimilare e sovrapporre il cristianesimo alla credenze popolari preesistenti e se questo facilitò la diffusione del cristianesimo, determinò anche per secoli una religiosità caratterizzata dalla confusa coesistenza e mescolanza di  ingredienti cristiani e pagani, che perdura tuttora, si pensi al culto dei santi e a riti e cerimonie propiziatorie a mala pena cristianizzate (fuochi di Sant’Antonio). 
Risentono di questa situazione molti degli aspetti della vita sociale e individuale, scanditi nelle società del tempo da meccanismi religiosi e rituali, che sono ora inceppati o sono del tutto saltati. In particolare non si sa più cosa fare dei morti, scomparsi (perché proibiti o malamente cristianizzati) i riti di passaggio tradizionali e non ancora pienamente sostituiti da riti cristiani alternativi. Lo status dei morti diventa un problema come il loro culto. Per di più il cristianesimo non ha ancora  "inventato" il Purgatorio e quindi, tolti i pochi santi che trovano posto in Paradiso e i pochi totalmente malvagi che vengono punti nell’Inferno, che ne sarà degli altri, cioè della maggior parti degli esseri umani, una volta che siano morti? Ed eccoli quindi scorrazzare nelle più varie forme e modi per tutta l’Europa.
Gianfranco Marini

Fonti:
Wikipedia: "Caccia Selvaggia"
Catafalco: "I morti inquieti"
Parmadaily: "La Masnada di Hellequin" (link non funzionante)
Arturo Graf, Miti, leggende e superstizioni del Medio Evo, Mondadori, Milano 1996
Jean Claude Shmitt, Spiriti e Fantasmi nella società medievale; Laterza, Bari 1995

Carrasecare: il carnevale in Sardegna

Carrasecare: il carnevale in Sardegna

CarrasecareCarrasegare  Carre ’e segare, con questa parola viene indicato il carnevale nelle regioni centrali della Sardegna, la Barbagia. Il significato di questa espressione è, letteralmente, "carne da tagliare", "squarciare". "Carre de secare" indica la carne viva che viene smembrata e ciò potrebbe far riferimento al sacrificio rituale di una vittima animale (un capro, un bue, un toro) che rappresenta il dio Dioniso Maimone, in ricordo della morte della sua morte dio.
 
(ci dovrebbe essere un video) 
Tazenda, Carresecare per leggere il testo cliccare QUI
 
Il carnevale sardo è forse la festa più sentita in tutta la Sardegna, certamente per la molteplicità dei riti, delle cerimonie, delle maschere la più ricca e varia. Il carnevale sardo è solo superficialmente collegato al calendario liturgico, ma rimanda a epoche molto più remote e lascia intravedere un nucleo mitico, religioso e culturale precristiano e millenario. Culto misterico, maschera, travestimento, pantomima sacra, metamorfosi grottesca, rimandano a culti religiosi ancestrali.
Il carnevale inizia con il 17 gennaio, festa di sant’Antonio Abate che in Sardegna è ricordato come "Sant’Antonio de su fogu", una sorta di Prometeo sardo, è grazie a lui, infatti, che il fuoco, fu donato agli uomini. Con l’aiuto di un maialino e di un bastone di ferula Sant’Antonio rubò il fuoco dall’inferno e lo donò agli uomini, nascondendo una scintilla dentro il suo bastone di ferula. In memoria di questo evento ogni anno in Sardegna, la notte tra il 16 e il 17 gennaio, vengono accesi i fuochi rituali per rendere omaggio a Sant’Antonio, si calcola che siano almeno 65 i centri nei quali il secolare rituale del fuoco di sant’Antonio viene effettuato.
In alcune aree il carnevale ha i caratteri delle feste di fine anno legate ai riti agrari e tipiche dei culti misterici mediterranei di morte e rinascita della natura e della terra, dove un re o una regina vengono processati, condannati al rogo e bruciati (re Giorgio a Tempio Pausania, Cancioffali a Cagliari, Maimone in Ogliastra). In altri casi si tratta di riti e cerimonie equestri a carattere sacro e propiziatorio, talvolta di orgine medioevale e risalenti alla dominazione spagnola come la Sartiglia di Oristano che risale al 1358 o sa carrela e nanti(link non esistente) di Santulussurgiu che risale al XVII secolo o, secondo altre fonti, sarebbe addirittura di origine medioevale (XII sec. circa)
In Barbagia si trovano le forme e cerimonie più arcaiche del carre ’e segare e sono legate a una molteplicità di maschere e rituali noti e meno noti, tra questi ricordiamo: i Mamuthones di Mamoiada, Sos Thurpos di Orotelli, i Mamutzones Samugheo, i Boes e Merdules di Ottana, Sos Tumbarinos di Gavoi, Urthu e Buttudos di Fonni, S’ Urzu e Sos Bardianos di Ulatirso, Sos Murronarzos, Sos Maimones e Sos Intintos di Olzai, Maimone ‘e Carrasecare su ziomo di Lodine, Su Bundu di Orani, Sos Colonganos e S’Urtzu di Austis, Su Thurcu e sa Maritzola, Capraro, Caprone di Ollolai, Sos Maimones di Oniferi, Sonaggios e s’ Urtzu di Ortueri.


 
Mamuthones e Issohadores di Mamoiada
 
Il significato di queste maschere e dei riti ad esse associate è incerto. La più conosciuta di queste maschere, quella del Mamuthones, ha dato luogo a interpretazioni e spiegazioni molto differenti: - secondo alcuni si tratterebbe di una cerimonia che ricorda la vittoria dei barbaricini sui saraceni - rappresentati dai mamuthones, presi prigionieri e fatti sfilare per festeggiare la vittoria; altri ritengono trattarsi di un rito totemico, uomini che si vestono da buoi o capri o tori o cervi e si identificano in essi; altri ancora vedono in essa una processione rituale di origine nuragica in onore di qualche divinità agricola - pastorale o ancora un rito di uccisione del vecchio o geronticidio, oppure, ancora una forma di regicidio rituale, collegato al ciclo della natura e del suo morire e rinascere.
Una delle ipotesi più interessanti è quella avanzata tra gli altri da Dolores Turchi secondo cui le maschere e i rituali barbaricini sarebbero frammenti fossili, tracce sopravvissute di un unico antico cerimoniale legato al culto di Dioniso, originariamente diffuso in tutta l’area del mediterraneo e la cui memoria sarebbe sopravvissuta solo in Sardegna. Il culto di Dioniso, introdotto in Sardegna secondo alcune ipotesi tra il XIII e il X secolo a.C., era tipico delle civiltà agrarie ed era legato alla ciclicità della natura e all’eterno ripetersi del suo ciclo di morte (inverno) e resurrezione (primavera). Le maschere del Carrasecare barbaricino sarebbero quindi tracce di cerimonie rituali con cui veniva rappresentata la passione e la morte di Dioniso, dio della natura, che muore viene fatto a pezzi per poi risorgere, attraverso la "danza zoppicante che rappresenta lo squilibrio deambulatorio tipico delle feste dionisiache" di vittime animali sostitutive che rappresentavano il dio e che vengono condotte al sacrificio.
                                                                                                       

S’Urtzu, Samugheo

Lo stesso termine "Carresegare", con cui viene chiamato il carnevale, ha il significato di "carne da tagliare, da fare a pezzi", e alluderebbe a quel momento del rito dionisiaco in cui la vittima veniva sbranata viva, in ricordo del sacrificio del dio. Per la studiosa anche i termini "mamuthone" e "maimone", così diffusi nel carnevale sardo, risalirebbero ai culti dionisiaci in quanto deriverebbero dai termini greci "maimatto" e "mainoles", che significano "pazzo", "furioso", "tempestoso", epiteti di Dioniso. Chi volesse approfondire questa interessante interpretazione può leggerne una sintesi cliccando QUI

Per scrivere questo articolo, oltre alle fonti già citate, sono stati consultati i seguenti siti:
www.contusu.it, Il Carnevale in Sardegna
ciaosardinia.it carnevale in sardegna
sardegnacultura.it carnevale in sardegna

La rivolta dei contadini

La rivolta dei contadini

Tra il 1524 ed il 1525 in Germania fu scossa da una rivolta da parte dei contadini. Le cause della loro ribellione sono da ricercare sia nella diffusione delle idee luterane che nella situazione economica e sociale in cui versava il ceto più umile. Le critiche alla chiesa cattolica, infatti, avevano provocato un perturbamento sociale, accentuato dai problemi che affliggevano i contadini: questi vivevano in aree gravemente sovrappopolate, nelle quali era piuttosto elevata la disoccupazione; inoltre, questi erano vessati dal sempre più eccessivo sfruttamento da parte dei prinicipi. Per cui, alla luce di ciò, la colpa più grande venne data al clero – che godeva di particolari privilegi senza però contribuire alla vita economica del paese –. Vennero redatte numerose lettere di protesta in varie parti del Paese, e, successivamente anche i cosiddetti 12 articoli, nei quali i contadini rivendicavano i propri diritti e la riduzione del carico fiscale. Le lamentele sociali intanto crebbero, quando nel 1524 scoppiò la sollevazione in Svevia; presto queste si diffusero in gran parte della Germania. Le città erano però disorganizzate tra loro e quindi in alcune zone la rivolta si ridusse soltanto al saccheggiare le chiese e i monasteri; in Sassonia e in Turingia, invece, i ribelli si erano organizzati e identificati in un capo, Thomas Müntzer.

Egli, resosi conto della miseria delle classi meno abbienti, decise di intraprendere un lungo viaggio per la Germania centro-settentrionale, fermandosi in numerose città e villaggi. Nelle sue numerose prediche si scagliò contro i teologi, cattolici e luterani, e contro i principi. Müntzer pensava che per ricevere la fede vi dovesse essere un rapporto diretto tra Dio e gli uomini. Numerose città si ribellarono, ma si dovettero tutte arrendere dopo che il predicatore venne catturato nel 1525 e poi decapitato. Anche Lutero, affinché la sua dottrina potesse avere l’appoggio da parte dei principi tedeschi, dovette schierarsi contro Müntzer.

La sua figura venne osteggiata durante i secoli a seguire, e venne rivalutata soltanto a partire dall’Illuminismo; successivamente, durante il nazismo e nella Germania Est venne anche definito un ‘eroe nazionale’ per l’indipendenza del paese.

La Storia a fumetti: Le avventure della rivoluzione francese

La Storia a fumetti: Le avventure della rivoluzione francese

Antonio Mura della classe IV F del Liceo "G. Brotzu", proseguendo la sua attività fumettistica, dopo Le avventure di Socrate e di Cristoforo Colombo ha realizzato "Le avventure della Rivoluzione francese", la storia a fumetti in 6 tavole della rivoluzione francese che è stata pubblicata su Scribd al seguente link: Le avventure della rivoluzione francese.

E’ presente anche qualche errore nel testo di questa storia a significare che nella storia ci sono errori che noi continuiamo a ripetere, perché, parrebbe, la storia non accetta né maestri, né correzioni :)

Le Avventure della Rivoluzione Francese by Gianfranco Marini

STORIAFUMETTI

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Una strage dimenticata, il massacro di Pontelandolfo

Una strage dimenticata, il massacro di Pontelandolfo

Quanto vale davvero una vita umana? Perché la vita assume un valore diverso a seconda dell’estrazione sociale?
È oramai risaputo, più si è importanti più la propria vita ha valore.
L’uccisione di una persona importante fa scalpore, tutti si interessano alla vicenda, vogliono sapere il perché dell’omicidio, il movente. I mass media fanno di tutto per rendere il caso ancora più interessante agli occhi della gente, e le persone vogliono saperne sempre di più, non si accontentano mai. Si continua ad indagare fino a scoprire la verità, fino a trovare il colpevole.
Ma quando si tratta di un massacro di civili, di persone qualunque, di persone sconosciute, le cose cambiano. A nessuno interessa sapere chi fossero quelle persone, tanto che con il passare del tempo le stragi si dimenticano, passano in secondo piano, la gente le dimentica, oppure addirittura non sa, non conosce.
Un esempio calzante è fornito dalla strage di Pontelandolfo, un tranquillo comune di duemilatrecento abitanti circa in provincia di Benevento in Campania.
Siamo negli anni della guerra contro il brigantaggio, così definita dagli storici. È il 14 Agosto 1861, e a Pontelandolfo dormono ancora tutti, è l’alba quando nella città accade lo scempio: cinquecento bersaglieri entrano nella città, uccidono chiunque, saccheggiano le case e danno fuoco alla città. Una strage vera e propria, e il motivo di questa carneficina è solo uno: la vendetta.
Qualche giorno prima erano infatti stati uccisi, da una banda di oltre duecento briganti capeggiati da Cosimo Giordano, quaranta soldati, quattro carabinieri e un ufficiale.
Per vendicare i propri compagni, all’alba del 14 Agosto, il generale Enrico Cialdini diede l’ordine al colonnello dell’esercito Pier Eleonoro Negri di entrare nella città.Pier Eleonoro Negri
Pier Eleonoro Negri si mise alla guida dei cinquecento bersaglieri, entrarono nella città, uccidendo circa quattrocento civili, le donne vennero violentate e poi uccise, nelle case, prima veniva ammazzato il proprietario e poi saccheggiata la casa, portando via ogni cosa, dal cibo all’oro.
Un fatto scioccante, per quaranta soldati uccisi da una banda di briganti, sono stati uccisi quattrocento civili, inermi, indifesi, per pura vendetta.
Lo stesso accadde a Casalduni, un altro comune in provincia di Benevento. I bersaglieri del colonnello Negri furono guidati nella città alla quale venne dato fuoco, facendo ardere vivi i cittadini dentro le proprie dimore.
Le autorità insabbiarono la vicenda, evitando di fornire il numero preciso di vittime. Se ne stimano circa 400 solo a Pontelandolfo.
A questo punto la domanda sorge spontanea, come è possibile che la vita di quei quaranta soldati valesse quanto la vita di quattrocento civili incapaci di difendersi? E soprattutto, è un comportamento corretto ricorrere alla violenza per vendetta? Perché se delle persone sbagliano gli altri devono sbagliare a loro volta?
Per non dimenticare, e per non far dimenticare, gli Stormy Six dedicarono al massacro di Pontelandolfo una canzone intitolata “Pontelandolfo”. Nella canzone viene ricostruita la terribile giornata del 14 Agosto 1861.
 
Perché dimenticare significherebbe sbagliare ancora!
 
 
Pontelandolfo la campana suona per te 
per tutta la tua gente 
per i vivi e gli ammazzati 
per le donne ed i soldati 
per l’Italia e per il re.” 
Stormy Six – Pontelandolfo 
"


 

Francis Drake e il tesoro della Cacafuego

Francis Drake e il tesoro della Cacafuego

Francis DrakeFrancis Drake (1540 - 1596), pirata e corsaro della regina Elisabetta I, ammiraglio della flotta inglese, esploratore, protagonista della sconfitta della Invincibile Armada spagnola, insignito del titolo di cavaliere da Elisabetta I, fu protagonista di imprese di pirateria e di guerra memorabili. Saccheggiò le più importanti città della Nuova Spagna (Santo Domingo, Cartagena). Nel corso della guerra anglo - spagnola del 1585, penetrò nel più importante porto spagnolo sull’Atlantico, Cadice, occupò la città per tre giorni e distrusse le nave della flotta spagnola che vi si trovavano. Sempre lui ebbe l’idea, insieme ad Howard, di  lanciare navi incendiarie contro lo schieramento dell’Invincibile Armada che fu costretta a rompere la formazione e a ritirarsi. Tra le sue imprese da corsaro quella più clamorosa fu la cattura della nave tesoriera spagnola Nuestra Senora  de la Concepciòn, carica d’oro e potentemente armata, al punto che era soprannominata Cacafuego
La storia di Drake e della "Cagafuoco" comincia quando Drake parte dal porto di Plymouth il 13 dicembre 1577. La regina Elisabetta I gli ha affidato l’incarico di attaccare e saccheggiare i possedimenti americani sul pacifico della Spagna. Drake salpa con il Pelican che in seguito verrà ribattezzato Golden  Hind (cerva dorata, nell’immagine a destra) un piccolo galeone (30 metri di lunghezza e 4,5 di larghezza), accompagnato da altre 4 navi, 3 delle quali andranno perse. 
Drake sapeva da voci raccolte nel corso delle sue azioni che una nave carica dell’oro peruviano si sarebbe diretta da Lima a Panama e sorveglia la rotta. Il 1° marzo 1579 Drake intercetta la "Cacafuego", vascello spagnolo di 120 tonnellate, in prossimità della costa dell’attuale Equador e decide di prenderla con l’inganno evitando uno scontro diretto che lo vedeva sfavorito a cause del grande numero di cannoni di cui era dotato il galeone spagnolo. La Golden Hind viene camuffata da nave mercantile, soldati, cannoni e armi vengono nascosti alla vista, le due navi accostano e si incrociano a distanza ravvicinata. Il capitano spagnolo San Juan de Antón rivolge il tradizionale saluto all’altra nave chiedendone nome e destinazione, per tutta risposta Drake gli intima di ammainare le vele e arrendersi. Al rifiuto di San Juan de Antón una salva di artiglieria parte dalla Golden Hind e abbatte l’albero di mezzana  della Cacafuergo,  inoltre, con i loro moschetti e con le loro balestre, gli inglesi sparano raffiche di proiettili e dardi contro gli spagnoli. Questo consente alle scialuppe della Golden Hind di abboradare la Cacafuego. Nonostante la sua superiorità di fuoco la Cacafuego priva di alberi non può governare ed è quindi alla mercé di Drake, il capitano spagnolo deve arrendersi e viene fatto prigioniero. 
 
Ci vollero 6 giorni per trasbordare il carico di tesori della Cacafuego sulla Golden Hind, il bottino, secondo i rapporti del tempo, comprendeva: gioielli e pietre preziose, 13 casse di reali d’argento, 80 libbre d’oro (circa 36 Kg), 26 tonnellate d’argento, il valore dei beni razziati equivaleva a 762.000 pesos del tempo, circa 12 milioni di sterline attuali. Drake trattò con umanità il capitano e l’equipaggio della nave spagnola, liberandoli e dando loro un salvacondotto. Gli spagnoli reagirono dando la caccia a Drake che abbandonò quei mari dirigendosi ad ovest verso il Pacifico. Il Golden Hind farà ritorno a Plymouth il 26 settembre 1580, dopo aver attraversato l’oceano pacifico, l’oceano indiano e circumnavigato l’Africa, circumnavigando il globo con un viaggio durato 2 anni e 9 mesi. Fu la spedizione di Magellano a circumnavigare per prima il globo nel 1522, ma fu Drake il primo comandante di una nave a realizzare tale impreas, dato che Magellano morì nel corso della sua spedizione, fu infatti ucciso dagli abitanti dell’isola di Mactan, che voleva sottomettere alla corona spagnola e convertire con la forza al cristianesimo, il 27 aprile 1521
 
 
 
Bibliografia e Sitografia
 
David Cordingly, Storia della pirateria, Mondadori, 2003, pp. 30 - 32

Ma chi vinse le guerre persiane?

Ma chi vinse le guerre persiane?

Un problema che mi ha afflitto dopo aver studiato le guerre Persiane è stato: ma chi le vinse? 
Certo, la battaglia di Maratona (490 a.C.) e quella di Salamina (480 a.C.) furono vinte dai valorosi greci, ma per i persiani non fu mai una grande perdita della guerra, quanto una piccola perdita di una battaglia. Resta comunque il fatto che le città greche erano euforizzate da queste vittorie. 
La guerra comunque durò ancora per alcuni decenni, in uno stato simile alla guerra fredda russo-americana. Ci fu un nuovo tentativo di supremazia greca con gli ateniesi guidati da Cimone nel 468 a.C., che si risolse con la vittoria degli ateniesi e la conquista dell’egemonia sul Mar Egeo. 
Queste guerre, comunque, segnarono l’affermazione del modello culturale e politico ellenico per il secolo successivo, ricco di splendore. 
                                                                                                                            Jessyka

Storia dello scoutismo in Italia

 

storia dello scoutismo in Italia

Lo scoutismo sotto la guida di Robert Baden Powell ha un rapido sviluppo in Inghilterra e non tarda a varare i confini britannici per arrivare anche in Italia. Un primo gruppo scout compare a Genova intorno ai primi anni del ’900 quando il prof.Mario Mazza conosce lo scoutismo e forma la REI (Ragazzi Esploratori Italiani). Contemporaneamente venne fondata la GEI (Giovani Esploratori Italiani). Dopo un periodo critico per quanto riguarda la confessionalità della REI si gunge alla frattura e alla formazione dell’ASCI (Associazione Scout Cattolici Italiani) e del CNGEI(Corpo Nazionale Giovani Eslporatori Italiani). Durante il periodo fascista dopo l’istituzione dell’Opera Nazionale Balilla vengono sopresse tutte le associazioni giovanili tra cui anche quelle scout (1927), in precedenza gli scout avevano visto riconosciuti i propri meriti anche dal governo. Tuttavia in alcune parti d’Italia si formano organizzazioni clandestine che continuano a riunirsi e a svolgere minimamente alcune attività.In questo periodo chiamato "Giungla Silente" si affermarono diversi gruppi che rimarranno celebri come le "Aquile Randege" (ASCI Milano) Lupi, Galli, Aquile a Roma. Dopo la caduta del regime (’44-’45) i gruppi si ricostituiscono e nacque lo scoutismo femminile, il guidismo, con la fondazione dell’UNGEI( Unione Nazionale Giovinette Esploratrici Italiane) e dell’ AGI (Associazione Guide Italiane). Successivamente dall’unione delle due associazioni maschili (ASCI e CNEGEI) nascerà la FEI (Federazione Esploratori Italiani) mentre dai due gruppi femminili (AGI e UNGEI) verrà formata la FIGE (Federazione Italiana Guide Esploratrici) entrame riconosciute a livello mondiale rispettivamente dalle associazioni mondiali dello scoutismo e el guidismo (odierne WOSM e WAGGGS). Nel 1974 ASCI e AGI si fondano per formare l’AGESCI (Associazione Guide E Scout Cattolici Italiani). DUe anni dopo anche il CNGEI si unirà all’UNGEI. Contemporaneamente alcuni capi tradizionalisti dell’AGESCI si staccano e formano il FSE (Federazione dello Scoutismo Europeo).

Giulia Orgiana

 

Questo è l'Ombelico del mondo

Questo è l’Ombelico del mondo

Come dice la famosa canzone di Jovanotti , anche gli antichi Greci avevano il loro ombelico del mondo. La città che veniva considerata come centro del mondo era Delfi.

Probabilmente Delfi è conosciuta soprattutto per il santuario e l’Oracolo dedicato ad Apollo, dove si recavano numerose genti per fare un consulto alla Pizia, sacerdotessa di Apollo, che attraverso la respirazione di vapori e gas, di cui la regione era satura, forniva responsi poco chiari. Riguardo la fondazione del Santuario, la mitologia narra che Zeus, curioso di conoscere l’ampiezza della terra e il suo centro esatto, fece volare due aquile in direzioni opposte, si incontrarono proprio a Delfi, da qui il centro del mondo. Infatti veniva venerata una pietra chiamata “onfalos” ,cioè ombelico, che si credeva caduta dal cielo appunto per testimoniare la posizione centrale della città.

Secondo invece la cosmologia, Rea aveva fatto mangiare quella pietra a Crono affinché non mangiasse il figlioletto Zeus appena nato. Infatti Crono, per paura di essere spodestato da uno dei suoi figli, li mangiava alla nascita. Divenuto grande Zeus affrontò il padre e gli fece sputare tutti i suoi fratelli e la pietra che aveva divorato al suo posto; Zeus infine la sollevò e la collocò nell’Oracolo di Delfi affinché gli uomini si ricordassero della sua superiorità. La pietra oggi si trova visibile al museo di Delfi.

 

Chiara Murru

Lo Scandalo Della Banca Romana - Prima Parte

24/01/2010

Lo Scandalo della Banca Romana - Prima Parte

Lo Scandalo della Banca Romana - Prima Puntata

 

Cartamoneta e istituti di emissione 
La Banca Romana, che in precedenza era la banca dello stato pontificio, era una delle 6 banche che in Italia erano autorizzate all’emissione della moneta con corso legale che si basava sul sistema del gold standard (Sistema Aureo). Come negli altri paesi europei anche in Italia la moneta era cartacea e il suo valore era garantito dalla sua convertibilità in oro secondo un determinato rapporto, quindi l’emissione doveva essere coperta da una quantità d’oro che veniva conservata nelle banche o istituti di emissione, si parla in questo caso di circolazione cartacea convertibile totalmente in oro. 
In Italia dal 1874, il consorzio obbligatorio degli istituti di emissione regolamentava rigidamente diritti e doveri delle 6 banche autorizzate ad emettere cartamoneta specificando il tetto massimo di banconote e il loro rapporto con le riserve auree.

 

 

La speculazione edilizia e il fallimento della banche 
Nel corso del boom edilizio che vi fu in Italia a partire dal 1870 e in cui si ebbe la modernizzazione urbana delle principali città, le banche furono tra le protagoniste investendo in modo massiccio i risparmi depositati presso di esse in investimenti a lungo termine (credito ad aziende immobiliari-edilizie, acquisizione titoli e azioni, ecc.). Quando, a partire dal 1889, vi fu la crisi del settore edilizio, alcune tra le principali banche private del sistema bancario italiano si trovarono di fronte al disastro, infatti i loro capitali, immobilizzati in crediti o titoli a lungo termine o relativi ad aziende fallite, diventavano inesigibili o comunque esse non avevano a disposizione liquidità per far fronte alla crisi.

 

 

Intevento dello stato e scandalo della banca romana


Banca nazionale toscana, Banca romana, Banco di Napoli, Banco di sconto, Credito mobiliare italiano, Banca generale vengono messe in liquidazione. Per evitare il collasso dell’economia nazionale lo stato intervenne a sostegno delle banche, già dal 1883 le banche di emissione erano state autorizzate ad aumentare l’emissione di cartamoneta per sostenere gli investimenti nel settore edilizio andando oltre il rapporto di copertura aurea precedentemente fissato. Con la crisi venne autorizzata l’emissione di nuova cartamoneta senza copertura aurea. Tra le banche di emissione, la Banca romana, commise gravi irregolarità al punto che il ministro dell’agricoltura e industria Miceli istituì nel 1889 una commissione d’inchiesta presieduta dal senatore Alvisi.

 

 

 

 

 

 

L’Inchiesta Alvisi e l’insabbiamento dello scandalo 
L’inchiesta appurò gravi irregolarità e il suo governatore, Bernardo Tanlongo, vi risultava gravemente coinvolto: 
la cartamoneta emessa superava di 25 mln di lire dell’epoca (1 MLN di lire = 4 MLN di Euro attuali) il quantitativo di lire che la Banca era stata autorizzata ad emettere; 
risultava un ammanco di 9 Mln di lire che era stato sanato con l’emissione di una serie di biglietti duplicati, quindi falsi.
Risultò inoltre che la banca aveva utilizzato tale denaro sia per speculazioni nel settore dell’edilizia, ora in crisi, sia per corrompere politici e giornalisti attraverso l’emissione di prestiti in forma di cambiali nei loro confronti, tali cambiali, alla scadenza, venivano poi regolarmente rinnovate. In tal modo si vincolavano i beneficiari di tali somme agli interessi della Banca. La banca aveva anche prestato denaro (a condizioni favorevolissime e quindi quasi regalato) a diversi governi a partire da quello di Depretis nel 1876

 

Elena di Troia

25/01/2010

Elena di Troia

 

Elena è una delle figure più criticate dai greci antichi; le si attribuisce lo scoppio della guerra di Troia e il peso di tutti gli uomini morti per lei. Ma come può una donna scatenare tutto questo?? Come può una donna che, come tale non è capace di controllare il proprio destino, gravarsi di una colpa così grande?? Queste sono le domande che si pone Gorgia, andando contro a tutti gli ideali trasmessi dai posteri, ma soprattutto contro il pensiero popolare. Il suo obbiettivo però, non era quella di screditare, ma di vedere se sarebbe riuscito a persuadere il popolo che la povera Elena non aveva colpa.

Infatti, nella versione tragica della vita di Gorgia, si sa, l’uomo non è artefice del proprio destino, è solo una pedina in mano agli dei, alle emozioni (l’Amore in primis), al corso degli eventi e delle circostanze, e perché no, alla retorica stessa.

 

Elena, essendo una mezza dea (nata dall’unione di sua madre Leda con Zeus) era una donna molto bella, amata e venerata da molti. Tutti i suoi pretendenti, infatti, avevano stipulato un patto: su chiunque di loro fosse caduta la scelta della donna, tutti gli altri l’avrebbero dovuta proteggere da eventuali rapimenti. Questa infatti è stata la causa dello scoppio della guerra di Troia: Paride, indotto dalla dea Afrodite (che gli aveva promesso in dono la donna più bella) rapì Elena e la portò a Troia.

Non era quindi colpa della povera Elena se era così bella e irresistibile; non era colpa sua se Afrodite aveva stipulato un patto con Paride; non aveva colpa se era stata rapita contro la propria volontà, e se era stata guidata dall’amore; infatti, come poteva opporsi a un’emozione così forte e coinvolgente??

 

L’uomo in generale non è capace di opporsi a tutte queste cose, figuriamoci la giovane e innocente Elena.La conclusione è facile: Elena non ha fatto ciò che ha fatto volontariamente, poiché gli uomini non sono padroni delle proprie azioni; quindi non è stata lei a causare la guerra di Troia. Si è semplicemente trovata nel posto sbagliato al momento sbagliato, in mezzo a una serie di situazioni e circostanze che hanno portato il pensiero popolare a una conclusione sbagliata.

 

Francesca Alvau

La storia d'amore fra Aspasia e Pericle

31/01/2010

La storia d’amore fra Aspasia e Pericle

Aspasia di Mileto, meglio conosciuta come Aspasia, nacque intorno al 470 A.C. e mori intorno al 400 A.C. (Pur essendo originaria di Mileto visse ad Atene) era una donna originaria di Mileto ma che visse ad Atene. Era una etéra, ovvero era una prostituta che non offriva solo prestazioni sessuali, ma compagnia ai clienti con cui aveva relazioni prolungate. Inoltre, Aspasia, era una donna molto colta, par che sia stata un’allieva del grande sofista Gorgia, e da lui apprese l’arte della retorica. Da un’opera scritta da Antifonte, si può percepire che Aspasia fu maestra del grande filosofo Socrate. Aspasia giunse ad Atene grazie ad Alcibiade, il quale apparteneva al clan famigliare degli Alcmeonidi ; pure Pericle apparteneva al clan degli Alcmeonidi, difatti, Aspasia e Pericle si incontrarono proprio in una delle loro riunioni e lui si innamorò. Infatti, divenì l’amante di Pericle, che era un politico ed un oratore di quel periodo, dopo un lunga convivenza i due si sposarono. Pericle si innamorò di Aspasia soprattutto per la sua nota intelligenza, per la sua arte della retorica che comportava l’essere brava nel campo della politica. Aspasia ebbe un figlio da Pericle, difatti il figlio venne chiamato Pericle il

Giovane, che eccezionalmente fu iscritto nelle liste dei cittadini di Atene; infatti era proibito che i bambini nati da donne straniere fossero dei cittadini

ateniesi. A causa della peste Pericle morì. Rimase ugualmente in politica e per cercar di dimenticare la morte del suo amato marito Pericle ebbe una relazione con Lisicle, il quale era un semplice mercante di pecore, ma dopo la morte di Pericle divenne il leader della fazione democratica di Atene, par proprio che fu Pericle a scegliere il suo ‘’successore’’, sicuro che il suo ruolo fosse quello di proteggere Aspasia. I due si sposarono.

Lui la proteggerà poco, poiché già in età avanzata, Aspasia, intorno al 400 A.C. morì. Le cause della sua morte sono ignote, ma si sa con certezza che non visse abbastanza per veder condannato a morte il suo unico figlio, Pericle il Giovane.

 Alessandro Porceddu

 

Fonti:

http://it.wikipedia.org/wiki/Pericle

http://it.wikipedia.org/wiki/Aspasia_di_Mileto

 

Lo Scandalo Della Banca Romana - Seconda Parte

11/02/2010

Lo Scandalo della Banca Romana - Seconda Parte

 

 

Insabbiamento e dimissioni di Giolitti 
Già il governo di Rudinì nel 1891, impedì che il senatore Alvisi riferisse in Senato i risultati dell‘inchiesta "in nome dei supremi interessi del paese e della patria". Miceli, Crispi e Giolitti esercitarono la loro influenza allo stesso scopo. L’inchiesta venne insabbiata, ma Alvisi confidò a molti suoi amici quanto scoperto e nel 1893, probabilmente per mano di Maffeo Pantaloni una copia della relazione della commissione giunse nelle mani del deputato Napoleone Colaianni, radicale all’opposizione dei governi Crispi prima e Giolitti poi, lo scandalo fu inevitabile. Giolitti, nuovo presidente del consiglio a partire dal maggio 1892, si limitò a istituire una commissione di inchiesta amministrativa, dotata di poteri minori rispetto alla commissione di inchiesta parlamentare che era stata richiesta da molti. Nel gennaio del 1893 la commissione amministrativa aveva appurato quanto segue: 
- 65 mln di lire circolavano abusivamente (emesse dalla banca romana oltre la quota fissata); 
- 20 mln di ammanco di cassa; 
- 40 mln di cartamoneta falsa 
Fu lo stesso Giolitti, nel suo libro di memorie, a confermare queste cifre. Il governatore della Banca romana commendator Bernardo Tanlongo e il direttore Michele Lazzaroni (tutto un programma) vennero arrestati (vedi immagine in alto: Prima pagina COrriere della Sera del 20-21 gennaio del 1893) e cominciò un processo che si concluse nel 1894, seguirono altri arresti (il direttore del Banco di Napoli) e morti misteriose come quella dell’ex direttore del Banco di Sicilia che aveva denunciato gravi irregolarità.

E tutti vissero felici e contenti 
Venne nominata una nuova commissione d’inchiesta parlamentare (marzo 1893). Giolitti accusato di aver ottenuto due prestiti, uno di 60.000 lire e l’altro di 40.000, fu travolto dallo scandalo e si dovette dimettere il 15 dicembre 1893, si recò a Berlino, secondo molti per evitare l’arresto. Nel mentre dal carcere Tanlongo dichiarava di aver pagato molti politici. Il processo si concludeva all’italiana … tutti assolti (vedi immagine sotto: prima pagina del Corriere della Sera del 29-30 luglio 1894), i giudici nella sentenza dichiararono che molti dei documenti che provavano la colpevolezza degli imputati erano spariti (come l’agenda del generale Dalla Chiesa, l’agenda rossa del giudice Borsellino, le registrazioni radar della strage di Ustica, ecc. ecc. ma guarda un po, ma che strano), per cui il procedimento penale venne archiviato. 
Se volete andare a fondo della questione consiglio i due primi link in cui il marciume del mondo politico italiano di allora non è inferiore a quello di oggi. Cerco di riassumere: tutti ricattano tutti. Crispi ricatta Tanlongo con la minaccia dei rendere pubblici i risultati dell’inchiesta Alvisi e vuole che Tanlongo incastri Giolitti confermando che gli sono stati dati fondi; Giolitti ricatta Crispi in quanto tra i plichi sequestrati da Tanlongo vi sono anche le lettere della moglie di Crispi al suo amante (il maggiordomo) e le lettere dei coniugi Crispi che chiedono soldi a Tanlongo. Tanlongo ricatta tutti, ecco le sue parole: «Se mi si vuole chiamare responsabile di colpe non mie, io sarò costretto a fare uno scandalo... »

 

per scaricare la prima pagina con ’articolo completo e leggibile cliccare >>> QUI


Questa la canzoncina pubblicata dall’Asino, giornale satirico dell’epoca, sullo scandalo della banca romana in cui si dimostra che in Italia non è cambiato nulla se non in peggio: 
«S’ affondano le mani nelle casse - crac! / si trovano sacchetti pieni d’ oro - crac! / E per governare, come fare? / Rubar, rubar, rubar, sempre rubare! / Se rubi una pagnotta a un cascherino - crac! / te ne vai dritto in cella senza onore; - crac! / se rubi invece qualche milioncino / ti senti nominar commendatore». (Stella Gian Antonio, Pagina 27, 15 gennaio 2010 - Corriere della Sera).

 

 

SITOGRAFIA
Sitografia sullo scandalo della banca romana 
- da: Storia della borghesia italiana: La età liberale, Di Alberto Mario Banti, clicca >>> QUI
- qui l’articolo di Giandomenico Stella molto documentato e insieme divertente e disperante, apparso il 15 gennaio 2010 sul Corriere della Sera   clicca >>> QUI 
- qui l’articolo di Alvi Geminello, L’ abominevole Tanlongo e il crac della Banca Romana, Corriere della Sera, 8 febbraio 2004 clicca >>> QUI
- una attenta e puntuale ricostruzione incentrata sulla figura di MIceli, nel sito anche immagini delle banconote  www.ilportaledelsud.org/notarbartolo.htm 
www.scandalobancaromana.com/scandalo.php sito dello sceneggiato RAI, contiene in formato PDF copie dei giornali dell’epoca 
http://it.wikipedia.org/wiki/Scandalo_della_Banca_Romana  
http://cronologia.leonardo.it/storia/a1892a.htm  

 

>>>  Lo Scandalo della Banca Romana - Prima Parte  <<<

Con Cristoforo Colombo le avventure non finiscono mai!

10/03/2010

Con Cristoforo Colombo le avventure non finiscono mai! 

 

CON CRISTOFORO COLOMBO LE AVVENTURE NON FINISCONO MAI!

Sulle tracce di Cristoforo Colombo :  dedicato ad un uomo e alle sue eccezionali qualità di navigatore.

 

La storia straordinaria di chi si mise in testa un’idea riuscendo a realizzarla con tenacia, coraggio e abilità. Cristoforo Colombo, il navigatore ed esploratore italiano che non ha certo bisogno di presentazioni. La figura di Cristoforo Colombo è rimasta nella storia per la scoperta del nuovo mondo. Definito il personaggio più importante dello scorso milennio. Su Cristoforo Colombo sappiamo tanto, ma nonostante questo, molti aspetti della sua vita ci sono ignoti. La vita di Cristoforo Colombo è misteriosa e appassionante, ci sono infinite lacune, distruzione e perdita di documenti, qualcuno falsificato, manipolato, interpretazioni assurde di eventi, ridicole leggende, punti di vista fanaticamente parziali, esaltazioni esagerate o attacchi violenti. Che cosa succedette dopo la scoperta del Nuovo Mondo? L’esploratore italiano Cristoforo guidò altre tre missioni verso il "Nuovo Mondo" facendo numerose scoperte, senza rendersi mai conto che le terre da lui esplorate erano parte di un nuovo continente, ancora sconosciuto. Colombo era sicuro di essere giunto in Asia, nelle terre descritte da Marco Polo. Proseguendo, egli scoprì le grandi isole di Cuba e Haiti e, nella sua convinzione, chiamò queste terre "Indie Occidentali" e gli abitanti "indiani". Ad Haiti costruì una fortezza e lasciò un piccolo contigente di uomini, quindi riprese il mare per ritornare in Europa. Nel Marzo del 1493, dopo una traversata altrettanto avventurosa ma sostenuta dall’entusiamo della "scoperta", Colombo approdò a Palos tra l’incredulità degli Spagnoli e di tutti quelli che avevano osteggiato il suo progetto. Certo pochi avrebbero prestato fede al racconto suo e dei suoi uomini se Colombo non avesse portato con sè indiscutibili testimonianze; un carico di prodotti strani e dieci indigeni. Aveva senz’altro raggiunto terre sconosciute, ma quanto aveva portato  lasciò delusi i sovrani che sì aspettavano da quel viaggio qualcosa di più prezioso. Nel giro di pochi anni tra il 1493 e il 1500, altre quattro spedizioni seguirono la prima.Tra queste la più importante fu la seconda, partito da Cadice coni 170 uomini che avevano il compito di iniziare la colonizzazione dei nuovi territori. Colombo era sì bravo ammiraglio ma sostanzialmente incapace di governare i suoi uomini, inviarono sul luogo un loro emissario, Francisco De Bobadilla, con l’incarico di amministare la giustizia per conto del re. Ma una della ragioni profonde di questa mossa era anche dovuta al fatto che Colombo in realtà difese gli indigeni contro il maltrattamento degli Spagnoli. Colombo si rifiutò di accettare l’autorità dell’emissario, il quale per tutta risposta lo fece arrestare rispedendolo in Spagna. Dopo tutte queste disavventure Colombo venne scagionato e liberato. Due anni dopo ebbe modo di fare un ultimo viaggio durante il quale incappò sfortunatamente in un terribile uragano che causò la perdita di tre delle quattro navi a disposizione. Navigò però insistentemente per altri otto mesi lungo la costa tra l’Honduras e Panama, per poi tornare in Spagna, ormai stanco e malato. Trascorse l’ultima parte della sua vita quasi dimenticato, in una difficile situazione finanziaria e senza essersi reso davvero conto di aver scoperto un nuovo continente. Morì a Valladolid nel 1506, quasi povero, convinto sempre di aver raggiunto l’Oriente navigando verso Ponente. Ma il suo grande merito rimane quello di aver compiuto un viaggio di scoperta, verso una meta che era solo un’intuizione, un’impresa quasi irrealizzabile con i mezzi del tempo. Una statua capeggia solenne in mezzo alla piazza del porto vecchio di Barcellone, dove Cristoforo Colombo con l’indice puntato verso il mare indica la direzione per il nuovo Mondo.

 

Beatrice Dessì 3f

Navi & Navigazione

04/04/2010

Navi & Navigazione



GALEA 
La Galea è una tipologia di nave usata nel Mediterraneo per oltre duemila secoli. Il nome deriva dal greco e vuol dire “pesce spada”. Fu chiamata così perché la galea aveva una forma lunga e sottile e ricordava appunto il pesce spada. Era adatta per le navigazioni sotto costa poiché aveva poco spazio in stiva per le riserve, soprattutto d’acqua che veniva consumata in grandi quantità dai rematori. L’equipaggio della galea era costituito dal capitano, dal cambusiere, dal barbiere, dal dottore e dalla ciurma che remava, per un totale di circa 200 uomini. I rematori erano suddivisi in tre categorie: 
1. Gli schiavi, musulmani su galee cristiane o viceversa; 
2. I forzati, condannati alla pena del remo; 
3. I buonavoglia, volontari che si imbarcavano per estinguere dei debiti. 
La vita a bordo era molto dura, i rematori erano divisi a squadre e si alternavano con turni di 4 ore. Mangiavano una volta al giorno, di solito all’imbrunire per non vedere cosa vi era nella scodella. La Galea era lunga in media sui 40 metri, aveva una vela quadra o latina che gli permetteva di sfruttare il vento durante la navigazione. 
L’uso della galea declinò nel XVII secolo quando venne rimpiazzata dal galeone.

 

CARAVELLA 
La caravella fu una nave in legno introdotta nel 1441 dai portoghesi. Aveva un equipaggio ridotto, di circa 20 uomini e presentava due o tre alberi con vele quadrate fisse e vele triangolari che si potevano manovrare. Inoltre le sue vele permettevano di navigare di bolina che aiutava ad andare controvento. Poiché era una nave abbastanza solida veniva usata per i lunghi viaggi. Le prime caravelle avevano una stazza di 60 tonnellate, ma alla fine arrivano a costruire caravelle di 150 tonnellate. 
Presentavano varie caratteristiche: 
1. Vele latine, che permettevano facili manovre. 
2. Cassero, cioè il ponte di poppa. Sotto stava la cabina del comandante. 
3. Barra del timone, il timoniere era così protetto dal maltempo e in grado di manovrare sempre. 
4. Bombarda, tipo di cannone a retrocarica. 
5. Castello di prua, mezzo ponte a prua posto superiormente al ponte di coperta. 
6. Stiva, vano inferiore dello scafo. 
Le caravelle diventano il simbolo del viaggiatore di quel periodo, erano usate soprattutto nei viaggi di esplorazione. Magellano le usò per il suo giro del mondo; Colombo ne usò tre (la Pinta, la Santa Maria e la Niña) per il suo viaggio verso le indie.


GALEONE 
Il galeone è un possente veliero da guerra progettato per la navigazione oceanica. Il galeone vero e proprio nacque nel corso del XVI secolo come evoluzione della galea. Si voleva unire la grande maneggevolezza della galea alla robustezza che serviva per la navigazione oceanica. Mediamente, il galeone del XVI secolo poteva misurare 40-42 m per una larghezza di 10 m. Potevano arrivare a pesare 500 t, ma ne esistevano anche di oltre 2000 tonnellate. Tra i vari vantaggi del galeone va evidenziata la sua maggiore economicità di costruzione che li rendeva un buon investimento. Spesso però, alla costruzione di nuovi galeoni si preferiva la cattura di galeoni avversari che poi venivano immessi nella flotta che ne era entrata in possesso. Comunque nella sua costruzione venivano impiegati diversi tipi di legno, la quercia per lo scafo, il pino marittimo per gli alberi e diversi legni duri per i ponti e le sovrastrutture. 
Il Wasa è un intero galeone, il più grande e bello mai costruito nel XVII secolo, è rimasto quasi intatto ed è arrivato fino a noi. Pesa intorno alle 1200 tonnellate. La lunghezza è ci circa 69 metri per una larghezza di 11 metri e un’altezza di 52 metri. Presenta 10 vele. Si può dire che il Wasa, o Vasa, è paragonabile a Pompei, poiché rimasto quasi intatto fino a oggi come la città.

 

Il primo scontro tra giganti... Di ferro.

06/04/2010

Il primo scontro tra giganti... Di ferro.

Era l’8 marzo 1862, piena guerra di secessione tra forze nordiste e forze sudiste. Le navi delle potenze dell’Unione erano, come da mesi, al largo delle coste della baia di Hampton Roads (Virginia), in territorio confederato, per imporre il blocco navale, che aveva lo scopo di sfiancare le forze nemiche non solo sul campo di battaglia, ma anche dal punto di vista economico.

Sembrava una giornata come le altre, il sole era già alto nel cielo, era ormai mezzogiorno, quando, tutt’ad un tratto le vedette della flotta delle potenze del nord avvistarono venire verso di loro un battaglione navale in assetto da battaglia. Venne dunque dato l’ordine di prepararsi alla lotta, ma incredibile fu lo stupore quando, tra quelle solite immense barche di legno, si scorse un mostro di metallo che scivolava a pelo dell’acqua, minaccioso e imperturbabile.

Cosa poteva mai essere quell’orribile demonio di ferro? Era la Virginia CSS che entrava nel ring della guerra:

Virginia CSS: Ed ecco, nell’angolo rosso delle forze confederate la Virginia CSS, prima corazzata della storia, nata dai resti della Merrimack -una fregata a vapore adibita a lavori "civili"-. La Virginia procedeva con andatura spedita, grazie al suo motore a vapore, in mezzo alle sue "compagne di legno"; avanzava poco più in alto del livello dell’acqua, mostrando ai propri nemini unicamente la casamatta, che presentava 10 fori, per altrettanti cannoni, e nascondendo l’orribile rostro di prua, che aveva il compito di schiantare i suoi nemici.

Si avvicinava così sempre di più alla flotta unionista la Virginia, che aveva individuato il suo obiettivo: la Cumberland, nave da guerra dotata di 30 cannoni di grande potenza; questa reagì al pericolo, come una preda che, senza più via di scampo, dedica tutte le sue ultime forze ad abbattere il proprio predatore, con un bombardamento contro la corazzata, ma a nulla servì, le palle di cannone rimbalzavano sulla metallica corazza e così, inarrestabile, il rostro della Virginia penetrò la delicata pelle legnosa della nave, sconquassandone completamente i visceri e finendola con i leggeri cannoni che sbucavano dal forte sul ponte, facendola così colare a picco.

A questo punto venne individuato il successivo bersaglio, la Congress, nave molto più potente della Cumberland, che però, vista la fine della propria compagna di battaglia, cercò la salvezza fuggendo verso le acqua più basse, dove finì per rimanere incagliata; a questo punto la Virginia si avvicino alla propria preda, mantenendo però una distanza tale da non rischiare di rimanere incagliata come lei, dopodichè la ridusse ad un immenso rogo per mezzo delle sue cannonate.

Dopo aver mietuto la sua seconda vittima, la super-nave si diresse verso una nave nordista (Minnesota) che si era incagliata prima di poter arrivare alla battaglia, ma la notte ormai calava, così il capitano diede l’ordine di tornare al porto, il giorno dopo si sarebbe tornati indietro per terminare il lavoro.

Fu così che il 9 Marzo, come il giorno prima, il mostro corse fuori dalla sua tana e si preparò a distruggere la Minnesota, ma dietro di essa sbucò un altro prodigio:

Monitor: Nell’angolo blu delle forze unioniste era entrata nel ring la Monitor, una stranissima nave costruita in maniera del tutto similare alla Virginia, ma di forma leggermente diversa, dall’aspetto come di un barattolo (la casamatta), che fuoriusciva da una superficie piana, appena a pelo d’acqua (il ponte).

Di fronte a una simile visione, la Virginia si disinteressò completamente della fregata incagliata e si dedicò ad una lotta all’ultimo sangue con il nuovo avversario.

La battaglia si portò avanti per alcune ore, le due navi si bombardavano l’un l’altra incapaci di dare il colpo di grazia, fino a quando, compresa l’impossibilità di giungere ad un esito, la Virginia tornò verso il suo porto, e la Monitor fece lo stesso.

Da quel momento le due navi vennero utilizzate per salvaguardare le proprie coste, in quanto, nel campo di battaglia, non sarebbero (con gli armamenti del tempo) mai riuscite a risultare determinanti fino a quando si sarebbero scontrate.

Fu così che iniziò la storia delle guerra navali moderne.

Quelli del Ku Klux Klan si incappucciano per coprire le facce da pirla.

07/04/2010

"Quelli del Ku Klux Klan si incappucciano per coprire le facce da pirla".

23 gennaio 1866, Nashville

Caro diario,

è da alcuni mesi che non ti scrivo, sai papà era in guerra contro quei "bastardi del Nord" dice lui, e non ho avuto molto tempo; mamma aveva bisogno di me in casa ed era anche tanto preoccupata. Per fortuna il mio papà è sopravvissuto ed è tornato a casa ferito, ma vivo. Ormai è qui già da 5 mesi e diverse volte mi racconta della guerra e di come ora siamo sotto il controllo del Nord o più ufficialmente ci "siamo uniti".  Ma oltre ai racconti di sangue e armi ogni tanto nomina una certa confraternita, un klan. La cosa mi incuriosiva e così un giorno gli ho chiesto; allora papà mi ha spiegato che un clan è un gruppo di persone accomunate dagli stessi interessi, spesso anche dallo stesso sangue. Queste persone, mi diceva, erano degli ex militari dell’esercito degli Stati Confederati d’America, e nello specifico si ponevano l’obbiettivo di aiutare le vedove e gli orfani di guerra dei Confederati (e pensai che questo era molto bello!), ma c’erano anche altri obbiettivi: si battevano per non concedere diritti a neri e altri, considerati inferiori. Mi disse come si comportavano i membri del klan: tutto a quanto pare iniziò in una cittadina del Tennessee, a Pulaski dove sei giovani si incappucciarono (con il senno di poi credo lo facessero per coprire le facce da pirla) e andarono per le vie della citta a seminare il panico tra i superstiziosi neri. Visto il successo dello scherzo decisero di trasformare questo genere di cose in vere e proprie intimidazioni contro le persone di colore.

Queste prepotenze scatenavano entusiasmo e commenti esaltanti fra i cittadini e intorno al ku klux klan -così si chiamava- si cominciava a creare un alone di mistero; ora secondo le voci che girano sembrerebbe che i loro punti d’incontro si moltiplichino di continuo. Ecco, a questo punto l’ho dovuto fermare perchè non avevo più le idee tanto chiare: perchè questi signori volevano escludere i neri? Questi ultimi davano forse problemi? Perchè? Papà mi rispose in fretta e semplicemente. "I negri si possono dividere in due categorie: i carpetbaggers e i mascalzoni, i primi approfittano delle nostre terre trasferendosi dal Nord a qui, mentre i secondi hanno preferito allearsi ai soldati nemici. Ti sembra bello?"  Certo che posta in questa la maniera la questione non sembrava neanche tanto strana, nonostante le cose continuassero a sembrarmi sbagliate. Comunque proseguiva con i racconti, a quanto pare i membri del klan avevano un punto di riferimento, il generale Forrest, che voleva impiegare l’associazione proprio per "tenere al loro posto i negri".  Papà parlava di questo signore in maniera estasiata, sembrava ipnotizzato, questo generale doveva avere un grande carisma per affascinare e convincere così le persone, e per quanto i loro ideali mi apparissero tanto strani ero sempre più incuriosita e continuavo a chiedere informazioni al mio papà, allora mi accennò qualcosa su un incontro da poco avvenuto a Pulaski, nella lussuosa villa degli Spofford, una ricca famiglia. Mi divoravo le sue parole, pareva che questo ku klux klan dovesse conquistare chi sa cosa, purificare e fare.. ma io ormai avevo troppa confusione in testa, troppo racconti per oggi. Così ora sono qui, sul mio lettino e fra un po' vado a dormire, spero solo che questo klan non faccia niente di troppo male in futuro.

Origini della FESTA DEL LAVORO

02/05/2010

Origini della FESTA DEL LAVORO 

 >>> Primo Maggio 2010 <<<

 

Il 1° Maggio nasce come momento di lotta internazionale di tutti i lavoratori, per affermare i propri diritti, per raggiungere obiettivi, per migliorare la propria condizione. "Otto ore di lavoro, otto di svago, otto per dormire" fu la parola d’ordine, coniata in Australia nel 1855 e condivisa da gran parte del movimento sindacale organizzato del primo Novecento.

Il primo Maggio, appunto, rappresenta, oggi, il segno delle trasformazioni che hanno caratterizzato i flussi politici e sociali all’interno del movimento operaio dalla fine del secolo scorso in poi.  

Dal congresso dell’Associazione internazionale dei lavoratori - la Prima Internazionale - riunito a Ginevra nel settembre 1866, scaturì una proposta concreta: "otto ore come limite legale dell’attività lavorativa". Sulla questione delle otto ore si batterono soprattutto le organizzazioni dei lavoratori statunitensi. La legge che introduceva la giornata lavorativa di otto ore fu appropvata nello Stato dell’Illinois, nel 1866, e l’entrata in vigore era stata fissata per il 1 Maggio 1867; per quel giorno venne organizzata a Chicago una grande manifestazione. Diecimila lavoratori diedero vita al più grande corteo mai visto per le strade della città americana. Nell’ottobre del 1884 la Federation of Organized Trades and Labour Unions indicò nel 1 Maggio 1886 la data limite, a partire dalla quale gli operai americani si sarebbero rifiutati di lavorare più di otto ore al giorno.

Il 1 Maggio 1886 in dodicimila fabbriche degli Stati Uniti 400 mila lavoratori incrociarono le braccia. Nella sola Chicago scioperarono e parteciparono al grande corteo in 80 mila. Tutto si svolse pacificamente, ma nei giorni successivi scioperi e manifestazioni proseguirono e nelle principali città industriali americane la tensione si fece sempre più acuta.

Una ondata repressiva si abbatté contro le organizzazioni sindacali e politiche dei lavoratori, le cui sedi furono devastate e chiuse e i cui dirigenti vennero arrestati. La polizia fece fuoco contro i dimostranti in diverse occasioni davanti alle fabbbriche e alle manifestazioni di protesta contro i licenziamenti; durante una di queste la polizia interruppe  il comizio di alcuni oratori, fu lanciata una bomba. I poliziotti aprirono il fuoco sulla folla. Alla fine si contarono morti e numerosi feriti. Il giorno dopo a Milwaukee la polizia sparò contro i manifestanti  provocando altre vittime.

La scelta definitiva su questa data è dovuta proprio ai gravi incidenti accaduti nei primi giorni di maggio del 1886 a Chicago e conosciuti come rivolta di Haymarket. Questi fatti ebbero il loro culmine il 4 maggio quando la polizia sparò sui manifestanti provocando numerose vittime. L´allora presidente Grover Cleveland ritenne che la festa del primo maggio avrebbe potuto costituire un´opportunità per commemorare questo episodio. Successivamente, temendo che la commemorazione potesse risultare troppo in favore del nascente socialismo, cancellò l´oggetto della festività. La data del primo maggio fu adottata in Canada nel 1894 sebbene il concetto di Festa del lavoro sia in questo caso riferito a precedenti marce di lavoratori tenute a Toronto e Ottawa nel 1872.

In Europa la festività del primo maggio fu ufficializzata dai delegati socialisti della Seconda Internazionale riuniti a Parigi nel 1889 e ratificata in Italia soltanto due anni dopo. In Italia la festività fu soppressa durante il ventennio fascista - che preferì festeggiare una autarchica Festa del lavoro italiano il 21 aprile in coincidenza con il Natale di Roma - ma fu ripristinata subito dopo la fine del conflitto mondiale, nel 1945. Nel 1947 fu funestata a Portella della Ginestra (Palermo) quando la banda di Salvatore Giuliano sparò su un corteo di circa duemila lavoratori in festa, uccidendone undici e ferendone una cinquantina.

Il ricordo dei "martiri di Chicago" era diventato simbolo di lotta per le otto ore e riviveva nella giornata ad essa dedicata: il 1 Maggio.

 

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La morte di Atahualpa

05/05/2010

La morte di Atahualpa

Athualpa probabilmente nacque nella città di Quito, nell’attuale Ecuador. Non si sa con esattezza la sua data di nascita, però alcune fonti scritte dai conquistadores, coloro che occuparono il centro e sud America, ci descrivono Atahualpa, durante la prigione, come un uomo circa trent’anni, quindi possiamo stabilire che nacque agli inizi del 1500, più precisamente il 1502.
Fu l’ultimo imperatore Inca, e con la sua morte si ’’estinse’’ pure l’impero Inca, anche a causa della conquista da parte degli spagnoli di tutto il Perù. Giunse al potere dopo uno scontro con il fratellastro Huascar, a causa di una guerra civile scoppiata dopo la morte del padre, che fu colpito da una malattia infettiva, probabilmente portata dai conquistadores.
Il suo regno durò solo un anno, poiché durante la guerra civile, gli spagnoli si erano messi in marcia alla ricerca dell’impero Inca, il quale era descritto come il più ricco, insieme a quello Atzeco, quindi, li aspettarono nella città di Cajamarca.
Francisco Pizarro, capo di questa spedizione, decise di inviare un contigente d’esercito con a capo due uomini, fra cui il fratello di Pizarro e il frate Vincente de Valverde. I due uomini, a cavallo, vennero accettati da Atahualpa, e questi avanzando di fronte all’esercito di quest’ultimo, fecero indietreggiare alcuni uomini dell’imperatore, che furono condannati dallo stesso imperatore a causa della loro codardia. Inoltre, i due uomini a cavallo, parlarono con Atahualpa, dicendo che appartenessero all’esercito di Dio, mandato dal Papa per convertire al Cristianesimo tutti questi popoli indigeni. Il frate, mostrò la Bibbia all’imperatore che dopo averla presa fra le mani la buttò a terra.
Vicente de Valverde, dopo esser tornato da Pizarro, convinse questo di attaccare gli Inca. Difatti già la notte prima, egli, aveva pensato di preparare un agguato, anche a causa del gesto commesso dall’imperatore Inca.
Il giorno dopo nella piazza principale di Cajamarca, gli spagnoli, attaccarono gli Inca, grazie all’artiglieria che predisponeva l’esercito spagnolo, con ciò riuscirono a catturare Athualpa. Gli spagnoli chiesero il riscatto, infatti l’imperatore Inca dichiarò che nella stanza dove egli veniva tenuto prigioniero sarebbe stata riempita di metalli preziosi, come oro e argento, tutto questo solo in caso di una sua liberazione.. Così avvenne, ma l’imperatore Inca non fu liberato, anzi, fu processato con l’accusa di tradimento, del tutto infondata, pena: la morte sul rogo. Hernando de Soto, non era d’accordo con la scelta dei capitani spagnoli- Poco dopo De Soto partì per un viaggio di spedizione.
Pizarro in persona comunicò la senteza all’imperatore Inca, che in un primo momento fu colpito da questa decisione da parte dei capitani spagnoli, ma dopo l’accettò con onore e orgoglio.
Vincente de Valverde, riuscì a convicere Athualpa a convertirsi al Catolecismo e a battezarsi, così che la sua pena fu cambiata, infatti, il 26 luglio 1533 Athualpa fu giustiziato mediante garrota.
Hernando de Soto, venuto a conoscenza dell’uccisione dell’imperatore Inca, minacciò i suoi comunicare ciò che avvenne all’imperatore Spagnolo. Così fece. A questa accusa tutti i maggiori portagonisti si incolparono l’un l’altro, dando uno spettacolo d’ipocrisia.

Alessandro Porceddu III F

 

La ricerca di Eldorado

05/05/2010

La ricerca di Eldorado

LA RICERCA DI EL DORADO  

El Dorado fu il nome attribuito dagli spagnoli, alle spedizioni amazzoniche che li portarono a uno dei più grandi genocidi della storia. El Dorado significa l’uomo dorato, l’uomo coperto d’oro. La sete di ricchezza tipica dei conquistadores spagnoli è ben nota, ed è ben nota anche la leggenda della fantomatica città pavimentata d’oro, in cui il prezioso minerale si trova ovunque. Per secoli, dalla scoperta delle Americhe, l’uomo si è spinto in tale ricerca non riportando però alcun successo.

La prima spedizione che diede inizio alla leggenda fu quella del conquistadores Hernàn Cortès, egli conquistò la capitale degli aztechi, Tenochtitlan. Durante le sue spedizioni venne a sapere di un rituale, compiuto sulle rive di un lago salato, di una città mitica coperta d’oro. In tale rituale si narrava di un sacerdote detto Zipa, che veniva ricoperto di polvere d’oro, raggiungeva il centro del lago in barca e poi si immergeva nelle acque salate. Intanto i fedeli gettavano dalla riva aggetti sacri per la maggior parte in oro. Poi degli indigeni gli dissero che proseguendo per il suo percorso sarebbe giunto alla città di smeraldo.

 La leggenda ebbe così inizio, e agli spagnoli bastava sentire la parola oro, senza badare al resto del racconto per giustificare una spedizione sanguinaria. Proprio per questo motivo El Dorado in poco tempo diventò la ricerca della città d’oro, che attirò centinaia di esploratori in un flusso che si può collocare tra il 1516 e il 1611. Parallelamente alle spedizioni la leggenda assunse dimensioni ossessive, facendo inoltre perdere il punto di vista geografico della città. Essa, inizialmente collocata nella regione del Messico, venne spostata in tutto il Sud America, fino all’impero Inca. Possiamo citare i più importanti avventurieri, ovviamente dopo Cortès, Ambrosius Dalfinger, Nicolaus Federmann, Sebastiàn De Belalcazar, Walter Raleigh. Questi non trovarono la città d’oro, ma se non altro contribuirono all’esplorazione delle fitte foreste amazzoniche, tutt’oggi in gran parte inesplorate.

Il mito di El Dorado persiste sino ai giorni nostri, a chi non piace credere che esista una meravigliosa città, magari ancora abitata, fonte di incredibile ricchezze e di sapienze a noi occidentali rimaste nascoste... Si tratterà anche di una leggenda nata dall’avidità degli spagnoli, ma se è sopravvissuta fino ad oggi ci sarà qualche motivo. Sitografia: Wikipedia

Nicolas Papalexis

 

La fine di Montezuma

05/05/2010

La fine di Montezuma

Montezuma II fu un imperatore azteco che regnò dal 1502 al 1520, anno della sua morte. Il suo più grande errore fu quello di accogliere gli spagnoli con bontà e sottomissione nel 1519; a causa di un errore di valutazione che lo portò a credere che il loro capo, Hernàn Cortes, fosse il dio Quetzalcoatl, un Dio serpente che dove aver vissuti con gli uomini, se ne era andato promettendo un suo ritorno. Dunque lo accolse del palazzo reale e lo trattò con ospitalità, segnando la propria condanna a morte. Infatti, qualche tempo dopo gli ospiti divennero invasori e imprigionarono Montezuma nel suo stesso palazzo, controllato a vista da guardie distratte e corruttibili. Nonostante si trovasse in difficoltà, mantenne la propria dignità e il proprio orgoglio di imperatore di una terra così bella e ricca, colpevole soltanto di essere stato così ingenuo davanti a dei nemici così forti. Inoltre gli invasori conoscevano le loro debolezze poiché Cortes si era fatto amante una donna indiana, Melitzin, appartenente a un popolo avversario degli aztechi. Più volte fu proposta la fuga all’imperatore azteco, ma Montezuma si rifiutò tutte le volte sostenendo che il suo popolo e gli spagnoli si trovavano in due livelli diversi; che non potevano competere con gli invasori.
Nel 1520 ci fu lo stesso una ribellione da parte dei sottomessi; che iniziarono a lanciare sassi verso il palazzo dove risiedevano gli spagnoli, ma colpirono a morte Montezuma che per ordine di Cortes dovette uscire per calmare la folla. 
Questa rivolta fece fuggire gli invasori che se ne andarono lasciando una scia di morte dietro di se.
 
La morte dell’imperatore Montezuma II vittima degli spagnoli
 
Francesca Alvau
 

Il commercio triangolare

05/05/2010

Il commercio triangolare

 

 

 

 

Il commercio triangolare era un sistema di commercio sviluppatosi tra l’Europa, l’Africa e l’America tra il XVI e il XVII secolo. Consisteva in un continuo scambio di merci tra i tre paesi. 
L’Europa, le cui navi partivano da Londra e Amsterdam, scambiava merci quali la lana, oggetti in cuoio e in vetro, rum e perline, lingotti di ferro, fucili e polvere da sparo; tutti prodotti unicamente per lo scambio con l’Africa. L’Africa, il cui porto di sbarco era il Golfo di Guinea, barattava i prodotti europei con gli schiavi, e quando non bastavano, aggiungevano l’avorio, la gomma e legni preziosi. Dall’Africa gli schiavi venivano portati in America, nelle Antille, per svolgere lavori forzati; come la lavorazione nelle piantagioni di cotone, che in seguito veniva portato in Europa. L’America in cambio degli schiavi donava zucchero, caffè, tabacco, cotone, cacao, riso, pellicce e coloranti naturali, che tornava nei porti Europei nella stive di navi grandi e moderne. I neri d’Africa erano venduti agli Europei dai Negrieri (commercianti di schiavi), poiché era stato verificato che fossero più resistenti e adatti alla sforzo fisico. Dopo un viaggio che andava dalle 4 alle 8 settimane venivano cosparsi d’olio e venduti all’asta al miglior offerente. Lo scambio tra i tre paesi durava in media dall’anno ai diciotto mesi, nel corso dei quali si registravano enormi guadagni. 

Francesca Alvau

Passaggio per le Indie Orientali

12/05/2010

Passaggio per le Indie orientali

Nel 1492 Cristoforo Colombo scoprì una nuova terra: l’America. Fu il primo di una lunga serie d’esploratori che ricercavano un passaggio sud o a nord che permettesse di andare oltre l’America e quindi di trovare la rotta marittima per l’Asia.

Un primo passaggio verso sud fu ricercato da Vespucci e a nord nel 1509 da Sebastiano Caboto.

 

  

Vespucci (da cui prende il nome l’America) non riuscì ad oltrepassare il Brasile a causa delle gelide temperature. Sappiamo che Vespucci fece ben quattro viaggi.

Caboto tentò il passaggio verso nord-ovest, ma anche il suo tentativo fallì per il freddo gelido e il ghiaccio che impediva il passaggio delle navi. l primo esploratore che riuscì a vedere l’immenso oceano pacifico, fu Nunez de Balboa che, nel 1513 dopo una lunga e faticosa marcia nella foresta tropicale attraverso l’istmo di Darien. Dopo essersi reso conto che era un viaggio troppo difficile, decise di fondere la città di Panama.

 

Ben più ardua fu l’impresa che tentò Ferdinando Magellano, navigatore portoghese al servizio del re di Spagna. Parti il 10agosto 1519 dal porto di Siviglia.

Dopo aver costeggiato la facciata atlantica dell’america meridionale, si ritrovò con solo 3 navi, una naufragata e una scelse il ritorno in patria. Fece una sosta per le condizioni atmosferiche, ma poi riprese il viaggio verso l’oceano pacifico. Dopo 3 mesi arrivò nelle filippine e a prenderne possesso in nome della corona francese. I marinai, ormai decimati dalle malattie e dalla fame, ebbero anche degli scontri con le popolazioni locali. Magellano morì in una di queste battaglie. Assunse il comando Sebastiano del Can. Egli dovette rinunciare ad una nave per mancanza di marinai. Un’altra nave si perse nelle Molucche catturata dai portoghesi. Riuscirono a tornare in patria poco meno di 20 uomini tra cui Antonio Pigafetta, autore del diario dell’epica impresa. Furono poco meno di 20 uomini coloro che riuscirono a tornare in patria nel 1522.

Questa rappresenta la prima circumnavigazione del globo.

 

Giulia Marchetti

Fonti: wikipedia

Il primo calcolatore della Storia

13/12/2010

Il primo calcolatore della Storia

  Nel 1900, o secondo altre indicazioni nel 1902, viene ritrovato nei pressi di Anticitera , una piccola isola a nord ovest di Creta, su segnalazione di alcuni pescatori di spugne, un reperto particolare. Secondo il più recente contributo scientifico pubblicato nel luglio del 2008 su Nature è il più antico calcolatore scientifico complesso conosciuto, l’ipotesi avanzata sulla sua origine è che possa essere stato prodotto presso Corinto e questo potrebbe anche significare un collegamento con Archimede. Secondo un articolo comparso su Le Scienze nel 2010 sarebbe stato costruito a Siracusa. Basandosi su vari elementi, quali il relitto della nave in cui è stato ritrovato, la tecnica di costruzione, si è ipotizzata una data che collocherebbe la costruzione del meccanismo tra il II e il I secolo a.C. Nell’immagine a destrail dispositivo così come si presenta.

Le caratteristiche tecniche di questo meccanismo, secondo alcuni il più antico computer analogico, sono significative: 
- alto grado di miniaturizzazione, le dimensioni sono 30 cm x 15 cm; 
- i materiali con cui è costruito sono legno e bronzo; 
- è un planetario capace di calcolare: il sorgere del sole, le fasi della luna, gli equinozi, il moto dei 5 pianeti allora conosciuti, giorno, ora, date dei giochi panellenici, le eclissi, ecc. 
- riporta incisi circa 2.000 caratteri di scrittura in greco.


Attualmente è conservato presso il Museo Archeologico Nazionale di Atene, è stata anche costruita una riproduzione fedele del meccanismo che è visibile nell’immagine a sinistra. 
Inizialmente non ci comprese né l’importanza, né la natura di ciò che si era ritrovato, fu lo storico inglese della scienza Derek J. de Solla Price che, dopo aver studiato per oltre 20 anni il meccanismo, si rese conto della raffinatezza tecnica e dell’importanza del manufatto, che contraddiceva quanto fino a quel momento si era creduto riguardo alle capacità tecnologiche della civiltà ellenistica. Nel 1971 Price, grazie alla collaborazione del prof. di fisica nucleare Karakalos, può conoscere esattamente la conformazione interna del meccanismo in quanto questo viene radiografato attraverso l’utilizzo di raggi X e gamma. Nel 1974 Price presenta un modello funzionante del meccanismo. 
In seguito Michael Wrigth, esperto di ingegneria meccanica presso il Museo delle scienze di Londra, studia la macchina di Anticitera sottoponendola alla TAC e scoprendo nuove funzionalità (movimento pianeti, fasi della luna, ecc.).

Attualmente gli studi sul meccanismo sono condotti dall’Antikythera Mechanism Research Project formato da varie università (Cardiff, Atene, Tessalonica), enti (Museo Atene), aziende (Hewlett-Packard). 
E’ interessante notare come una tecnologia capace di produrre un apparecchio del genere comparirà in Europa solo intorno al XIV secolo, questo significa che le conoscenze e le tecniche che permisero la costruzione della macchina di Anticitera andarono completamente perdute come gran parte del sapere del mondo ellenistico, in quanto vennero meno i meccanismi di trasmissione di quei saperi e/o perché il prevalere di altri paradigmi culturali (di matrice religiosa) trascurarono completamente tali discipline e tecniche privilegiando altre forme di sapere.

 

Di seguito un video che riproduce un’animazione, realizzata da Mogi Vicentini (un genio che mostra esattamente come è costruita la macchina di Anticitera, nel sito di Massimo Mogi Vicentini si trovano altre interessanti e bellissime animazioni, prevalentemente di carattere astronomico, utilissime per la didattica: www.mogi-vice.com/