brotzu school

spazio riservato al libero scambio di idee, pensieri e parole

Due papi a confronto

 03/05/2014

 

 

 Dopo lo studio del III Canto dell’Inferno di Dante, dedicato agli ignavi, è sorta spontanea la curiosità nei confronti di due papi Celestino V (1215-1296) e Benedetto XVI(1927), accomunati dalla medesima scelta, l’abdicazione al soglio pontificio.

 

 

 

 

 

 

Un papa che lascia il pontificato è un evento molto raro nella storia della Chiesa, infatti i pontefici che hanno abdicato al soglio pontificio non sono numerosi, nel corso della storia se ne contano nove, tra questi ricordiamo Clemente I (88-97), Celestino V (1215-12969), Gregorio XII (1335-1417) e Benedetto XVI (1927). Mentre Clemente I e Gregorio XII lasciarono il loro titolo perché costretti l’uno dall’imperatore Nerva, l’altro per questioni riguardanti lo Scisma d’Occidente (1378-1417), Celestino V e Benedetto XVI, invece, hanno abdicato per motivi personali.

Pietro Angeleri, futuro Celestino V, nacque in Molise nel 1215, da una famiglia di contadini. Fattosi monaco benedettino, una volta ricevuta la consacrazione sacerdotale a Roma, preferì ritirarsi in un eremo alle pendici del Monte Morrone, sopra Sulmona. Fondò la Congregazione dei Frati Celestini. Venerato per le sue doti di taumaturgo, con le pressioni della famiglia d’Angiò, in particolar modo di Carlo II e suo figlio Carlo Martello, egli fu eletto papa nel luglio 1294 quasi ottantenne. Egli spostò la sede del papato a Napoli per volere dei regnanti e istigato probabilmente anche dal cardinale Benedetto Caetani, futuro Bonifacio VIII, prese la decisione di abdicare. Egli venne ucciso quasi certamente dallo stesso Bonifacio VIII che lo fece arrestare in Puglia, mentre si imbarcava per la Grecia.

Joseph Ratzinger, o Benedetto XVI, nacque in Germania il 16 aprile 1927. Vissuto in ambiente militare, si iscrisse all’Istituto superiore di filosofia e teologia di Frisinga. Successivamente, divenuto sacerdote e vescovo, prese parte al Concilio Vaticano II (1962-1965), dove partecipò prima come teologo e poi come perito. Durante il tempo del Concilio fu considerato, insieme ad altri importanti teologi, come riformatore, anche se le sue idee finirono per contrastare le idee liberali che andavano affermandosi nel periodo.

Ratzinger difese il lavoro del Concilio soprattutto per quanto riguardava il rispetto delle altre religioni, l’ecumenismo e la dichiarazione del diritto alla libertà di religione.

Egli fu eletto cardinale nel 1977 da Paolo VI. Nel 1981, Papa Giovanni Paolo II lo nominò Prefetto per la dottrina della fede, e fu chiamato a presiedere la commissione per la preparazione del catechismo della Chiesa Cattolica.

Alla morte di Woityla fu eletto Papa il 18 aprile 2005 con il nome di Benedetto XVI.

L’11 Febbraio del 2013 egli ha annunciato al mondo il suo ritiro, avvenuto definitivamente il 28 Febbraio, diventando Papa Emerito. Le motivazioni di una salute precaria certamente nascondono le difficoltà all’interno dello Stato Pontificio, come problemi finanziari (vedi la Banca dello IOR), problemi tra cardinali che vogliono assumere sempre più potere, pedofilia dilagante e scandali quali la vendita di documenti personali da parte del suo segretario più fidato.

Celestino V, anche se sollecitato da pressioni interne, maturò con serenità la decisione di rinunciare alla dignità pontificia per ritornare al suo eremo; per Benedetto XVI, essendo molto recente la sua decisione, non si può ancora dire con certezza quali reali ragioni lo abbiano afflitto e portato alla scelta definitiva di rinuncia al soglio pontificio.

Perseguitato e imprigionato da Bonifacio VIII, Celestino V morì solo un anno dopo la sua abdicazione; Ratzinger, chiuso nel suo esilio dorato in Vaticano, resta isolato dal mondo dedicandosi alla lettura e alla scrittura, secondo le informazioni che trapelano dall’ambiente ecclesiastico.

Celestino V fu ingiustamente, com’è stato ampliamente dimostrato, accusato da Dante di "viltade per il gran rifiuto" (semmai il Poeta alluda a lui nell’Inferno), perché già il Petrarca lo difendeva affermando che bisogna considerare "il suo operato come quello di uno spirito altissimo e libero che non conosceva imposizioni, di uno spirito veramente divino". Infatti, in realtà, egli depose la dignità pontificia quando si accorse che era impossibile esercitare il potere senza venir meno ai più semplici principi della morale cristiana.

 Per quanto riguarda la decisione presa da Benedetto XVI, Dante lo collocherebbe come Celestino V, poiché egli ritiene che il Papato, istituito da Cristo, svolga una funzione essenziale e insostituibile, e con quel gesto si offenda Cristo e la sua Chiesa.

I giorni successivi all’abdicazione di Benedetto XVI si è parlato a lungo di questo evento storico, al quale noi giovani abbiamo assistito e che passerà alla storia con la maiuscola, ma a poco a poco è scivolato nel dimenticatoio. Ora i riflettori sono puntati sul nuovo papa, Francesco, che sin dal primo momento non solo ha dato un’immagine positiva di sé ma anche espresso la volontà di rinnovamento della Chiesa.

Alice Cocco 3F

 

Piccolo racconto ispirato alla novella "Tamango"

24/04/2010

Questo racconto narra di una rivolta  di schiavi come ce ne furono tante all’epoca della "tratta dei negrieri". L’ Espérance era una buona nave, un solido vascello negriero francese. Salpato da Nantes da poche settimane, era comandato dal capitano Ledoux. I più superstiziosi avevano notato che l’ Espérance aveva lasciato Nantes un venerdì. La storia inizia con il primo scalo della nave negriera, lungo la cosiddetta Costa degli Schiavi, a Joale, in Africa. E’ proprio a Joale che Tamango, valente guerriero e rinominato commenciante di uomini, ha venduto al capitano Ledoux una trentina di schiavi. L’affare si è concluso tra fiumi di acquavite. Al risveglio, Tamango si accorse di un suo gesto insensato, un gesto da ubriacone: ha venduto a Ledoux una delle sue spose, Ayché, la sua prediletta. Purtroppo, il vascello ha mollato gli ormeggi e si appresta a prendere il largo. Tamango, furibondo, salta su un canotto e raggiunge l’ Espérance. L’occasione sembra fin troppo bella per il capitano Ledoux: Tamango è là, forte, possente e alla sua mercé. Potrà venderlo a caro prezzo. Ledoux lo fa gettare nella stiva. Un mattino, Tamango intravede Ayché sul ponte, radiosa e avvente, al servizio del capitano. Tamango va su tutte le furie. Con animo ferito ma il volto fiero e risoluto come quando era libero, le passa accanto senza degnarla di uno sguardo. Lei invece, smarrita, supplichevole, si getta ai suoi piedi. " Perdonami, Tamango, perdonami!" invoca disperata. Tamango la fissa a lungo, intesamente, poi d’un tratto ordina a bassa voce : " Una lima!". Nessun guardiano lo ha sentito. L’indomani, avvicinandosi a lui, Ayaché gli lancia un biscotto, facendogli un cenno che solo lui può capire. Dentro il biscotto è nascosta una lima. Poco alla volta, Tamango riesce a limare le sue catene e quelle dei compagni. I congiurati, uniti da un solenne giuramento, hanno stabilito il loro piano. I più determinati, Tamango in testa, metteranno mano sulle armi delle guardie. Altri andrano nella cabina del capitano per sottrarre i fucili ... Tamango dà il segnale : è scoccata l’ora della vendetta e della libertà. L’ufficiale di bordo e il secondo - che ha le chiavi dei seppi - sono i primi a morire. Tutti gli schiavi si riversano sul ponte di coperta. Chi non ha armi combatte a colpi di remi. Nel pieno della battaglia, Ledoux, ancora vivo, in piedi, imbrattato del sangue dei negri che ha ucciso, intravede Tamango. Si precipita du di lui brandendo la spada e chiamandolo a gran voce. Tamango impugna un fucile dalla parte della canna e se ne serve come fosse una clava. I due capi si raggiungono su una passerella, quel passaggio stretto che collega il cassero di poppa al castello di prua. La spada sfugge dalla mano tremante del capitano ; Tamango l’afferra al volo e colpisce all’impazzata, infierendo sul nemico già agonizzante. Si rialza ed esulta con un grido di vittoria. Tutti i bianchi vengono fatti a pezzi e gettati in mare. Ma non finisce qui ... I negri però non sono in grado di governare la nave. Con una falsa manovra rompono i due alberi: presi dal panico si buttano in mare con le scialuppe che, troppo cariche, si ribaltano. Alcune settimane  dopo, un vascello inglese incrocia la nave alla deriva, senza più alberi, senza più vele. L’unico sopravvissuto è l’ombra di se stesso, ridotto  pelle e ossa, stremato, moribondo. Siede, assente, ai piedi dell’albero maestro. Non parla, non si muove. E’ Tamango.

 

Racconto tratto dal libro " Schiavi e negrieri".  Rielaborato da : Eleonora Fiorelli

Chi Era...tostene?

17/01/2012

Misura di Eratostene

Eratostene di Cirene (in greco: Έρατοσθένης, Eratosthenes; Cirene, 276 a.C. Alessandria d’Egitto, 194 a.C.) è stato un matematico, astronomo, geografo e poeta greco antico.

Fu uno degli intellettuali più versatili della sua epoca. Terzo bibliotecario della Biblioteca di Alessandria e precettore di Tolomeo IV Filopatore, è oggi ricordato soprattutto per aver misurato per primo con grande precisione le dimensioni della Terra.

Eratostene ebbe l’intuizione di misurare l’angolo che si veniva a formare dall’ombra proiettata da un oggetto (illuminato dal sole) posto ad Alessandria quando, contemporaneamente, a Siene (Assuan) i raggi solari giungevano a terra perpendicolarmente;  attraverso la formula riportata in seguito ottenne la lunghezza di 39,375 km (contro i 40.075 reali) questo fu reso possibile grazie al sistema statale egizio che permise a Eratostene di sapere quale fosse la distanza tra le due città.

L’esperimento realizzato dalla nostra classe, svolto in collaborazione a distanza con gli alunni di una classe dell’  Istituto di Istruzione Superiore ’Iris Versari’ Cesano Maderno (MI) , è stato progettato proprio per cercare di riprodurre lo storico tentativo della misura del raggio terrestre secondo il metodo di Eratostene (angolo d’ombra).  

 

 

 

 

Come realizzare lo strumento:

 

Materiali:

  • 1 base di legno
  • 3 aste di legno
  • uno spiedino di ferro
  • uno spiedino di legno
  • una superficie rettangolare di legno sufficientemente alta
  • viti
  • supporti in metallo a L
  • pennarello
  • matita
  • livella
  • metro

 

 

Fissare su una base di legno le 3 aste con le viti e i supporti a L, fissare poi gli spiedini di legno; porre lo strumento in una zona pianeggiante e sistemare davanti ad esso la superficie rettangolare in legno dove raccogliere le ombra proiettatte dalle aste.

Svolgimento:

Dopo aver posto correttamente lo strumento, effettuare le misurazioni ad intervalli di 5 minuti l’una dall’altra, segnare con la matita o con un pennarello il bordo della zona di ombra proiettata sulla superficie rettangolare;  misurare quindi con il metro la lunghezza della dell’ombra sul tavolo. Una volta compiute tutte le misure, scegliere tra le ombre proiettate quella più sottile e netta (per noi è risultata quella più corta)  e calcolare l’angolo alfa che si trova tra la proiezione dell’ombra e la direzione dei raggi solari. 

 

   

 

 

 

Svolgendo in contemporanea le stesse misure in un’altra città situata lungo lo stesso meridiano, si può fare la differenza tra gli angoli ottenuti e calcolare il raggio terrestre attraverso la formula seguente:

 

 

 

 

  • D:  distanza tra le due città
  • l:    lunghezza dell’ombra
  • h:   altezza dell’asta

N.B. Si può sostituire il calcolo dell’arcotangente con la differenza tra gli angoli trovati nelle due città.   

 

La nostra esperienza: 

Abbiamo trovato un angolo medio di 21,15° alle 13:19 (zenit Quartu) mentre a Cesano Maderno alle ore 13:20 i nostri compagni a distanza hanno trovato un angolo medio di 27,60°.

Sapendo che in linea d’aria la distanza Quartu- Cesano Maderno è di 706,79 km e dopo aver applicato la formula seguente:

706,79 x 360°/(27,60°-21,15) x 6,28.

abbiamo ottenuto un raggio terrestre di 6281 km.

 

In conclusione siamo giunti ad un valore molto vicino a quello reale (abbiamo commesso un errore di soli 97 km): infatti, la misura più precisa che sia stata fatta è di 6378 km.

 

 

 

Misure e dati

 

Xuan De Mattia e Maurizio Murru 4^E

2 occhi vedono meglio di 1

03/06/2011

L’esperimento di Young

Cenni storici:

 

Thomas Young proveniva da una famiglia quacchera del Somerset (Inghilterra), dove nacque nel 1773, primogenito di 10 fratelli. A quattordici anni gli venne impartita un’istruzione prettamente classica, con nozioni anche di francese, italiano, ebraico e arabo. Nel 1792 iniziò gli studi di medicina a Londra. Nel 1794, si trasferì ad Edimburgo, e un anno dopo andò a Göttingen, dove si laureò in fisica nel 1796. Nel 1797 Young ereditò i beni di Richard Brocklesby, un suo prozio, conseguendo così l’indipendenza economica. Nel 1799 iniziò a lavorare come medico nello studio al n. 48 di Welbeck Street a Londra (oggi contrassegnato da una targa). Nel periodo in cui esercitò la professione di medico,Young pubblicò molti dei suoi saggi in modo anonimo per evitare di mettere a repentaglio la propria reputazione.Nel 1801 venne nominato docente di filosofia naturale presso la Royal Institution, dove tenne 91 lezioni. In questo stesso anno concepì un esperimento che provava la natura ondulatoria della luce. Nel 1803 rassegnò le dimissioni da professore ritenendo che i relativi obblighi potessero interferire con la sua professione di medico. Le lezioni tenute presso la Royal Insitution vennero pubblcate nel 1807 con il titolo di Course of Lectures on Natural Philosophy. Nel 1811 Young iniziò ad esercitare come medico presso il St. George’s Hospital e tre anni dopo partecipò ai lavori di una commissione incaricata di studiare i pericoli derivanti dall’uso generalizzato del gas per illuminazione a Londra. Nel 1816 fu segretario di una commissione incaricata di accertare l’unità di lunghezza basata sulla regolare oscillazione di un pendolo, nel 1818 divenne segretario del Consiglio preposto alla soluzione del problema della longitudine e fu anche Sovrintendente presso il Reale Annuario Nautico. Pochi anni prima della sua morte, Young si interessò della problematica collegata all’assicurazione sulla vita. Nel 1827 divenne, infine, uno degli otto membri stranieri dell’Accademia delle scienze francese. Thomas Young morì a Londra il 10 maggio.

L’esperimento di Young

A differenza di quanto affermato dallo scienziato britannico Isaac Newton, all’inizio dell’Ottocento prese piede nella comunità scientifica l’idea che la luce non fosse di natura corpuscolare, bensì di natura ondulatoria. Per questa ragione nel 1801 Young concepì un esperimento, basato su due sorgenti luminose e due fenditure, in maniera da provare inequivocabilmente la natura ondulatoria della luce. L’idea fondamentale è che due fenditure, colpite da un’onda piana proveniente da una sorgente puntiforme,si comportino come due come sorgenti di luce indipendenti generando due onde circolari in fase. Accade che si generi, su uno schermo a distanza, una figura di interferenza formata da bande alternativamente scure e luminose.

 

Figura 1

 La realizzazione dell’apparato di Young

Prendendo spunto da quanto detto di sopra, ho cercato di realizzare un apparato simile a quello realizzato da Young.

 

Materiali utilizzati:

- Un supporto in truciolato 56x2x23 cm

- Due chiodi

- Sei dorsetti di plastica lunghi 30 cm

- Tre cartoncini neri opachi 50x35 cm

 

Gli strumenti adoperati:

- Una torcia elettrica da 75W / 2.000.000 cd

- Una taglierina da balsa

- Una macchina fotografica

 

Procedimento:

- Ho fissato i due chiodi sul supporto in truciolato a una distanza di 50,5 cm. (La distanza è stata volontariamente aumentata, cosicché il foglio che verrà in seguito posizionato rimanga teso.)

- Con la taglierina ho realizzato su ciascun foglio una coppia di fessure identiche. Queste differiscono da foglio a foglio per altezza, larghezza e distanza.

- Ho assicurato due dorsetti ai lati opposti di ciascun foglio.

- E’ necessario ricreare un ambiente il più possibile buio.

- Si posizionano i dorsetti sui chiodi del supporto, in modo che il foglio a cui sono stati assicurati e su cui sono state ritagliate le fessure rimanga teso.

- Utilizzando la torcia elettrica si proietta un fascio di luce sulle fessure.

- Si esegue lo stesso procedimento con gli altri due fogli.

 

Osservazioni:

- In primo luogo si osserva che lo schermo non è illuminato in maniera uniforme.

- Si denotano delle frange d’interferenza: una striscia centrale brillante e ai suoi lati altre strisce scure e brillanti alternate.

- A seconda del foglio utilizzato varia la distanza tra la fascia luminosa centrale e la prima fascia luminosa laterale.

 

  • Fig. 2  Strumentazione
  • Fig. 3  Fessura 3mm x 5cm Distanza 2mm                                                
  • Fig. 4  Fessura 5mm x 4.5cm Distanza 1cm
  • Fig. 5  Fessura 5mm x 4.5cm Distanza 5mm
 

   

 

Dimostrazione: Proponiamoci di misurare la lunghezza d’onda ldel fascio di luce. Per fare questo consideriamo la distanza l fra la frangia centrale e la prima frangia successiva, la distanza h fra le fessure e la distanza L fra le fessure e lo schermo. Troveremo allora l in funzione di lhL, che si misurano direttamente dall’esperimento, per cui sarà immediato ricavare matematicamente di conseguenza l.

Fig. 6

 

Nel punto P , sede della frangia centrale, si ha l’interferenza costruttiva perché F1P=F2P  e quindi i due raggi giungono in fase.

Nel punto P1 , sede della prima frangia, si ha ancora l’interferenza costruttiva perché i due cammini F1P1 e F2Phanno per differenza una intera lunghezza d’onda e quindi giungono in fase.

Abbiamo anche costruito il segmento F1Q in modo che sia F1P1=QP1 , cioè che il triangolo F1P1Q sia isoscele. In questo modo, la differenza dei cammini che la luce compie fra le fessure e lo schermo, quando costituisce la prima frangia, vale F2Q .

La misura della lunghezza d’onda si riduce quindi alla misura del segmento F2Q, ovvero ad un semplice problema di geometria.

Le dimensioni in gioco sono tali per cui l ed h ed sono molto minori di L.

Nel nostro caso abbiamo : = 2 mm      l = 0.3 mm      L= 1 m .

Poiché è molto grande rispetto alle altre dimensioni dell’esperimento, le rette F1P1 e F2P1 sono praticamente parallele e gli angoli P1F1Q e P1QF1 sono praticamente retti. Di conseguenza, anche l’angolo F1QF2 è praticamente retto.

Fig. 7

 

 

 

 

 

 

Notiamo che l’angolo  P1PO è anch’esso retto.

Consideriamo ora gli angoli F1F2Q e F2P1P . Essi sono uguali perché angoli alterni interni delle rette F1F2  eP1P parallele e tagliate dalla retta F2P1.

Fig. 8

 

Possiamo infine anche affermare che gli angoli F2P1P e OP1P sono praticamente uguali.

Abbiamo allora che i triangoli  F1F2Q e OP1sono simili (hanno la "stessa forma") perché anno gli angoli corrispondenti uguali (ricordiamo che la somma degli angoli interni di un triangolo è un angolo piatto).

 

Se due triangoli sono simili essi hanno i lati in proporzione. Per esempio :

Fig. 9

 

 

 

Nicola Fadda  IV E




Non chiamatelo volontariato

"Quello che noi facciamo è solo una goccia nell’oceano,

ma se non lo facessimo l’oceano avrebbe una goccia in meno"

Madre Teresa di Calcutta

 

 

vo|lon|ta|rià|to   s.m.

 

1) il prestare servizio militare come volontario | estens., l’insieme del personale volontario;

2a) attività volontaria prestata in modo gratuito o semigratuito, per acquisire la pratica in una professione o in un lavoro, spec. nell’ambito universitario od ospedaliero;

2b) attività volontaria e gratuita a servizio di categorie di persone che presentano gravi necessità: fare v. nella Croce Rossa | estens., l’insieme delle persone impiegate in tale attività;

da http://www.demauroparavia.it

 

Il termine volontariato ha diverse accezioni, ma nell’immaginario collettivo il significato e il significante più permeato nella nostra cultura civica è senz’altro l’ultimo: il volontariato come attività libera e gratuita, spinta dalla solidarietà e dalla giustizia sociale, atta a tutelare le persone in difficoltà o in pericolo di vita. Il volontariato è un’organizzazione nata nel settore terziario caratterizzata dal non profit, ovvero senza fini di lucro o individuali, organizzata da individui che spontaneamente decidono di investire il proprio tempo in favore di chi ne ha bisogno. L’impegno non è vincolante e può essere prestato nella quantità e qualità che si ritiene opportuno, sia esso una semplice prestazione episodica o costante all’interno di un’organizzazione strutturata e autosufficiente. A livello giuridico è regolato in Italia dalla legge 266 dell’agosto 1991, definito dagli articoli 2-3 come “ogni organismo liberamente costituito” chiamato volontariato perché “deve intendersi come prestata in modo personale, spontaneo e gratuito, tramite l’organizzazione di cui il volontario fa parte, senza fini di lucro anche indiretto ed esclusivamente per fini di solidarietà”. Inoltre, la legge 266 è l’unica in Europa a istituire strutture finanziate dallo Stato (i Centri di Servizi per il Volontariato, CSV), capaci di formare nuovi volontari e di offrire consulenza alle varie organizzazioni. Non solo, la legge 266 ha istituito un garante, rappresentato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, con il compito di monitorare le varie attività incoraggiandone la diffusione. Il volontariato, inteso come spontanea e insita volontà dell’uomo di far del bene alla società, ha radici antichissime. Già nel 200 d. C. si assiste alla formazione di concetto di solidarietà con il buddhismo, incline alla comprensione delle problematiche della collettività. E’ tuttavia con il cristianesimo che nasce e si diffonde il concetto di persona, inteso come individuo da difendere nella sua dignità umana perché portatore di quelle qualità intrinseche proprie dell’uomo. I valori etici, alla base del volontariato, prendono forma con le parole delle Sacre Scritture e corpo grazie all’azione degli ordini sacerdotali, propensi ad aiutare il prossimo. Ad oggi il volontariato vanta in Italia un bilancio molto positivo. Secondo i dati raccolti dall’Osservatorio nazionale, è in costante crescita la capacità operativa nonché le organizzazioni del settore, che sembrano prediligere la collaborazione con soggetti privati e pubblici. Inoltre sembra che il campo ecclesiale, da sempre colonna portante del volontariato, stia lasciando spazio ad associazioni di matrice laica, a testimonianza della partecipazione civica dei cittadini. Riguardo lo sviluppo logistico-produttivo, crescono le organizzazioni composte da associati e professionisti, a scapito di quelle sorrette da semplici volontari. Esistono vari modi di prestare la propria disponibilità in favore di quel sentimento definito da Kant “l’unico infinitamente buono al mondo”, la volontà buona. Infatti ciascuno di noi può prestare il proprio contributo plasmandolo secondo i propri impegni ed esigenze, e non necessariamente fare buone azioni coincide con una donazione monetaria, com’è tutt’oggi quasi un luogo comune. Le aree di servizio nelle quali poter collaborare sono vastissime. Dai campi di lavoro nel terzo mondo all’assistenza ad anziani, bambini e disabili presso centri e strutture appositamente organizzate; inoltre una valida nonché utile alternativa è rappresentata dal commercio equo solidale, attraverso cui è possibile fare beneficenza comprando gadget promossi dalle organizzazioni. Altro tipo di associazionismo volontario, meno sviluppato ma in espansione, consiste nella donazione di sangue, midollo osseo e organi. Il volontariato non vive dell’aiuto di tutti, perché fa leva – purtroppo - solo su una piccola parte della società. Vi sono tre tipi di cittadino: il qualunquista, l’intimidito e il sensibile. Ne è escluso il primo, reso insensibile da quell’anestesia chiamata indifferenza. Ne fa parte il solidale intimidito, spesso inibito dalla paura di ciò che implica la donazione, come una semplice puntura. Se però le varie associazioni esistono – in particolar modo le organizzazioni che si occupano della donazione di sangue o organi - è grazie al cittadino attento ai disagi sociali, disposto a impegnarsi per una giusta causa. I dati statistici dimostrano come il campo del volontariato sociale, inteso come partecipazione attiva in aiuto dei bisognosi, sia più sviluppata del volontariato cosiddetto scientifico, che si occupa di donazioni di organi o sangue. La maggioranza delle persone è infatti più propensa a offrire il suo tempo o denaro ma non, per così dire, il suo sangue. Questo perché frenato da tanti pregiudizi, leggende metropolitane e soprattutto dalla paura di privarsi di qualcosa di così “nostro”. Vi è il timore comune di poter danneggiare il proprio organismo e la propria efficienza fisica. In realtà ciò che rende speciale e sicuro il volontariato è la certezza che nulla di ciò che si elargisce, qualsivoglia esso sia, danneggia se stessi in modo irreparabile. Certo, alla stregua di venti euro, donare il sangue o il midollo osseo comporta piccoli sacrifici: così come il denaro offerto toglie spazio a qualche caffè, donare il sangue comporta sentirsi fisicamente spossati e impossibilitati dal fare attività fisica per l’arco della giornata. Lungi dal voler considerare la donazione di organi o sangue superiore alle altre tipologie di volontariato – poiché ciascuna di esse è meritevole e dignitosa in egual misura – credo che abbia una marcia in più rispetto alle altre, perché la donazione coinvolge la persona nell’intimo: è la necessità egoistica di rendersi utile per gli altri, il bisogno trascendente di poter immaginare il nostro sangue pompato da un cuore diverso dal nostro, il desiderio di regalare la speranza di vita a chi è ormai conscio di perderla. Donare è la più importante azione di solidarietà che non conosce confini nazionali, bandiere, limiti di spazio e tempo. E’ un gesto che migliora la nostra vita e quella degli altri: la nostra, perché soltanto sacrificando una parte di noi ne apprezziamo realmente il valore, e quella di chi ne ha bisogno, perché ci si aggrappa alla vita quando essa sembra sfuggirci. Qual è il reale freno a questa splendida etica? L’altra faccia della generosità, il bisogno interiore dell’uomo di far del bene agli altri per stare bene con se stesso, a condizione di non sacrificarsi in modo indelebile. Per tale motivo, si è più inclini a offrire ciò che si possiede in eccedenza, come il sangue o il denaro. Si è invece restii a perdere ciò che si ha nella giusta quantità e che in nessun modo – se non affetti da gravi malattie – si potrà recuperare, come un organo. La coscienza che non sia un semplice donare, ma un donarsi. Tuttavia, la donazione arricchisce la nostra quotidianità, regalandoci quella particolare sfumatura che ci fa godere e sorridere dei gesti di tutti i giorni. Ci gratifica moralmente, ci rende più disposti alla vita e agli altri, ci ricorda di non dimenticare che c’è chi sta peggio di noi. Tutto questo in cambio di una piccola donazione. Non saranno soldi, ma è patrimonio inestimabile dei valori della cultura civica dell’uomo. ...Avete ancora il coraggio di chiamarlo volontariato?

Paola Priola

 

Anita Garibaldi

23/04/2011

 

Maria de Jesus Ribeiro da Silva, meglio nota come Anita Garibaldi, nacque il 30 agosto 1821 a Morrinhas nell’estremo sud del Brasile. La bambina fu battezzata Ana (Anna) e chiamata in famiglia Aninha, che è il diminutivo di Ana in lingua portoghese. Certamente Anita dimostrò di possedere un fascino ed un carattere davvero eccezionali per la sua epoca. Il rivolo di sangue indio che scorreva nelle vene della fanciulla mostrò subito quale fosse la sua tempra, lo spirito selvaggio, l’agilità e il coraggio di cui era capace. Dapprima seppe tener testa a Manuel Duarte Aguilar, un calzolaio ubriacone e per giunta monarchico che la madre vedova in difficoltà economiche le aveva scelto per marito e, successivamente, affrontò con indomito coraggio le incredibili avventure e le durissime privazioni subite nella lotta contro le truppe imperiali accanto a Garibaldi.

 

Il generale della marina repubblicana Giuseppe Garibaldi, giunto, ormai trentaduenne, a bordo di piccole navi trasportate via terra per attaccare di sorpresa la flotta imperiale ne fu davvero colpito fin dal primo istante. Giuseppe, che condivideva appieno i suoi ideali repubblicani, apprezzò le sue idee, il suo carattere forte e, proprio nei giorni intorno al 29 luglio 1839, quando venne proclamata la Repubblica Juliana iniziò a frequentarla. Anita contro il parere del generale divenne comandante del gruppo logistico dei rifornimenti e dell’infermeria; ella diventò così per Garibaldi compagna di vita nonché compagna di tutte le sue battaglie. Anita porterà avanti la decisione di combattere sempre con gli uomini e come gli uomini, sostenendo il fuoco avversario e pare che sia stata spesso assegnata alla difesa delle munizioni, sia negli attacchi navali sia nelle battaglie terrestri. Dotata di un carattere impetuoso, indomabile e quasi selvaggio non esitò un attimo a seguire il bell’Italiano, quell’audace marinaio trentaduenne che capitanava alcune piccole navi adibite alla guerra corsara contro la flotta imperiale brasiliana, nella rivoluzione della Repubblica Riograndense: Anita si trasferì appena diciottenne a bordo della nave. All’inizio del 1840 nella battaglia di Curitibanos, Anita cadde prigioniera delle truppe imperiali brasiliane. Ma il comandante, colpito dal temperamento indomito della giovane, le concesse di cercare il cadavere del marito sul campo di battaglia. Anita, approfittando della distrazione delle guardie fuggì, riuscendo a ricongiungersi con Garibaldi.

 

Il monumento celebrativo di Anita Garibaldi, realizzato da Mario Rutelli ed inaugurato nel 1932 al Gianicolo, custodisce le ceneri di Ana Maria de Jesus Ribeiro da Silva

 

 

 

 

 

 

Il 16 settembre 1840 nacque il primo figlio al quale significativamente diedero il nome di Menotti, in onore di Ciro Menotti, un patriota italiano martire del Risorgimento. Dodici giorni dopo il parto, Anita sfuggì a una nuova cattura restando nascosta nel bosco finché Garibaldi e i suoi la ritrovarono. Nel 1841 divenuta ormai insostenibile la situazione militare della rivoluzione brasiliana, Garibaldi e Anita presero congedo da quella guerra e si trasferirono a Montevideo, in Uruguay, dove rimarranno sette anni fino al giorno in cui nel 1842 si congiunsero in matrimonio nella parrocchia di San Bernardino. Nel 1848, alla notizia delle prime rivoluzioni europee, Anita si imbarcò per Nizza coi figli, ormai in numero di tre; lì trovò ospitalità presso Rosa, madre di Garibaldi il quale la raggiunse con un altro bastimento solo qualche mese più tardi. Il generale era assente dall’Italia da una dozzina d’anni: il 21 giugno 1848 quando arrivò a Nizza ebbe una calorosa accoglienza. Il 2 luglio 1849, dopo aver inutilmente difeso la Repubblica romana, abbandonò Roma con Anita, sofferente e in avanzato stato di gravidanza. Nelle valli di Comacchio si consumò la tragedia.

 

La donna perse conoscenza. Pur braccati dai nemici, Garibaldi e i suoi la caricarono su una piccola barca; accorse di lì a poco un medico, il quale però poté solo constatare che Anita era spirata. Era il 4 agosto 1849. Anita aveva ventisette anni. La sua avventura umana, storica e sentimentale accanto a Giuseppe Garibaldi era durata appena undici anni. Il cammino della sua vita all’interno della società ottocentesca, che affidava alla donna ruoli limitati di moglie e madre, fu per quanto breve davvero intenso: ella riuscì a muoversi quel contesto dedicando tutta la sua esistenza a combattere, non per motivi qualsiasi bensì in nome della libertà e dell’indipendenza dei popoli. Proprio per questa determinazione ancora oggi questa grande figura di donna continua a esercitare un forte e indiscutibile fascino: Anita rimane senza dubbio la grande protagonista del Risorgimento.

 

 

Valentina Loi  

 

Antonietta De Pace

10/04/2011

nacque a Gallipoli, il 2 febbraio 1818, da una famiglia benestante. Il padre, Gregorio De Pace fu banchiere e sindaco della città e la madre, donna Luisa Rocci Girasoli, un’aristocratica d’origine spagnola. Ultima di quattro sorelle (Chiara, Carlotta e Rosa) ad otto anni Antonietta rimase orfana del padre (probabilmente avvelenato dal suo segretario particolare, che voleva impossessarsi del suo patrimonio). La madre fu confinata nella villa di Camerelle, mentre Antonietta, insieme alle sorelle, fu rinchiusa nel monastero delle clarisse di Gallipoli. Fu introdotta giovanissima nell’ambiente insurrezionale della Giovane Italia dal cognato, e divenne sua valida collaboratrice e depositaria di ogni segreto. Prese attivamente parte alla preparazione, in Terra d’Otranto, dei moti del 1848. Dopo la fine prematura del cognato, Antonietta lasciò Gallipoli per andare a vivere a Napoli con la sorella Rosa e i nipoti.

Antonietta fu però sollecita a riprendere l’azione del cognato.La sua prima preoccupazione fu quella di riannodare tutte le relazioni che lui aveva intrattenuto sia con i patrioti che erano ancora in libertà, sia con quelli prigionieri o in esilio. Collaborò con il comitato napoletano della Giovine Italia, presieduto dall’avvocato tarantino Nicola Mignogna e nel 1849 fondò un Circolo femminile, composto prevalentemente da donne di estrazione nobile o alto borghese, i cui parenti si trovavano nelle carceri borboniche. Antonietta seguì con attenzione anche la famosa causa "dei Quarantadue"; il compito delle donne era quello di far da tramite tra i detenuti politici e i loro parenti, di far pervenire nelle carceri viveri e altri mezzi di sussistenza, lettere e informazioni politiche.

Antonietta si recava personalmente al carcere di Procida. Dichiarandosi parente del detenuto Schiavone e fingendo un prossimo matrimonio con un altro recluso, ottenne il permesso di occuparsi della loro biancheria, riuscendo in tal modo a ricevere dai patrioti in carcere importanti comunicazioni che giungevano a Lugano e poi a Londra dove risiedeva Mazzini.

Oltre a dirigere il Circolo femminile, e il successivo Comitato politico femminile, attivo negli anni 1849-1855, Antonietta collaborò ad associazioni patriottiche meridionali quali l’Unità d’Italia (1848), la Setta carbonico - militare (1851), il Comitato segreto napoletano (1855), guidato da Mignogna, che propugnavano l’unificazione dei numerosi movimenti politici del Meridione sotto l’egida repubblicana. Nel 1854, per avere maggiore libertà di contatto con gli agenti della Giovine Italia, ottenne dalla superiora del convento il permesso di recarsi a casa di Caterina Valentino (sorella del suo defunto cognato), che sosteneva le sue iniziative. Lì fu arrestata il 26 agosto del 1854 e fu condotta al commissariato di polizia di Piazza Mercato. Al momento dell’arresto Antonietta "tolse dal petto due proclami di Mazzini, ne fece una pillola, poiché Mazzini usava la carta velina, e in faccia a loro li inghiottì"(B.Marciano), dicendo ai poliziotti che si trattava di un medicinale. Fu tenuta chiusa in una stanzetta, per circa quindici giorni, senza potersi mai né distendere su un letto, né lavare, subendo interrogatori nel cuore della notte. Antonietta fu sempre particolarmente abile nel sostenere gli interrogatori, tanto che non ne emersero prove vere e proprie delle sue attività cospirative.

Condotta nel carcere di S. Maria ad Agnone, retto dalle Suore di carità, fu reclusa per diciotto mesi. Nonostante la requisitoria chiedesse per lei la pena capitale, l’intrepida donna riuscì a ottenere la libertà. Il processo fece molto scalpore, perché l’imputato era una donna e, per giunta, appartenente all’alta borghesia. Secondo la prassi giudiziaria dell’epoca Antonietta, libera, fu posta per un certo numero di anni sotto la tutela di un parente. Presso di lui a Napoli, Antonietta visse fino al 1859, strettamente sorvegliata dalla polizia. Ma non abbandonò la sua attività di cospiratrice: fondò a Napoli un Comitato politico mazziniano. Nell’ottobre del 1858 Antonietta incontrò Beniamino Marciano, un giovane prete liberale di Striano; tra i due nacque subito un intenso rapporto, sul piano sentimentale e politico; ma si sposarono solo nel 1876, quando Antonietta aveva già 58 anni. Beniamino divenne il segretario del comitato femminile; poi, insieme, si adoperarono per favorire l’impresa garibaldina.

Il 7 settembre Garibaldi entrava trionfalmente a Napoli con i ventotto ufficiali e due donne, Emma Ferretti e Antonietta De Pace, vestita con i colori della bandiera italiana. A Beniamino Marciano fu affidato il comando ad interim della provincia di Salerno. Garibaldi affidò ad Antonietta la guida dell’ospedale del Gesù a Napoli. Garibaldi le assegnò, inoltre, una pensione di "venticinque ducati al mese pei danni e per le sofferenze patite per la causa della libertà" (B. Marciano). Negli anni successivi si batté per l’annessione di Roma al nuovo Stato, fondando a Napoli un Comitato di donne per Roma capitale. Per la sua attività a favore dell’annessione di Roma, Antonietta fu arrestata dalla polizia pontificia, ma fu rilasciata per le proteste del governo sabaudo e grazie alla sua abilità nel distruggere le carte compromettenti che portava con sé.

Dopo un periodo di depressione, dovuto alle alterne vicende politiche, e alla morte del nipote Francesco Valentino, Antonietta riprese la sua abituale vitalità, quando, il 20 settembre 1870, i soldati italiani entrarono a Roma.

La malattia di Beniamino e gravi problemi familiari provocarono un nuovo esaurimento nervoso ad Antonietta, che per distrarsi iniziò a viaggiare. Visitò col marito Roma, Firenze, Torino e Milano e tornò a Gallipoli, dopo trentaquattro anni di assenza. Si stabilì per un lungo periodo a Castellammare di Stabia, dove Beniamino Marciano dirigeva l’"Ateneo"; poi si recò a Striano, paese natio del Marciano. Dopo essersi rifugiati in Puglia per sfuggire all’epidemia di colera del 1884, i due tornarono a stabilirsi a Napoli dove Antonietta si dedicò all’educazione dei fanciulli, che esortava dicendo: "noi abbiamo fatto l’Italia, voi dovete conservarla, lavorando a farla prospera e grande".

Racconta il marito che il 3 aprile 1893 Antonietta, costretta da tempo a letto da una forte bronchite, chiese di bere dello champagne, che fu reperito con difficoltà, perché era lunedì in albis; "trovato il vino ella mi disse volerlo bere nel bicchiere a calice e subito la contentai: ne bevve avidamente un primo e dopo un secondo bicchiere…Ma in quello stato in cui ella era il vino la eccitò soverchiamente e si dette a discorrere" (B. Marciano). Poi lui le chiese: " Antonietta, mi ami?". Lei sorrise e a stento si udì la risposta: "e me lo chiedi?" (F:Marcano). Furono le sue ultime parole: Antonietta morì la mattina del giorno successivo, a 76 anni. Ai suoi funerali parteciparono numerosi rappresentanti delle istituzioni. Il comune di Gallipoli chiese al Marciano il ritratto ad olio di Antonietta, dipinto dal Sogliano. Lo stesso municipio intitolò alla patriota una via cittadina.

Nel 1959 le venne intitolato l’Istituto Professionale Femminile di Lecce. Silvio Spaventa le aveva detto, un giorno: "Signorina nei vostri costituti siete stata un uomo. Così molti uomini nei loro non si fossero dimostrati donne!" (B. Marciano).

Francesca Meloni 

 

Giuseppe Verdi

09/04/2011

1. Vita e opere

 

 

Giuseppe Verdi è stato uno dei più celebri compositori italiani, nato nel 1813 a Roncole e morto nel 1901 a Milano. I suoi melodrammi sono stati talmente celebri da far parte del repertorio operistico mondiale. Verdi si è dimostrato sempre interessato ad apprendere la musica, nonostante le origini piuttosto umili; il parroco della chiesa di Roncole lo prese con sé per insegnargli le basi della tecnica musicale e la pratica dell’organo; ma la svolta significativa avvenne quando un mercante amante della musica, Antonio Barezzi, credette nelle potenzialità del giovane Verdi e decise di aiutarlo al fine di permettergli di continuare gli studi intrapresi.

La formazione musicale “personale” vera e propria di questo grande compositore italiano avvenne nella grande biblioteca della Scuola dei Gesuiti (ancor oggi esistente), all’interno della quale ebbe anche occasione di seguire lezioni di armonia e composizione con insegnanti di alto livello. Nel 1828, quando l’artista aveva solo 15 anni, un suo pezzo fu inserito nell’apertura de Il Barbiere di Siviglia di Rossini; Nel 1836 si sposò con Margherita Barezzi, figlia di quello che oggi potremmo chiamare il suo “produttore”, con la quale ebbe due figli e si trasferì a Milano; nel 1839 fu eseguita per la prima volta alla Scala una sua opera – costatagli 4 anni di lavoro – che vantò quattordici repliche (Oberto, Conte di San Bonifacio). Il modesto successo permise ai produttori di affidare all’artista emergente il compito di musicare un’altra opera, destinata a debuttare nello stesso celebre teatro di Milano, Un Giorno di Regno (Il finto Stanislao): l’esito di tale rappresentazione fu a dir poco disastroso, e il motivo è rintracciabile all’interno della sfera strettamente personale dell’artista, che tra il ’38 e il ’40 perse sia i figli sia la moglie.

 

 

Giuseppe Verdi fu convinto a non abbandonare le scene e accettò di musicare il Nabucco (su libretto di Temistocle Solera), andata in scena nel 1842 e replicata ben sessantaquattro volte solo nel primo anno. L’opera parla della condizione di schiavitù degli ebrei sotto il dominio del re babilonese Nabucodonosor (Nabucco). Nonostante l’immaturità artistica, la rappresentazione piacque molto perché rispecchiava i gusti degli italiani dell’epoca; inoltre il celebre “Va’ pensiero” divenne in qualche modo l’inno contro l’occupazione dell’Austria. Le altre opere di Verdi che ebbero un analogo successo furono il Rigoletto (1851), Il Trovatore (1853) e La Traviata (1853): insieme queste formano al cosiddetta Trilogia Popolare. Per quanto riguarda gli ultimi anni di produzione operistica, citiamo il “remake” del celebre Otello; inoltre è interessante notare che solo nel 1893 Verdi decise di cimentarsi nuovamente nel teatro comico – dopo l’orribile esperienza del ’40 – stavolta con successo: Falstaff.

Troviamo lo stampo verdiano anche al di fuori dell’ambito operistico: l’artista parmense ricevette una formazione di maestro di cappella e scrisse molta musica sacra (tra cui un Pater Noster, i Quattro Pezzi Sacri, e tanti altri) e strumentale (tra cui l’Inno delle Nazioni e vari Requiem).

 

2. Pensiero politico

Sempre considerato come una persona pacata, Verdi si vantava sia di una formazione contadina (orgogliosamente ostentata) che di una certa cultura. Un uomo orgoglioso delle proprie origini eppure fine osservatore della realtà. Tale immagine del compositore italiano si univa all’audace vita politica, a cui Verdi partecipava attivamente ricoprendo talvolta ruoli importanti; fu senz’altro un patriota convinto per la maggior parte della sua vita, anche se nei suoi ultimi anni esternò la sua profonda delusione nei riguardi dell’Italia Unita, progetto gestito da persone che evidentemente non erano all’altezza delle sue aspettative. Fu sostenitore di innumerevoli moti risorgimentali (talvolta indirettamente se si considera il famosissimo "Viva VERDI" – acronimo di Viva Vittorio Emanuele Re d’Italia), membro del primo parlamento del Regno d’Italia, senatore a vita dal 1874 e anche consigliere provinciale di Piacenza. Oggigiorno Giuseppe Verdi rappresenta ancora uno dei massimi rappresentanti di quel sentimento nazionale che guidò l’Italia contro l’oppressione straniera e, in particolare, austriaca.

 

3. Morte

Giuseppe Verdi morì a Milano al Grand Hotel et De Milan dove era solito trascorrere l’inverno il 27 gennaio 1901, a 87 anni compiuti, dopo sei giorni di agonia. Egli espresse il desiderio di un funerale umile (come la sua vita), senza né musica né cerimonie particolari; le sue volontà furono rispettate ma più di centomila persone presero parte al corteo funebre. Nei giorni della sua malattia via Manzoni e le strade circostanti furono cosparse di paglia per non permettere agli zoccoli dei cavalli o alle ruote dei carri di fare un rumore che potesse disturbare il riposo dell’ormai grandissimo e celeberrimo compositore italiano. Oggi è annoverato nell’Olimpo dei più grandi compositori di ogni epoca.

 

Davide Serra 

 


Per maggiori informazioni puoi visitare il sito ufficiale -  consultare l’elenco completo delle sue opere - oppure entrare nel sito web del Museo Nazionale 

Jessie White Mario

20/03/2011

GIOVANE GIORNALISTA INGLESE,

A FIANCO DI GARIBALDI E MAZZINI

NELLE LOTTE PER IL CONSEGUIMENTO

DELL’UNITÀ D’ITALIA  

 

 

 

Jessie era nata il 9 maggio del 1832 in un piccolo villaggio nei pressi di Portsmouth, da Thomas, la cui famiglia possedeva da generazioni un cantiere navale e Jane. La madre di Jessie morì e Thomas decise di risposarsi. L’infanzia della piccola fu sconvolta dalla prematura scomparsa della madre e dall’ossessivo fanatismo religioso del padre. Le condizioni psichiche della moglie ne risentirono, mentre la piccola Jessie si ribellava apertamente, dichiarando il suo agnosticismo. Nonostante ciò, Jessie ricordò sempre con gioia la sua infanzia. Dopo la scuola del paese, la giovanissima studia alla Buckingham House di Portsmouth prima, alla Scuola di Teoria Sociale di Birmingham poi. Questa scuola, aperta a ogni classe e sesso, pubblicava una rivista di chiaro stampo femminista, l’Eliza Cook’s Journal, per il quale la giovane Jessie cominciò a scrivere i suoi primi combattivi articoli.

Nel Settembre 1854 accetta la proposta di accompagnare in Sardegna la nobildonna Emma Roberts, per incontrare l’affascinante Giuseppe Garibaldi. Parteggiando per i rivoluzionari e odiando la repressiva politica papale, Jessie, con quel viaggio, sperava di poter attuare ciò che i suoi professori e i liberali incontrati a Parigi si limitavano a pensare circa gli eventi che animavano la penisola. Dopo pochi mesi Jessie si recò a Londra, dove venne a contatto con patrioti mazziniani e nel ’56 con lo stesso Mazzini, subito attirato dalla sua caparbietà. Garibaldi aveva dichiarato a Jessie di essere contrario alle idee visionarie di Mazzini, per il quale le monarchie erano oppressive e antiliberali per definizione. Garibaldi era invece convinto che la politica diplomatica di Vittorio Emanuele II e del primo ministro Cavour fosse l’unica possibile.

 

Alla fine del 1856 i patrioti Pilo e Fabrizi promossero la sollevazione del popolo siciliano. Mazzini e Jessie, che lo aveva seguito in Italia, cercarono invano di convincere Garibaldi a prender parte ai moti. Nel Giugno 1857 Jessie giunse a Genova, dove tutto era pronto per mettere in azione l’apparentemente perfetto piano di Mazzini: Pisacane avrebbe dovuto dirottare una nave piemontese in rotta per Tunisi per liberare molti prigionieri politici tenuti lì, porsi alla loro testa, gettarsi su Napoli per rovesciare il re Borbone Ferdinando ed espandere la rivolta in tutta la penisola. Garibaldi aveva ragione: il fallimento dell’impresa fu totale. Un gran numero di cospiratori fu arrestato e rinchiuso nel carcere di Genova, anche Jessie. Qui la giovane si innamora del giovane amico di Mazzini, Alberto Mario. Egli credeva, come Cattaneo, che l’unica via d’uscita per il raggiungimento dell’unità nazionale fosse una federazione di stati autonomi, che non nascesse dalle sommosse. Una volta rilasciati i due partirono per l’Inghilterra, dove si sposarono, il 19 dicembre 1857. Nello stesso anno Mazzini convinceva Jessie a partire alla volta di New York in cerca di fondi. Ne trovò. Ma in quegli anni americani Jessie cambiò. Gli eventi, le delusioni, la frequentazione del marito avevano tramutato la giovane ribelle in una donna intellettuale, posata e riflessiva. Quando, nel 1859, i Mario tornarono in Italia, per affiancare Garibaldi, Napoleone III, alleato dei piemontesi, e Francesco Giuseppe, imperatore austriaco, avevano appena firmato un disonorevole armistizio. I coniugi, considerati spie liberali e per questo arrestati più volte, furono costretti a ritirarsi in Svizzera.  

 

 

L’11 maggio 1860 i coniugi si recarono in Sicilia coi Mille per partecipare alla clamorosa spedizione. Lei ebbe l’incarico di organizzare il primo ospedale garibaldino e controllare un corpo di ambulanze per l’”esercito nazionale”. Infermiera dei garibaldini, Jessie divenne sempre più popolare tra le truppe, per la sua resistenza fisica, per il suo ottimismo, per il coraggio dimostrato sotto il piombo nemico. Il 17 marzo 1861 il Savoia Vittorio Emanuele diventava re d’Italia. I francesi usciranno da Roma solo nel ’70 dopo la guerra franco prussiana. Dopo il completamento dell’unità i coniugi Mario si ritirarono a Lendinara dove vissero con scarsezza di mezzi ma in indubbia felicità. Jessie morì, dopo il marito, il 5 marzo 1906.

 

Si concludeva la movimentata vita di una donna generosa, di una patriota che per seguire Garibaldi aveva rischiato la prigione e la vita, e che fu, nonostante fosse inglese, uno dei personaggi femminili più attivi e coraggiosi del nostro Risorgimento. Il giornalismo fu deleterio per le monarchie presenti nella penisola, fu dunque essenziale per il raggiungimento dell’Unità. Jessie fu anche una dei giornalisti più impegnati al riguardo, come testimonia la prima grande inchiesta nella storia del giornalismo italiano, pubblicata in volume nel 1877 (e ripubblicata nel 2005, LA MISERIA IN NAPOLI - Jessie White Mario), che la White Mario realizzò visitando e descrivendo ogni angolo di Napoli, dai bassi agli ospizi alle carceri, e sottolineando la corruzione delle istituzioni in teoria preposte ad alleviare il malessere sociale.

 

Davide Ledda  

 



Fughe da fermi


16/05/2012

 Recensione "Fughe da fermi"

 

 

Achim nasce a Sondrio, in Valtellina, il 9 Novembre 1989, da madre africana, proveniente dal Ruanda, e da padre italiano. Già da piccolo, quando frequentava la quinta elementare, rimane vittima di un comportamento razzista da parte dei suoi compagni, che lo fanno sentire diverso da loro per la sua carnagione. Achim, sostenuto dalla mamma, passa il suo tempo libero a disegnare e non pensa alla difficile situazione.

Intanto cresce, e coinvolto dai compagni di scuola inizia ad entrare in contatto con il mondo della droga, prima solo come gioco, per dimostrare di essere grandi e diversi, poi come vera e propria dipendenza e stile di vita. Insieme ai “nuovi amici” del liceo forma un gruppo, gli “Outrage”, e oltre che a far uso della droga, inizia anche a venderla. Così in poco tempo guadagna “facilmente” e diventa famoso e popolare fra i giovani. Conosce i rave e lì il guadagno è superiore e l’uso della droga più pesante.

Anche i rapporti con la famiglia si deteriorano arrivando alla rottura definitiva. Solo più tardi, il rapporto con la madre verrà ristabilito e questo lo aiuterà a raggiungere la salvezza, entrando in comunità grazie al consiglio della mamma. Qui, dopo tre anni, Achim riprende in mano la sua vita, ma nonostante il suo ottimismo, il suo cammino sarà lungo e faticoso.

Questo spettacolo mi è piaciuto: primo, perché è la prima volta che sento parlare dal “vivo” di questo argomento; poi, per l’intensità dell’interpretazione da parte di Achim. Anche se lo spazio non era tra i più adatti, le luci e i suoni hanno reso comunque emozionanti e coinvolgenti la vicende vissute da Achim.

 

Alice Cocco 1F

Fughe da fermi

15/05/2012

Fughe da fermi

Fughe da fermi è uno spettacolo teatrale prodotto dall’organizzazione “Wefree” di San Patrignano e condotto dal maestro di teatro Pascal La Delfa. Il protagonista è un ragazzo di nome Achim, che racconterà la sua esperienza con la droga. Nella performance i personaggi sono due: Pascal, che funge da “conduttore” e Achim, che racconta la sua storia.

Lo spettacolo inizia con Achim, che realizza un disegno con la sabbia, visibile a tutti poiché proiettato su uno schermo. Il racconto di Achim verrà interrotto più volte da domande da parte di Pascal, dalla realizzazione di altri disegni di sabbia (relativi alla sua storia) o da filmati artistici e informativi e spesso  è accompagnato da brani musicali.

Achim nasce a Sondrio nell’ottantanove, sua madre è africana e suo padre di Milano. La sua esperienza con la droga inizia nell’estate della terza media quando comincia a fumare le prime canne.

Quando inizia le superiori, comincia a frequentare una rampa skater ed entra a far parte di una banda di ragazzi con cui condivideva la stessa passione per la musica hip hop e con cui disegnava murales; inoltre, tutti insieme, fumavano canne e bevevano, e in poco tempo Achim entra a far parte del giro dello spaccio del fumo. Nel frattempo otteneva risultati sempre più scarsi a scuola, perciò viene bocciato e il padre lo manda a lavorare come idraulico.  Achim,  con gli amici della rampa, comincia a frequentare discoteche, rave e festini dove assumerà ecstasy e svariati tipi di droghe, intanto la situazione in famiglia peggiora sempre più, i genitori, disperati, non riecono a strapparlo via da quella vita. Infatti Achim continuerà a bucarsi e a farsi di eroina finché il padre non lo caccerà di casa. Achim inizia a vagabondare per le strade vivendo di spaccio e potendo contare solo sull’affetto materno. In seguito Achim verrà arrestato e condannato agli arresti domiciliari. Poi entrerà a far parte della comunità di San Patrignano che lo aiuterà a lasciarsi alle spalle la droga e a coltivare i suoi talenti e le sue passioni.

Fughe da fermi è uno spettacolo coinvolgente, sono rimasto molto colpito poiché è tutta un’altra storia se a raccontare “quella storia” è la persona che l’ha vissuta realmente. Questo spettacolo mostra la cruda realtà in cui si trovano a vivere i tossici, e fa capire come la droga tolga a chiunque tutta la libertà di vivere.

Antonio Mura 1^F

Quando gli orchi abitano a casa tua...

07/01/2015

Recensione: “Io non ho paura”, di Niccolò Ammaniti

 

Tra i romanzi proposti dall’insegnante come lettura per le vacanze, questo è forse quello che la classe ha maggiormente apprezzato e che ci ha offerto più numerosi spunti di interpretazione e discussione.

Pubblicato nel 2001 da Einaudi, il romanzo presenta numerosi aspetti che lo caratterizzano e distinguono dagli altri romanzi della narrativa contemporanea. Tra questi troviamo, per esempio, la scelta e la descrizione del paesaggio in cui sono ambientate le vicende. Esso, oltre ad essere realistico, rispecchia gli stati d’animo e i sentimenti dei personaggi, e assume un significato simbolico.

I campi di grano della campagna meridionale, luminosi ed estesi, trasmettono un senso di libertà e sono accostati al gioco e all’avventura della banda di ragazzini, di cui fa parte il protagonista, e anche al torrido caldo dell’estate, che domina in tutto il romanzo: "Non avevo idea di quanto faceva caldo, uno a nove anni, di gradi centigradi se ne intende poco, ma sapevo che non era normale"; “Quella maledetta estate del 1978 è rimasta famosa come una delle più calde del secolo”.

In contrapposizione a questi spazi aperti c’è il buco in cui è rinchiuso Filippo, il bambino rapito, che rappresenta la tristezza, la solitudine e l’oscurità del male. Un male con cui Michele Amitrano, protagonista e io narrante, viene a contatto per gioco, quasi senza rendersene conto, mentre vagabonda sulla sua bici, la Scassona, ma che in verità è sempre stato con lui: e sarà proprio suo padre, il suo eroe e modello, il mostro pronto a uccidere un bambino innocente. La casa della famiglia Amitrano, percepita dal bambino come un luogo famigliare e sicuro, diventerà la casa degli orchi che hanno architettato il delitto. Queste atmosfere e sensazioni contrastanti fanno oscillare la storia tra fiaba e tragedia.

 

Il tema principale del romanzo è sicuramente la paura, il sentimento primordiale e universale con cui tutti prima o poi dobbiamo avere a che fare: una paura che viene descritta sotto vari punti di vista e che è il motore di tutta la vicenda. La paura di Michele all’inizio è normale e genuina: è la paura dei mostri, di un pericolo immaginario che tutti i bambini di nove anni possono provare. Per combatterla egli si finge il supereroe dei suoi fumetti preferiti e parla a se stesso come per trovare coraggio: "Tiger Jack su quella collina ci saliva pure se c’era il convegno internazionale di tutte le streghe, i banditi e gli orchi del pianeta"; "Io sono Tiger Jack, anche meglio, il figlio italiano di Tiger Jack". Poi questa paura si evolve e da istinto nemico inizia a diventare il suo punto di forza. Alla fine Michele decide di sfidare il padre, che gli dice testualmente: “Se torni lì lo uccidono e io ti ammazzo di botte”. Ma decide di disubbidire alla famiglia e di mettere in pericolo la sua vita, pur di salvare il suo amico.

Al contrario, la paura degli adulti è vile, è la paura di essere scoperti per il loro crimine e viene da loro usata per giustificare la violenza e la crudeltà dei loro gesti.

Un altro elemento originale che caratterizza questo romanzo è lo stile adottato da Ammaniti: è il linguaggio di un bambino, semplice, lineare, condito di espressioni gergali, familiari, anche volgari; questi aspetti rendono la lettura piacevole e interessante. Egli, pur usando un linguaggio realistico, adatto al livello sociale e culturale dei personaggi e a volte volutamente scorretto nella sintassi, lo arricchisce di similitudini e metafore suggestive, spesso originali e divertenti: "Mia sorella Maria aveva cinque anni e mi seguiva con l’ostinazione di un bastardino tirato fuori da un canile"; “I suoi sculaccioni erano lenti e precisi e facevano un rumore sordo, come un battipanni sul tappeto”, ricorda Michele quando viene preso a botte dalla madre perché è rientrato tardi a casa. Tra le invenzioni originali troviamo gli epiteti con cui Filippo si riferisce a Felice, il suo sadico carceriere, “Il signore dei vermi” e quella riferita a Michele, l’ “angelo custode”.

Oltre all’analisi del testo, volevo ricordare che il romanzo ci ha fornito lo spunto per una ricerca sui sequestri di persona, fenomeno che imperversava anche in Sardegna soprattutto tra gli anni Settanta e Novanta, del quale molti di noi non sapevano nulla. Abbiamo così scoperto che la storia di Michele e del suo amico Filippo non è tanto lontana dalla realtà, pensando ai casi di bambini rapiti come Farouk Kassam e Augusto de Megni.

Per questi e altri motivi, dopo vari anni dalla sua pubblicazione, “Io non ho paura” è diventato un long seller, un romanzo coinvolgente che non si finisce mai di esaminare e che appassiona tuttora adulti e ragazzi.

 

Sitologia:

intervista all’autore: http://www.wuz.it/archivio/cafeletterario.it/interviste/ammaniti.html

il trailer del film di gabriele salvatores: http://www.mymovies.it/film/2003/iononhopaura/trailer/

una recensione: http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2011/06/17/dieci-anni-senza-paura.html

 

Marzia Picci 2^E

I ragazzi che sognavano… di incontrare Hakan Nesser!

09/12/2010

Il 16 Ottobre 2010, dopo una piccola avventura per arrivare all’Exmà, il posto scelto per l’incontro con lo scrittore Hakam Nesser, io e la mia classe, la 2° E, abbiamo trascorso una giornata scolastica davvero diversa dalle altre. 
Le attività della mattinata erano divise in due parti: la prima attività riguardava l’argomento del Festival, la paura, ed è stata svolta dentro una piccola libreria, nella quale ci hanno mostrato un cortometraggio composto da vari spezzoni di film di paura o che possono incutere timore. Questa prima attività è durata poco, ma altri compagni hanno svolto un gioco di ruolo molto interessante. La seconda attività da noi svolta è iniziata a tarda mattinata. Essa riguardava l’incontro con lo scrittore svedese di romanzi polizieschi Hakan Nesser, il quale ha scritto il libro assegnatoci come lettura estiva dalla nostra professoressa di lettere: “Il ragazzo che sognava Kim Novak”. 
Il romanzo narra della storia di due ragazzi, entrambi quattordicenni, e di un’estate memorabile e misteriosa, nella quale i due giovani, Erik e Edmund, fra gite in barca, corse in bicicletta e reciproche confessioni di vario tipo, diventano amici; ma è anche l’estate in cui accade il “Fattaccio”, cioè l’omicidio di un pallanuotista, avvenuto all’incirca all’inizio degli anni sessanta. Nell’inchiesta sono coinvolti i due ragazzi, il fratello di Erik, Henry, e la bellissima supplente dei due ragazzi di nome Ewa Kaludis, una donna estremamente somigliante all’attrice statunitense Kim Novak. Ma l’indagine non approda a nessun risultato e il caso resta irrisolto. Solo trent’anni dopo, quando il mistero doveva essere archiviato, i commissari cercarono di scoprire il colpevole per chiudere il caso con una soluzione. Comunque, purtroppo, nessuno scoprì mai il vero colpevole e anche il finale del romanzo lascia il lettore nell’ambiguità, pur lasciando intendere che il colpevole sia uno dei due protagonisti, o addirittura entrambi. 
Quando vedemmo Hakan Nesser, io notai che era un uomo molto distinto, alto e con un portamento elegante; portava bene i suoi sessant’anni, infatti, a parer mio dimostrava qualche anno in meno. Incontrandolo, fummo subito curiosi di scoprire da lui chi fosse il vero assassino. Quando gli rivolgemmo la domanda, sperando di ricevere una risposta esaustiva, egli ci rivelò un secondo mistero, e cioè che lui stesso non conosceva l’identità dell’assassino. Rimanemmo molto delusi da questa rivelazione, ma gli rivolgemmo tante altre domande e scoprimmo vari aspetti della sua vita, della sua infanzia, ma soprattutto della sua cultura. Ci raccontò di come Italo Calvino fosse il suo scrittore preferito, colui che lo aveva spinto con i suoi libri verso la lettura e la scrittura, sino a diventare uno scrittore di fama internazionale. I suoi romanzi, infatti, sono stati tradotti in molte lingue tra cui l’italiano, e da molti di essi sono stati tratti film o serie televisive. Ci rivelò di quanto gli piacesse insegnare lettere al liceo prima di diventare uno scrittore, di come egli rispettasse il governo e i valori della famiglia; inoltre scoprimmo la storia della sua ispirazione nello scrivere il romanzo di cui abbiamo parlato. Un suo caro amico gli aveva raccontato la storia del Fattaccio, ed egli la volle raccogliere in un romanzo, non svelando il colpevole perché ignoto e mantenendo la privacy per i personaggi che nella realtà erano ancora in vita. Si è dimostrato una persona cordiale e disponibile e alla fine dell’incontro ci ha firmato degli autografi. 
Questa giornata è stata molto interessante, insolita; è sempre bello incontrare artisti di tale bravura che ci possono insegnare moltissime cose che possono essere sempre utili, perché ognuno può insegnare qualcosa all’altro. 

Giulia Damasco 2° E 

Una giornata con Hakan Nesser

09/12/2010

Una giornata con Hakan Nesser

Il giorno 16/10/10 le classi 2E, 2A e 2F del Liceo Scientifico Statale ‘G. Brotzu’ di Quartu S. Elena si sono recate a Cagliari per partecipare alla V Manifestazione della Letteratura per ragazzi “Tutte Storie”. Ogni alunno ha dovuto raggiungere con mezzi propri l’Ex Mà, ovvero il vecchio mattatoio cittadino, adibito a spazio culturale, vicino a piazza San Cosimo. L’appuntamento è stato fissato per le ore 9 e, con largo anticipo, si sono presentati tutti gli studenti. Sarebbe potuta essere una manifestazione come tante, se non ci fosse stato un ospite di rilievo, Hakan Nesser, autore svedese di romanzi gialli, di cui il più famoso, a parere dei molti presenti, è ‘Il ragazzo che sognava Kim Novak’. Trama avvincente, ambientata nella Svezia degli anni “60, della quale riflette perfettamente lo stile di vita e il linguaggio della gioventù del periodo.

Nel libro, oltre ad essere presenti tematiche adolescenziali (per esempio i primi amori), è presente anche il delitto, motivo classico di questo genere di romanzo. Tutto questo farebbe pensare ad un prodotto inventato dalla fervida immaginazione dei popoli nordici, ma non è così. Infatti la vicenda è ispirata a una storia vera, l’omicidio di Berra Albertsson, campione svedese di pallamano degli anni “60. Al centro del racconto due adolescenti, i protagonisti e principali indiziati Erik ed Edmund.

Prima di andare all’Ex Ma a discutere del libro, le classi sono state divise per partecipare alle diverse attività proposte: un gioco di ruolo ambientato nel Medioevo e la visione di un cortometraggio, che racchiudeva spezzoni di film che avevano come tema l’adolescenza e la paura (tra i principali ricordiamo ‘Page Master’ e ‘Io non ho paura’).

Dopo aver terminato queste attività (verso le dieci circa), ci siamo diretti tutti all’interno della struttura. Le persone giunte a questa manifestazione erano veramente tante e di tutte le età: noi studenti liceali, le comitive di bambini delle scuole elementari in estasi per quest’evento, gli insegnanti e gli animatori ecc…

Alla fine, verso le 11.30, dopo un’ora e mezza di smarrimenti e orientamento fra marmaglie di piccoli euforici, è arrivato il momento dell’incontro tanto atteso con lo scrittore Nesser: portamento autoritario ed imponente, occhi amichevoli, capelli vagamente bianchi, talmente alto che ci saremmo dovuti mettere i trampoli per riuscire minimamente a raggiungerlo per guardarlo ‘faccia a faccia’. Essendo svedese, si è fatto capire dagli studenti parlando inglese, lingua di cui possiede padronanza assoluta.

Dopo cinque minuti d’attesa, è iniziata l’intervista all’autore, la quale non si sarebbe potuta svolgere senza l’aiuto dell’interprete. Durante l’incontro, coordinato da un giornalista dell’associazione culturale “Hamelin”, sono sorte domande di vario genere anche ad opera degli studenti. Una dote particolare del Sig. Hakan, della quale di certo nessuno si dimenticherà, è stata la riservatezza: nonostante le domande insistenti volte a far confessare l’autore riguardo al presunto assassino del racconto, egli è rimasto impassibile portando la suspence all’apice, ma alla fine se l’è cavata con un semplice ‘I don’t remember!’ (Non ricordo). Così le poche speranze di scoprire il nome dell’assassino sono state deluse, ma il sentimento del misterioso è stato sollecitato ulteriormente.

Poi l’intervista è continuata curiosamente, dato che rispondeva alla domande alternando lo svedese all’inglese, e la metà di noi è rimasta letteralmente sconcertata e affascinata dalla complessità di questa fantastica lingua. Nesser ha toccato temi tipici dell’adolescenza (turbe adolescenziali, i modi di esprimersi ecc..), ha parlato dei suoi ultimi successi (‘Carambole’), della sua vita (la famiglia, il divorzio, la sua passata esperienza di professore) e di tutto il bene ed il male racchiuso nell’ambito familiare.

Terminata l’intervista, alcuni studenti sono andati a chiedergli l’autografo. Per tutti è stata una bella mattinata passata in compagnia.

A parer mio è stata una conoscenza formativa e molto istruttiva, puntata soprattutto sullo scambio di idee e di opinioni, e anche una piccola lezione di vita.

Giovanni Garofalo 2° E

 

Festival della letteratura

03/12/2010

Sabato 16 ottobre, noi ragazzi della 2^F, 2^E e 2^A, ci siamo recati a Cagliari, in piazza San Cosimo, per partecipare al Festival della letteratura per ragazzi, intitolata Malanotte. Siamo arrivati in piazza alle ore 9:00 ognuno per conto suo, alcuni in pullman e altri in scooter o in auto. Dopodiché le tre classi sono state divise in due gruppi.

- Il primo gruppo, che comprendeva pure me e i miei amici, è andato a vedere un cortometraggio intitolato Trame di paura (durato circa mezz’ora) che consisteva in un collage di spezzoni di alcuni film fantastici di cartoni animati e di horror tra cui Harry PotterIo non ho paura (di G. Salvatores). Se devo essere sincero non mi è piaciuto molto il cortometraggio, forse perché in realtà non ho capito il significato ma ho potuto intuire che il tema del video era quello “dell’incubo”.

- Invece il secondo gruppo ha fatto alcuni giochi di ruolo con una sorta di prestigiatore. In un’altra parte della piazza, intanto, c’erano due giocolieri che con birilli, cerchi e torce di fuoco accese, le facevano volare in aria e passandosele tra loro, stupivano tutti coloro che li stavano guardando.

Poi tutti quanti insieme ci siamo recati all’Exmà, poco lontano dalla piazza, dove c’erano tanti bambini delle scuole elementari ma anche ragazzi di altri licei di Cagliari. Una volta lì le professoresse ci hanno lasciati liberi, così abbiamo potuto visitare le diverse mostre allestite e prenderci una piccola pausa fino alle 12:00, ora cruciale per partecipare all’attesissimo incontro con lo scrittore del libro "Il ragazzo che sognava Kim Novak"  e "La rete a maglie larghe", ovvero lo svedese Nesser Håkan.

Gli abbiamo fatto tante domande riguardanti i suoi libri, naturalmente essendo svedese non ci capiva, però c’era una signora che traduceva tutto quello di cui si parlava. Tra le domande che gli sono state poste c’era anche quella su chi avesse commesso l’omicidio: ovvero Edmund o Erik, ma lui non ci ha voluto svelare niente. Alla fine ha fatto a tutti l’autografo.

A me è piaciuto tanto l’incontro con lo scrittore perché comunque non capitano spesso nella vita occasioni così interessanti.

Lorenzo Perra IIF

Festival della letteratura

03/12/2010

Quest’anno abbiamo letto un libro di Nesser Håkan, poi abbiamo incontrato lo scrittore al Festival della letteratura per ragazzi intitolato Malanotte. Il libro che ho letto io s’intitola: “L’uomo con due vite”.

Questo libro parla dell’indagine dell’ispettore Barbarotti su un uomo di cinquantanove anni: Valdemar. Questi è sposato e ha due figli ma non è felice della sua vita, così si costruisce una vita parallela dopo aver vinto al totocalcio. I temi trattati sono la solitudine, il pensiero di non essere capiti, infatti Valdemar non va d’accordo con i figli, parla poco con la moglie e spesso ci litiga, lui pensa che non lo capisca e le mente. Ogni giorno Valdemar va nella sua nuova casa di campagna dicendo alla moglie che va al lavoro mentre in realtà si è licenziato.

Un altro tema è la droga, infatti Anna, una ragazza di 21 anni, decide di entrare in un istituto per disintossicarsi, ma non si trova bene, anche perché non va d’accordo con la donna che è a capo dell’istituto, che la critica per quello che fa, come suonare la chitarra e leggere. Così Anna scappa e incontra Valdemar e tra loro nasce un’amicizia. Valdemar la aiuta nei problemi con il suo ex fidanzato, un ragazzo violento che la aggredisce e che lei per difendersi uccide. I due scappano e la polizia li insegue.

É un romanzo giallo ed io l’ho trovato bello, anche se non è il mio genere preferito. Mi ha colpito soprattutto la prima parte perché parla della descrizione dei personaggi, dei ricordi, dei sogni descritti nei particolari, e dell’incontro tra Anna e Valdemar. Ho trovato invece meno interessante la seconda parte, che parla del ritrovamento del cadavere e dell’indagine di Barbarotti. La conclusione non mi è piaciuta tanto, perché la storia di Anna e Valdemar non finisce molto bene, anche se l’ispettore Barbarotti riesce a risolvere l’indagine.

Il festival della letteratura si è svolto a Cagliari. Per prima cosa ci hanno fatto fare un gioco di ruolo ed è stato abbastanza divertente. Poi dopo aver mangiato e aver camminato un po’ tra le bancarelle dei libri abbiamo incontrato Nesser Håkan che ha risposto alle domande di un ragazzo sul suo libro più famoso: “Il ragazzo che sognava Kim Novak “.Håkan è svedese quindi c’era un’interprete che traduceva le domande e le sue risposte. In seguito anche i ragazzi hanno fatto delle domande e lui ha parlato della fine del suo romanzo ma non ha svelato il nome dell’assassino. É stato simpatico e un po’ scherzoso in alcune risposte. Dopo l’incontro, lo scrittore è stato gentile, ci ha firmato alcuni libri e ha fatto delle foto con alcune persone.

E’ stata una bella giornata, anche se purtroppo Nesser Håkan non ha parlato molto del libro che ho letto io, ma è stato comunque interessante.

Giulia 2A

Miti in chiave moderna

31/05/2015

 

Miti in chiave moderna

 

 

Il 27 marzo, mi sono recato al teatro "Le Saline" di Cagliari per assistere allo spettacolo Metamorphosis, ideato dalla regista Elisabetta Podda nel quale sono stati rappresentati in chiave moderna quattro miti:

  • Fetonte ( figlio del Dio del Sole, morto guidando il carro del padre)
  • Narciso ( morto, perché sconvolto dall’eccessivo compiacimento di se stesso)
  • Medusa ( simbolo della violenza sulle donne)
  • Orfeo ed Euridice (due amanti, il cui amore, governato dal Fato, è destinato ad un tragico epilogo)

La storia è ambientata nell’Ade, anche per questo la luce è sempre bassa e soffusa e l’atmosfera sempre cupa, a dirigere il tutto vi sono Ade e Persefone che fanno rappresentare alle anime le varie vicende. La scenografia è molto ridotta: gli attori si muovano tra tavoli e panche e utilizzano vari oggetti di scena tra cui delle candele e una valigia. I costumi, fatta eccezione per l’uomo in rosso che rappresenta il fato, sono tutti semplici e neri. Gli attori sono venti e la maggior parte sono studenti della Suola d’Arte Drammatica di Cagliari. Lo spettacolo si è rivelato bello ed interessante. Nonostante qualche lamentela da parte degli attori per il chiasso. Personalmente la parte che ha suscitato maggiormente il mio interesse è il mito di Narciso. In generale penso che lo spettacolo sia stato interessante e fonte di riflessione, dati i numerosi parallelismi con la realtà contemporanea.

 

Lorenzo Locci II SB

 

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Moderne Metamorfosi

31/05/2015

 

Moderne Metamorfosi 

 

 

Il giorno 27 marzo 2015, al teatro delle Saline di Cagliari, la nostra classe ha assistito all’opera teatrale Metamorphosis a cura della Scuola d’Arte Drammatica di Cagliari per la regia di Elisabetta Podda.

Gli attori, tutti ragazzi giovani dai vent’anni circa sino ai trenta, sono gli allievi della Scuola d’Arte Drammatica di Cagliari, i quali, dopo aver terminato il loro corso di recitazione, (come loro stessi ci hanno raccontato al termine della rappresentazione), hanno dato il loro contributo a questo lavoro teatrale ispirato alle Metamorfosi di Ovidio. Metamorphosis è un’interpretazione in chiave moderna dell’opera di Ovidio, in cui alcuni personaggi, quali Fetonte, Narciso, Medusa, Orfeo ed Euridice, rivivono nei nostri tempi, impersonando uomini e donne tipici della nostra era, con le nostre ansie, i nostri difetti, le nostre inclinazioni e l’incapacità dell’uomo di modificare il proprio destino.

 

L’opera è presentata con la tecnica del racconto a cornice: un uomo e una donna, che impersonano Ade e Persefone, le divinità degli Inferi,  stanno al centro della scena, mentre ai loro lati stanno i vari attori, venti in tutto, vestiti di nero e disposti in modo sparso, alcuni posti sopra dei banchi in legno. Delle luci bianche si riflettono sugli attori. I due attori al centro, improvvisano dei balli sulla musica di Pharrell Williams “Happy” e poi Persefone  esprime ad Ade il desiderio di assistere a scene di amore, di coraggio e di passione. Una narratrice interviene alla fine di ogni scena, declamando i versi dell’opera di Ovidio. Una musica sommessa fa da sfondo alle scene. Sul palco prendono vita le vicende dei vari personaggi e i vari miti si susseguono, rispettando lo stesso stile di Ovidio, passando dall’uno all’altro personaggio.

 

Fetonte è il primo personaggio presentato. Come nella narrazione ovidiana, il protagonista è spinto da un bisogno irrinunciabile, tipico della sua età giovanile, di dimostrare tutto il suo vigore e il coraggio in una prova tanto ardua quanto pericolosa. L’eroe è interpretato da un giovane, Enrico, che chiede insistentemente al padre il permesso di guidare la sua lussuosa e potente vettura, una Gumpert Apollo, per dimostrare ai suoi amici la sua abilità e il suo sprezzo del pericolo. La fine tragica del giovane e dei suoi amici, come quella di Fetonte, appare come la giusta punizione per un comportamento incauto che mette in pericolo la vita propria e degli altri.

 

Da Fetonte si passa poi a Narciso, anche in questo caso interpretato da un giovane alle prese col culto di sé che lo porta a disinteressarsi di chi lo circonda perché nessuno gli appare tanto degno da poter attirare la sua attenzione. In questo caso la sua vittima è una donna, che come Eco, soffre disperatamente poiché il suo amore non è da lui ricambiato. Mentre Narciso appare sordo alle attenzioni della donna, egli sembra soltanto interessato a una valigia che tiene in mano, probabilmente segno della sua stessa vita, con la quale si accinge ad intraprendere un viaggio in treno, lontano dal suo mondo. Ma mentre è pronto a salire sul treno, un uomo dal capo glabro, urta la valigia, la quale cade per terra. In quel momento Narciso si trasferisce nel corpo del secondo uomo, (mentre un altro uomo ancora vestito di rosso, commenta la scena aprendo le braccia, come ad indicare che la dea Nemesi ha compiuto la sua vendetta, punendo la superbia dell’eroe ovidiano). A questo punto anche la valigia sembra soggetta ad un destino incontrollabile, passando di mano in mano. L’uomo pelato scende dal treno e incontra degli spacciatori; una ragazza, di nome Bilbo si avvicina agli uomini, prende la valigia dall’uomo pelato e a questo punto Narciso entra nel corpo della ragazza. La ragazza apre la valigia ma si accorge che essa è vuota. Questo provoca l’ira degli spacciatori, i quali colpiscono la ragazza che poi muore. E con lei finisce anche la storia di Narciso e di quel suo dono, la bellezza, rappresentato dalla valigia, che per fatalità, passa di mano in mano, senza che nessuno riesca a beneficiare del suo contenuto. Infatti essa ha valore solo per Narciso, ma poiché egli è stato troppo preso da se stesso, per una legge di natura che tende a rimettere tutto in equilibrio, anche lui è punito e non potrà più godere del suo dono.

 

Dopo Narciso si passa alla raffigurazione del personaggio di Medusa. La Gorgone, caduta preda del dio Poseidone, è impersonata da una ragazza, Virginia, che per tre volte viene avvicinata da un uomo, che si offre con insistenza di darle un passaggio in auto mentre lei sta tornando a casa. La ragazza rifiuta il passaggio, ma l’uomo, un tipo violento, esce dall’auto e con la forza abusa di lei. Virginia racconta a un giovane, Alessandro, quanto le è accaduto. Delle donne assistono alla scena, urlando e mostrando solidarietà alla vittima. In questo caso troviamo rappresentata una triste vicenda legata alla condizione femminile, dove la donna è ridotta ad essere la vittima sacrificale di una società misogina in cui l’uomo assume un ruolo predominante, e dove anche le azioni più meschine come lo stupro, anziché essere oggetto di condanna, vengono giustificate come espressione di virilità. E per la vittima, come per la mitica Medusa, quasi come se avesse colpa di quanto le è accaduto, si apre uno scenario di solitudine, incomprensione, discriminazione, che solo la morte riesce ad risolvere.

 

L’ultima scena è quella che ha per protagonisti Orfeo ed Euridice. Per gli autori del dramma, i due giovani, Giada e Niko hanno i ruoli scambiati: in Giada si riflette il destino di Orfeo e in Niko quello di Euridice. Giada, che incanta Niko e le divinità con l’arte della danza, si amano profondamente. Ma il loro appare un amore impossibile, segnato da una fine inevitabile. La volontà di Giada è messa a dura prova dal volere del Fato. Lei non riesce a trattenere il suo desiderio di stare sola con Niko e di baciarlo. I due amanti si scambiano un bacio, e subito dopo Niko esce di scena. In loro si riflette il percorso tragico di molte coppie celebri della storia e della letteratura, i cui amori sono contrastati a causa delle famiglie d’origine, o dei loro ceti sociali, o dalle loro scelte ideologiche, religiose, o dall’appartenenza a una determinata etnia o patria.

 

 

Metamorphosis è un’opera teatrale di grande profondità, che invita lo spettatore ad interpretare in modo personale, a seconda della propria sensibilità, i destini dei vari personaggi. C’è a mio avviso un certo pessimismo di fondo che si esprime nell’impossibilità dei protagonisti, così come nell’opera ovidiana a cui fanno riferimento, di modificare i propri destini. Ogni personaggio, infatti, è come se fosse soggetto a una forza che li sovrasta e che agisce, in certe situazioni, a seconda dei capricci del caso, e in altre, per una legge che tende a porre in equilibrio i vari elementi della natura. Ho molto apprezzato questo lavoro teatrale per le capacità interpretative degli attori, ma soprattutto per la grande creatività della regista che ha saputo presentare l’opera ovidiana in modo attuale e ricco di significati anche per la nostra società moderna.

 

Nicolò Piras, Classe II SB

 

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Ovidio nella società odierna

21/05/2015

Ovidio nella società odierna

 

Il giorno 27 marzo, io e la mia classe ci siamo recati al Teatro delle Saline di Cagliari per assistere allo spettacolo Metamorphosis di Elisabetta Podda. Con la tecnica del racconto a cornice, ventuno giovani attori hanno interpretato i miti ovidiani di Fetonte, Medusa, Narciso e Orfeo ed Euridice in chiave moderna, intervallati dalla recitazione dei versi ovidiani del poema Le Metamorfosi.

 

Il pubblico era visibilmente estraneo al mondo del teatro e una parte di esso ha disturbato lo pettacolo ridendo nei momenti meno appropriati, il che ha infastidito gli attori; l’altra parte del pubblico è sembrata interessata e comprensiva e ha chiesto agli attori dei chiarimenti al termine dello spettacolo. Gli attori, in confronto a quelli degli spettacoli precedenti, erano meno esperti in quanto frequentano ancora la Scuola d’Arte Drammatica di Cagliari e perciò non erano ancora degli attori affermati.

Per quanto riguarda l’allestimento, non erano presenti effetti speciali, le luci erano suggestive e così le musiche. Sul palco vi erano delle panche e dei tavoli di legno sui quali gli attori si esibivano; come oggetti di scena sono state usate delle candele, una valigia (nel mito di Narciso, per simboleggiare il passaggio della sua anima in un altro corpo), una giacca rossa (indossata da un attore per simboleggiare il fato).

Gli dei degli Inferi, Ade e Persefone, chiedevano alle anime di rappresentare vicende d’amore, passione, incomprensione, pericolo o coraggio. Il tutto era ambientato nell’Ade perciò le luci erano deboli e gli attori erano vestiti di nero.

Penso che il mito meglio rappresentato sia stato quello di Fetonte: nella versione originale, questi guidò il carro infuocato del padre per dimostrare di essere figlio del Dio del Sole ma, perso il controllo del cocchio, incendiò una parte di cielo (dando origine alla Via Lattea) e prosciugò delle aree (corrispondenti ai deserti) e venne fulminato da Apollo; nello spettacolo, invece, Enrico chiese al padre di prestargli la sua potente e lussuosa auto per dimostrare agli amici la fiducia dei genitori nei suoi confronti, egli morirà proprio in un incidente d’auto causato dall’elevata velocità.

Mi è piaciuto molto il mito di Orfeo ed Euridice, nonostante inizialmente non fosse molto chiaro. Nel mito classico Euridice morì e Orfeo scese nell’Ade per riprenderla; ammaliando Ade e Persefone col suo canto, ottenne il permesso di riportarla nel regno dei vivi a condizione che non si girasse mai a guardarla lungo il tragitto. Orfeo cedette alla tentazione e vide la sua sposa svanire per sempre. Nella rappresentazione, Euridice era interpretata da un uomo (Niko) e Orfeo da una donna (Giada); al posto del canto, ciò che ammaliò tutti fu la danza di Giada e la condizione era il non toccarsi invece del non guardarsi.

Non ho gradito gli altri due miti in quanto non ho trovato sufficienti collegamenti tra i miti originali e la rappresentazione. Nel mito originale, Medusa venne violata da Poseidone e per aver nascosto il volto dietro lo scudo di Atena, quest’ultima la punì  mutando la sua bella capigliatura in un groviglio di vipere e facendo in modo che il suo sguardo pietrificasse ogni creatura vivente. Nella rappresentazione erano presenti due ragazzi e, mentre parlavano, la ragazza con un flashback ricorda un tragico episodio della sua vita in cui veniva molestata. Per quanto riguarda il mito ovidiano di Narciso, egli respinse inorridito la ninfa Eco quando ella gli confessò il suo amore; la ninfa ne morì e Nemesi, la Dea della Vendetta, punì Narciso facendolo innamorare di sé stesso vedendosi riflesso in uno specchio d’acqua. Nella rappresentazione, dopo aver respinto Eco, l’anima di Narciso si spostò in altri corpi come vendetta della dea Nemesi.

Gli unici elementi in comune tra i miti originali e le rivisitazioni sono state le molestie nel primo mito e, nel secondo, il rifiuto di Narciso nei confronti di Eco e l’intervento di Nemesi. Nonostante queste due vicende poco chiare, ho apprezzato particolarmente il fatto che tra un mito e l’altro venissero riportate parti del poema; nel complesso, ho trovato lo spettacolo ben organizzato e interessante e rivedrei volentieri una rappresentazione di questo genere.

 

Giulia Mallocci 2SB

 

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Cara Margherita

08/06/2012

Cara Margherita

La scuola sta finendo ed è stato un anno duro. La terza scientifico dicono sia la più difficile delle classi: nuove materie, più ore, nuovi professori, pile di verifiche. Molte persone non reggono lo stress causato dall’addio agli ozi del biennio e l’inizio di una sfida continua tra te e Petrarca, le parabole e il sistema cardio-circolatorio. Dovresti vederci, alle due di notte, con un litro di caffè in corpo, a cercare di memorizzare il funzionamento della formula di sdoppiamento dell’ellisse e a tentare di capire quando mai ci potrà servire, combattuti tra le frasi “devo farcela” e “ma chi me lo fa fare?” (onesto dubbio che potrebbe venire, alle due di notte). E quest’ anno è stato diverso da tutti gli altri perché è ora che si inizia a diventare davvero delle persone. Perché ora si comincia ad organizzare il proprio lavoro con maggiore serietà, si hanno molte più responsabilità, e i programmi si fanno sempre più interessanti ed intriganti. Ed anche i ragazzi acquisiscono una propria mentalità, delle proprie idee, e cominciano ad avere sempre più coscienza di sé, e i dibattiti e le discussioni collettive si accendono sempre più. Secondo me la scuola diventa così il fulcro delle novità di pensiero, ed un posto dove confrontarsi e scambiare opinioni e idee. Ed è su questo che la scuola dovrebbe puntare, cioè stimolare gli alunni a coltivare le proprie passioni ed opinioni, e soprattutto l’inventiva e la novità di cui questo paese necessita fortemente. Ed è questa la mia conclusione: l’istituzione scuola deve porsi dei nuovi obiettivi, rafforzando certo l’istruzione, ma stimolando i ragazzi ad una propria ricerca culturale ed ideologica, perché è questo che significa essere liberi. Un bacio

Enrico

Uguali ma non identici

07/06/2012

 

UGUALI MA NON IDENTICI

La credenza secondo cui le donne erano naturalmente più deboli e inferiori agli uomini risale ai tempi antichi. Questa credenza venne rafforzata dalle religioni: nella Bibbia, ad esempio, Dio pone Eva sotto l’autorità di Adamo e San Paolo esorta le donne a obbedire ai propri mariti. Le donne venivano discriminate, la loro istruzione era finalizzata all’apprendimento delle abilità domestiche, e il matrimonio era considerato fonte di sostegno e protezione della donna. Infatti con il matrimonio, i coniugi diventavano una cosa unica, ma la moglie era considerata un oggetto del marito, priva di controllo di se stessa e dei suoi averi. 

 

 

La donna, però, non è sempre stata sottomessa, anzi in alcune civiltà come nell’Antica Babilonia e nell’Antico Egitto, le donne che godettero dei diritti di proprietà svolsero ruoli importanti all’interno della società. Proprio queste donne, e la loro personalità, hanno spinto le donne sottomesse delle altre civiltà a ribellarsi e a richiedere pari diritti.

   

In Italia il viaggio nella normativa italiana relativa alle pari opportunità tra uomini e donne ha inizio nel 1919, anno in cui viene riconosciuta alle donne la capacità giuridica, che permette loro di esercitare tutte le professioni. Dopo che il 31 gennaio del 1945 le donne ottennero il riconoscimento del diritto di voto, nel 1948 ottennero una conquista memorabile: il principio di uguaglianza di genere. Uomini e donne, soprattutto nel lavoro, hanno diritto allo stesso trattamento e alle stesse opportunità. Infatti, il mondo del lavoro di oggi si caratterizza rispetto al passato per una più rilevante presenza femminile in tutti i settori. Si può dire che l’espansione femminile lavorativa a 360 gradi abbia determinato implicitamente l’abbattimento di alcuni pregiudizi che in passato relegavano le lavoratrici ad alcuni specifici campi come quello dell’insegnamento o degli stessi lavori domestici che si ritenevano destinati solo alle donne e che quindi segnavano una linea di confine tra lavori accessibili alle donne e lavori di esclusiva pertinenza maschile. Alla luce di questa svolta culturale, in questi anni le potenzialità femminili si sono affermate con successo anche in campi lavorativi che prima erano considerati solo maschili. Nonostante queste conquiste, nelle quali le donne hanno dimostrato pari dignità, intelligenza e forza rispetto agli uomini, purtroppo, tutt’oggi ci sono troppe donne discriminate che non godono degli stessi privilegi concessi solo agli uomini.

Donne e uomini sono uguali ma non identici. Infatti, recenti studi, soprattutto in campo scientifico, hanno dimostrato che esistono delle differenze strutturali tra il corpo umano della donna e quello dell’uomo: entrambi reagiscono in modo diverso agli stessi stimoli e gli ormoni prodotti agiscono in modo differente sviluppando aree diverse nel cervello. Anche se, il fatto che il cervello femminile sia più leggero di quello maschile, fatto che fino agli anni Cinquanta veniva considerato la prova inconfutabile dell’inferiorità intellettuale delle donne, oggi siamo in grado di certificare che la donna possiede un cervello più piccolo perché proporzionato al suo corpo, ma con lo stesso numero di cellule celebrali. Ma, quale rilievo si vuole dare a queste differenze? L’obbiettivo che si deve raggiungere è comprendere le differenze senza che una delle parti si consideri migliore, come storicamente è già avvenuto.

 

Giulia Damasco

 

Quelli dalle labbra bianche

16/05/2012

 

Dati bibliografici Francesco Masala

 

• Autore: Francesco Masala nasce a Nughedu San Nicolò, in provincia di Sassari, nel 1916; frequenta il

Liceo Classico a Sassari, per poi laurearsi in Lettere a Roma. Durante la seconda guerra mondiale fu spedito, in compagnia di alcuni suoi compagni, dapprima in Jugoslavia, poi in Russia, dove venne ferito ad una gamba. Tornato in patria, per circa cinquant’anni svolge l’attività di giornalista pubblicista, collaborando a giornali e riviste con articoli di critica letteraria, artistica e teatrale. Nel 1951, vince il premio Grazia Deledda per una raccolta di poesie inedite e, nel 1956, gli viene assegnato il premio Chianciano, per la raccolta “Pane nero”. Scrittore bilingue, ha pubblicato libri di poesia, di narrativa, di teatro e di saggistica. Le sue opere più importanti sono: Pane nero (1956); Il vento (1960) Quelli dalle labbra bianche (1962); Lettere della moglie dell’emigrato (1968). Muore nel 2007 a Cagliari.

 

• Titolo: “Quelli dalle labbra bianche”

• Editore, luogo, data di pubblicazione: Il Maestrale, Milano, 2010.

• Numero pagine: pp. 144.

• Genere narrativo: romanzo sociale

 

Trama

Dieci uomini del paesino di Arasolè partono per la guerra, destinazione Russia, dove affronteranno l’impresa più ardua della loro vita. I dieci compaesani sentono, fin dal primo istante, la mancanza della loro Sardegna, o meglio, del loro paese, Arasolè. Ad Arasolè regnavano due partiti: “Quelli dalle labbra bianche”, composto dai poveri, e, dall’altra parte, il partito “della decima e della camorra” composto dai più ricchi, il partito dei vestiti di nero, di Orvenza e di Prete Fele. Molti si odiavano tra loro ma nella steppa gelida e tra mille stenti, anche la vita miserabile che conducevano al paese diventa materia di rimpianto e di sogno. Ma ormai il freddo del caposaldo tre, una trincea in mezzo alla pianura russa, non permetteva neanche di pensare: i compagni morivano uno dopo l’altro e nel boschetto di betulle, lì dove si era appena svolta una battaglia, se ne salvarono solo tre: Daniele Mele e i fratelli gemelli Andrea e Matteo Coccoi. I tre giovani furono portati a Krinovaia, in Siberia, assieme ad altri prigionieri, e costretti a vivere in baracche di legno, mentre i russi vivevano in alcune casette di mattoni. La fame e il freddo si facevano sentire in modo micidiale e facevano strage tra i prigionieri. Alla fine della guerra, solo Daniele Mele, il campanaro, torna a casa, nella sua Arasolè, per suonare le sue amate campane; ma, questa volta, in onore dei suoi compagni.

 

Temi

• Il romanzo affronta principalmente i temi della guerra e delle disuguaglianze fra i ricchi e ”quelli dalle labbra bianche”, ossia i poveri, i vinti, che sono i protagonisti del romanzo.

• Il titolo del romanzo, “Quelli dalle labbra bianche”, è anche il nome del partito dei poveri di Arasolè, quindi si riferisce a una delle tematiche principali del romanzo: le sofferenze, la povertà e le disuguaglianze sociali. Il titolo è comunque abbastanza enigmatico e può incuriosire un possibile lettore

• Ritengo questi argomenti molto interessanti anche per un ragazzo della mia età perché possono essere motivo di riflessione sulle discriminazioni economiche e sociali tuttora presenti a diversi livelli, su scala locale e globale. L’opera, inoltre, è una testimonianza delle sofferenze dei soldati italiani sul fronte russo durante la seconda guerra mondiale, e una denuncia dell’assurdità della guerra che sconvolge le esistenze di tutti.

• L’episodio del romanzo che mi ha colpito maggiormente è il racconto del momento in cui Daniele Mele, l’unico sopravvissuto, torna nel suo paese e suona le campane per i suoi compagni defunti. È un episodio molto importante nella narrazione ed esprime la nostalgia e l’affetto che il campanaro sente nei confronti dei compagni caduti in Russia.

 

 

 

Personaggi

• I personaggi principali sono certamente “quelli dalle labbra bianche” cioè i poveri e i “vinti” di Arasolè: Daniele Mele, Efisio Pestamuso, Antonio Nèula, Peppe Brinca, Gavino Malìa, Michele Girasole, Salvatore Mèrula, i gemelli Andrea e Matteo Cocòi. Anche il ricco Don Adamo, Prete Fele, Pasquale Corru, Pietro Lellèu, il capitano medico, il professore e il russo “Polifemo” rivestono dei ruoli importanti.

• Fra tutti un ruolo di particolare spicco assume Daniele Mele, il narratore: è uomo di buon cuore, con un animo gentile, rispettoso e fragile. E’ amico di tutti e tiene unito il gruppo dei compaesani. Può essere considerato l’alter ego dello scrittore

• Gli antagonisti in guerra sono la fame e il freddo, impersonati dagli ufficiali italiani che tormentano i soldati con pretese assurde, e dai russi, i nemici che sparano dall’altra parte della trincea. Nel resto del racconto gli antagonisti sono rappresentati dai ricchi e dai potenti.

 

Spazi

• La vicenda principale si svolge in Russia, nella trincea del caposaldo 3 linea K; poi si sposta in Siberia nel campo di prigionia di Krinovaia. La storia cornice è invece ambientata nel paesino di Arasolè, un villaggio immaginario, ma che potrebbe essere benissimo un paese della Sardegna, come quello natale dello scrittore. Alcuni luoghi potrebbero essere inventati e non sono geograficamente determinati, ma sono realistici e del tutto simili a luoghi effettivamente esistenti.

 

Tempi

• La vicenda principale si svolge nel passato ed è raccontata con un flashback: il flashback è databile al 1942, il periodo della seconda guerra mondiale.

• la voce narrante alterna in modo sapiente il passato e il presente del racconto: i diversi personaggi sono presentati attraverso il ricordo dei loro cari, che li commemorano intorno al catafalco

 

Narratore

• La storia è interamente raccontata in prima persona da un personaggio: Daniele Mele, il campanaro. E’ un narratore interno-testimone, e rappresenta il punto di vista dell’autore sui fatti accaduti e la sua visione del mondo e della società

 

Stile

• Le parti descrittive e quelle narrative mi sono sembrate equilibrate: sono alternate molto bene e la lettura risulta leggera e scorrevole. Sono presenti anche molti dialoghi e riflessioni

• Il ritmo è veloce e caratterizzato da numerosi eventi: la lettura non risulta noiosa o faticosa

• Il linguaggio del romanzo è abbastanza semplice, le uniche incomprensioni potrebbero derivare dai termini in sardo o che ricalcano la parlata regionale, ma essendo io stesso sardo mi risultano normalissime.

 

Interpretazione e commenti personali

• Per quanto riguarda le scelte narrative, a mio parere ciò che caratterizza maggiormente il romanzo è l’ambientazione tipicamente sarda che salta subito all’occhio e mi risulta quasi familiare, perché ricorda una realtà che conosco bene.

• Tenendo conto che la lettura è stata proposta dall’insegnante, comunque le aspettative sono state di gran lunga superate rispetto a quanto mi aspettassi.

• Consiglierei sicuramente la lettura di questo romanzo a un mio coetaneo, soprattutto se è sardo o se vuole approfondire la conoscenza della nostra cultura, perché l’opera contiene diversi riferimenti a tradizioni e aspetti significativi del nostro popolo, e questa è una delle cose che mi è mi sono piaciute di più nel romanzo.

• Il messaggio dell’autore c’è ed è chiaro: ha voluto sicuramente denunciare le ingiustizie determinate dalla situazione di vantaggio dei ricchi rispetto ai poveri. E’ un messaggio che condivido: credo che le persone siano uguali indipendentemente dal loro reddito o dalla nascita. Ricco non vuol dire importante o intelligente, e molte cose non si possono comprare, quindi la ricchezza non è tutto.

 

Andrea Pitzus II E

Criminal profiling

13/03/2011

Ogni giorno, su quotidiani e nei telegiornali, sentiamo e leggiamo fatti di cronaca riguardanti omicidi, rapimenti, furti, incendi, ecc.

Chi è che si occupa di questi casi?  La polizia ovviamente!

Ma la polizia riuscirà mai ad entrare nella testa di un assassino organizzato e a decifrare "l’omicidio perfetto" partendo dalla semplice scena del crimine? Insomma esistono reparti della polizia che riescono a entrare nella mente del Serial Killer partendo dalla scena dei suoi crimini per poi poterne anticipare le mosse e poterlo catturare? Si, esistono e sono chiamati in tutti i paesi del mondo i Criminale Profiler.

A questo punto allora viene da chiederci cosa hanno loro di diverso dalla polizia normale? Semplice, conoscono la criminologia. La criminologia è innanzi tutto una scienza che studia i comportamenti del criminale (serial killer, ladro, piromane, ecc.) senza lasciare niente al caso, vagliando minuziosamente ogni cosa: la scelta della vittima, il modo in cui viene uccisa, il tipo di arma usata, insomma tutto ciò che può essere riconducibile alla psicologia del criminale.

I casi in cui i profiler sono spesso impegnati  sono solitamente quelli di omicidio e, spesso, il soggetto ignoto è così spinto dalla ossessione o dall’eccitazione che non può farne a meno e continua spesso a uccidere per saziare la sua sete, arrivando a una escalation radicale che lo porta ad uccidere anche due o più persone in un giorno. Ad esempio, possiamo considerare il primo è il più antico serial killer di cui si ha notizia precisa e dettagliata in  Italia:  Vincenzo Verzeni,  passato alla storia come  “il vampiro di Bergamo”,

Tornando alla Criminologia come scienza, ora cercherò di descrivere quelli che sono i caratteri di cui essa tiene conto nell’analisi della scena del crimine: il modus operandi, la firma, la forensic awareness, lo staging e l’undoing.

Il modus operandi è "l’insieme dei comportamenti, delle azioni che il criminale compie per realizzare il proprio delitto; si tratta di tutto ciò che viene ritenuto indispensabile per raggiungere lo scopo prefissato"(1) .

In poche parole è il modo in cui il criminale compie l’atto criminoso. Un esempio è quello del famoso serial killer americano Ted Bundy

La firma è un carattere che spesso manca in una scena del crimine è una sorta di messaggio che il criminale lascia, consapevolmente o inconsapevolmente;  più che un messaggio è un bisogno psicologico, un qualcosa che deve fare perché è come un rito per lui/lei:  ad esempio come mettere la vittima in una posizione particolare (come quella fetale, spesso ricorrente), oppure, come nei casi di satanismo, lasciare dei messaggi o disegnare dei pentacoli con sangue della vittima sul muro.

Molteplici sono stati i casi di satanismo in Italia, spesso legati, all’insaputa dei media e dei civili, al cannibalismo. Le forensic awarness sono invece dei dettagli che il criminale toglie o aggiunge per "mascherare" l’atto ad esempio far sembrare un suicidio quello che in realtà è un omicidio, per depistare le indagini. Molti assassini sono ancora in circolazione proprio per questi motivi. Lo staging e l’undoing sono due caratteri simili e che si rifanno alle forensic awareness precedentemente descritte, esse sono delle "messe in scena" fatte o per depistaggio oppure per rimorso, ad esempio dopo un omicidio, l’omicida si rende conto dello sbaglio e allora lascia un oggetto o mette la vittima in una posizione dignitosa per rispetto.

 

Alberto Murtas

Articoli correlatiVincenzo Verzeni e Ted Bundy 

Approfondimenti  http://www.all-about-forensic-psychology.com/index.html


 

(1)  (C. Lucarelli e M. Picozzi; Serial Killer, storie di ossessione omicida, Mondadori, 2003)

Amore cortese

16/05/2012

L’AMOR CORTESE

L’amor cortese è forse il più nobile e puro tra i sentimenti espressi nella letteratura. Anche se l’amore non è classificabile, l’amor cortese è forse il più vero. Significa assoluta devozione verso l’altro e una grande elevazione dello spirito. Spesso era un amore che non poteva sbocciare, perché gran parte delle volte extraconiugale, infatti solo ora ci si sposa per sentimento.

La lontananza nel tempo o nello spazio, o la presenza di “terzi incomodi” quali i coniugi, rende l’amor cortese il più casto e puro, perché privo di secondi fini. Davvero bella è la concezione dell’amore di Andrea Capellano: “Questo è l’effetto dell’amore: poiché il vero amante non può peccare di avidità, l’amore dà bellezza all’uomo incolto e rozzo, dà nobiltà anche ai più umili, rende umili anche i superbi. Che cosa meravigliosa è l’amore!”

È proprio vero… amare rende unici e speciali. Ora come ora, il vero significato della parola “amore” e del verbo “amare” è quasi andato perduto, oggi spesso e volentieri ogni tipo di affetto viene facilmente scambiato o confuso con passione amorosa. Si è troppo egoisti per manifestare al meglio fedeltà e devozione all’amato, e l’onestà ormai non è più una cosa da tutti.

A volte non si cerca neanche l’amore, ma ci si accontenta. Spesso si ha paura di amare, per timore di soffrire; la sofferenza amorosa è un qualcosa che distingue l’individuo all’interno e all’esterno. Il “mal di cuore” è un male incurabile che affligge per intero un individuo.

 Un grande esempio di pena d’amore, in quel caso fatale, è descritto in “Tristano e Isotta”: “Allora Tristano prova un dolore tale che mai ne ebbe e mai ne avrà di simili e si gira verso il muro e dice: Dio salvi Isotta e me.. dovrò morire a causa del mio amore...”

Si dice che chi ama non ha che l’amata nei suoi pensieri, e l’amore non è possibile da dimenticare del tutto lasciando spesso il posto ad altri sentimenti, quali la tristezza o il disprezzo.

Concludo citando Rudel, esponente della lirica provenzale che tanto disse sull’amore cortese, e che forse più di tutti ha espresso il vero significato dell’amore. “E quando son partito da laggiù mi ricordo di un amore lontano, cammino triste e con gli occhi bassi.”

Enrico Atzori III E

Vincenzo Verzeni

14/03/11

Articolo principale: Criminal profiling

Vincenzo Verzeni da piccolo

Noto come lo “strangolatore di donne”, egli strangolava le donne e l’atto di strangolamento gli procurava una forte eccitazione tanto da provocare un momento di massima intensità del piacere sessuale. La vita delle sue vittime dipendeva, infatti, ’dalla durata dell’eccitazione’. A mano a mano che uccideva ebbe un escalation che lo portò a scuoiare le donne che uccideva per provare una maggior eccitazione. La cosa più spaventosa di questo caso è il fatto che Verzeni è stato valutato capace di intendere e volere, e durante il colloquio con Cesare Lombroso, definito uno dei padri della criminologia, disse che provava gusto nello strangolamento, dunque quel folle sapeva benissimo cosa stava facendo, e gli piaceva.

Alberto Murtas

Ted Bundy 

14/03/2011

Articolo principale: Criminal profiling

 

Ted Bundy - Theodore Robert Bundy (Burlington, 24 novembre 1946 – Starke, 24 gennaio 1989) è stato un serial killer statunitense, autore di omicidi di numerose giovani.

 

Egli attirava le proprie vittime, solitamente ragazze giovani, facendo fìnta di avere problemi fisici, con la tecnica del braccio ingessato, la caricava in macchina ma, quando la ragazza si accorgeva che nella macchina  mancava la maniglia,  era troppo tardi. Una volta condotta le vittime nella sua abitazione, Bundy stuprava e poi uccideva le giovani donne.

 

Albert Murtas

 

 

Spettacolo "Odissea"

16/05/2014

Recensione dello spettacolo Odissea

 

Il giorno 29 Marzo 2014, la mia classe, la II F, si è recata con numerose altre classi dell’Istituto "G.Brotzu" presso il teatro "Le Saline" di Cagliari, per la visione dello spettacolo Odissea, messo in scena dal gruppo teatrale Envers Teatro.

L’appuntamento era fissato per le 9.45 del mattino davanti all’ingresso principale del teatro. Una volta arrivati tutti, dopo un’attesa abbastanza lunga, ci siamo recati all’interno del teatro, dove abbiamo preso posto nelle ultime file della platea.

Visto che nel mese di novembre avevamo già assistito a uno spettacolo della stessa compagniaintitolato Macbeth e Lady, io e i miei compagni eravamo molto curiosi di vedere se questo secondo spettacolo sarebbe stato migliore del precedente che non aveva riscosso molto successo. Come il precedente, anche lo spettacolo Odissea è stato recitato dallo stesso attore, Valeriano Gialli, il quale, in apertura, ci ha spiegato il fatto che noi, con la sola nostra immaginazione, avremmo dovuto "vedere" i luoghi, i personaggi e le situazioni che avrebbe narrato.

Il racconto si apre con Ulisse che, lasciata Ogigia, sta navigando verso Itaca, quando un vento sfavorevole lo fa naufragare nell’isola di Schiera, dove Nausicaa e suo padre, il re Alcinoo, organizzano un banchetto in suo onore, durante il quale Ulisse, commosso dal racconto di un cantore che narra della guerra di Troia, comincia a raccontare, con un lunghissimo flashback, tutte le peripezie che ha dovuto affrontare dalla fine della guerra.

L’attore, impersonando Ulisse, aiutato da musiche molto belle e suggestive, ripercorre tutti gli eventi: l’incontro con i Lotofagi, la scampata morte nella terra di Polifemo, l’incontro con Eolo, il massacro dei suoi compagni nell’isola dei Lestrigoni, l’incontro con la Maga Circe, lo sbarco in Sicilia, sull’isola delle vacche del dio Sole. Infine Ulisse narra degli otto anni trascorsi presso la ninfa Calipso nell’isola di Ogigia.

Alla fine del racconto, i Feaci commossi, riportano Ulisse a casa, dove con l’aiuto di suo filgio Telemaco e di altre due persone fidate, egli scaccia i Proci che hanno invaso il suo palazzo contendendosi la mano di Penelope, moglie di Ulisse, che gli è stata sempre fedele nei lunghi venti anni di assenza.

Sul finale l’attore, ha recitato un episodio poco conosciuto e spesso censurato nei testi scolastici e nelle rappresentazioni dell’Odissea, ossia il massacro da parte di Ulisse delle ancelle, che durante la sua assenza, sono state infedeli a Penelope.

Nel complesso la visone dello spettacolo è stata piacevole, le musiche scelte erano molto belle e l’attore è stato molto bravo, tuttavia, non apprezzo molto il fatto che reciti da solo, inoltre in alcuni momenti la recitazione è diventata comica anche se non era quella l’ intenzione dell’attore.

La scenografia era quasi assente, fatta eccezione per due file di sei candele poste parallelamente ai lati dell’attore. Le luci invece erano suggestive.

 

Ludovica Dettin II F

 

"Odissea" a teatro

16/05/2014

 

Odissea è stato l’ultimo spettacolo teatrale a cui abbiamo assistito nell’anno scolastico 2013/2014. E’ stato interpretato dallo stesso attore, Valeriano Gialli, protagonista dell’altro spettacolo teatrale Macbeth e Lady, cui abbiamo assistito nel mese di novembre. Anche questa volta ha interpretato l’Odissea, nel suo solito modo, molto particolare, infatti, da solo, sul palco, con pochi ma incisivi effetti scenici, ci ha fatto rivivere i momenti principali di quest’opera lasciando alla nostra immaginazione il compito principale di fantasticare. Durante tutta la visione, ascoltando il suo monologo molto pregnante ed efficace, dovevamo immaginare gli ambienti, i personaggi, (dai Proci, a Telemaco, alla maga Circe, ecc.) le scene di azione e combattimento, come quella finale in cui Ulisse si  scontra con i Proci nella sua dimora.

Per la scenografia, sul palco c’erano solamente delle piccole candele e le poche luci utilizzate erano molto calde e delicate. Si è  creata così un’atmosfera molto particolare, ideale per scatenare la propria fantasia, nell’insieme si riusciva a intravedere solo il nostro protagonista che recitava con molta intensità. Per quanto riguarda i costumi di scena essi non hanno avuto alcun rilievo, l’attore indossava un semplice pantalone, una maglietta ed una giacca. Al contrario i suoni e le musiche hanno avuto un ruolo fondamentale: sono state usate sempre in maniera adeguata; nelle scene movimentate erano molto più incisive, ideali per trasmettere forti sensazioni al pubblico.

È stato uno spettacolo bello, come tutti gli altri visti in precedenza, ma quest’ultimo si è rivelato molto particolare, e nel pubblico ha suscitato molto più entusiasmo in confronto agli altri. Alternando ironia e serietà, il protagonista è riuscito a interpretare perfettamente l’opera epica e a far comprendere il succo della vicenda a tutti gli spettatori.                    

Puddu Edoardo II F

 

Odissea

19/05/2014

Odissea, spettacolo teatrale della compagnia ENVERS TEATRO, 29 marzo 2014, teatro "Le Saline" di Cagliari, durata 1h e 45 minuti circa.