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Grandi Elettori

Casa BiancaPremetto che la domanda 'Come gli americani si sentono riguardo all'elezione di Trump' è molto generale. Gli Stati Uniti sono un grande Paese  e questo comporta tanta diversità, specialmente per  quanto riguarda pensieri e opinioni in ambito politico.

Per parlare delle elezioni presidenziali negli Stati Uniti dobbiamo prima ricordarci di alcuni particolari importanti che spesso vengono tralasciati (anche dal popolo americano).

Prima di tutto gli Stati Uniti sono una Repubblica Federale: questo significa che il Presidente viene praticamente eletto indirettamente dal popolo.

Ogni Stato è rappresentato alle elezioni dai cosiddetti Grandi Elettori chiamati "House of Representatives".  Il numero dei grandi elettori dipende dal numero della popolazione di ogni stato e sono nel complesso 538.  Per esempio, la California, che ha una popolazione di 38 milioni,  è rappresentata da 55 Grandi Elettori.  Lo Stato in cui ho vissuto, North Dakota, ha una popolazione di circa 740mila abitanti che comporta  avere  un solo numero di 3 Grandi Elettori. Inoltre, se escludiamo Maine e il Nebraska,  tutti gli Stati hanno adottato, a partire dal 1880, un sistema chiamato 'winner-take-all', che assegna al candidato che vince, anche di un solo voto, tutti i grandi elettori. È’  grazie a questo meccanismo che Trump è riuscito a vincere le elezioni, nonostante abbia perso con il voto popolare. Secondo le statistiche: 2,62.979.616 voti, ossia il 46,1% del totale, contro 65.844.594, ovvero il 48,2%. 

Un fattore interessante di questa elezione sono stati i social networks.  A differenza di altre risorse, i social media hanno un’influenza maggiore. Questo è dovuto dal fatto che non esiste alcun tipo di filtro tra le notizie, come avviene in altri casi, per questo la piattaforma dei social media costuisce (ammetto tristemente) una delle più importanti fonti dalle quali il popolo americano si informa, come dimostrato nella seguente ricerca. Infatti, secondo uno studio condotto da un professore della Stanford University e un altro della New York University intitolato  “Social Media and Fake news in the 2016 Election”, il 14 percento degli Americani considerano i social media come la più importante fonte di ricerca.  Secondo questa, delle false notizie a favore di Trump sono state condivise 30 milioni di volte su Facebook, contro  8 milioni della Clinton. In sostanza, è stato calcolato che Donald Trump non sarebbe stato eletto presidente se non fosse stato per il grande numero di 'fake news' a suo favore condivise sui social. Infatti  la Clinton ha mirato a una campagna, se possiamo dire, più 'tradizionale', mentre Trump ha utilizzato il grande potere dei social come Facebook.

Quando leggiamo 'Stati Uniti' la prima cosa che ci viene in mente ovviamente sono grandi città come New York, Boston, Los Angeles e così via. Il problema però sta nel fatto che gli Stati Uniti non sono fatti solo di grandi città, al contrario, per la gran parte, si parla di piccoli Stati o almeno di dimensioni sicuramente minori, che comportano un altro tipo di mentalità.

Per dire quali sono le motivazioni che hanno portato all'elezione di Trump, onestamente basterebbe dire che i Repubblicani lo amano e i Democratici lo odiano. È difficile dire quali siano le conseguenze proprio perchè gli Stati Uniti sono molto vari.  Nel mio Stato sono quasi tutti Repubblicani e conservatori e Trump viene considerato un ottimo Presidente per il Paese.Empire

Parlando in base alla mia esperienza, la principale osservazione che posso fare è la seguente: gli Americani sono un popolo di nazionalisti. A contrario di noi Italiani, la maggior parte di loro  supportano continuamente il loro paese (molte volte semplicemente per patriottismo) da ogni punto di vista. Tengono molto alla competizione, e si considerano 'la nazione migliore del mondo' (testuali parole di ragazzi della mia scuola che non sono mai stati fuori dagli Usa) e creano competizione in ogni campo. Per questo è importante ricordare che la maggior parte della popolazione negli Usa non vive in grandi città e in Stati importanti.  Qualsiasi teenager americano è davvero interessato dal punto di vista politico, perchè sono particolarmente legati al loro Paese e, a contrario di quello che si pensa, in molti posti la diversità non è accettata o celebrata come ci si aspetterebbe  secondo la concezione che in generale si ha  di questo Paese. Nel mio stato Trump è  veramente amato per il fatto che, come si può notare anche dal suo motto 'Make American Great Again', mira particolarmente alla 'protezione'  (se così possiamo definirla) della nazione: “Costruire un muro per non fare entrare più i Messicani negli Stati Uniti perché portano droga, criminalità, sono stupratori e rubano il lavoro agli americani,  cacciare via tutti i musulmani in modo tale da prevenire il terrorismo”e così via.

Una questione importante è quella delle armi. RIguardo a questo problema, Trump ha affermato 'Se gli insegnanti avessero delle armi nelle scuola non accadrebbero più stragi' :  mentre Obama aveva affermato di voler applicare delle restrizioni riguardo ai requisiti necessari per possederle,  Trump aveva risposto 'Obama con ci toglierà il diritto di difenderci'.

È’  davvero molto difficile rispondere in maniera mirata a questa domanda, per farlo probabilmente bisognerebbe visitare ogni Stato, considerare la qualità di vita che conducono, il livello di istruzione e tanti altri fattori.

 

20.12.2017

Francesca Rollo, classe 5° C

La grande impresa di Ken Saro-Wiwa

Ken Saro-Wiwa, un nome strano, un po’ giapponese, un po’ africano: il nome di un uomo che non deve essere dimenticato, che, pur di tentare di salvare il suo popolo dallo sfruttamento, ha consacrato la sua vita alla scrittura e ha sacrificato se stesso. La preoccupazione più grande di Ken era che questi fatti venissero dimenticati e che il mondo non sapesse quello che era avvenuto: ora il mondo sa cosa è successo, noi lo sappiamo, pertanto Ken non è morto invano.

 

LA GRANDE IMPRESA DI KEN SARO-WIWA

 

Ken Saro-Wiwa nacque il 10 ottobre del 1941 a Bori, nella regione del Delta del Niger. Fin da piccolo viene considerato un bambino prodigio. Alla giovane età di 13 anni Ken vince una borsa di studio al Government College di Umuhaia. Dopo la laurea, conseguita all’università di Ibadan, Ken insegna prima ad Umuhaia e poi all’università del Lagos. I suoi primi lavori appaiono sulla rivista studentesca universitaria, di cui era curatore. Intorno alla metà degli anni ‘80 si afferma come uno dei più grandi scrittori nigeriani con le opere: Song in a Time of War (1985), Sozaboy (1985) e A forest of flowers (1986).
Oltre al lavoro artistico, Ken si dedica alla vita pubblica ricoprendo importanti ruoli istituzionali, per poi porsi in contrasto con le autorità stesse e con il governo federale della Nigeria, il quale riteneva che i diritti dei popoli e la salvaguardia dell’ambiente fossero meno importanti in confronto agli interessi economici.

 

Negli anni ’50, infatti, la scoperta di grandi giacimenti petroliferi richiama immediatamente l’attenzione di grandi multinazionali, in particolare Mobil, Chevron, e Shell, che si stanziano nel territorio del Delta del Niger per sfruttarne le preziose risorse. Ken Saro Wiwa, appartenente all’etnia degli Ogoni, da sempre stanziati nel Rivers State, si fa portavoce ufficiale delle rivendicazioni di questo popolo. I giacimenti di petrolio, infatti, diventano una vera e propria tragedia per gli Ogoni. Dediti all’agricoltura e alla pesca fin dai tempi più remoti, si vedono improvvisamente costretti all’emigrazione e alla miseria e addirittura alla morte, a causa dell’inquinamento prodotto dalle multinazionali del petrolio con la complicità della classe dirigente politica e militare del paese. Le continue trivellazioni, le enormi quantità di gas bruciato, le piogge acide, non fanno altro che devastare il loro territorio, compromettendone in modo definitivo la situazione ambientale dell’area. E gli Ogoni, vittime di questo scempio, non traggono neppure il minimo vantaggio economico dallo sfruttamento delle loro terre.
A questo proposito Ken farà di tutto per far cambiare idea al governo, il quale però lo marchia come personaggio scomodo e da tenere sotto controllo. Nel 1990 Ken fonda il MOSOP (Movement for the Survival of Ogoni People), grazie al quale ottiene la tanto agognata attenzione, assieme a una grande manifestazione con 300 mila testimoni dello sfruttamento da parte delle multinazionali del petrolio, in particolar modo la compagnia britannica Shell
Nel ‘93 la Shell, dopo aver scavato ben 96 pozzi, costruito raffinerie e un complesso petrolchimico, decide di abbandonare i territori degli Ogoni. Dato, però, che l’economia nigeriana si basava per l’80% sui guadagni portati dalle estrazioni di petrolio, da quel momento persi, il governo prese di mira gli Ogoni e il MOSOP.
Così nel ’94 molti Ogoni vennero uccisi e Ken venne arrestato. Prima di morire lasciò dette queste parole: “’Provo sgomento per la vergognosa povertà del mio popolo che vive in una terra generosa di risorse, provo rabbia per la devastazione di questa terra. Io e i miei compagni non siamo i soli sotto processo. Anche la Shell è uno degli imputati. L’azienda è riuscita a sottrarsi a questo processo, ma verrà anche per lei il giorno del giudizio’’.

 

Nonostante le pressioni di vari governi, Ken venne ritenuto colpevole di omicidio e pertanto venne fatto impiccare assieme ad altre otto persone a Port Hacourt il 10 novembre del ’95. Ciò causò un grave incidente diplomatico, che causò la sospensione della Nigeria dal Commonwealth.
La lotta di questo grande uomo non è stata vana in quanto nel mondo molta gente sa perché è morto, sa per cosa ha dato la vita, sa che ha lottato per i diritti di un popolo sfruttato dalle multinazionali solo per il guadagno. Una vera lotta impari conclusasi, a suo tempo, con la vittoria dei capitalisti interessati solo al denaro. Ma il sacrificio di Ken non è stato inutile e la sua profezia si è avverata: una coraggiosa avvocatessa americana è riuscita a portare la Shell sul banco degli imputati. A distanza di molti anni la compagnia petrolifera ha accettato di patteggiare con un risarcimento milionario: anche se è niente in confronto al danno perpetrato, è la prima volta che una multinazionale è obbligata a rispondere dei crimini commessi in nome del profitto.

 

Tra le opere più famose di Ken Saro-Wiwa, oltre al romanzo Sozaboy, che ha fatto conoscere al mondo la tragedia del Biafra, possiamo citare la poesia “ La vera prigione”, che parla della sua esperienza in carcere, ma soprattutto della corruzione, della violenza e di cosa sia la vera menzogna.

La vera prigione    (Ken Saro-Wiwa)

Non è il tetto che perde
Non sono nemmeno le zanzare che ronzano
Nella umida, misera cella.
Non è il rumore metallico della chiave
Mentre il secondino ti chiude dentro.
Non sono le meschine razioni
Insufficienti per uomo o bestia
Neanche il nulla del giorno
Che sprofonda nel vuoto della notte
Non è
Non è
Non è.
Sono le bugie che ti hanno martellato
Le orecchie per un’intera generazione
E’ il poliziotto che corre all’impazzata in un raptus omicida
Mentre esegue a sangue freddo ordini sanguinari
In cambio di un misero pasto al giorno.
Il magistrato che scrive sul suo libro
La punizione, lei lo sa, è ingiusta
La decrepitezza morale
L’inettitudine mentale
Che concede alla dittatura una falsa legittimazione
La vigliaccheria travestita da obbedienza
In agguato nelle nostre anime denigrate
È la paura di calzoni inumiditi
Non osiamo eliminare la nostra urina
E’ questo
E’ questo
E’ questo
Amico mio, è questo che trasforma il nostro mondo libero
In una cupa prigione.

Il gruppo punk “Il teatro degli orrori”, ispirandosi anche al testo della poesia, ha dedicato una canzone a Ken Saro-Wiwa, intitolata “A sangue freddo

Roberto Saviano, durante la trasmissione Che tempo che fa?,

   

Le notizie biografiche sono tratte da:
http://www.ilcassetto.it/notizia.php?tid=377

 

Davide Fara 2E

(data di pubblicazione: 29/02/2012)

 


 

Il no della svizzera ai minareti

A Ginevra il 29 Novembre 2009 si è svolto un referendum per capire cosa pensasse la popolazione svizzera riguardo la costruzione di nuove moschee nel loro territorio. Il risultato di questo referendum ha portato a galla un grave problema che riguarda il 57,5% degli svizzeri i quali hanno votato contro la costruzione di queste moschee dando un vero e proprio schiaffo alla cultura musulmana. A causa di ciò la controparte Svizzera sta prendendo in considerazione l’ipotesi di fare ricorso alla Corte europea dei diritti umani di Strasburgo; tale controparte, infatti, ha affermato che tale esito del referendum sia stato la conseguenza di una propaganda ben fatta che ha influenzato la popolazione creando dei pregiudizi. L’Italia su questo argomento di divide in due grandi opinioni: la Lega Nord ritiene che quello della Svizzera sia un esempio di civiltà da imitare per combattere l’ideologia massonica e filoislamica proponendo addirittura l’aggiunta di una croce nella bandiera italina, mentre il nostro ministro degli esteri Franco Frattini ritiene che poichè l’Italia difende il diritto di esporre il crocefisso nelle scuole si dovrebbe guardare dal dare messaggi di diffidenza e di proibizione dei confronti di altre religioni. Il Vaticano risulta preoccupato dall’esito del referendum schierandosi dalla parte dei vescovi svizzeri, i quali affermano che non può essere impedita la libertà religiosa ad una minoranza e che tantomeno gli si possa negare un luogo di culto. Secondo il mio parere personale ogni uomo ha diritto di professare la propria religione in qualsiasi posto si trovi; ritengo assurdo che in un Paese multietnico come quello svizzero possano esistere tali pregiudizi e tali gesti di razzismo, per questo spero che la controparte svizzera abbia ragione e che questo atteggiamento sia il semplice frutto di una buona propaganda che ha spinto gli svizzeri a votare senza ragionare adeguatamente su ciò che quel voto avrebbe provocato.              

Ilenia Meloni

 

Ultimo round: Obama vs McCain

                                                                Ultimo round: Obama vs McCain
La mattina del 4 Novembre l’America ha visto il volto del 44esimo presidente degli Stati Uniti. È stata una lunga corsa che si è finalmente chiusa, i cittadini hanno votato per nominare un solo candidato. Alla fine l’ha spuntata il democratico Barack Obama. Obama, senatore nero dell’Illinois, è un uomo convincente, sveglio e ha un modo di parlare molto saggio, degno di un grande oratore; con i suoi discorsi ha convinto milioni e milioni di persone sia afroamericane che bianche. Infatti Obama è riuscito ad attirare verso di sè quella fetta di popolazione costituita in gran numero da persone povere e del ceto medio basso, tutta gente che purtroppo ha grandi spese da sostenere e che non può pagare le tasse del governo.  Obama viene visto come l’unico uomo in grado di riportare al potere i democratici ormai alla riscossa dopo essere stati messi da parte dal governo di George W. Bush. Obama ha fatto molte promesse al popolo americano, tra cui una riforma dell’economia, il ritiro delle truppe in Iraq e poi un atteggiamento più pacifico nei confronti della Russia e di altri Paesi. Dall’altra parte, quella repubblicana, c’era invece il vecchio John McCain, veterano della guerra del Vietnam, energico e risoluto. McCain è l’esatto contrario di Obama poiché egli stesso è stato abituato, quando è entrato in politica, a convivere con quella borghesia imprenditoriale e conservatrice che non accetta le riforme che vanno ad aiutare i più deboli. Ha quindi l’appoggio dei ceti benestanti e conservatori. McCain è perciò la controparte di Obama, non vuole considerare seria la faccenda della guerra contro il terrorismo, anzi è deciso a inasprire le ostilità, inoltre ha intenzione di mostrarsi aggressivo nei confronti di altri Paesi. Tuttavia il vecchio John non è riuscito a ottenere dei voti  sufficienti da essere eletto presidente e qiundi alla fine ha accettato la sua sconfitta e si è fatto da parte dando però un ultimo saluto ai suoi elettori.
Queste elezioni sono state di sicuro le più seguite in America e nel mondo perché con esse si è andato a creare un clima di stupore in ogni parte della Terra. Bisogna dire che sono state anche le più costose. Pensate! Per le due campagne elettorali è stato speso 1 miliardo di dollari. Ora, a distanza di quattro giorni dal voto, Obama ha cominciato subito a lavorare nominando prima i ministri, i funzionari e gli alti dirigenti della NASA, della CIA, dell’ FBI e della Federal Reserve, la Banca di Stato. E ha sviluppato un piano di aiuti per le banche statunitensi colpite dalla crisi dei mercati globali. Tuttavia egli potrà diventare presidente solo a gennaio. Per il momento Obama non ha intenzione di smettere di lavorare neanche dopo la fine delle votazioni; vuole assolutamente riportare alla normalità la situazione di un Paese che sta per uscire da 8 anni di governo repubblicano. Durante tutto questo tempo Bush con i suoi consiglieri ha cambiato gli equilibri mondiali e quelli dell’America stessa. E’ necessario, appunto, riportare gli Stati Uniti al sicuro anche perché ormai la loro situazione non è una delle migliori, si spera che andrà tutto bene e che l’ America riassuma il ruolo di vecchia potenza e riporti la sicurezza non solo nel pianeta intero,  ma anche all’interno del suo stesso territorio.

Speriamo che  Obama sia all’ altezza di tutto ciò, per questo gli auguriamo buona fortuna.


Secci Giovanni IV C

(data di pubblicazione: 03/11/2008 )

 

Una valanga di news dall’America!

 

 

      Grazie anche ad un cortese invito della prof (!) durante quest’estate mi sono sbizzarita a cercare notizie di ogni genere riguardanti gli Stati Uniti e non solo... Non ne mancavano di certo su: crisi finanziaria, candidati alla Casa Bianca e soprattutto sono rimasta colpita dal suicidio di Bruce Irvins, sospettato dell’attentato al Congresso con le lettere contaminate all’antrace; ma anche da due notizie riguardanti gli Stati dell’ovest, che denotano sia una crescita dell’allerta sia della violenza a scuola: in Texas insegnanti armati e in Tennesse uno studente uccide un compagno. L’America del Sud è stata invece teatro di numerosi rapimenti di italiani e incidenti stradali che mi hanno lasciato sinceramente dispiaciuta: la strage di nostri connazionali a S.Domingo, ad Haiti un bus cade in un fiume e in Colombia sempre un bus precipita in un burrone. Naturalmente anche i vari intrecci politici di Cile, Bolivia e Venezuela sono alquanto interessanti, anche se forse snobbati dai telegiornali per il contrasto con gli USA. Mi ha meravigliato, anche se sono contenta, l’arresto del boss dell’ndrangheta Coluccio in Canada; invece sono rimasta molto delusa dalle affermazioni di Sarah Palin, candidata con McCain  alla vicepresidenza del governo, alla TV: "siamo pronti ad entrare in guerra contro la Russia" e " la guerra in Iraq è un compito indicato da Dio" perchè è un discorso molto simile alla jihad dei Kamikaze. Non mancano notizie curiose e provenienti da Hollywood: un carcerato vuole diventare cibo per pesci, Michael Jackson in sedia a rotelle ( non saprei se inserirla tra le notizie curiose o provenienti da Hollywood).         Tutto sommato le notizie che ho trovato sono soprattutto di cronaca o comunque negative: infatti omicidi, uragani e argomenti simili sono sempre più presenti nei nostri quotidiani e tg. Anche se forse negli ultimi mesi questa tendenza è stata invertita a favore di notizie riguardanti crisi finanziaria e politica estera. Che comunque non sono confortanti...

Jessyka..........

Per capire: i pallini indicano i luoghi dove sono avvenuti i fatti in questione, guardateli servono ad orientarsi!!



(data di pubblicazione: 13/10/2008 )

La Betancourt è libera

 

Finalmente dopo 6 lunghi anni di agonia, l’ex candidata alle presidenziali in Colombia è stata liberata!!! La notizia è stata resa pubblica proprio al momento della liberazione, ottenuta anche da altri 14 detenuti della Farc. L’operazione è stata portata a termine da un intelligence accompagnata dall’esercito colombiano. Subito venuti a conoscenza della sua liberazione i figli, il suo ex marito e il presidente francese Nicolas Sarkozy si sono recati a Bogotà per accogliere Ingrid. Subito l’ex detenuta ha abbracciato i suoi figli e ha affermato che è viva solamente per poter riabbracciargli e vedergli i. Inoltre racconta la sua esperienza nella giungla. è stata vittima di crudeltà terribili che però ha saputo affrontare senza perdersi d’animo soprattutto per l’amore che prova per i suoi figli. Per gli altri detenuti è stato utilizzato un elicottero nel quale, ti senza credere ai loro occhi vedevano i loro carcerieri che venivano disarmati. Una cosa che deve essere messa in evidenza è senz’altro il modo in cui sono stati liberati gli ostaggi: nessun ferito o morto, insomma senza cospargimento di sangue. Nonostante ciò comunque la Betancourt vuole ancora candidarsi per le presidenziali colombiane, ma come aveva fatto già da tempo lascierà la sua famiglia in Francia, affinchè i suoi parenti più cari non siano toccati.

 ....93....

(data di pubblicazione: 03/07/2008 )

Cosa succede in Tibet?

 

Poche settimane fa è scoppiata in Cina la protesta del Tibet contro il governo cinese. La nazione sul tetto del mondo con il suo leader politico e religioso, il Dalai Lama, chiede “un’autonomia genuina”, ma i cinesi non sono disposti a concederla. L’anno prossimo ricorre il 50esimo anniversario dell’annessione del Tibet alla Repubblica popolare cinese. Ci si chiede quindi: perché la rivoluzione è scoppiata quest’anno e non l’anno prossimo? Ovviamente perché quest’anno gli occhi di tutto il mondo sono puntati sul territorio cinese a causa delle Olimpiadi, che si svolgeranno a Pechino. Quale palcoscenico migliore? Negli ultimi giorni, da più parti, si è sentito auspicare, infatti,  al boicottaggio delle Olimpiadi, soprattutto nella Comunità Europea.
Il governo cinese divulga solo le informazioni di parte e molto distanti da quelle rese note dal governo tibetano in esilio. Secondo i cinesi la situazione a Lhasa, capitale tibetana, starebbe tornando alla normalità; secondo i tibetani gli arresti sarebbero già ben ottocento e la città sarebbe circondata dall’esercito.
È intervenuto nella questione anche Papa Benedetto XVI invocando la tolleranza e pregando per il Tibet. L’opinione pubblica aspetta invece dati certi.
                                                                                       Jessyka

 

(data di pubblicaione: 21/03/2008 )

Fidel esce, Raul entra

 

Qualche settimana fa le testate giornalistiche hanno battuto la più grande new degli ultimi cinquanta anni per Cuba. Nella più grande isola delle Antille c’è stato infatti un avvicendamento al governo del Paese: l’ottantunenne capo di Stato Fidel Castro ha deciso di gettare la spugna anche a causa di una malattia che lo tormentava da qualche anno. Fidel Ruz Castro,avvocato rinomato, aveva iniziato la sua avventura a Cuba nel 1956 alla guida di una rivoluzione che avrebbe portato l’isola all’indipendenza dalla dittatura di Batista; la politica di Fidel Castro rimise in piedi l’economia del Paese ma urtò gli interessi economici degli Stati Uniti per l’sola. Poiché questa politica era di impronta radicalmente Marxista non tardò a trasformarsi radicalmente in una dittatura destinata a durare per più di cinquant’anni.
Gli USA con George W. Bush in testa si sono rallegrati per questa scelta del lìder maximo.
Ma se un Castro se ne va, un altro arriva. Fidel ha infatti lasciato tutti i suoi poteri al fratello, poco più che settantenne, Raul. Gli Stati Uniti sperano vivamente, con parole di circostanza, che questa sia una mossa verso un cambiamento radicale; si è comunque deciso di non ritirare l’embargo nei confronti di Cuba. Ma tutti noi crediamo che il caro Raul non intraprenda una strategia radicalmente opposta a quella del fratello, anzi stia ad ascoltare i consigli del fratellone.

                                                                                                                          Jessyka

(data di pubblicazione: 13/08/2008 )

Islam: è giusto essere tolleranti?

 

Islam : é giusto essere tolleranti?                                                                                                                                                              27 dicembre 2007 Benazir Bhutto, cinquatraquattro anni, é stata assassinata in Pakistan mentre teneva un discorso di propaganda, in vista delle elezioni che si sarebbero dovute svolgere l’8 gennaio scorso. Bhutto faceva parte del partito riformista. Era riuscita a riunire il Paese diffondendo le sue idee di libertà, democrazia e uguaglianza. Per questo si era candidata alle elezioni. Voleva restituire al Pakistan quella libertà di pensiero e di parola che per troppo tempo le é stata negata. In un paese come il Pakistan in cui la popolazione non può esprimere le proprie idee, si rischia di venire uccisi, com’é successo alla Bhutto. Una situazione comune a molti Paesi islamici, paesi con una cultura molto diversa da quella occidentale. Secondo gli integralisti é giusto uccidersi e uccidere per difendere la propria religione. Compiere attentati fa parte di questa difesa. Per noi una situazione del genere é impensabile. Va contro la nostra morale e i nostri principi. In quest’ultimo periodo il telegiornali non fanno che darci notizie di morti in attentati terroristici. Tutte vittime della “Guerra Santa”. In Europa si cerca di adottare un comportamento tollerante nei confronti delle diverse religioni presenti sul territorio. Si cerca il più possibile di integrarle nella nostra società dando ai loro fedeli la possibilità di costruire moschee, sinagoghe e templi buddisti. Nessuno tenta di convertirli alla religione cristiana. Nessuno li obbliga ad adottare i nostri costumi. Nel nostro Paese sono liberi di professare la loro religione, di mantenere le loro tradizioni. Se noi andiamo nei Paesi islamici dobbiamo adeguarci ai loro costumi e alle loro usanze. Giustamente dice Umberto Eco: «Bisogna essere tolleranti comunque». Tuttavia, benchè non siano stati commessi attentati terroristici in Italia, la gente riman comumque con la preocupazzione che le minaccie di alcune frange estremiste si concrettizzino. Il nostro é un Paese democratico la cui costituzione si basa su idee di uguaglianza e di libertà. Oriana Fallaci ha ragione quando afferma che la nostra storia é segnata da grandi personaggi quali Aristotele e Platone, da grandi civiltà come quella greca e romana, che hanno posto le basi per la nostra democrazia, mentre la cultura islamica dei gruppi più estremisti si basa invece sull’interpretazione molto radicale del Corano. Ritengo che sia giusto essere tolleranti. Ma a tutto c’é un limite. È necessario “combattere”, senza usate la violenza, il tentativo dell’estremismo islamico di sabotare tutti i progressi della nostra storia.

MICHELA MASSA    ( IIC LICEO CLASSICO )

 

(data di pubblicazione: 15/02/2008 )

 

Moratoria della pena di morte

Riflessioni sulla moratoria della pena di morte. assemblea dell?ONU

Il 30 dicembre 2006 dopo l’esecuzione dell’ex rais iracheno Saddam Hussein il radicale Marco Pannella e l’associazione “Nessuno tocchi Caino” chiesero al governo italiano di presentare all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite la richiesta di moratoria contro la pena di morte.
Una richiesta simile era già stata presentata in diverse forme ben tre volte negli ultimi tredici anni nel 1994, nel 1999 e nel 2003.
L’Italia, dove già nel 1700 Cesare Beccaria scrisse “Dei delitti e delle pene”, e la pena di morte fu abolita nel 1948 con l’entrata in vigore della Costituzione repubblicana ha sempre sostenuto queste iniziative e anche in questa occasione è uno dei 72 paesi che hanno lavorato per la sua realizzazione
La moratoria è stata presentata alla terza commissione dell’ONU, quella sui diritti umani a novembre; il testo riuscì a passare con 99 voti favorevoli (97 era il minimo richiesto), 52 contrari e 33 astenuti; circa un mese dopo, il 16 dicembre 2007, alle h 11,45, (17,45 in Italia), l’assemblea generale ha ratificato la richiesta con un ottimo risultato, migliore delle aspettative: 104 voti a favore, 54 contrari, 29 astenuti. I cinque paesi che hanno cambiato idea il giorno della ratifica definitiva sono stati Congo, Madagascar, Kiribati, Nauru e Palau. Gli Stati Uniti si sono astenuti perché sono i singoli stati e non il parlamento o il Presidente a decidere sulla pena di morte; ma qualcosa sta cambiando perché proprio il 15 dicembre il New Jersey ha deciso di abolire la pena di morte; sono quindi saliti a 13 su 50 gli stati americani che non eseguiranno più pene capitali.
E’ una data da segnare sul calendario; una giornata storica ed è importante che nessuno la dimentichi. Si tratta di un grande risultato che potrebbe portare ad una grande rivoluzione: infatti la moratoria “invita” i paesi ad abolire la pena di morte, a fermare le pene in corso, a non infliggerne nuove.
Certo preoccupano non solo i 54 no, ma i 29 astenuti: come è possibile non avere una propria idea su un problema così serio? C’è chi ha pensato che alcuni capi politici temano ritorsioni. A coloro che non riescono a prendere posizione va ricordato che la sua applicazione presenta troppe possibilità di abusi e di errori: uccidere un uomo innocente è peggio che lasciare impunito un colpevole.
Infatti ancora molti sono i paesi, ben 50, in cui la pena di morte viene regolarmente applicata. Nel 2006 le condanne a morte sono state 5628, di cui ca 5000 nella sola Cina, l’89% delle esecuzioni mondiali.
Su cinquanta stati 11 sono democrazie liberali che, a dispetto dei loro ideali, permettono la pena di morte, in contrasto con i valori su cui si basa la loro costituzione.
Diversi studi hanno dimostrato che la pena di morte non risulta essere un deterrente più efficace rispetto ad altre punizioni e che nei paesi in cui è in vigore il numero di crimini non è inferiore rispetto ai paesi in cui non c’è.
E’ importante sottolineare l’altissimo rischio di giustiziare degli innocenti; non si può avere la certezza assoluta che un uomo abbia commesso un crimine e diversi sono i casi in cui sono stati condannati a morte dei detenuti nonostante i molti dubbi sulla loro colpevolezza; per non parlare di quei casi in cui solo dopo l’esecuzione si sono scoperte false testimonianze o assurde confessioni.
E purtroppo in certi paesi la pena di morte viene anche usata come “arma” per eliminare nemici scomodi
C’è chi è contrario alla pena di morte semplicemente perché non risolve nulla, perché una volta morti non ci si rende conto del male che si è commesso e non ci si potrà mai pentire dei propri malvagi e tragici atti. La cosa migliore sarebbe istituire delle carceri o strutture controllate, come le colonie penali, in cui i detenuti siano obbligati a lavorare e non restino anni e anni a non fare nulla. E il tipo di lavoro dovrà essere deciso in base alla colpa: più grave la colpa più duro il lavoro.
Dovere dello Stato è quello di educare con le giuste punizioni e non togliere la vita a chi può migliorare la propria esistenza anche con l’aiuto delle istituzioni.
Ma chi sono i condannati a morte? Assassini colpevoli di atroci delitti (per es. negli USA), funzionari corrotti che hanno organizzato truffe ai danni dello stato (Cina), dittatori sanguinari(Iraq),
Guardando bene, i paesi in cui vige la pena capitale sono nella maggior parte paesi in via di sviluppo, con problemi di ordine pubblico, impegnati in guerre civili, con problemi legati alla malavita organizzata. Alcuni pensano per questo che non si debbano fare pressioni né accelerare i tempi; deve essere data ad ogni paese la libertà di decidere al suo interno; cinicamente si tratta di dare ad ogni popolo il tempo necessario per superare una mentalità regredita; anche in Europa nei secoli passati ci sono state la persecuzione degli eretici, la condanna delle streghe; oggi in Iran per esempio si impicca un sedicenne colpevole di omosessualità e in Aghanistan si può essere condannati a morte se si abiura la religione islamica.
Ma riflettiamo! La pena di morte è un atto di violenza e da violenza si genera violenza in un processo a catena difficilmente arrestabile.
Solo quando la pena di morte sarà abolita, la vittoria ottenuta con la moratoria potrà essere considerata di eguale importanza rispetto all’abolizione della schiavitù e verrà conquistato il diritto umano più importante: quello alla vita.

La vita è il bene più importante e nessuno ha il diritto di decidere quando deve finire.


La classe IV ginnasio sez. C 

(data di pubblicaione: 18/01/2008 )

Is another world possible?

 

(...) Generali che con la spada in mano

 

 

 

Falcian l’erba con i contadini

 

 

 

 

Al governo si fanno i fatti nostri

 

 

Ed in chiesa si fanno i fatti lor.

 

 

Così scriveva Dario Fo, in una delle sue commedie, descrivendo un fantomatico "mondo alla rovescia", in cui probabimente a tutti piacerebbe vivere.  Leggendo o ascoltando questi versi, ci si rende conto di come il nostro mondo sia immensamente lontano dal "rovesciarsi" e di come la nostra Italietta sia afflitta dagli stessi secolari problemi. La storia del nostro Paese post-impero romano è, infatti, un interminabile susseguirsi di dominazioni straniere più o meno egemoni, ma anche dopo l’unificazione, l’arrivo del XX secolo e le due guerre mondiali, non siamo mai stati realmente in grado di esercitare una politica del tutto autonoma da influenze esterne.

 

Viene da chiedersi, che cosa c’entra tutto questo con i versi che ho citato? Tutto ciò per comprendere la profondità del problema delle ingerenze straniere in Italia. Ultimo esempio, lo scandalo scoppiato in seguito alla lettera di alcuni ambasciatori esteri, che richiedevano al Parlamento il rifinanziamento della missione in Afghanistan. Ma perchè, solo tra tanti, non riesco a stupirmi di fronte a questo comportamento? Forse perchè, anche rileggendo l’ultimo rigo del brano che ho riportato, mi rendo conto che, in Italia, le ingerenze indebite sono state e sono, ora più che mai, all’ordine del giorno!

 

La Città del Vaticano è uno Stato straniero, nè più nè meno delle Nazioni rappresentate dagli ambasciatori messi sotto accusa. Un conto è quando il Pontefice o chi ne fa le veci, in qualità di supremo esponente del Cattolicesimo, esprime il punto di vista della Chiesa riguardo a grandi questioni etiche; un altro è quando essi valutano e criticano punto per punto un disegno di legge di uno Stato laico, quale dovrebbe essere il nostro! E’ il caso del recente decreto sulla tutela delle coppie di fatto. Cosa hanno a che fare il diritto di successione nella locazione, di assistenza in ospedale, di reversibilità della pensione, con l’etica e la morale? Il motivo per cui quasi nessuno batta ciglio, nonostante i continui interventi di esponenti della Curia, è un mistero. Sembriamo, davvero, tristemente condannati ad una sovranità limitata da un potere che, troppo spesso, si spinge oltre i limiti dello spirituale.

 

Sta a noi prendere una decisione non più rimandabile. Dobbiamo una volta per tutte piantarla di sognare un "mondo alla rovescia"?

 

Riccardo Murgia

                                                                                                                                                                                                       (data di pubblicazione: 08/02/2007 )

Los Angeles: primo caso di peste bubbonica da oltre vent’anni

 

Caso di peste bubbonica a Los Angeles, è stato confermato dai servizi sanitari della città. Non si verificava un caso simile da oltre vent’anni.
La vittima è stata una donna, non ancora identificata,ricoverata d’urgenza il 13 Aprile con febbre alta e vari sintomi di peste bubbonica, tra i quali i noduli linfatici gonfi. Attualmente l’infezione viene arrestata con una cura antibiotica, e le condizioni della paziente sono “stabili”. Di solito la peste bubbonica viene trasmessa da parassiti come le pulci che a loro volta contraggono la malattia dai roditori. Quello che lascia perplessi è che un episodio del genere si sia verificato in un paese come gli Stati Uniti, progredito dal punto di vista sanitario. Focolai di peste sono molto frequenti in paesi del Terzo Mondo come il Sud-Est Asiatico e l’Africa. Tuttavia, se riconosciuta in tempo, rassicurano i medici, si può curare con una semplice terapia antibiotica.

 Chiara Curcio

                                                                                                                                                                                                     (data di pubblicazione: 20/04/2006 )

Tre nobel-donne

8 marzo: festa della donna. Ma quale festa, verrebbe da chiedersi, se nel mondo le donne continuano a essere vittime di ogni genere di abusi, succubi di mariti, padri, fratelli, soppresse alla nascita perchè considerate una disgrazia (India e Cina), escluse dall’istruzione e dall’accesso ai diritti umani fondamentali? Allora approfittiamo dell’occasione per ricordare tre grandi donne, provenienti da paesi afflitti da guerre e dittature, che l’anno scorso hanno ricevuto il prestigioso riconoscimento.

Tre Nobel-donne

Anche quest’anno l’8 marzo ci sarà la “Festa della donna” e io vorrei parlarvi di tre donne che meritano di essere ricordate per il loro impegno nella lotta per la parità dei diritti. L’anno scorso, infatti, il premio Nobel per la pace è stato assegnato proprio a tre donne, Ellen Johnsonn Sirleaf, Leymah Gbowee e Tawakkul Barman, con la seguente motivazione: "Per la loro battaglia non violenta a favore della sicurezza delle donne e del loro diritto alla piena partecipazione nell’opera di costruzione della pace". Tre personalità che si sono distinte, quindi, non solo per la loro attività politica, ma anche perché, pur vivendo in continenti come l’Africa e l’Asia, di cui spesso si sente parlare a proposito di violenze e discriminazioni nei confronti del genere femminile, hanno avuto il coraggio di ribellarsi a governi deboli e corrotti e di adoperarsi per porre fine al conflitto fratricida che funestava il loro popolo.

 

La prima, Ellen Johnsonn Sirleaf, (Monrovia, 29 ottobre 1938) è stata eletta presidentessa della Liberia nel 2005, all’età di 72 anni. È considerata il “simbolo della nuova Africa”. Più volte è stata arrestata a causa delle sue continue proteste contro il governo, ma appena eletta si è rivolta alle camere riunite del Congresso degli Stati Uniti, chiedendo il supporto americano per aiutare il suo paese a "divenire un faro splendente, un esempio per l’Africa e per il mondo di cosa può ottenere l’amore per la libertà”. Nel 2011 è stata confermata alla guida del suo paese.

 

 

Anche la sua connazionale Leymah Gbowee, (Monrovia, 1º febbraio 1972), che ha ricevuto il Nobel all’età di 39 anni, ha contribuito a mettere fine alle guerre civili nel suo paese, incitando, come Lisistrata nella famosa commedia di Aristofane, le donne, sia cristiane che musulmane, a ribellarsi proclamando lo “sciopero del sesso” e affermando che “Senza donne non c’è pace. Senza pace non ci sono donne”.

 

 

E infine, all’età di 32 anni, la più giovane delle tre, Tawakkol Karman, è diventata la leader della protesta contro il regime yemenita. Nel gennaio del 2011 è stata arrestata dalle autorità del suo paese, perché si era opposta, assieme alla sua associazione “Giornaliste senza catene”, alla repressione violenta delle proteste, e rilasciata, poi, grazie alle manifestazioni popolari in suo favore.

 

 

 Le tre donne di cui vi ho parlato sono solo un piccolo esempio di donne che hanno lottato e rischiato la vita per difendere i propri diritti e quelli dei loro connazionali. Mi sembra, quindi, giusto che le prime a meritare una festa dedicata alle donne siano persone come Ellen Johnsonn Sirleaf, Leymah Gbowee e Tawakkol Barman, che devono essere ricordate in queste occasioni non solo per ciò che hanno fatto ma perché siano d’esempio per tutte le donne sfruttate, maltrattate e violentate. Festeggiamo anche quest’anno l’8 marzo come crediamo, ma soprattutto con il pensiero che ancora tante donne nel mondo non hanno la possibilità di esprimersi con la nostra stessa libertà.

 

Sara Pisciottu 2E

(data di pubblicazione: 29/02/2012)

11 settembre 1973

11/08/2008

« Viva il Cile! Viva il popolo! Viva i lavoratori! Queste sono le mie ultime parole e ho la certezza che il mio sacrificio non sarà vano. Ho la certezza che, per lo meno, ci sarà una lezione morale che castigherà la vigliaccheria, la codardia e il tradimento. »

Queste sono state le ultime parole di Salvador Allende l’11 settembre 1973, prima del bombardamento del palazzo presidenziale di Santiago,  cui avrebbe fatto seguito il regime dittatoriale di Pinochet. 

"El pueblo unido, jamas serà vencido, El pueblo unido, jamas serà vencido!"

Così cantavano gli Inti Illimani, e molti giovani in corteo...

Il tempo passa, ma la storia rimane, soprattutto laddove, come per quei giorni, abbiamo le immagini dei bombardamenti di Santiago e delle persone arrestate e rinchiuse nello stadio.

Il regime dei militari è caduto, in Cile come in altri paesi dell’America latina, ma il ricordo delle migliaia di giovani desaparecidos nelle prigioni di Santiago o nelle acque dell’Oceano continua indelebile.

Eppure ancora oggi assistiamo a guerre di potere che arricchiscono i governanti e annientano economicamente e fisicamente  la popolazione civile; ancora oggi  ascoltiamo minacce di missili contro Praga, contro Gerusalemme, contro... contro...

Riusciremo mai a trarre insegnamenti dalle tristi pagine della storia passata?

m.p.

Per ascoltare l’ultimo discorso di Salvador Allende clicca sotto:

 

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