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Il cielo è finalmente azzurro

28/03/2014

Il cielo è finalmente azzurro
Anno: 1606
Protagonisti: Françisch Antonio, pag. 254; Ursula, pag. 256*
Dida: Pira Antioga, Villanova (Il nome della dida è stato modificato)


Noemi Massa, Michela Mattana,
Valeria Pittau, Romina Durzu

*il numero delle pagine fa riferimento all' appendice contenuta in Mischineddus.


Inizio col dirvi che questa storia è veramente triste; perciò se siete deboli di cuore, richiudete il libro, posatelo sul comodino e leggetelo solo quando vi sarete fatti coraggio. Diversamente, se avete curiosità, o se semplicemente vi sentite pronti a leggerlo, mettetevi comodi; perché ora inizierò a raccontare.
Era il 1602, quando alle tre di notte riecheggiarono in città delle urla femminili assordanti. Vi starete chiedendo chi è morto o che incubo poteva aver fatto quella donna, visto quanto erano forti le urla. Beh, mi dispiace deludervi, ma si tratta di tutt’altro; perchè quella notte, nella città di Quartu, era nato un bambino. E che bel bambino! Aveva i capelli castani e gli occhi di un verde smeraldo. Veramente uno spettacolo, credetemi.
Giulia, la sua mamma, lo chiamò Francisch, come suo padre che era deceduto qualche mese prima. Ma egli non era morto di malattia o di una morte qualsiasi. Ebbene passava tutto il girono ad ubriacarsi con ciò che trovava a casa, e quando non trovava nulla con cui sfogarsi, si sfogava con sua moglie. Se alla poveretta andava bene riceveva solo qualche schiaffo, ma nei giorni in cui il marito era proprio fuori di sé, doveva subire violenze di ogni tipo, che fossero verbali o fisiche. Lui era uscito fuori di sé non appena aveva saputo che sua moglie era incinta, perché non voleva un bambino. Amava abusare di lei, ma non voleva qualche frugoletto che gli impedisse di fare ciò che gli andava. Infatti quando scoprì la notizia passava notte e giorno a ubriacarsi, finché il suo corpo, sfinito da tutto quell’alcool, cedette. Eppure lei nonostante tutto ciò che aveva dovuto subire, la moglie lo amava, e pianse la sua morte per tanto tempo. Francisch, suo figlio, era l’unica cosa in grado di ricollegarla a lui, infatti lo amava tantissimo, al di sopra di ogni cosa.
Passavano i giorni, i mesi, e Francisch cresceva. Era sempre stato un bambino dolcissimo e non piangeva mai. Al suo primo anno di età, Giulia chiamò alcuni vicini per fargli conoscere il suo bambino. Per questa occasione preparò dei dolci tipici sardi, gli amaretti. Francisch non aveva ancora sviluppato tutti i dentini, perciò lei gli dava dei pezzettini piccoli ammorbiditi con del latte, in modo tale che potesse mangiarli piano piano. Quando tutti i vicini arrivarono, Francisch iniziò a guardarsi intorno, non aveva mai visto così tante persone. Mentre osservava tutti, notò una bambina che sembrava avere la sua età. Trovò in lei una compagna di giochi fantastica, era fortissima con la trottola! Il suo nome era Ursula. Ursula era la figlia di un uomo molto anziano, il signor Corrado Marras, rimasto vedovo un anno dopo la nascita della sua bambina, che compiva gli anni due settimane dopo Francisch. I due bimbi giocavano insieme, comunicando con parole a noi incomprensibili. Tutti ridevano e scherzavano vedendo quanto si divertivano i bambini, sembrava tutto così tranquillo. Ma ad un certo punto si sentì un botto. Quando tutti si girarono di soprassalto rimasero scioccati. Il signor Marras era inerte sul tavolo, con la faccia sopra il piatto. Tra i vicini di Giulia c’era un medico, il dottor Franco Serpi, il quale si affrettò a verificare lo stato di Corrado. Non ci volle molto per decifrare la sua espressione. Era morto. Tutti i presenti furono rattristati da questa perdita e qualche giorno dopo furono celebrati i funerali.
Ma vi ricordate di Ursula, la compagna di giochi di Francisch? Ecco, non ci crederete, ma venne affidata a Giulia, in quanto Corrado non aveva nessun parente prossimo che potesse prendersi cura di lei e Giulia era l’unica di cui si fidasse. Inizialmente la situazione era difficile, perché Ursula piangeva sempre. Sentiva la mancanza del suo papà, e sembrava non riuscire ad abituarsi nonostante l’affetto con cui la trattava Giulia. Passato qualche mese finalmente riuscì ad ambientarsi e a Giulia ciò fece molto piacere, soprattutto perché Francisch e Ursula andavano molto d’accordo. Quanto passa in fretta il tempo quando i bambini crescono...
Era arrivato il secondo anno di età da festeggiare e quando i due bambini cominciavano a scoprire il loro piccolo mondo, accadde una tragedia. Era una mattina d’estate, quando Giulia era impegnata a cucinare il pranzo. Ursula dormiva beatamente, invece Francisch si divertiva a giocare con la trottola che gli piaceva tanto nella sua cameretta. Giulia gli aveva lasciato la porta aperta così da poter sentire se piangeva. Ma non si accorse di una cosa: il bambino uscì gattonando dalla camera, perché la trottola era rotolata fuori dalla porta. Francisch gattonava, e quando finalmente vide la trottola fermarsi sotto un mobile gattonò più veloce per raggiungerla prima. Ma non si accorse che questo era troppo basso perché lui potesse passarci, perciò come accelerò per cercare di prendere la trottola sbatté bruscamente nello spigolo del mobile, facendo cadere una piccola statuetta appoggiata sopra esso, che gli cadde in testa. Non appena Giulia sentì il rumore della statuetta che si rompeva accorse subito in cameretta, pensando di trovare Francisch lì. Quando non lo vide la assalì un senso di panico, e girò per tutta la casa, sperando di trovarlo. Quando lo vide accasciato in terra, con molto sangue nella testa e tutti i cocci della statuetta sparsi intorno a lui si mise a piangere e corse a prenderlo. Non esitò un secondo di più per svegliare Ursula, vestirla, e portare Francisch nell’ospedale più vicino.
Quando arrivò all’ospedale, il dottor Serpi, conoscendo Giulia, fu il primo ad accorrere. Subito le chiese cosa fosse successo al bambino, e come mai perdesse tutto quel sangue. Lei gli spiegò l’accaduto e il dottor Serpi si allarmò non solo per la gravità delle condizioni in cuiversava il bambino, ma anche perchè Francisch non si svegliava, in nessun modo. Giulia si mise a piangere, disperata. Il dottore non poté dirle una parola di conforto, perché non conosceva ancora bene la situazione. Sulla testa di Françisch si vedevano piccoli rigonfiamenti dovuti alle schegge della statuetta, così i medici si resero conto che il bambino doveva subire al più presto un intervento. Il dottor Serpi diede l’allarme all’ospedale, i silurgian disponibili accorsero subito e si informarono sullo stato del bimbo. Per rimuovere la scheggia, vista l’età del bambino, ci voleva un intervento molto delicato; poteva non farcela o rimanere in coma per diverso tempo. Prepararono la sala operatoria in pochi minuti e disinfettarono tutti gli strumenti. Dopo di che adagiarono Francisch nel gelido tavolo metallico, chiedendo cortesemente a Giulia di attendere fuori con Ursula. L’attesa sembrava non finire più e Giulia voleva solo urlare. Ursula invece piangeva e si divincolava, continuando a indicare la porta della sala operatoria. Al sentire queste urla accorsero due infermiere che fecero calmare la bambina e tranquillizzarono Giulia.
Quattro ore dopo, la porta della sala operatoria si aprì. Da lì uscirono il chirurgo Manny –così soprannominato nell’ospedale- e il dottor Serpi. Giulia si sentì mancare, tanto che dovette risedersi. I due dottori non avevano la faccia da “Ehi, tutto bene!”, al contrario, avevano la stessa espressione di chi ha appena perso qualcuno di caro. Come scorse quell’espressione, Giulia iniziò a piangere a dirotto, e Ursula la seguì. Ma i due dottori, con molta calma, le si avvicinarono e cercarono di rassicurarla. La buona notizia era che Francisch ce l’aveva fatta, la cattiva che era in coma ma non sapevano quando e se si sarebbe risvegliato. Appena apprese la notizia Giulia non capì più nulla, ma per stare vicino al suo bambino decise di dormire all’ospedale, nella speranza che si risvegliasse quella notte stessa.
Mi dispiace dirvelo, ma così non fu. Ebbene passavano i minuti, i giorni, le settimane e i mesi; ma Francisch ancora non si svegliava. Ursula era diventata tristissima, mangiava a stento e non sorrideva più. Giulia invece era sull’orlo della pazzia. Aveva perso le speranze e con queste Francisch. Ma inconsapevolmente, perse anche se stessa. In certi momenti sembrava sentire, ma non ascoltare; guardare, ma non vedere. In certi momenti sembrava esserci fisicamente, ma chissà la sua testa dove andava. Vi basti sapere che certe volte non riconosceva Ursula come bambina, ma come bambola! Perciò se le andava la trattava bene, diversamente la buttava dove capitava. Povera ragazza, ormai era persa. Ma proprio quando le cose sembravano non andare per il verso giusto e tutto sembrava crollare, qualcosa cambiò. Passarono 365 giorni dall’intervento di Francisch, quando finalmente aprì i suoi enormi occhietti verdi. Era spaesato e spaventato, così si mise a piangere, in cerca di un viso amico. Quando Manny se ne accorse stava per piangere anche lui. Subito chiamò anche il dottor Serpi, che piombò lì in un batter d’occhio. I due medici erano contentissimi, e una volta ricontrollati i parametri vitali del bambino, mandarono a chiamare la sua mamma. Non la sentivano da qualche mese dopo l’intervento, perché lei non si era più fatta vedere.
Ma quel giorno forse era in sé. Una volta appresa la notizia, lei non attese un minuto di più a vestirsi e a portare anche Ursula con sé. Arrivata, il dottor Manny le spiegò la situazione e le chiese di aspettare mentre lui le portava il bambino. L’attesa sembrava infinita e lei si perse di nuovo. Quando le portarono Francisch per farglielo abbracciare si mise a ridere, domandando chi fosse. Il dottor Serpi le chiese come mai scherzasse così, ma quando capì che non stava scherzando si preoccupò. Provò a darle il bambino per farglielo prendere in braccio, ma lei lo buttò sopra il suo lettino. Spaventati, i due medici la portarono fuori dalla stanza, ma lei sembrava non essere più la stessa. Allora le dissero di tornare a casa, e di dimenticare tutto. E lei così fece.
Qualche giorno dopo, all’ospedale, arrivò una donna stravolta, nei suoi occhi il terrore. Disse di essere una vicina di Giulia, e spiegò al dottor Serpi di aver sentito delle urla terribili provenienti da casa sua. Riconobbe che le urla erano quelle di Ursula, così aveva provato a bussare, ma nessuno era andato ad aprirle. Quindi era corsa all’ospedale, allarmata dal pensiero che fosse successo qualcosa alla bambina o che Giulia si fosse sentita male. Allora Serpi si precipitò subito da lei, ma alla porta non rispondeva nessuno, si sentiva solo Ursula che piangeva forte. Allora diede un calcio e riuscì ad aprire la porta, ma ciò che vide lo lasciò senza parole. Lì, stesa in terra, c’era Giulia con un coltello in mano. Aveva gli occhi e la bocca sgranati, le mani piene di sangue, e un profondo taglio al centro del petto. Era morta. Poco più distante dal suo corpo la donna aveva preso in braccio la bambina per calmarla. Serpi vide quanto fosse scossa la donna, allora cercò di tranquillizzarla, dicendole che avrebbe risolto lui la situazione. Così il dottore prese Ursula e la portò all’ospedale, in cerca del collega Manny. Quando finalmente lo trovò, egli stava per andare a casa, aveva appena finito il suo turno di lavoro. Ma come il dottor Serpi gli raccontò ciò che aveva appena visto, decise di trattenersi.
Non sapevano cosa fare, che ne sarebbe stato dei bambini? Chi li avrebbe cresciuti? Cosa avrebbero raccontato loro a proposito dei genitori? Si ponevano tante domande, ma non trovavano alcuna risposta. Al momento, visto che ormai era quasi notte, decisero di tenere i due bambini lì all’ospedale, almeno fino al giorno seguente.
E’ dal giorno seguente che tutto cambiò. Appena i due medici arrivarono all’ospedale, discussero su cosa avrebbero potuto fare per dare una sistemazione adeguata ai bambini. Non ci volle molto per capirsi, bastò uno sguardo. Loro erano due uomini, non avevano figli né moglie, non potevano occuparsi di loro. L’unica alternativa era affidarli alla ruota.
Già, la ruota!. Quella che ha salvato o distrutto per sempre le vite di tanti bambini. Quella che ha riscritto il loro destino, in peggio o in meglio. Lì avrebbero portato Francisch e Ursula, quella mattina stessa. Appena arrivarono, quasi pensarono di cambiare idea. Ma poi si dissero che forse era meglio affidarli a qualcuno che si sapeva prendere cura di loro. Li salutarono con un bacio sulla fronte e in sardo gli dissero "Gesu Cristu nostru v’assistara" – che il nostro Gesù vi assista -.
Appena la ruota girò, i due bambini si trovarono in un altro ospedale, questa volta quello di Sant’Antonio. Al sentire il rumore della ruota un frate accorse; era Fra’ Giovanni, colui che gestiva la ruota. Appena vide i due bambini chiamò subito le donne, per far sì che li nutrissero. Ma c’era un problema: le dide presenti avevano già il loro bel da fare con altri bimbi, per cui al momento non c’erano dide disponibili per prendere Françisch ed Ursula. Allora Fra’ Giovanni decise di tenerli li con sé, finché non si fosse liberata almeno una dida. Passava le giornate con loro, a osservare come si divertivano insieme. Ma poi un giorno, arrivò lì una donna, era una delle dide. Disse al Frate che il bambino che gli era stato affidato qualche mese prima era morto di malaria, non c’era stato niente da fare. Sembrava triste, voleva tanto un altro bambino. Lei era sterile, di conseguenza non aveva neanche latte, perciò si occupava di chicos che avevano dai due anni in su.
Fra’ Giovanni era a conoscenza di ciò e le mostrò subito Francisch e Ursula. Appena la dida vide Francisch, si innamorò dei suoi splendidi occhioni, così scelse di prendersi cura di lui. I due bimbi si guardarono: capirono subito quello che stava per accadere e iniziarono a piangere. Non potevano separarsi, non volevano. Dopo averli tranquillizzati un po’, la dida Samanta, soprannominata Samy, prese la mano di Francisch, e con Fra’ Giovanni si incamminarono verso il carro che li avrebbe scortati fino a Dolianova. Il povero bimbo era impaurito, ma non pianse per tutto il tragitto. Quando arrivò a Dolianova, a casa di Samy, si guardava intorno, in cerca di qualcosa di familiare. Ma alla vista della casa si tranquillizzò un poco: era piccola ma bella e accogliente. Aveva una veranda con un alberello e con un’altalena. Francisch appena la vide impazzì e incuriosito, ci si precipitò. Non capiva come funzionasse, allora Samy lo prese in braccio e lo sedette. Quando gli diede delle lievi spinte, Francisch si sentì come se stesse volando.
Così passarono i giorni, i mesi, e Francisch riceveva tantissimo amore, da parte della dida. Ogni giorno la vedeva rientrare a casa dal mercato e piano piano si stava abituando a questa vita. Quando Samy usciva, Francisch rimaneva a casa con Gigi, il marito della dida. I due non avevano grande intesa, perché Gigi non voleva frugoletti in casa sua. Nonostante l’affetto della dida però, al bambino mancava qualcosa o meglio qualcuno. Samy se ne rese conto, e si ricordò che Francisch era molto legato a Ursula. Allora la dida decise di adottare anche lei, che stava ancora nell’ospedale di Sant’Antonio. Dopo un paio d’ ore Francisch vide Samy arrivare e subito le corse incontro. Ma questa volta non era da sola: era con Ursula! Appena la vide, iniziò a saltellare per tutta la casa e le portò tutti i suoi giocattoli davanti alla porta, come se volesse darle il benvenuto. Parevano una bellissima famiglia. Avete presente quelle famiglie felici che vediamo spesso nelle pubblicità? Ecco, loro assomigliavano proprio a una di quelle. Tutti i giorni, i bambini si alzavano presto e giocavano con la trottola, poi attendevano l’arrivo di Samy dal lavoro. Guardavano fuori dalla finestra impazienti, avevano un bel rapporto con lei. Ma con Gigi, non era la stessa cosa. Si limitavano a guardarlo e avevano il terrore persino di incrociare il suo sguardo. Gli anni passavano e ormai i due bambini erano cresciuti. Consideravano Samy la loro mamma, la adoravano. Lei però purtroppo si stava ammalando, lavorava tantissimo per mantenere la famiglia e non ce la faceva più. Gigi invece non lavorava, era solito stare seduto sulla sua orribile poltrona a bere vino o qualsiasi alcolico gli capitasse tra le mani, così Francisch all’età di 13 anni decise di andare a lavorare; era grande ormai, e poteva badare lui a Ursula e a Samy. Ma dopo un paio di mesi, Samy si spense. Francisch e Ursula piansero tantissimo la sua morte, si sentivano smarriti senza di lei. Ma Gigi...! Gigi non si presentò nemmeno al suo funerale. Aumentò la sua dose di vino quotidiano e basta, convinto di poter risolvere in questo modo la situazione. Diventò violento e iniziò a trattare male Ursula. Francisch lavorava al forno, quindi stava fuori casa per buona parte della giornata ed era ignaro della situazione. Ursula ormai non voleva più stare in casa da sola, aveva paura di Gigi. Così scappò, senza lasciare nemmeno un biglietto a Francisch.
Un giorno, appena lui tornò da lavoro non la trovò e cercò Gigi in casa per chiedergli dove fosse Ursula. Ma quando lo vide rabbrividì. Era steso in terra con la bottiglia di vino in mano, era morto. Allora Francisch spedì una lettera a Fra’ Giovanni raccontandogli degli accaduti. Appena la ricevette egli corse subito da lui. Così Francisch tornò all’ospedale di Sant’Antonio, dove sperava di trovare Ursula. Beh… così non fu. Neanche il Frate sapeva dove fosse la ragazza, nessuno aveva più avuto notizie di lei da che era scappata. Francisch e Fra’ Giovanni la cercarono tanto ma ogni tentativo fu vano. Povera disgraziata, anche lei chissà a quale sorte andrà incontro.
Dopo qualche settimana arrivò un pescatore al Sant’Antonio, voleva un bambino in grado di lavorare. Francisch si offrì volontario: avrebbe dato tutto pur di avere una vita normale. Il pescatore non ebbe nulla da obiettare, così lo portò via dall’ospedale per dirigersi a casa sua, a Sant’Elia. La casa non era molto accogliente e puzzava di pesce marcio. Mario, il pescatore, non aveva moglie. O forse dovrei dire non voleva una moglie. A lui piacevano le cose facili e per cose intendo anche donne… o uomini.
La mattina seguente, Mario portò Francisch a visitare la zona. Gli mostrò dove si riuniva con gli altri pescatori per lavorare e dov’era il mercato. A Francisch affidò il compito di vendere il pesce, mentre lui andava a pescarne altri da rivendere. La prima giornata fu molto faticosa, però a mano a mano le cose diventavano più semplici. Francisch lavorò per ben quattro anni al mercato, vendendo pesce. Si rese conto però che questo lavoro non gli dava grandi soddisfazioni. Così decise di andare in cerca di qualcosa di nuovo. Dopo aver litigato con Mario per la sua scelta, abbandonò il mercato. Mario gli promise vendetta, non accettava che Francisch andasse in cerca di qualcosa di migliore. Ma il ragazzo era deciso e la sera stessa entrò in una locanda chiedendo se avessero bisogno di personale. Beh, era capitato proprio nel posto giusto. Gabriel, il locandiere, aveva bisogno di camerieri, quindi non esitò un istante per dargli il lavoro. Francisch era contentissimo e non vedeva l’ora di imparare a fare qualcosa di nuovo. Lavorò per tre anni nella locanda e diventò molto amico di Gabriel. Ormai i due erano inseparabili, come due fratelli. Si divertivano molto insieme, come se non ci fosse un domani. Però gli affari alla locanda iniziavano a non andare bene, erano rimasti senza soldi. Così Gabriel fu costretto a chiuderla. Aveva bisogno di lavorare, così decise di partire per raggiungere la sua famiglia in Sicilia, dove poteva lavorare come fornaio. Francisch rimase ancora una volta solo, e per consolarsi decise di andare a bere in una taverna. Era talmente triste e immerso nei suoi pensieri che non si accorse che qualcuno lo stava seguendo. Entrò nella taverna e notò che la cameriera era molto bella, e ci fece un pensierino… Ma quando lui le mise una mano nel sedere lei gli diede uno schiaffo che gli fece girare la testa. Allora si rassegnò, quella notte si sarebbe soltanto ubriacato. Quando alla chiusura uscì nella notte gelida, un uomo lo fissava. Francisch non ci fece molto caso, e proseguì per la sua strada. Ma a un certo punto l’uomo lo agguantò per il busto e lo trascinò in una stradina buia.
Francisch non capiva cosa stesse succedendo. Allora l’uomo lo voltò, e con un ghigno malefico in faccia gli disse che non sarebbe bastato pregare tutti i Santi che conosceva per proteggerlo. Così l’uomo lo sbattè con la faccia al muro e si sbottonò la patta dei pantaloni. Francisch aveva paura, ma era talmente sbronzo e senza forze che i suoi tentativi per liberarsi furono vani. L’uomo notò la sua debolezza e gli abbassò i pantaloni in un attimo. Francisch cercò di divincolarsi, ma fu troppo tardi. Una volta che l’uomo ebbe finito, Francisch cadde a terra tremante. Ma nella frazione di secondo in cui si voltò riuscì a vederlo in faccia. Era Mario, il pescatore. Francisch rimase inorridito, e non ebbe la forza di dire nulla. Svenne e basta.
La mattina dopo, quando si risvegliò, era in un comodo letto. “Fermi tutti, come ci sono arrivato qui?!”, pensò. Poi gli tornarono in mente pezzi di ricordi non molto chiari. Ma riuscì a ricollegarli e prese coscienza di ciò che era successo la notte prima. Si guardava intorno, ma nulla di quella casa gli pareva familiare. Quando cercò di alzarsi per capire dov’era, entrò nella stanza una donna. Che strano, gli sembrava di averla già vista. Ah sì, era la cameriera del giorno prima. Le chiese come mai lei lo avesse voluto aiutare, ma la donna si limitò solo a chiedergli come stesse. Lui le disse che ora stava bene e si scusò per averla disturbata. I due parlarono a lungo di quella notte, e lei gli disse ciò che era successo. Aveva visto tutto, ma non aveva potuto fare niente, era troppo spaventata. Dopo qualche minuto si resero conto che non si erano ancora presentati, perciò lei gli disse il suo nome. Si chiamava Ursula.
Come Francisch udì quel nome si sentì mancare. Eh già, Ursula, chissà che fine aveva fatto quella povera ragazza. Non l’aveva più vista dall’età di tredici anni, ora ne aveva venti come lui. Vedendolo impallidire, Ursula gli chiese cosa gli stesse succedendo e lui le raccontò tutta la storia. Come Francisch disse il suo nome, anche Ursula impallidì. I due si capirono con uno sguardo, e realizzarono che dopo tanto tempo finalmente si erano ritrovati. Ursula gli raccontò cosa avesse fatto dopo essere scappata, e come avesse costruito la sua vita. Francisch la ascoltò con attenzione, e dopo che lei finì di parlare, le raccontò come lui aveva vissuto la sua. Appena finì di raccontare, entrambi avevano le lacrime agli occhi. Non esistevano parole al mondo per descrivere quella situazione e incapaci di trovarle, si strinsero in un abbraccio senza fine. Si resero conto che non si sarebbero lasciati mai più.
Passavano i giorni, le settimane, e i mesi e il loro rapporto si stava trasformando da amicizia in amore. Passò qualche anno e i due ormai si erano fidanzati. Facevano progetti sulla loro vita futura, Francisch trovò il coraggio per fare una proposta ad Ursula. Le chiese di sposarlo. Lei non esitò un attimo, gli disse di sì. Nel luglio del 1625 si sposarono. Ci fu una grande festa con musica e balli, tutti gli invitati si divertirono. Dopo tutto ciò che avevano passato, finalmente erano felici. L’anno dopo Ursula aspettava un bimbo, l’avrebbero chiamato Antonio. Ma qualche mese prima del parto accadde una cosa terribile. Ursula venne ricoverata d’urgenza all’ospedale. Negli ultimi giorni Françisch aveva notato che era molto debole, ma lei aveva sempre detto che non aveva nulla, che era la stanchezza dovuta al bambino che portava in grembo. Appena il medico uscì dalla stanza in cui era ricoverata Ursula, era molto cupo in viso, e sembrava stesse per dare una brutta notizia. Esitò un attimo, e poi tutto d’un fiato disse a Françisch che Ursula era morta. Lui non ci voleva credere, perse per la seconda volta la donna che amava. Solo che questa volta, fu definitivamente. Quanto è ingiusta la vita, ti dà il pane ma ti fa perdere i denti.
Passato qualche giorno dalla morte dell’amata, riordinò le sue cose. Non voleva dimenticarla. Il suo ricordo, gli oggetti a lei più cari e il suo profumo erano le sole cose che ancora lo incoraggiavano a vivere. Tra queste, trovò un diario. Era di Ursula. Lo aprì, e lo lesse. Che vita fece anche lei, un poco meglio della sua. Ma nelle ultime pagine non faceva che leggere una parola: peste. Ursula non era morta a causa del bambino, ma per la peste. Come lo lesse, Francisch svenne. Non aveva avuto neanche la possibilità di dirle addio. Non resistette molto e qualche mese dopo si tolse la vita. Alla fine tutti i mortali sono destinati a perdere i loro cari. E’ la vita! Molte volte si ha bisogno di aggrapparsi ai propri cari, per ritrovare un equilibrio. Ma Francisch la sua compagna l’aveva persa. Non sapeva a chi aggrapparsi, come salvarsi. Alla fine come fai ad andare avanti, quando nel tuo cuore cominci a capire che non si torna indietro? Ci sono cose che il tempo non può accomodare. Ferite talmente profonde, che non si possono rimarginare. Lui si sentiva così, non valeva la pena vivere senza di lei. Ora potevano essere davvero felici e per sempre insieme.

Victoria

28/03/2014
Victoria
Anno: 1606/1607
Protagonisti: Victoria, pag. 256*; Françisch Antonio, pag. 258
Dida: Murgia Sisinna, Villanova

Alice Cocco, Elisa Farris,
Roberto Cannata

 *il numero delle pagine fa riferimento all' appendice contenuta in Mischineddus.
 
Non è ancora il mio momento. Devono accadere tante cose prima che Victoria prenda vita. Lasciate che i fatti vengano da sé, senza aver fretta di venirne a conoscenza...
 
 
Tutto ebbe inizio una fredda sera d’inverno, in una di quelle piazze che oggi sono piene di vita, dove i giovani si riuniscono come facevamo noi, con la stessa spensieratezza di un tempo. Nonostante gli anni siano trascorsi veloci e impetuosi così come un torrente che scende dalle montagne, quell’atmosfera rimane tuttora immutata, differenziandosi solo per la complessità degli edifici moderni. Ma torniamo a noi, a quella sera di fine Febbraio o inizio Marzo (la data è incerta), a ciò che successe quel giorno alla bella Sisinna Murgia, e a lui, Juan Nicolau Mameli. Stavano tutti in piazza a festeggiare in occasione della Pariglia, la tradizionale festa sarda in cui i cavallerizzi si esibiscono cavalcando << alla berbera>> affiancati in due, in tre o in cinque, ed eseguendo acrobazie sincrone. Ovviamente a quei tempi era uso degli uomini partecipare a questi giochi e le donne si occupavano di preparare loro i vestiti per la festa, durante la quale, però, restavano ad osservare. Anch’esse portavano comunque i tradizionali abiti sardi, che si diversificavano per il loro colore a seconda della zona di provenienza, e che, arricchiti con ori, argenti, coralli e altri monili, si abbinavano ai panni e ai veli ricamati disposti sulla nuca. Il tutto dava l’idea di un monumentale e maestoso matrimonio e pareva che l’intera città di Cagliari si fosse riunita nei festeggiamenti. A questi parteciparono, come dicevamo prima, la nostra Sisinna e Juan Nicolau, che in qualche modo sono legati a me.
Costoro, come dicevo, si incontrarono per caso in quella sera di festeggiamenti; lui ventiquattrenne di origine spagnola, e lei poco più che diciottenne sarda, ebbero quella che fu come dite voi oggi “una notte di passione”, che si concluse con un imprevisto: me. Era la fine dell’anno 1605, o l’inizio del 1606 quando vidi la luce: mi sentivo come all’interno di una bolla, e percepivo i suoni esterni come fossero ovattati; era come un lento cadere conclusosi nel momento in cui due mani ossute e gelide mi presero. Poi mi sollevarono per un istante come per controllare qualcosa... 
- Esti una piciocchedda - disse una voce femminile che solo più tardi considerai come familiare.
- ...Victoria... - disse un’altra voce dopo un lungo sospiro.
Fu quello il momento in cui iniziai a vedere con più nitidezza ciò che mi circondava: la stanza era cupa e spoglia, senza arredi e con una sola finestra che dava sulla strada; l’unico lusso erano una vecchia poltrona sfondata e ingiallita dal tempo e il materasso su cui era adagiata una delle due donne.
Di quella donna ricordo soltanto il viso stremato contrastato dal suo sguardo vivido, da quegli occhi che mi catturarono dal primo istante in cui li incrociai. Poi ancora quelle mani mi avvolsero in un panno dall’odore pungente e mostratami un’ultima volta alla donna dallo sguardo intenso, mi strinsero in quello che sarebbe stato l’ultimo abbraccio.
Varcata la soglia di quel cupo edificio, fummo circondate da un freddo tagliente che mi penetrò sin dentro l’anima, più che per il freddo in sé, per la sensazione di abbandono che stava crescendo in me.
Percorremmo in salita una strada ciottolata che portava al Sant’Antonio, ospedale conosciuto per la sua ruota, dove i mischineddus come me venivano abbandonati dai genitori con la speranza di poter offrir loro un futuro migliore. Arrivate all’ospedale, la donna esitò a lasciarmi lì sulla ruota, così, afferrando un battente, bussò sulla porta; subito arrivò un frate dalla grande stazza che si rivolse a colei che mi teneva in braccio:
- Cathelina! Ditemi, che fate qui? E cosa tenete tra le braccia?
- Oh, sapeste Fra Spiritu! Sono qui per chiedervi aiuto… Stamane la mia amica Sisinna partorì questa creatura, esti una piciocchedda; alla madre dirò che è morta subito dopo il parto… Non voglio che soffra, povera donna... Non possiamo tenerla, Lei conosce la nostra precaria condizione... sarebbe insostenibile per la bimba.
- E come volete che vi aiuti?
- Vorrei che prendeste la bambina come una delle vostre orfanelle, e che la facciate crescere al fianco di qualcuno che se ne prenda cura come fosse sua figlia... fatelo per Sisinna.
- D’accordo. La bambina ha già un nome?
- Si chiama Victoria, lo ha scelto la madre.

Dopo ciò sentii che le mani ossute di Cathelina mi cedevano a quelle più robuste di Fra’ Spiritu, e quella fu l’ultima volta che le sentii.
Intanto il tempo al Sant’Antonio trascorreva tra i pianti dei miei coetanei e le premure delle dide che si affrettavano ad allattarli, tra cui vi era anche la mia dida, Prama Lecca, che mi accudì come fossi sua figlia. Arrivò poi il momento in cui Prama dovette allontanarsi dall’ospedale, a quanto capii non aveva più latte, e a sostituirla arrivò una certa Sisinna, in cerca di un’occupazione per mantenersi. Il nome non mi era nuovo, ma non la riconobbi finché non la vidi: quello sguardo intenso e quegli occhi profondi erano indimenticabili, ma come farmi riconoscere da lei? Non avevamo niente in comune, o almeno così credevo, sinché Fra Spiritu non mi affidò a lei. Lui sapeva.
Sisinna era la madre che avevo sempre desiderato in quel poco tempo che avevo vissuto: una donna molto premurosa, che faceva tutto il possibile per vedermi felice e per unire quel legame come fosse di sangue. Lei non sospettò nulla, nemmeno il nome le dava la speranza che io fossi ancora viva: per lei ero morta dopo il parto, così come le aveva detto Cathelina. Invece, dopo alcune settimane, mentre mi sostituiva i panni sporchi con quelli puliti, notò un qualcosa che le parve familiare; era una voglia sulla mia schiena che aveva già visto, non sul mio corpo, ma sul suo. Questo la fece riflettere sia riguardo al nome che ora associava alla voglia, sia all’insistenza di Fra’ Spiritu nel volerle affidare proprio me. La gioia fu immensa e da quel momento divenimmo più legate che mai, tanto che Sisinna mi riconobbe come sua figlia legittima, e non come una bordeta affidatale dall’ospedale.
Presto ci raggiunse anche Françisch Antonio, altro figlio della ruota, che rimase con noi poco meno di un anno, in quanto mamma Sisinna lo maltrattava a causa del suo carattere vivace e aggressivo anche nei miei confronti. Non perché fosse cattivo, ma si sa come sono iperattivi i bambini, e alla mamma Sisinna questo non andava tanto a genio.
Io avevo solo due anni ma di lui rammento ogni cosa: i suoi occhi grigi ricordavano il ghiaccio, e i capelli invece erano scuri e mossi come il mare. Anche se ebbi poco tempo per conoscerlo, non l’ho mai dimenticato, tanto che vedendolo diversi anni dopo l’avrei riconosciuto ugualmente, e da lì avrei capito che sarebbe divenuto l’uomo della mia vita.
Intanto io crescevo al fianco di mia madre e degli altri chicos, che ormai erano diventati la mia famiglia. Tutti, sia all’ospedale che in strada, quando mi incrociavano si fermavano a guardarmi. Non sapevo darmi una spiegazione a ciò, ma quando ne parlai con mia madre mi disse che non c’era da stupirsi:
- Hai mai immaginato come appari agli occhi degli altri?
- Ho sempre pensato di non essere particolarmente affascinante... e quando mi guardano per strada è come se mi dessero conferma di ciò... non è così, madre?
- Giudica tu stessa - E con queste parole mi porse uno specchio che rifletteva l’immagine di una ragazza molto bella, con la carnagione candida e dal viso slanciato incorniciato dai capelli ramati che ricordavano i riflessi del sole sul mare al tramonto. Gli occhi erano verde smeraldo, con lunghe ciglia folte e incurvate che definivano uno sguardo catturante; le labbra non troppo carnose erano vermiglie; il naso un po’ all’insù, insieme a tutto il resto, rendeva l’immagine splendida.
- Sii orgogliosa del tuo aspetto, Victoria. Mi ripeté.
Da quel giorno iniziai a stimarmi di più, senza scappare davanti agli occhi degli altri.
Qualche tempo dopo mi misi al servizio di una benefattrice del Sant’Antonio, che mi ripagava dandomi un minimo d’istruzione nel caso in cui un giorno avessi trovato impiego. Era una donna in età già avanzata, ricca sia culturalmente che economicamente, che aiutava il prossimo come poteva. Un giorno, mentre mi dirigevo al mercato per svolgere le commissioni assegnatemi da Anna Maria (questo era il nome della benefattrice), feci un incontro alquanto insolito: era un giovine dal bell’aspetto, che portava una camicia bianca da marinaio, pantaloni larghi che si restringevano sul ginocchio e un copricapo tenuto in mano, entrambi marroni. Mi si avvicinò per chiedermi informazioni su quale fosse la strada da prendere per raggiungere il Sant’Antonio, e quando lo osservai più attentamente, vidi in lui qualcosa di familiare. Quegli occhi grigi non li potrò mai dimenticare!
Erano passati quindici anni, ma riconobbi che era proprio lui. Il mio Françisch. Quando mi rivolse la parola i suoi occhi si illuminarono: improvvisamente smise di parlare e la prima cosa che fece fu quella di abbracciarmi; con quell’abbraccio sembrava volesse farsi perdonare per tutti gli anni che era stato lontano, senza esser potuto tornare prima per portarmi via con sé. C’erano molte cose che avrei voluto dirgli, eppure le parole mi mancarono, presa in quel momento da tanto stupore. Non pensavo che sarebbe mai ritornato qui in città, e invece poi mi raccontò che aveva lavorato qualche anno al servizio di un ricco mercante, ma quando gli affari erano precipitati, aveva deciso di tornare a casa, a Casteddu, spinto dal desiderio di metter su famiglia. A tal proposito, dopo esserci frequentati per un lungo periodo, ci fu un’inaspettata proposta. In occasione della festa della Pariglia, Françisch mi portò nella zona più alta di Cagliari, da cui si contemplava un bellissimo panorama, e qui, con lo sfondo del mare e il cielo tinteggiato con i colori del tramonto, mi chiese di sposarlo.
In pochi anni mettemmo su una famiglia con otto bocche da sfamare sostenuta solo dai lavori saltuari di Françisch come muratore. Così Françisch dovette rivolgersi a don Lusifero, un signorotto residente nel quartiere della Marina, proprietario di alcune imbarcazioni utilizzate per la pesca. Questo impiego permetteva alla nostra famiglia di condurre una vita serena, ma Françisch dovette lavorare duramente per ottenere la paga giornaliera.
Ma il destino beffardo è sempre in agguato e così un giorno accadde l’inaspettato. Nonostante ci fossero state tutte le avvisaglie di una brutta tempesta in mare, don Lusifero, quel giorno, l’11 aprile 1632, costrinse tutti i garzoni alle sue dipendenze a uscire ugualmente a pescare. Beh, sappiate che da quel giorno io non rividi più il mio amato Françisch, se non altro non sotto l’aspetto con cui l’avevo lasciato una settimana prima, perché il mare, se lo era portato via insieme a tutti gli altri compagni. Così mi aveva riferito Thomas, ragazzetto addetto allo smistamento dei pesci che era venuto da me il giorno della disgrazia.
Successivamente, il 18 aprile dello stesso anno, si presentò alla porta di casa un uomo emaciato con gli abiti strappati, a piedi nudi, portante una piccola anfora di terracotta: era talmente stravolto e conciato male che mi astenni dal guardarlo e dall’ascoltarlo, ma lo feci comunque entrare per pietà. Gli diedi una ciotola contenente del brodo di carne avanzato dalla sera precedente; dopo ciò, immaginando che mio marito non sarebbe più tornato, gli diedi i suoi vestiti, così da potersi riassettare, e “rimesso a nuovo” lo guardai negli occhi. Fu allora che lo riconobbi: era il mio Françisch!
Mi raccontò che, sulla via del ritorno, la tempesta aumentò e un maroso più forte degli altri capovolse la sua imbarcazione al largo della costa di Giorgino. Tutti annasparono nel mare nero, ma le forze vennero presto a mancare e Françisch venne trasportato dalle acque sulle coste di Nora; lì si rifugiò in un anfratto dove sopravvisse cibandosi di quel che la terra gli offriva: bacche, radici, talvolta insetti.
Dopo sei giorni trascorsi nell’anfratto, una piccola imbarcazione che trasportava alcuni carichi di merci approdò per una sosta sulla costa di Nora, prima di ripartire per Casteddu, così Françisch chiese che gli dessero un passaggio.
Le coste di Nora avevano salvato la vita al mio amato Françisch, poiché lì trovò anche una piccola anfora, quella con cui si era presentato a casa, che conteneva diverse monete d’oro di origine fenicia.
La sorte per fortuna ha voluto che tutto si concludesse per il meglio e che noi ci ricongiungessimo ancora una volta per sempre, più legati che mai e consapevoli di possedere una fortuna, che investimmo successivamente per gli studi all’estero della nostra primogenita, Esperanza Cathelina: il nome era un tributo alla cara amica di mia madre, che ebbe la forza di separarci con la “esperanza” di dare un futuro migliore ad entrambe.
Sebbene la vita di Victoria sia stata movimentata, le ha riservato sempre grandi sorprese, tra cui il ritrovamento dei suoi cari ed il loro amore. Victoria morì nel 1667, circondata dalla sua famiglia che nel mentre si era ingrandita. Questo spirito la ringrazia infinitamente per tutte le emozioni che tramite lei ha potuto provare, poiché tra tutte le sue vite, nessuna gliene ha fatto vivere di migliori.