brotzu school

spazio riservato al libero scambio di idee, pensieri e parole

Tempo

Tempo 

Tempo

che sembra non bastare

e vivi con la paura di non riuscire

a capire in tempo chi sei;

 

Tempo 

caratterizzato da giorni

temperati, gioiosi e tempestivi;

Tempo

che in alcune occasioni sembra

non passare mai,

ma solo in seguito capisci

che non è mai abbastastanza;

 

Tempo 

che ti separa all'improvviso

dalle braccia di tua nipote                                    

e non ha più tempo di temporeggiare;

 

Tempo

limite della nostra vita,

che si interrompe con un tempismo tempestivo.

 

Maria Laura Deiana 3^E  

                                                                                                                                

Oggi, giornata mondiale della poesia, Zanzotto ci regala la poesia: "al mondo".

21/03/2018

andreazanzotto

 

Al mondo

Mondo, sii, e buono;
esisti buonamente,
fa' che, cerca di, tendi a, dimmi tutto,
ed ecco che io ribaltavo eludevo
e ogni inclusione era fattiva
non meno che ogni esclusione;
su bravo, esisti,
non accartocciarti in te stesso in me stesso.

Io pensavo che il mondo così concepito
 con questo super-cadere super-morire

il mondo così fatturato
fosse soltanto un io male sbozzolato
fossi io indigesto male fantasticante
male fantasticato mal pagato
 e non tu, bello, non tu «santo» e «santificato»
un po' più in là, da lato, da lato.

Fa' di (ex-de-ob etc.)-sistere
e oltre tutte le preposizioni note e ignote,
abbi qualche chance,
 fa' buonamente un po';
il congegno abbia gioco.

 

La classe 3ªE

 

Il suicidio di Esenin e le confessioni di un malandrino

21/02/2012



Sergej Aleksandrovič Esenin, in russo, Сергей Александрович Есенин, (1895 – San Pietroburgo, 28 dicembre 1925), poeta russo. Bellissimo, ribelle, amante dell’alcol e della vita, visse nel periodo della rivoluzione che presto lo deluse. La sua vita fu molto disordinata e notevolmente "sregolata", divenne un mito, un eroe maledetto già da vivo, ma ancora più dopo la sua morte per suicidio all’età di 30 anni. Bellissimo, bisessuale, ebbe molti amanti sia uomini che donne, fu marito di Isadora Duncanla celebre ballerina americana, erano una delle coppie più famose del tempo, si separarono dopo pochi anni, nel 1923. Il suicidio arriva il 28 dicembre 1925, a San Pietroburgo. Presso l’Hotel Angleterre, nella stanza numero 5, fu ritrovato il cadavere di Sergej, appeso a un tubo, impiccato. Il giorno prima aveva consegnato una poesia scritta col suo sangue all’amico Erlich.
 
 

poesia scritta da Esenin il giorno prima del suicidio

Ecco il testo: «Arrivederci, amico mio, arrivederci. Mio caro, sei nel mio cuore. Questa partenza predestinata Promette che ci incontreremo ancora. Arrivederci, amico mio, senza mano, senza parola Nessun dolore e nessuna tristezza dei sopraccigli. In questa vita, morire non è una novità, ma, di certo, non lo è nemmeno vivere»
Qualche giorno dopo il poeta Majakovskij risponde alla poesia suicida di Esenin con un’altra poesia in cui invita a lottare e impegnarsi nella vita, in questa vita e terminava con questi versi:
 
«In questa vita
non è difficile
morire.
Vivere
è di gran lunga più difficile».
 
Nel 1930 anche lui si suiciderà o, forse, verrà suicidato .... ma questa è un’altra storia .... Come Esenin anche lui lasciò una poesia intitolata: "L’ incidente e’ chiuso non fate pettegolezzi": «Della mia morte non incolpate nessuno e, per favore, non fate pettegolezzi. Il defunto non li poteva soffrire. Mamma, sorelle, e compagni, scusatemi: questa non e’ una soluzione (non la consiglio a nessuno), ma non ho vie d’ uscita. Lili, amami. Nel mio cassetto ci sono duemila rubli: pagate le tasse. Come suol dirsi, l’ incidente e’ chiuso. La barca dell’ amore si e’ spezzata contro la vita quotidiana. Tra la vita e me i conti tornano. Inutile fare l’ elenco dei dolori, guai e torti reciproci. Buona permanenza». Vladimir Majakovskij scrive queste parole il 12 aprile 1930. Due giorni dopo, alle 10:15 della mattina si ucciderà sparandosi un colpo di pistola al cuore.
La morte di Esenin lascia molti dubbi, un’altra storia può essere raccontata, osservando il suo cadevere, le incongruenze della versione ufficiale del suicidio, c’è chi ritiene quella di Esenin un’esecuzione del servizio segreto sovietico di allora la GPU. La mano di Esenin fu trovata in una posizione  innaturale, come avesse cercato di sollevarsi per non morire strozzato; il laccio interno al collo non era stretto, come risulta dal verbale della polizia, l’autopsia rivelerà che la spina dorsale era spezzata. Forse fu ucciso ... chi volesse saperne di più sul suicidio-omicidio di Esenin può leggersi questa ricostruzione storica molto particolareggiata nel sito di Massimo Rossi
 
ll cadavere di Esenin fotografato poche ore dopo la sua morte 

Per capire chi era Esenin e farsi un’idea del suo modo di vivere, pensare e sentire, è sufficiente leggere il testo di una delle sue poesie più famose: "Confessioni di un malandrino". La poesia fu musicata e cantata da Angelo Branduardi nel lontano 1972. Le immagini tratte dal colossal "



Ecco il testo:

Mi piace spettinato camminare
il capo sulle spalle come un lume
e mi diverto a rischiarare
il vostro autunno senza piume.
Mi piace che mi grandini sul viso
la fitta sassaiola dell’ingiuria,
mi agguanto solo per sentirmi vivo
al guscio della mia capigliatura.

Ed in mente mi torna quello stagno
che le canne e il muschio hanno sommerso
ed i miei che non sanno di avere
un figlio che compone versi;
ma mi vogliono bene come ai campi
alla pelle ed alla pioggia di stagione,
raro sarà che chi mi offende scampi
alle punte del forcone.

Poveri genitori contadini,
certo siete invecchiati e ancor temete
il Signore del cielo e gli acquitrini,
genitori che mai non capirete
che oggi il vostro figliolo è diventato
il primo tra i poeti del Paese
e ora in scarpe verniciate
e col cilindro in testa egli cammina.

Ma sopravvive in lui la frenesia
di un vecchio mariuolo di campagna
e ad ogni insegna di macelleria
la vacca si inchina sua compagna.
E quando incontra un vetturino
gli torna in mente il suo concio natale
e vorrebbe la coda del ronzino
regger come strascico nuziale.

Voglio bene alla patria
benché afflitta di tronchi rugginosi
m’è caro il grugno sporco dei suini
e i rospi all’ombra sospirosi.
Son malato di infanzia e di ricordi
e di freschi crepuscoli d’Aprile,
sembra quasi che l’acero si curvi
per riscaldarsi e poi dormire.

Dal nido di quell’albero, le uova
per rubare, salivo fino in cima
ma sarà la sua chioma sempre nuova
e dura la sua scorza come prima;
e tu mio caro amico vecchio cane,
fioco e cieco ti ha reso la vecchiaia
e giri a coda bassa nel cortile
ignaro delle porte dei granai.

Mi sono cari i miei furti di monello
quando rubavo in casa un po’ di pane
e si mangiava come due fratelli
una briciola l’uomo ed una il cane.
Io non sono cambiato,
il cuore ed i pensieri son gli stessi,
sul tappeto magnifico dei versi
voglio dirvi qualcosa che vi tocchi.

Buona notte alla falce della luna
sì cheta mentre l’aria si fa bruna,
dalla finestra mia voglio gridare
contro il disco della luna.
La notte e` così tersa,
qui forse anche morire non fa male,
che importa se il mio spirito è perverso
e dal mio dorso penzola un fanale.

O Pegaso decrepito e bonario,
il tuo galoppo è ora senza scopo,
giunsi come un maestro solitario
e non canto e celebro che i topi.
Dalla mia testa come uva matura
gocciola il folle vino delle chiome,
voglio essere una gialla velatura
gonfia verso un paese senza nome.

Esistono realmente gli ufo?

17/11/2009

Un ufo è un oggetto volante di cui non è stato possibile identificare la natura. Negli anni quaranta è divenuto popolare il termine " disco volante". In seguito al dopoguerra le autorità militari e le autorità civili di alcuni paesi,hanno cercato di studiare questi fenomeni. Solo dopo tanto tempo fu reso noto il loro studio dal punto di vista statistico.  La maggior parte degli avvistamenti non hanno una spiegazione del loro avvenimento. Spesso gli avvistamenti sono stati resi noti da persone comuni, senza nessuna immagine o video ma semplicemente da testimonianze dirette. Per chi ritiene che gli ufo siano di provenienza extraterrestre è famosa la base militare statunitense, meglio conosciuta come Area 51. Questa base militare si trova a circa 150 km a nord-ovest di Las Vegas, a sud del Nevada. Si dice che in questa zona militare siano contenute le visite di alcuni alieni sulla terra, inoltre si svolge la sperimentazione di nuovi mezzi militari. Nel 1989 un fisico, Bob Lazer, dichiara di aver lavorato per l’Area 51. In alcune interviste racconta che all’interno di quest’area ci sono delle località segrete sotterranee nelle quali si studiano dei mezzi di trasporto alieni e di alcuni medici che hanno effettuato autopsie su cadaveri di alieni. Per confermare questa testimonianza furono diffusi alcuni video ma in seguito furono dichiarati falsi.

Eleonora Fiorelli

Un sogno (Seconda Parte)

29/03/2008

Prima che possa accorgersene la bacia sulle guance, le stesse guance rosse segnate da lacrime in un passato neanche tanto lontano, lucciconi argentei di sofferenza e malinconia di quei rari momenti d’incomunicabilità col mondo, con il loro impenetrabile universo; quelle stesse guanciette che da piccola la facevano assomigliare ad Heidi e le incorniciavano il viso. Attraverso quell’unica espressione d’affetto il ricordo di lei è timidamente sigillato nella mente di lui. E lei improvvisamente ricorda di aver letto in uno di quei bigliettini dei cioccolatini che i baci sono il “linguaggio del cuore” e comincia a pensare. Quel bacio non è come se lo aspettava, dopo tutto quasi niente è mai come lo si spera, o forse vorremmo che quel niente sia come ce lo siamo aspettati. L’inquietudine le brucia dentro, ma non le presta attenzione, presa e travolta dalle emozioni scaturite da quell’incontro. Troppo presa. Non si accorge che il buio si è fatto ancora più fitto intorno a loro. Guardandosi attorno niente le sembra più come quando era arrivata dieci minuti prima, tutto le sembra estraneo. Si fa condurre fuori dalla piazza, trascinare dagli eventi. E cosi vede l’altra, quella.. nella strada buia, era lì che attendeva il suo turno. Tutto d’un colpo si risveglia da quel torpore secolare. La guarda, non con odio, non con stupore, non con disprezzo, ma solo con lo sguardo di chi sapeva tutto dall’inizio e le si sono solo aperti gli occhi, in una rivelazione che fa male. Le ci è voluto un istante per capire tutto. Lui parla, ma non lo sente. Lo guarda e dalle sue labbra fuoriescono solo ferite. Non vuole più ascoltare, non riesce a ragionare, stordita da pensieri sconnessi, parole vacue, promesse infrante. Gira i tacchi e se ne va, chiedendo a se stessa di essere forte e orgogliosa come sempre. Ma lui non si aspettava questa reazione e, forse, in fondo, vale per entrambe! Attraversa la strada, lui la rincorre, la blocca, la stringe a sè fermando il tempo, cercando d’imprimere a fuoco quel momento. Più la stringe, più sente quant’è fragile. Catturato dall’atmosfera, continuando ad abbracciarla le sussurra all’orecchio che ha solo scherzato, che quella era solo un’attrice di uno squallido teatro da lui improvvisato. Ma lei è delusa. Quante volte le aveva ribadito che mai avrebbe voluto deluderla. Forse esagera, ma le fa male! E ora? Cosa fare? Nella selva dei pensieri non è facile districarsi. Si stacca dalla presa delle sue mani forti e va a sedersi su un muretto di una casa in costruzione a lato della via. E lì, per terra, trova un girasole sicuramente strappato dal suo vaso; lei ama i girasoli, lei era il suo girasole. Lui le si affianca, preoccupato per il suo silenzio. Improvvisamente, lei si alza, persa nell’oblio della sua mente, forse odiandolo per il suo scherzo stupido. Attraversa la strada, vuole tornare a casa. Lui non la ferma, perso nell’ammirarla nella sua statura, nella sua avvenenza… è tutto uno schianto sordo, una frazione di secondo. Un’auto sfreccia proprio in quel momento, proprio in quella via del piccolo centro, portandosela via, strappandole la giovinezza e il vigore. Tutto è veloce, come il bacio che le aveva dato, come il loro incontro. I suoi occhi sono immobili, fissi nel vuoto, come quelli di lui. Impotente, pentito corre… soffre. Soffre come mai avrebbe creduto che sarebbe stato capace di fare. Si abbassa su di lei, la bacia, la bacia a lungo… il loro sogno è morto prima di nascere. Cosi come lui, perché non sentirà più voce soave della sua dama.

d.v.

Un Sogno (Prima Parte)

13/03/2008

L’attesa può essere snervante.

La visuale offertale dalla finestra è limitata: vede la strada che conduce al piazzale, lo stesso in cui ha tante volte ha giocato da bambina, noncurante degli sguardi e degli adulti, che ora sono un ostacolo alla sua tranquillità. Immagina la strada che prenderà, valutando quale via scegliere per arrivare in anticipo, come suo solito (detesta non essere puntuale!), o farsi aspettare.. quella sera. Si accascia sul letto, nella piacevole penombra che le fornisce il calar del sole, accentuata anche dalle tendine alla finestra. Quelle tendine, rosso mattone spruzzate di bianco, non le ha mai sopportate. Socchiude gli occhi: non vuole pensare a niente. No, impossibile, non sarebbe da lei; si alza e comincia a girare per la stanza alla ricerca disperata di qualcosa da fare. Afferra con foga il libro appoggiato sul comodino, col segnalibro che sporge dalle ultime pagine. Inizia a leggere, affogando nella lettura l’ansia e l’attesa; i libri che sono sempre stati per lei fonte di ispirazione, di riflessione e di discussione, sembrano calmarla sempre. Incredibilmente è passato il tempo, più veloce di quanto avesse immaginato. Certi autori la trasportano davvero nel loro mondo. Accortasi dell’orario, nervosamente si da gli ultimi ritocchi davanti allo specchio ed esce, impietrita e quasi stordita dall’ansia che la opprime e che non aveva fatto caso stesse accumulando da ore.

Finalmente, finalmente s’incontrano. Il piazzale è sempre lo stesso: accerchiato dai suoi vecchi platani che si alternano alle quattro dissestate panchine autografate dai vandali e segnate dagli amanti; al centro si innalza quella bella fontana marmorea e corrosa che non zampilla da tempo. I gradini che permettono di accedere lateralmente alla piazza le sembrano più numerosi di quanto si ricordasse. Arrivata, non scorge nessuno, è in anticipo: non ha resistito.. o forse non ha guardato bene. Non ha notato che qualcuno è dietro di lei. Si gira lentamente: è lui. I loro sguardi si trovano, si sfiorano, si toccano e si tengono fieri. Lui impietrito, lei avanza decisa, ammaliata da quella figura. Era da 12 mesi, ben 365 giorni, che moriva per la voglia di vederlo. Tante volte fantasticava su quell’incontro, tante altre cercava di capire se il viaggio sarebbe stato di gran lunga meglio all’arrivo. Ma, in fondo, ci sarebbe stato un arrivo? Una destinazione sicura? Non lo sapeva e le faceva male domandarselo, nonostante ardesse dal desiderio di far sua quella risposta. Questi pensieri la facevano vacillare. Consapevole di vivere con l’incognita di un piacevole sogno. Si salutano con uno sguardo, un lungo e straziante sguardo. Sorridono: hanno rotto il ghiaccio, come lo sanno solo loro. E lui gia si sente in colpa. Lei quasi non riesce ad alzare lo sguardo, a sostenere il suo ora… come se avesse abbassato la sua difesa, piacevolmente imbarazzata e dubbiosa di sentire lo sguardo di lui addosso. Ha paura che le legga dentro.

d.v.

Un'emozione da sempre

01/03/2008

Ricordo ancora quando scopristi le mie emozioni… 
Solo poco per volta sono 
fuoruscite dai tuoi pensieri 
Anche perché in fondo non hanno mai fatto breccia nel tuo cuore 
mentre tu hai fatto nascere qualcosa di profondo nel mio. 
Solo ora sembra ti accorga che esisto: 
è un po’ tardi ? 
In tutto questo tempo passato ho versato parecchie lacrime 
ho paura di pensare che sia una verità, 
che si tratti dell’ illusione che già ho assaporato quando credevo 
che fossi nel tuo cuore. 
Ci sono stati periodi nei quali vivevo per amare: 
chiudevo gli occhi; solo tu eri nei miei pensieri nel mio cuore,

di giorno , di notte, ringraziando il Signore per aver dato vita 
a questa meravigliosa creatura… 
e in tutti quei momenti che ricordavo i fatti passati in compagnia. 
Tutte queste sofferenze mi hanno fatto crescere 
ed ora vivo amando. 
Chissà se un giorno in questo mondo ci sarà un posto per noi… 
Non riesco neppure nella mia fantasia a pensare un evento simile, 
ma effettivamente sarebbe ciò che più desidero…. 
Se rifiuterai questi sentimenti che traspaiono da ogni parte di me 
ti rispetterò comunque. 
Perché in fondo ognuno ha i propri sentimenti 
che non devono essere corrotti 
solamente per essere realizzati con superficialità… 
Ricorda ininterrottamente che tu sarai sempre e comunque nel mio cuore 
anche quando negherò… 

 

Mare1


__IVC__ 

 

Chanel, sei tu? Ultima parte

26/02/2008

  7 
<Ma perché?> s’infurio Chanel <Be… Tu mi piaci, ma a te non interessano i ragazzi quindi mi sono divertito un po’…> <Che cosa?? Manuel non mi prendi in giro! Io non sono come tutte le ragazze di questa scuola che svengo appena mi passi accanto, quindi non dire fesserie!! > < E’ la verità…> mormorò il ragazzo, arrossendo, (cosa mai vista prima!) <Non ho sentito ripeti…> < È LA VERITÀ!!!> urlò Manuel. <Bene, disse Chanel, te la farai passare…> 
Il giorno dopo tutti sapevano tutto. Chanel sapeva per certo che non era stato Manuel a spiffererare tutta la loro conversazione, perché era troppo orgoglioso. 

Questa volta fu Manuel a fermare Chanel <Cosa hai fatto? > <Proprio niente. Questa volta però sono sicura che non hai detto niente.. > Scherzò Chanel. <Questo è un vero e proprio macigno sulla mia carriera…> disse sconsolato Manuel. Allora Chanel si avvicinò e delicatamente lo bacio sulle labbra. <E questo perché?? > chiese arrossendo Manuel <Mi facevi pena> < Va bene> fece Manuel e se andò. Ma Chanel lo trattenne <Possiamo provarci> sussurrò. < E a cosa è dovuto questo radicale cambio d’idea? > chiese stupito Manuel <Ho deciso che posso continuare a studiare e mandare avanti una relazione con una persona che MI PIACE> sussurrò ancora Chanel. <Siiiiiiii!! >! esultò Manuel. Uscirono dall’angolo in cui si erano fermati presi per mano, attirando l’attenzione di tutta la scuola. Ma non importava. 
Jessyka 

                                                                                                                                                               THE END

Chanel, sei tu? Quarta parte

16/02/2008


Furono inutili i tentativi di Chanel di far cambiare idea alle sue compagne e compagni. Ormai quella storia era ben radicata nel cervello di ognuno come le radici di un albero centenario. Ma la tortura maggiore ancora non era arrivata. Infatti, a pallavolo ancora non era andata. Non che le sue compagne la giudicassero male, tuttalpiù era lei che aveva paura. Forse non le conosceva ancora bene. Appena entrata, infatti, si trovò tutta la squadra di fronte, in primis il capitano, che appunto si fece avanti e chiese: <Chanel, vogliamo la tua versione dei fatti>; Chanel allora raccontò tutto alle sue compagne, che avevano passato la notte a battibeccare e basta. <Bene, noi ti crediamo! 1, 2,3 olè!!!> urlarono tutte in coro. Chanel capì allora che avrebbe potuto sempre contare sulla sua squadra e anche questo le diede un po’ di carica in più. 
Dopo l’allenamento Chanel tentò di parlare con Manuel, ma non c’era verso, quell’idiota stava facendo il filo ad un’altra ragazzina (non quella con cui si stava baciando qualche giorno prima..). 
In più la ragazza si sentiva addosso gli occhi di tutta la squadra di calcio. Pensavano che fosse una facile… 
<Cosa devo fare?> <Parlane con Manuel è l’unica soluzione!!> Chanel stava parlando con la sua migliore amica, Maura, ma non ne stava traendo profitto. Infatti Maura pensava che Manuel fosse molto bellino e, anche se non gliel’aveva detto apertamente, era gelosa. Chanel  aveva cercato di farle capire che era praticamente impossibile parlare con Manuel in questi giorni, ma lei sicuramente non la stava ascoltando (proprio in quel momento stava passando il capitano della squadra di calcio), e quello era l’utile consiglio che le aveva dato. 
Chanel era proprio giù di corda. Non poteva contare sulla sua migliore amica e la squadra di pallavolo non le bastava per darle tantissima energia. Appena vide Manuel in corridoio lo afferrò ad una manica e lo trascinò in un posto isolato.<Adesso parliamo!> disse <Se fossi in te farei in fretta, potrebbero pensare male..>Rispose Manuel ridendo <ormai quello che è fatto è fatto. Hai messo tu in giro questa voce??> le chiese <Quale voce??>. Fingeva, Chanel ne era ben consapevole <Allora non fare il cretino e rispondi alla velocità della luce.> <Era già in giro, io ho solo contribuito a farla girare…>                                                                         alla prossima con l’ultima puntata!!

Jessyka

Pensiero sincero per un'amica unica

10/02/2008

PENSIERO SINCERO PER UN’AMICA UNICA

Grazie per starmi sempre accanto;
anche quando non ci sei, ti sento vicino a me.
Mi sostieni quasi sempre,mi aiuti nelle difficoltà
e mi sorridi.
Mi fai sentire felice anche quando non lo sono.
Mi capisci anche se sto in silenzio
E se talvolta pensi che io voglia dire qualcosa che non è, resti comunque sempre con me.
Sei fantastica, forte come il rock ’n’ roll; un’ amica che non ti lascia sola mai;
inevitabile affezionarsi a te.
Quando litigo con te sembra che il mondo fuori non ci sia,
perchè per me l’unico sostegno mio sei tu.
Una persona sincera e matura come te non l’avevo trovata mai;
ed io piccola bambina, cerco conforto in te, grande ragazza,
che sa dire sempre le parole giuste.
Mi parli con occhi dolci e sinceri
e mi sorridi,
ma quando combino qualche guaio quello sguardo diventa severo;
mi fa capire cosa devo fare e mi fa ragionare;
forse per la paura di allontanare la tua amicizia da me.
Ti ringrazio e con cuore sincero ti dico tre semplici parole:
TI VOGLIO BENE!! 

=CML=IV C

Chanel, sei tu? Terza parte

29/01/2008


Quel giorno erano rimasti chiusi in palestra in due. Era capitato praticamente a tutti , almeno una volta nella loro carriera scolastica, di rimanere chiusi in palestra. C’era chi ne aveva approfittato, come Giorgio e Marina (le malelingue dicevano che dal giorno non si erano più lasciati), chi aveva protestato riuscendo anche a mandare via il preside (naturalmente Jared, visto che suo padre era un pezzo grosso della finanza mondiale..). C’era chi era restato indifferente, come Chanel, e chi aveva fatto finta di esserlo, come Manuel. In realtà nel cervello di Manuel stava già prendendo forma qualcosa di maligno e Chanel se n’era resa conto dalla risposta che questi aveva dato al bidello. 
Ma Chanel, troppo presa dall’interrogazione di storia che avrebbe avuto il giorno dopo, non se ne curò poi più di tanto.

L’interrogazione era andata bene ma Chanel aveva ancora quello strano presentimento. Cercò Manuel nel corridoio e lo trovò intento a sbaciucchiarsi con una ragazza della IV B. Con un leggero colpo di tosse li costrinse a staccarsi l’uno dall’altra. < Cosa c’è??> chiese Manuel indispettito. <Nuova ragazza?> domandò Chanel con area disinteressata, < Mah… Mi diverto… allora mi dici cosa vuoi?> < che voci hai intenzione di mettere in giro sull’altra notte in palestra?> <Oh.. dirò solo la verità…> Chanel non fece in tempo a chiedergli di quale verità si trattasse che lui se n’era già andato…; allora rientrò in classe e fu accolta da una serie di mormorii e sospiri. <Cosa c’è??> chiese, ma la risposta fu   un’altra serie di mormorii. Allora capì che nella sua classe si era già sparsa la voce della sua nottata in palestra e le voci maligne (non necessariamente Manuel) avevano tessuto le loro ragnatele fino a creare una grandissima storia inventata di sana pianta: Chanel era stata con Manuel. Naturalmente in classe sua, quelle tre galline di Valentina, Roberta e Marta avevano già riunito il gruppo e “spiegato le cose come stavano”. Ora tutti sapevano quella assurda storia. 
                                                                                                                                                                                     tranquilli continua....

Jessyka

In amichevole memoria

25/01/2008

IN AMICHEVOLE MEMORIA


Grazie per tutto quello che hai fatto,
mi sei mancata per così tanto tempo, 
non riesco a credere che te ne sia andata. 
Vivi ancora in me, ti sento nel vento, 
mi guidi costantemente. 

Non avevo mai saputo cosa significasse essere soli, no,
perchè eri sempre qui per me, 
eri sempre qui ad aspettarmi 
e tornerò a casa e mi mancherà il tuo volto 
così sorridente nei miei confronti. 
Chiudo gli occhi per vedere 

e lo so, tu sei una parte di me 
ed è la tua canzone che mi libera. 
La scrivo mentre penso che non potrò andare avanti ;
canto stanotte perchè questo mi conforta.

Ho portato con me le cose che mi parlano di te, 
in memoria dell’unica amicizia che è stata così vera; 
sei stata proprio così come potevi essere 
e sebbene te ne sia andata 
significhi ancora il mondo per me .

Non avevo mai saputo cosa significasse essere soli, no ,
perchè eri sempre qui per me, 
eri sempre qui ad aspettarmi
e tornerò a casa e non sarà più lo stesso, no ,
tutto è così vuoto e solo 
non riesco a credere che tu te ne sia andata 

e lo so, tu sei una parte di me 
ed è la tua canzone che mi libera. 
La scrivo mentre penso che non potrò andare avanti 
scrivo stanotte perchè questo mi conforta. 

Sono felice che ti sia liberata dalla tristezza 
ti vorrò ancora più bene, domani 
e tu sarai ancora qui con me 

e ciò che hai fatto lo hai fatto con sentimento 
e ne hai sempre trovato il significato 
e tu sarai sempre... 
e tu sarai sempre... 
e tu sarai sempre... 

e lo so, tu sei una parte di me 
ed è la tua canzone che mi libera. 
La scrivo mentre penso che non potrò andare avanti 
scrivo stanotte perchè questo mi conforta!
     

=CML=IV C

Chanel, sei tu? Seconda parte

19/01/2008

2^ parte

Manuel era un calciatore. Si sa che nella scuola di Via Kennedy, un liceo classico, i calciatori erano dei montati e si credevano superiori a tutti. Addirittura a mensa c’era un tavolo separato per i 20 membri della squadra calcistica “gli Aquiloni”. Invece i componenti della squadra di pallavolo,  “le Aquile” , erano assolutamente sottovalutati. 
Manuel era un bel ragazzo di IV ginnasio sezione A e Chanel una bella ragazza sempre di IV ginnasio, ma sezione C. Dall’inizio dell’anno Chanel era entrata a far parte della squadra di pallavolo scolastica come libero, mentre Manuel della squadra di calcio come centrocampista. Manuel aveva occhi neri e profondi come quelli di un’aquila, ma capelli biondissimi. Chanel invece aveva capelli castano chiaro e occhi castano scuro. Anche  di carattere erano completamente diversi. Se Chanel era molto timida con le persone che non conosceva (soprattutto con i ragazzini)  Manuel era invece aperto con tutti e soprattutto con le ragazzine. A scuola naturalmente Manuel era sulla soglia del 6 e Chanel su quella dell’8. 
Si erano conosciuti agli allenamenti. I calciatori, infatti, si allenavano subito dopo la squadra di pallavolo e ogni volta si ripeteva la stessa scenetta: Manuel si "parava" di fronte a qualsiasi ragazzina tentasse di entrare negli spogliatoi, ma lo faceva soprattutto con Chanel. 
Chanel dal canto suo non era molto interessata ai ragazzi. Pensava alla scuola, alla prof di lettere, ai compiti in classe. Non le faceva né caldo né freddo, insomma, vedersi Manuel di fronte, anzi la irritava…                                                alla prossima puntata!! 
Jessyka

Chanel, sei tu?

08/12/2007

 1^ parte

In una palestra non molto lontana da Via Kennedy si allenava Chanel: “ chiudi la ricezione, tieni le braccia ferme, non fare finte!”. Era un normale allenamento di pallavolo per Chanel. Non sapeva che le avrebbe cambiato la vita, o almeno quell’anno, di lì a poco. Infatti, a fine allenamento Chanel si avviò verso le docce ma non fece in tempo ad arrivare che un ragazzo, probabilmente giocatore di calcio, gli si parò davanti. disse il giocatore. < oh! Colpito e affondato> scherzò Manuel.. e fece per andarsene. < Vedrai ti innamorerai di me!> le disse mentre se ne andava. La ragazza sbuffò e si avviò verso le docce. Ma non aveva che fatto appena due passi che sentì le luci abbassarsi e poi spegnersi del tutto. esclamò. < Chanel, sei tu?> disse una voce molto familiare. < o andiamo bene. Non basta che tra un po’ mi chiuderanno dentro, dovrò pure stare con un idiota come Manuel!> < Ti consiglio di trattarmi bene se non vuoi che ti aggredisca nel buio!> e si mise a ridere. In quell’istante si senti la serratura ruotare ed egli smise di ridere. si rivolse a Chanel < o non preoccuparti> lo rassicurò lei < staremo qui solo fino a domattina, mi è già capitato>. Dopo una notte passata a litigare e battibeccare i due ragazzi furono trovati dal custode che li guardò stupito: chiese Chanel… disse Manuel < certo abbiamo passato la notte a parlare!!> disse Manuel in tono ironico e se ne andò.

Jessyka

"Scrittori si diventa..."

21/04/2007

Cari lettori, finalmente pubblichiamo alcuni capitoli dei racconti scritti a più mani dai nostri alunni. Abbiamo ricevuto diversi contributi e di questo vi ringraziamo. Molto solerti sono stati i ragazzi della IV B del classico (forse perchè hanno avuto delle frequenti sollecitazioni dalla loro insegnante? Mah!), che si sono divertiti e messi in gioco scrivendo e provando a proseguire i nostri incipit. I risultati ve li mettiamo a disposizione, sperando che anche altri si aggiungano, spedendo i loro scritti all’indirizzo di posta messo a disposizione per questo progetto, Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.. Aspettiamo i vostri contributi numerosi.
I nostri racconti sono ancora senza titolo, perciò, in attesa che questo venga proposto, li identifichiamo con il delle due autrici dei primi capitoli, Chiara e Veronica.
Buon lavoro.   
 
 
 
 
CHIARA
 
CAP 2
 
Lui continuava a pensare e ripensare a ciò che era successo e che quello che aveva commesso era stato l’errore più stupido della sua vita.
Per un momento pensò che l’indomani si sarebbe scusato con lei, ma sapeva per certo che lei non l’avrebbe più voluto ascoltare e non l’avrebbe capito. Però lui l’amava e sicuramente non si sarebbe arreso facilmente.
Allora avrebbe insistito e le avrebbe spiegato che si era pentito di ciò che aveva fatto, di aver tradito la sua fiducia.
Aveva intenzione di mandarle un sms, ma abbandonò subito quell’idea. Con un messaggio non sarebbe stato abbastanza convincente e poi aveva molto da dirle.
I pensieri che gli vagavano per la testa erano sempre gli stessi e allora decise di alzarsi dal letto, prese il lettore MP3 che era la cosa più preziosa che avesse.
La musica nei momenti più difficili lo aiutava a riflettere e a fare la cosa giusta. Si ridistese sul letto con gli auricolari nelle orecchie e mise la canzone più triste che potesse ascoltare. Il testo di quella canzone sembrava essere fatto apposta per dare la risposta al suo problema. E poi era la canzone che aveva ascoltato pochi giorni prima assieme a lei. Allora ricordò i più bei momenti trascorsi insieme a lei. E pianse.
 
Lei guardava ancora la luna, seduta nel suo letto, credendo di trovare in essa delle risposte alle domande che la affliggevano da quella mattina, quando la persona a cui voleva più bene al mondo l’aveva tradita.
Non si era sentita mai così triste e sola. Allora mandò un sms alla sua migliore amica per chiederle di aiutarla, ma lei non rispose, perché erano le quattro e dormiva, naturalmente.
Poi decise di smettere di pensare a lui perché non sapeva più che fare, quindi si addormentò. Sperava che tutto si risolvesse al più presto.

CAP 3

Michela e Matteo frequentavano la stessa scuola, i loro sguardi si erano incrociati per la prima volta nel cortile della scuola durante la ricreazione.
Matteo era un bel ragazzo, alto, un fisico prestante e atletico, aveva una folta capigliatura scura con qualche ricciolo che, se era spettinato, gli cadeva sulla fronte facendo risaltare dei grandi occhi chiari che ricordano il mare della nostra isola e del nostro cielo. Si vestiva in maniera non ricercata, né elegante, né trasandato.
Matteo aveva un carattere generoso e non mancava di esuberanza e intraprendenza. Spavaldo e sicuro, non era sempre sincero; forse non meritava Michela, che era la contrario timida e insicura.
Anche Michela era una ragazza graziosa: portava i capelli lunghi e biondi, gli occhi erano azzurri, grandi ed espressivi su un viso infantile. Aveva un’altezza regolare per la sua età e un fisico non ancora definito.
Michela era romantica, generosa e sincera con un forte attaccamento al dovere.
Matteo e Michela stavano bene insieme, avevano gli stessi gusti musicali, amavano il teatro e avevano sogni in comune.
Ma improvvisamente tutto si era spezzato come uno specchio che va in frantumi.
 

 VERONICA

CAP 2

Elena era una ragazza di vent’anni, molto semplice. Era alta e slanciata con lunghi capelli neri, che curava tantissimo, e gli occhi di un verde chiarissimo, spesso coperti da una lunga frangia. Non le piaceva molto truccarsi, anche perché spesso non ne aveva il tempo, ma quando lo faceva si limitava a un po’ di matita nera sotto gli occhi e ad un po’ di mascara, in modo da far risaltare i suoi occhioni verdi.
Era semplice anche nel vestire: aveva sempre addosso i suoi adorati e inseparabili jeans, una magliettina e le scarpe da tennis. Si vestiva elegantemente solo se proprio doveva.
Aveva un carattere molto forte anche se era un po’ timida, ma non le mancavano gli amici.
Di amici ne aveva molti dai quali era sempre ben voluta e ai quali teneva moltissimo. Tra questi amici aveva anche trovato quello che era il suo ragazzo, Luca, con il quale stava da un anno e mezzo.
Elena era una ragazza molto sportiva e lo sport che le piaceva di più era il nuoto, che aveva praticato fino ai diciassette anni. Poi aveva dovuto mollare per potersi preparare per l’esame di maturità, ma ora che si era diplomata aveva rincominciato a nuotare.
Le piaceva moltissimo il mare. D’estate stava in spiaggia per tutto il giorno e riusciva a stare ferma a prendere il sole per un’ora intera senza mai muoversi. La sera poi andava con tutti gli amici a prendere un gelato e poi tutti insieme in discoteca.
Ogni anno andava due settimane in vacanza con i genitori e la sorellina e ogni volta cambiavano destinazione. L’anno scorso erano stati in Tunisia e la prossima meta sarebbe stata l’Egitto.
Un’altra sua passione erano gli animali: in casa aveva una cagnolina, Kelly, due tartarughe d’acqua, Fred e Gorge, e infine una gatta siamese, Duchessa.
Erano già trascorsi molti mesi da quando si era diplomata al liceo linguistico. Si era presa una lunga pausa di riflessione e stava ancora pensando in quale facoltà iscriversi: lei sognava, già da quando frequentava le scuole medie, di conoscere più lingue possibile in modo da poter girare il mondo. Le piaceva viaggiare e avrebbe voluto frequentare l’università fuori dal suo paesino, che da un po’ le stava stretto. Aveva fatto domanda presso alcune università per avere una borsa di studio, ma non aveva ricevuto ancora alcuna risposta.
 

CAP 3

Ora che aveva raccolto il suo amato cellulare non avrebbe aspettato un minuto di più, era decisa a leggere quel maledetto messaggio.
Allora premette con forza quel tasto, chiuse per un momento gli occhi e quando li riaprì, vide quella scritta: “Vodafone”.
In quel momento fu come se uno sparo avesse raggiunto il suo cuore. La delusione fu enorme. Era solo uno stupido messaggio che le ricordava che il suo credito stava per terminare.
Non se l’aspettava. Si sentiva terribilmente stupida per essersi tanto agitata e affannata.
Delusa, risalì le scale, tornò in camera sua, spense il cellulare e lo mise nel cassetto della sua scrivania….

 

Il quadro

26/03/2007

Il quadro 

Dopo vari tentativi ero finalmente riuscito a portare a termine la mia opera. Non era stato semplice come tutti credevano. La maggior parte dei miei conoscenti ritiene che per dipingere un quadro non occorra altro che una tela e un pennello. I più ignorano le difficoltà legate alla scelta del soggetto. I momenti di sconforto che ruotano attorno alla realizzazione. L’ansia e allo stesso tempo l’eccitazione che ne accompagna la crescita. Ero finalmente arrivato alla fine e mi era costato più di quanto avessi immaginato. Beandomi della mia gloria imminente non facevo che osservare quella tela, quasi incantato. Poi un giorno, proprio mentre ero prossimo a mostrare il mio capolavoro al grande pubblico, l’imbianchino incaricato di dipingere lo studio mi si accostò. Il suo sguardo interrogativo mirava eloquentemente al telo sotto il quale lo nascondevo. Che male ci sarebbe stato nel mostrarglielo? Ero certo che lui, dal basso della sua ignoranza in materia ne restasse affascinato, pur non avendo modo di comprenderlo. Nè più e nè meno di quello che tutti siamo soliti fare quando ci troviamo dinanzi a qualcosa fuori dalla nostra portata. Accettai quindi la sfida, inconsapevole delle conseguenze. “ Il colore…non siete capace a stenderlo” . Sbigottito osservai l’ometto con ancora in mano il suo pennello, svilire il mio lavoro con una velocità inaudita. “Prego?” “ Ma non vedete ? Eppure lo si vede…eccome se lo si vede, persino un orbo se ne accorgerebbe!”.  Con una frase, per di più sgrammaticata, aveva distrutto ogni mia certezza di gloria futura. Che ne poteva capire uno che nella vita colorava pareti? Ne avesse pure visto a centinaia non ne aveva mai dipinto uno! E io stavo ancora là ad ascoltarlo, inaudito! “Per vostra informazione non ci vuole una scienza per stendere del colore“.  “Può essere ..”  si strinse nelle spalle osservando ancora per un po’ il quadro. “Di certo però ci vuole arte”.  Detto ciò prese il pennello, la vernice, e tornò alle sue occupazioni quotidiane. 
E io lì, a corrodermi l’animo per l’insicurezza. Messo in crisi dal parere di un inetto. Chiamai allora un grande pittore, famoso nel suo ambiente, affinché mi desse il suo giudizio, certo che mi sarei rifatto da questa prima delusione. Le sue parole infatti furono benevole, continuava a riempirmi di lodi, ma la mia mente era altrove. E se stesse facendo proprio ciò che avevo previsto per l’imbianchino? Riempirmi di commenti positivi che nascevano dalla sua inabilità nel carpire la mia opera. In altre parole mi assecondava. Lo liquidai tra sorrisi e strette di mano e restai finalmente solo a cercare una soluzione per il mio problema. Quel quadro che per me rappresentava cosi tanto era ora al centro di una disputa dove bisognava decidere non soltanto la sua qualità artistica, ma anche il destino della mia carriera come pittore. Se un semplice imbianchino mi reputava un incapace, avrebbe avuto un senso continuare? 
Forse si, forse no . Decisi di mettere da una parte il mio orgoglio da artista ferito e con pennello e vernice in mano mi recai presso la dimora del critico responsabile di questa situazione. Ascoltare i complimenti di chi crede di essere qualcuno per dispensarli è da schiocchi. Chiesi quindi all’imbianchino di prendermi come suo apprendista. Sarei tornato a lavorare su un quadro solo dopo aver imparato a colorare un muro. Appresi più da lui in un paio di mesi che in dieci anni passati tra accademie e pittori famosi. Ma soprattutto arrivai alla conclusione che la prima dote per un artista non è il talento ma saper apprendere da chiunque senza discriminazioni.

Benedetta Preta

Ultimo ballo

15/02/2007

Ultimo Ballo

E’ tardi. La notte ormai inoltrata tiene compagnia, in quest’insolita sessione d’insonnia invernale. Il suo braccio avvolge la mia vita, agganciato alla sottoveste che porto, più vellutato della stessa seta che avvolge il mio corpo rendendolo piacevole alla vista e al tatto, per citare le sue stesse parole. Sorrido appena, mentre cullo me stessa in quella piacevole brezza che è il suo respiro sul collo, la schiena aderisce completamente a quel petto cosi forte da farmi sentire piccola, indifesa e protetta. Lascio che la mia mano s’intrecci con la sua per qualche secondo, nessuna fede nuziale ad accomunarci, nessun anello come simbolo d’appartenenza reciproca. Nella cultura irlandese le ragazze sono solite portare un anello, all’anulare se sono nubili al medio se sono sposate, a sinistra se sono single a destra se sono fidanzate. Quale forma primitiva di catalogazione è mai questa ? 
No, questo non è da me, da lui, da noi. Sposto appena il suo braccio facendo appello a degli addominali ben allenati da mesi di palestra, per alzarmi nel modo più silenzioso possibile. Scalza, il rumore di un trentasei scarso sul pavimento gelido sembra andare a tempo con il ticchettio di quel vecchio orologio a pendolo che mia nonna ha lasciato in questa casa più di trent’anni fa ormai. Una danza, forse primordiale, eppure per niente priva di grazia. Sono sola, nel cuore della notte, mentre socchiudo gli occhi e immagino di ballare su note sconosciute che la mia mente riscopre riprendendo vecchie melodie abbandonate in un cassetto, in attesa soltanto di essere trovate. Senza che possa rendermene conto lascio che una scarica d’adrenalina mi attraversi le vene, mentre la danza elegante e lenta si trasforma in qualcosa d’animale, sensuale, scandita da un ritmo sempre più veloce. Ho di nuovo quindici anni, sento il pavimento ghiacciato sotto i piedi trasformarsi in qualcosa di più soffice e caldo , il tappeto della mia stanza . Nessun salone ben arredato da libri e ricordi di viaggi in paesi ignoti , ma semplicemente un letto, un armadio e una scrivania, semplici, banali, economici per certi punti di vista, racchiusi in quei quattro metri quadrati che per buona parte della mia vita sono stati il mio mondo, il mio primo nido, il luogo dove rifugiarsi quando tutto fuori andava storto, dove piangere guardando le foto con l’ex, dove chiacchierare sino a tardi al telefono con l’amica , dove dare il primo bacio , dove cantare a squarciagola e ballare in modo selvaggio quando eri sicura che nessuno stesse guardando. 
Sento il sangue incominciare a scaldarsi, non posso averne la certezza ma scommetterei che il mio viso è arrossato, cosi come le altre parti del mio corpo facilmente visibili attraverso quella sottoveste che inconsciamente continuo sfregare contro la mia pelle. Una gira volta su me stessa, mentre il sorriso si allarga sulle labbra, e poi il buio. 
Un dolore, lancinante mi colpisce il ventre, seguito a breve termine da un ‘altra scarica verso la gamba destra. Sento la lama di un coltello rovente lacerare i miei arti inferiori costringendo il mio corpo e allo stesso tempo la mia sfrenata fantasia a cessare ogni movimento. Arranco verso una sedia, respirando a fatica, ansante mentre mordo con forza il labbro inferiore, per placare quell’urlo di dolore che sento affiorare quando il coltello scende e preme con più forza la sua lama nella mia carne. Basta, sono solo sciocchi pensieri. Non c’è nessun coltello, anche se certe volte vorrei che lo fosse. Vorrei che mi trapassasse il corpo da parte a parte. Quella sarebbe una causa. Il sangue copioso impregnerebbe irrimediabilmente questa seta bianca. Quello sarebbe un effetto. La morte rapida mi accoglierebbe tra le sue braccia. Questa sarebbe una degna fine . 
Eppure sono condannata a questa mezza vita , in cui mi è concesso fare tutto ma solo in minime dosi. Come una dieta dove posso assaggiare ogni cosa, soltanto per sentirne il sapore e poi lasciarla andare . 
Lentamente il dolore si ritira come la marea, lasciandomi sola e vuota sopra questa vecchia sedia che osservo indignata ma allo stesso tempo angosciata. E’ scomoda, il legno preme duro contro le mie esili forme, senza alcuna pietà nè riguardo. Scivolo a terra, su quel pavimento gelido che poco prima usavo con pista da ballo, in posizione fetale, le ginocchia strette contro il petto,e cinte dalle mie braccia . “ Volevo solo danzare un’ ultima volta…” un bisbiglio , verso tutti e nessuno , prima che Morfeo mi raggiunga . 


Un rumore fastidioso, come solo una sveglia all’alba può esserlo, irrompe nei miei sogni riportandomi brutalmente alla realtà. Sospiro più intensamente mentre accarezzo il cotone delle lenzuola cercando qualcuno che pare non esserci. Lentamente apro gli occhi , per fortuna è ancora buio, la luce della luna che filtra dalle imposte non ferisce brutalmente la mia vista, ma l’accompagna gradualmente, quando metto a fuoco le lenzuola scostate d’un lato e il cuscino accanto al mio capo stranamente vuoto. Lei . Sono sveglio, di colpo. I miei sensi all’erta, mentre tendo l’orecchio in attesa di un qualche rumore delle stanze adiacenti, a rassicurarmi del fatto che sia già sveglia. Eppure sento solo silenzio, scandito dai rintocchi di quel pendolo che ormai considero parte integrante delle mie notti. In questa casa tutto sembra seguire il suo suono, i nostri passi, i nostri respiri, le nostre parole. Tutto ciò mi inquieta, lesto scosto le coperte poggiando i miei piedi scalzi sul pavimento ghiacciato, evito di accendere le luci, non ne ho bisogno, conosco questa casa come il suo corpo, indimenticabile. < O mio dio…> a mezza voce, le parole fuoriescono dalle mie labbra prive di controllo mentre mi avvicino al suo corpo adagiato per terra. Provo, tento, mi sforzo di non pensare al peggio. Purtroppo non sono fatto cosi, sono un cinico razionale, pessimista, che vive la vita con un sapore dolce amaro tra le labbra e la costante paura di perdere ciò in cui crede e ama . Ripenso alle sue parole quando prendo il suo viso tra le mani, non posso vederlo ma so che nei miei occhi c’è quello sguardo, si proprio quello, quello che lei odia con tutte le sue forze. Ogni volta che mi rendo conto di quanto sia fragile i miei occhi grigi si tingono di un velo di malinconia, che lesta muta in rabbia . Non puoi lasciarmi, non ne hai il diritto. Ci sono troppe cose che ancora non conosco di te, cose che voglio fare con te, cose da vivere insieme a te. La sua voce si insinua nei miei pensieri sbagliati e inadeguati. Ma un pensiero può essere sbagliato e inadeguato ? Un tempo, era un qualcosa di privato che non costituiva peccato perché lo condividevi soltanto con te stesso, e nessun’altro . Eppure sa leggere dentro me come nessuno ha fatto mai. Sfoglia le pagine della mia memoria, con la stessa grazia e fermezza che adopera quando legge uno dei suoi libri, in cui incappa e non riesce più ad uscire . Lei cosi brava a capire ogni mio sguardo, e io agli antipodi, impacciato anche nel chiederle il numero di telefono, una cena e una vita insieme . 
Non posso fare a meno di stringerla con più forza contro di me quando sento il suo corpo rispondere al mio, piccola, esile, indifesa. So che in realtà è ben altro, grande con il suo sorriso contagioso, il suo senso dell’umorismo pungente e sottile, la sua intelligenza indisponente e a tratti fastidiosa per noi comuni mortali, un gradino sotto il suo. Ma almeno ora che non senti e non vedi, ora che riposi tra le mie braccia come una bambina, lascia che possa contemplare in silenzio quello che sei per me e la paura che ogni giorno avanza quando mi rendo conto che ci sono pericoli dai quali non posso proteggerti, mali che da solo non posso combattere. Ora che la passione non ci governa, ora che i nostri corpi sono l’uno distinto dall’altro eppure sempre uniti dal filo rosso del destino, solo ora riesco a vincere su di lei, mentre faccio leva sulle mie gambe, sollevandola da quel pavimento cosi inospitale per darle un rifugio più sicuro e comodo, le mie braccia. E’ tardi lo so, il sole sta sorgendo e il mio lavoro mi attende cosi come il suo. Non voglio svegliarla, anche se stasera si adirerà con me voglio che oggi resti a casa, per la prima volta in questa lunga notte le mie labbra si stendono in un sorriso quando spengo la sveglia sul mio comodino e porto le coperte sul suo corpo avvolto soltanto da quella sottoveste bianca, piacevole alla vista e al tatto. E’ tardi, vero, ma per noi è sempre troppo presto . 

Benedetta Preta

Dalla finestra della mia camera vedo…

25/02/2014

Dalla finestra della mia camera vedo… 

Dalla finestra della mia camera vedo

La finestra della mia camera?? molto grande, e occupa gran parte della parete opposta ai due letti, il mio e quello di mio fratello.

A me piace moltissimo perch? essendo cos? grande,?E' possibile avere una maggiore visuale.

Scostando le tendine finissime decorate con immagini di rose, e spalancando le due grandi ante, si rivela allo sguardo un panorama che, dal mio punto di vista,?? fantastico.

In primo piano si vedono il tetto e una facciata di una grande casa tinteggiata di bianco. Ha l'aria di essere una casa antica. Abbassando lo sguardo si puo' vedere parte del giardino che circonda la casa, ornato da grandi piante, un tappeto marrone e un riccio in ceramica posti davanti al portone marrone scuro.

Il giardino?? a sua volta circondato da una recinzione in ferro nera, costituita da lunghe aste verticali. Procedendo verso sinistra, il cortile lascia il posto al parcheggio dell'auto del proprietario, una grossa macchina nera.

A sinistra della casa si vede, sempre in primo piano, la facciata di una palazzina intonacata di bordeaux, e ancora pi? a sinistra i gradini esterni che danno sulla strada.

In secondo piano c'? invece il giardino di una casa gialla, ricco di vasi e piante colorate, e ospita anche un lungo filo su cui la padrona di casa stende i panni.

Dal giardino si apre una porta finestra, che d? sul salone della casa. All'interno si pu? vedere il televisore, quasi sempre acceso.

Oltre la casa, spostando lo sguardo pi? in l?, si vedono enormi campi coltivati, di colore verde e marrone. Si possono vedere le striature orizzontali, verticali e oblique in cui questi due colori si alternano pi? chiari e pi? scuri.

Verso destra continuano le lunghe file di case e appartamenti, ognuno di un colore diverso, qualcuno sbiadito dal tempo, ma tutti con giardini curati e anch'essi colorati.

A sinistra, come al centro, ci sono campi coltivati, e pi? lontano qualche casetta di campagna sparsa qua e l? salta allo sguardo, circondata da graziosi alberelli verdi e snelli.

In lontananza, al centro, ci sono piccoli monti ombreggiati, per cui appaiono scuri e lugubri. Dietro quei piccoli monti, si elevano enormi montagne, anch'esse scure e terrificanti.

A sinistra, le montagne sono immense, e ad esse si alternano grandi valli di colore pi? chiaro. Si possono vedere chiaramente gli alberi e le piante verdi, da cui spesso spicca il volo qualche uccello di colore chiaro.

Le montagne in questo punto sono cos? alte che sembrano toccare il cielo.

Qualche volta le nuvole coprono le cime dei monti, tanto che questi sembrano essere 'inghiottiti' dall'alone bianco di vapore acqueo. Dalla mia finestra si respira un'aria quasi sempre fresca, anche nei pomeriggi estivi, quando il sole batte sulle montagne a sinistra, ma lasciando quelle al centro della visuale scure e ombreggiate, immerse nel loro mistero.

Durante le giornate invernali invece, l'aria?? pi? rigida, e mette addosso una specie di sollievo, come un desiderio di respirarla pi? a fondo.

Quando la temperatura scende quasi sotto lo zero, le montagne dalla mia finestra si ricoprono di bianco, di quel nevischio finissimo come lo zucchero a velo su una torta.

Il sole illumina una piccola parte delle montagne a sinistra, ma i raggi battono maggiormente sui campi coltivati e al massimo su qualche casetta.

Poi le ante della finestra si chiudono, e le tendine tornano a nascondere quel fantastico paesaggio.

Elisa Farris, II F ?(a.s. 2012-2013)

Un abbandono

25/03/2014

Un abbandono

UN ABBANDONO

Anno: 1610

Protagonista: Juan Antoni, pag. 274*

Dida: Cannas Sebastiana, Quartu S.E

 

Carlotta Bussolo, Daniele Caoci

Alessio Porcu, Elia Serra

 

*il numero della pagina fa riferimento all’appendice contenuta in Mischineddus.

 

Quel lontano giorno del 1610, era uno come tanti per la povera contadina Sebastiana Cannas, che monotonamente si recava ogni mattina alla fattoria per accudire il bestiame e raccogliere i doni che il suo piccolo campo le donava. Ma un qualcosa di particolare la portò a perdere la tranquillità e la serietà che aveva sempre avuto. Mentre andava, barcollante nel suo orticello, sentì un lontano gemito. Preoccupata, iniziò a guardarsi intorno per cercare di capire da dove potesse provenire.

Nella sua mente affiorarono vecchi ricordi del passato. Associò questo pianto a quello del suo piccolo Lorenzo, che le fu portato via alla nascita. Si asciugò le lacrime e iniziò a correre, cercando disperatamente quel povero bimbo. Ad un certo punto, esausta, si fermò e decise di arrendersi, poiché non riusciva più ad udire quel forte pianto. Si sedette per alcuni secondi su un grande masso, ma si accorse subito dopo che dietro vi era un piccolo sacco che si muoveva. Spaventata, si alzò nervosamente ed andò ad aprirlo. Tornarono le lacrime sul suo volto, e stavolta erano incessanti come una pioggia. Aveva di fronte a sé colui che le avrebbe cambiato la vita per sempre. Un neonato, gracile e delicato dalla pelle bianca come il latte e i capelli scuri come il carbone. L’istinto materno portò la donna a prendere il fagotto con sé e portarselo a casa. In quel momento Sebastiana era davvero felice, perché il Signore le aveva dato il dono più bello che potesse desiderare.

Da quel momento si promise che si sarebbe presa cura del piccolo e che avrebbe colmato la sua vita d’amore e gioia. Viveva sola, e per questo la sua piccola casetta in cima alla collina era sempre silenziosa, vuota e fredda. «Juan Antoni» disse, entusiasta, «questo sarà il tuo nome». Passarono i giorni, i mesi e gli anni, e il piccolo Juan cresceva velocemente. Era un bimbo molto intelligente e responsabile, nonostante la sua età. Divenuto grande, decise di cercare lavoro, per ripagare l’ormai vecchia Sebastiana di tutti i sacrifici che aveva sempre fatto per lui. Poiché Pirri in quel periodo giaceva nella povertà, egli si dovette spostare dal paese, per trovare un lavoro dignitoso che gli permettesse di guadagnare anche un minimo, pur di poter comprare le medicine per la madre, che non godeva di ottima salute. Era sicuro di se stesso e delle sue potenzialità ed era fermamente convinto che avrebbe trovato subito un lavoro. Ma non fu così. Nonostante la consapevolezza di aver preso una strada sbagliata, rimpianse per tutta la vita di aver fatto morire sua madre sola. Nel suo cammino verso la grande città di Cagliari, conobbe delle persone che gli fecero cambiare totalmente la visione che aveva sempre avuto della vita. «Non è necessario che tu ti sacrifichi così» gli dicevano «nessuno poi ti sarà riconoscente tutti gli sforzi. Devi solo pensare a te stesso, e non agli altri». Iniziò allora a seguire quei consigli: faceva tutto quello che voleva senza tener conto di quello che gli diceva chi voleva aiutarlo a rimettersi in sesto. Un giorno, mentre si trovava con i suoi amici in una baracca ad ubriacarsi, scorse dalla finestra una cerchia di persone che ridevano ed urlavano. Uscì, e vide che all’ interno di quella cerchia si trovava una giovane donna con i vestiti tutti stracciati, che piangeva. Per la rabbia, si mise ad urlare, e tutti coloro che stavano lì si allontanarono. Egli si chinò e aiutò la giovane ad alzarsi. In quel momento i loro sguardi, per alcuni istanti si incrociarono. Juan non le distoglieva gli occhi di dosso, mentre lei, timida, gli fece un breve e lieve sorriso. Quella notte la accompagnò a casa sua e lei, piena di gratitudine, non smetteva di ringraziarlo, e per sdebitarsi gli diede una collanina, che gli mise nel collo e che egli da quel giorno, non si tolse più.

Col passare dei giorni, si accorse che il desiderio di vederla era sempre più grande e così decise di andare a cercarla. Passò per il mercato, e vide la sua amata sistemare una bancarella. Il suo cuore batteva all’ impazzata, le sue labbra tremavano tanto che riuscì a malapena a pronunciare il suo nome. Lei si girò, lo guardò negli occhi e corse ad abbracciarlo. Aurora era ormai divenuta la sua ragione di vita. Era la donna più bella che avesse mai visto: un sorriso raggiante in grado di scaldare qualsiasi cuore, degli occhi vispi e accesi di un verde smeraldo e dei capelli morbidi come la seta. Se ne innamorò perdutamente e per lei fu disposto a fare di tutto. Trovò un buon lavoro che gli permise di comprare una casa, e appena ne ebbe l’occasione, decise di sposarla. Una delle gioie più grandi per Juan fu la nascita della loro bambina. Decise di chiamarla Sebastiana, in onore della sua povera madre. Col passare degli anni, arrivò la vecchiaia anche per i due sposi che, nonostante tutto il tempo trascorso assieme, si amavano sempre di più e il loro amore cresceva a dismisura. Oltre alla vecchiaia, in quel periodo vi era una terribile influenza, che colpiva maggiormente gli anziani, inermi e ormai privi di difese immunitarie. La prima ad andarsene fu Aurora, che lasciò un vuoto incolmabile nel cuore del suo amato. Egli si sentì solo, triste ed abbandonato. E per un momento i suoi vaghi ricordi lo portarono a pensare alla povera e laboriosa Sebastiana Cannas, che aveva lasciato morire in solitudine. I suoi occhi, piccoli e aggrinziti, si riempirono di lacrime, e il suo volto, vecchio e rugoso, in quell’istante parve spegnersi. Sentì l’estremo bisogno di dover parlare con la figlia di questo suo peso nella coscienza, ma ben presto si accorse che ella, a causa di questa febbre pestilenziale, era fuggita da Cagliari, e quindi il destinò lo portò a morire proprio come sua madre. Ma non si arrabbiò, perché pensò di aver meritato questo per ciò che lui aveva fatto all’ anziana madre. In quello stesso giorno, cupo e piovoso, le sue lacrime cessarono di calare, fece un lieve sorriso, essendo grato a Dio per tutto quello che gli aveva donato. Credeva nel Paradiso, e ciò che lo confortava era il fatto che avrebbe potuto rincontrare la sua amata moglie, in un mondo migliore. Chiuse gli occhi e decise di dormire. E rimase lì, addormentato per sempre, nel suo grande letto, in quella gelida e triste stanza.

 

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Tutto in uno sguardo

4

Corus meus

7

Sorelle

14

 

 

>> Giudizi e commenti sul romanzo \"Mischineddus\"  Pag. 25

 >> Analisi tematica e strutturale del romanzo Mischinéddus

 

Corus meus

24/03/2014

Corus meus

CORUS MEUS

Anno: 1609

Protagonista: Maria Anna, Juan Andreu, pag. 268*

Dida: Pintus Antioga, Villanova

 

 

 

 

Elena Basciu, Roberta Bertacche

Elisabetta Costa, Alessandra Piras

Alessandra Pisu

 

*il numero della pagina fa riferimento all’appendice contenuta in Mischineddus.

 Non pensavo che questa storia potesse avere un lieto fine, visto come era iniziata, con un abbandono, il più terribile. Penso spesso al giorno in cui quelle creature entrarono a far parte della mia vita. Una giornata molto lontana ma che ricordo come se fosse ieri. Ho intenzione di raccontarvi ogni dettaglio, sperando di non annoiarvi.

 

 

Era una calda mattinata d’estate del 1609 e, per la prima volta dopo diversi giorni, mi recai al mercato di Cagliari. Ero molto provata nel corpo ma soprattutto nello spirito, al punto da non riuscire a godere come al solito dei meravigliosi colori della città. Prima di rientrare alla mia fattoria di Villanova, poiché mi aspettava un tragitto piuttosto lungo e faticoso, decisi di fermarmi a riposare sotto un albero. La mia attenzione fu catturata da una donna che passeggiava con un bambino. In quel momento riaffiorarono alla mia memoria le immagini bellissime e strazianti del mio piccolo che il Signore aveva chiamato a sé pochi giorni prima. Mi persi in quei ricordi, per la prima volta non cercai di ricacciarli. All’improvviso mi accorsi che la mia spesa era sparita: un cane si stava allontanando con il mio pranzo in bocca. «Maledetto! -dissi- Il pesce mi hai fregato!». Lo rincorsi fino a quando non sentii un pianto provenire al di là di un muro. Pensai che fosse frutto della mia immaginazione, ma mi sbagliavo! Il lamento non cessava, allora andai a controllare. Un piccolo fagotto giaceva sulla ruota dell’Ospedale del Sant’Antonio. «Un altro bambino! Povera creatura!» esclamò una voce maschile alle mie spalle. Era Fra’ Martino, un religioso che si occupava dei “trovatelli”. Prese il fagotto e si diresse verso l’interno dell’ospedale. «Aspettate!» urlai, ma il frate era troppo distante per potermi sentire. Lo raggiunsi e mi accorsi che aveva il volto preoccupato: mi spiegò che la dida dell’ospedale aveva la febbre da due giorni e non avrebbe potuto aiutare quel bambino. Con slancio mi offrii di fare da dida alla creatura che, scoprimmo, era una bambina e venne registrata col nome di Maria Anna. Firmai i documenti e mi sedetti per allattarla. Fui presa da una grande dolcezza, per la prima volta dopo settimane mi sentivo viva. «Oh, Maria Anna, quanto sei bella! Doveva essere proprio disperata tua madre per rinunciare a vederti crescere...». Quando abbassai lo sguardo vidi una manina con una voglia a forma di mezzaluna sul polso che si aggrappava alla mia gonna. Fu amore a prima vista: era un tenero bambino dagli occhi neri come il carbone e in lui notai subito una forte somiglianza con il mio angelo. Domandai al Frate come si chiamasse. Seppi che il suo nome era Juan Andreu, aveva poco più di un anno ed era stato lasciato da poco al Sant’Antonio. La manina continuava a giocare con la mia gonna, gli occhi scuri, dolcissimi, continuavano a cercare i miei ed io, presa da un impulso irresistibile, chiesi al frate se potevo tenerlo con me. Fra’ Martino accettò: era molto contento di aver sistemato i due trovatelli, di aver preso due piccioni con una fava, come disse. Quella notte mi fermai a dormire all’ospedale poiché era troppo tardi per intraprendere il lungo viaggio di ritorno. La mattina seguente mi svegliai all’alba e, ringraziato il frate, tornai alla mia fattoria. Mio marito, Josef, fu emozionato alla vista dei due bambini. «Vi amerò con tutto il mio cuore, ve lo prometto!» esclamò e li abbracciò.

Passarono mesi, anni, e li vedevo crescere serenamente. Maria Anna, che avevo tenuto con me, era diventata una bellissima ragazza dai capelli ricci rossi e dagli occhi verdi come i prati in primavera, le sue guance erano punteggiate da tante lentiggini. Era tranquilla e diligente, un’ottima aiutante per me che lavoravo nella fattoria di famiglia. Juan era moro e i suoi occhi esprimevano tanto bisogno d’affetto. Aveva un grande senso di responsabilità e per questo motivo Josef decise ben presto di affidargli le pecore. Mostrava inoltre una particolare abilità nel costruire statuette di legno. Era molto protettivo nei confronti della sorella, come quella volta in cui la mandai a mungere le mucche e incontrò alcuni amici pastori di Juan..

«Castia chini c’esti, conch’e karota!» disse Demetrio, il più grande del gruppo. «Conch’e karota! Conch’e karota! Conch’e karota!» dissero in coro gli altri ragazzi.

La povera Maria iniziò a piangere, mentre continuava ad essere derisa per il suo insolito colore di capelli. Juan non rimase a guardare, con un impeto d’ira aggredì Demetrio e dopo una violenta colluttazione finirono entrambi dentro una mangiatoia per i maiali. Dopo quel buffo epilogo i giovani, rendendosi conto di aver esagerato, porsero le loro scuse a Maria.

Questo è uno dei tanti momenti in cui Juan dimostrò di voler molto bene alla sorella. Ad un certo punto della loro vita, però, le loro strade si divisero. Il ragazzo, spinto dalla voglia di esplorare nuovi mondi, all’età di diciassette anni partì in cerca di fortuna. Maria Anna, invece, a sedici anni, fu assunta come tata da una dama francese che per un po’ di tempo aveva vissuto a Cagliari e la seguì a Parigi. L’avreste mai detto? Ora vi racconto come successe. Un giorno la ragazza, che diventava sempre più bella, mentre si recava al mercato, soccorse un vecchio signore molto agitato che parlava in una strana lingua; sembrava aver perso l’orientamento e Maria Anna cercò di rassicurarlo parlandogli con dolcezza. Lo fece sedere all’ombra su un muretto, gli diede da bere dalla sua brocca. Nel frattempo si guardava intorno, sperando di vedere qualcuno che cercasse quel poveretto. Non se la sentiva di lasciarlo solo e si rassegnò ad aspettare. Dopo più di un’ora arrivò una dama accompagnata dalla servitù. Con un accento strano ringraziò Maria Anna per aver soccorso l’anziano padre che, disse, ormai non ragionava più bene. La ragazza era intimidita, non aveva mai visto una signora vestita e pettinata in modo così elegante. La dama si presentò: si chiamava Joséphine Pinard, era francese e si trovava in Sardegna con la famiglia per un breve soggiorno. Propose di ricompensarla ma la giovane rispose che non aveva fatto nulla di eccezionale per meritarlo. La donna vide in Maria una ragazza ricca di risorse e molto generosa e pensò che poteva essere una tata perfetta per la sua bambina più piccola; le propose quindi di trasferirsi da lei. Maria Anna si prese un po’ di tempo per riflettere, non voleva abbandonare la sua famiglia. Si consultò con me e con Josef e noi, anche se ciò ci causava un grande dolore, le demmo la nostra benedizione.

Nella casa in cui andò a vivere Maria, a Parigi, abitavano il marito e i tre figli di Joséphine, Laura di cinque anni, Michelle di sedici anni e François di vent’anni e l’insopportabile governante, Ursula, originaria dell’Italia settentrionale. Quest’ultima era infastidita dalla presenza di Maria e pensava che non fosse all’altezza per svolgere un lavoro simile in una famiglia così prestigiosa. Joséphine, invece, era molto legata alla giovane e col passare del tempo cominciò a considerarla come una figlia. Laura, Michelle e Maria diventarono grandi amiche, si coalizzarono contro Ursula che era veramente insopportabile e le fecero numerosi dispetti poiché si divertivano a farla adirare. Un giorno che Joséphine aspettava un ospite molto importante, un avvocato che doveva redigere il suo testamento, alla piccola Laura venne la geniale idea di mettere un grosso rospo nella teiera che Ursula avrebbe usato per servire l’ospite tanto atteso. La governante, non appena si accorse di questa marachella, cercò di rimediare ma ormai era troppo tardi: il rospo era finito sulla testa dell’avvocato... Mortificata si sbilanciò per levarglielo di dosso, ma urtò la teiera che finì sui pantaloni del povero signore. Un altro buffo scherzo che le ragazze fecero ad Ursula fu quello di farle lo sgambetto mentre scendeva le scale tenendo tra le braccia una pila di libri. La donna rotolò sui gradini, seguita dai libri che le finirono addosso. Ursula apparve particolarmente infastidita dalle risate di François, il figlio di Joséphine. «Ursula, te l’ho sempre detto che queste scale le ceri troppo!» esclamò il ragazzo, facendo l’occhiolino a Maria. Dopo questo episodio, Ursula perse la pazienza e decise di vendicarsi. Pensò che la cosa più giusta da fare per cercare di sbarazzarsi della ragazza fosse quella di metterla in cattiva luce agli occhi della padrona: entrò nella camera di Joséphine e prese la collana più preziosa. Quando la dama si accorse della scomparsa del gioiello, chiese a tutti se l’avessero visto. «Madame, si tratta sicuramente di un furto! Pensi un po’, in passato non è mai successo nulla del genere. Secondo me è stata Maria Anna» disse Ursula. Joséphine, credendo alle parole di Ursula, parlò con Maria Anna che, profondamente offesa, si rifugiò nel sottoscala in lacrime. François, sentiti dei singhiozzi, si avvicinò alla giovane e, ascoltata la sua versione dei fatti, si convinse della sua innocenza. Joséphine era molto confusa e decise di far rimanere Maria in camera sua fino al ritrovamento della collana. Dopo vari giorni François andò a far visita alla povera ragazza e cercò di consolarla.

«Sono perseguitata dalla sfortuna! Pensavo che, dopo l’abbandono della mia vera madre, la vita per me potesse essere felice, visto l’amore che mi ha dato la mia dida. Ora invece sono certa del contrario! Ho sbagliato a lasciare la mia famiglia e la mia terra!».

«Io sì.. Io mi fido di te! Sei una ragazza speciale, in grado di far sorridere le persone quando ti vedono. Sei così bella e generosa e io sento... sento di amarti.» Si guardarono intensamente per qualche secondo. Il suo viso si avvicinò a quello di Maria Anna e quando le loro labbra si toccarono, lei ebbe la sensazione di svenire. Ma quel momento magico fu interrotto da qualcuno che bussò alla porta: era Ursula. François si nascose nell’armadio prima che la donna entrasse nella stanza. Era venuta per dire a Maria Anna che Joséphine gradiva la sua presenza a cena. La ragazza uscì dalla stanza mentre Ursula rimase lì. Il ragazzo da uno spiraglio assistette ad una scena sconvolgente: la donna che nascondeva la collana della madre sotto il cuscino della ragazza! «Eh no, questo è troppo! Ursula! Ho sempre saputo che fossi una donna cattiva, ma non fino a questo punto! Vediamo cosa ne pensa la mamma!». François trascinò Ursula nella sala da pranzo e raccontò alla madre l’accaduto. Joséphine, amareggiata di fronte al tradimento di una donna che era stata al suo servizio per tanti anni, la licenziò. Dal quel momento in poi le cose per Maria Anna andarono per il verso giusto. All’età di venticinque anni si sposò con François, ormai ventinovenne, da cui ebbe due bellissimi gemelli: Andrea e Céline.

Mentre Maria Anna viveva una vita agiata, il fratello Juan Andreu aveva visitato molte città italiane, spagnole e francesi. Era diventato un mercante ma anche un artista perché continuava a scolpire le sue statue di legno. A Firenze si innamorò di Manuela, una bellissima ragazza che però dopo due anni lo lasciò, non sentendosela di seguirlo nei suoi viaggi. Juan Andreu, profondamente deluso, dopo di lei non ebbe più nessuna ragazza e si dedicò completamente al lavoro. Quando arrivò a Parigi, pensò che fosse la città più affascinante che avesse mai visto. Il ragazzo era soddisfatto perché i francesi sembravano apprezzare molto le sue creazioni e gli affari andavano bene. Un giorno d’autunno si avvicinò alla sua bancarella una ragazza dai capelli rossi dall’aria familiare. Indossava un elegante abito verde con una mantella nera e teneva lo sguardo fisso su una statuetta che rappresentava due bambini presi per mano. Quando Juan gliela porse, la manica della sua camicia bianca si sollevò, lasciando scoperta la sua voglia a mezzaluna. Non appena la fanciulla la vide trattenne la mano del giovane e alzò di scatto la testa, mostrando per la prima volta il suo volto. Si guardarono negli occhi e Juan capì subito che la misteriosa ragazza era la sua amata sorella Maria Anna. Lei lo raggiunse dietro il bancone e lo abbracciò forte. Dopo aver ritirato la merce i due fratelli si incamminarono verso la Senna e chiacchierarono a lungo. Maria gli raccontò degli anni trascorsi a casa della dama, delle sue splendide figlie Laura e Michelle, dell’insopportabile Ursula, del suo matrimonio con François ed infine di Andrea e Céline. Al calar della sera si recarono alla villa Pinard e Maria presentò alla famiglia suo fratello, il quale venne accolto con grande affetto. Dopo qualche mese i due fratelli decisero di tornare in Sardegna da me, la loro vecchia dida.

Maria mi presentò suo marito e le sue creature. Mi raccontarono di tutte le avventure vissute in quegli anni in cui eravamo stati lontani e, successivamente, rivelai ai miei figli la malattia che mi aveva colpito poco dopo la loro partenza. Juan, stanco dei suoi viaggi, decise di restare con me, mentre Maria Anna tornò a Parigi insieme alla sua famiglia. Ancora oggi sono circondata dall’affetto delle persone a me più care, Juan Andreu e mio marito, che mi riempiono di attenzioni. Maria Anna, quando può, mi fa visita e posso godermi i miei bellissimi nipoti.

Ringrazio costantemente il Signore di avermi dato due figli cari come voi. È incredibile quanto mi abbiate cambiato la vita e ridato la voglia di vivere, vi amo immensamente corus meus.

 

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Giudizi e commenti sul romanzo "Mischineddus"

25/03/2014

Giudizi e commenti sul romanzo "Mischineddus" 

Quella che segue è una raccolta di giudizi  sul romanzo “Mischineddus” di Anna Castellino: infatti,   i ragazzi della classe II D hanno voluto concludere l’impegnativo lavoro con le loro impressioni e valutazioni personali.

Mischineddus è un libro ricco di fantasia e interessante. Il linguaggio è scorrevole e pieno di termini che si adattano decisamente al tempo in cui il "nostro testo" è ambientato. In alcuni tratti prende svolte importanti, ricche di azione, in altre parti l’ho trovato un po’ troppo concentrato sulle descrizioni di tipo ambientale e con un lento svolgimento dei fatti. Nell’insieme lo considero un bel libro, che sa darti molti insegnamenti e che ti permette di prendere conoscenza di una parte della storia dell’antica Cagliari di cui, purtroppo, si parla e ci si informa poco.

Arianna Arru

 

E’ un libro molto interessante, ricco di storia e di tante emozioni legate alla vita di un ragazzo sfortunato all’inizio del racconto ma che poi trova la sua felicità.

Elena Basciu

 

Devo dire che ho trovato il libro un po’ pesante da leggere. La maggior parte delle volte ho avuto difficoltà nella comprensione del testo, e sono dovuta tornare indietro per riprendere il discorso. L’argomento, per quanto drammatico, viene esposto sempre tenendo conto della parte gioiosa delle cose della vita in maniera ottimista.

Bertacche Roberta

 

Questo libro è un grande romanzo storico, pur non essendo abituata a dei libri così particolari e allo stesso tempo realistici mi sono trovata ad essere coinvolta in maniera travolgente da questo testo, tanto che ho dovuto rileggere più volte numerose parti che ritenevo indispensabili nelle vicende o di particolare importanza nello svolgersi del racconto. Il lessico mi è parso non molto semplice, sono presenti numerosi vocaboli che non ho mai incontrato in altri libri e quindi è stata una sfida per una ragazza della mia età. E’ comunque una storia molto toccante per quanto riguarda i bambini abbandonati e il modo in cui il narratore racconta la vicenda, ci rende partecipi al massimo della storia e riesce a farci immedesimare nei differenti personaggi. Essendo ambientata nella nostra Isola e anche nella nostra città, sono riuscita ad avere una maggiore ampiezza nell’immaginazione dei fatti, è stato più semplice collocare con i personaggi nei determinati luoghi in cui avvenivano le varie vicende, cosa più difficile da fare se i fatti narrati avvengono in posti a noi sconosciuti.

Carla Busonera

 

Senza alcun dubbio posso dire che Mischineddus è veramente un gran romanzo. Ti fa immergere in una realtà completamente diversa dalla nostra anche se il libro è ambientato nel luogo in cui noi oggi viviamo, nelle strade in cui passeggiamo e nel nostro amato mare. Fa riflettere sulla nostra poca voglia di conoscere il passato della nostra Terra, un passato ricco di orgoglio, di rispetto e di fierezza.

Giulio Campus

 

Questo romanzo risulta gradevole al lettore. Lo induce a numerose riflessioni riguardanti la vita dei borts. Evoca sentimenti contrastanti, nel racconto di una storia che transita da un’origine drammatica ad una serie di eventi esistenziali affrontati sempre positivamente dal protagonista, i cui tratti peculiari si manifestano nel carattere forte e solare. Le vicissitudini vissute da Antonio contribuiscono alla creazione di un climax ascendente, che induce ad una lettura sempre più appassionata.

Maura Carta

 

Il romanzo è molto bello, la storia è coinvolgente sia per il realismo con cui vengono descritti i personaggi, alcuni tanto ben delineati da sembrare di averli conosciuti davvero, sia per il fatto che essa si basa su fatti storici documentati. La narrazione alterna momenti tragici con altri più leggeri, perfino divertenti. Inoltre, dopo la lettura di questo libro, devo ammettere di conoscere meglio tanti aspetti della mia città, la sua storia, le sue tradizioni e la sua lingua. Il capitolo che mi è piaciuto di più è l’ultimo, per la descrizione dei luoghi, simili nei colori ma profondamente diversi da come sono attualmente, per come incomincia e si svolge la storia d’amore con Antonedda, ma soprattutto perché mi ha rivelato ciò che mi aspettavo, cioè che Dillu era il vero padre di Antonio.

Elisabetta Costa

 

Questo libro l’ho trovato molto interessante anche se all’inizio non mi ha entusiasmato tanto nella parte in cui Antonio venne cresciuto dalla balia. Ma dopo ho trovato il racconto alquanto avvincente. É una storia drammatica poiché tanti bambini furono abbandonati nella ruota dell’ospedale di Sant’Antonio e mi ha colpito soprattutto il fatto che la maggior parte di loro sono cresciuti senza l’affetto di una madre e di un padre come ad esempio Antonio che fortunatamente riesce a trovare la sua strada nella vita nonostante sia stato abbandonato.

Alessandra Piras

 

La lettura di questo romanzo è stata piacevole e mi ha coinvolto tanto. La storia narrata offre vari spunti di riflessione e nonostante la sua drammaticità infonde nel lettore un senso di ottimismo soprattutto per la capacità di una persona sfortunata come Antonio di ottenere buoni risultati nella vita. L’amore verso il prossimo e soprattutto per i trovatelli come lui è una caratteristica da sottolineare del personaggio principale. Egli non trasforma in rabbia la sofferenza patita a causa dell’abbandono ma bensì utilizza le sue energie in modo positivo e altruista. A parte qualche difficoltà nella comprensione di alcuni termini, la lettura è stata sostanzialmente spedita e questo grazie anche al livello di coinvolgimento emotivo che la scrittrice riesce a trasmettere al lettore. Mi è piaciuto in particolare l’epilogo nel quale il protagonista scopre che il suo vero padre è Dillu. Mi ha colpito il parallelo fra il primo capitolo e l’ultimo, entrambi intitolati Lasciami e vai con Dio, parole pronunciate dal padre di Antonio durante l’abbandono e in punto di morte.

Alessandra Pisu

 

Alla fine Mischineddus si rivela un bel libro, nonostante la lentezza del ritmo narrativo che lo caratterizza in svariati punti, nonostante le mille vicissitudini vissute da un personaggio che combattendo contro la sfortuna ne ha incredibilmente la meglio. Se fossi un critico letterario e dovessi dare un voto gli darei un 7,5 abbondante. Certo non è proprio il mio genere letterario preferito visto che non punta al fantasy, ma merita di essere letto e riletto per porre molte persone davanti ad una realtà sconcertante, ovvero il fatto che si sappia poco o niente delle proprie origini, delle proprie tradizioni e della storia della nostra bellissima Isola! Io in prima persona ho riscoperto molti aspetti di un passato lontano e ho riscoperto anche un po’ di orgoglio personale nel sapere di vivere in un’ Isola importante con una storia millenaria ed affascinante. Nonostante le “difficoltà” riscontrate nella lettura del romanzo per la sua lentezza, consiglierei questo libro ad un pubblico giovane, anzi giovanissimo per far conoscere fin da subito la bella storia di Antonio e il suo “mondo”.

Elia Serra

 

Il libro è gradevole ma non entusiasmante. In certi punti sono presenti troppe riflessioni e descrizioni così da renderlo un po’ noioso, so che alcuni avrebbero da ridire ma ognuno ha la propria opinione. Anche in un passo il narratore stesso afferma di cogliere la noia nel lettore perché l’argomento è complesso: "Non sbaglio. Sono chiari i segnali di noia, iniziati quando ho preso a parlare di rendite e di denari..." (pag. 133). Tutto sommato il romanzo è di piacevole lettura soprattutto nel finale dove si vengono a scoprire sorprendenti novità. Per me è stato interessante leggerlo perché è la prima volta che leggo un libro ambientato in Sardegna, inoltre il protagonista ha il mio stesso nome e proviene dalla mia stessa città. È un libro che consiglierei a un lettore più adulto anziché a dei ragazzi. Direi che mi ha fatto scoprire un nuovo "pezzo" della storia della mia Isola.

Antonio Vidili

 

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Corus meus

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Sorelle

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Un abbandono

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Tutto in uno sguardo

24/03/2014

Tutto in uno sguardo

TUTTO IN UNO SGUARDO

Anno: 1594

Protagonista: Catelina, pag.239*

Dida: Puddo Bacha Antona, Quartu S.E.

 

Giulio Campus, Maura Carta

Gianluca Orrù, Alessandro Pilia

Antonio Vidili

 

*il numero della pagina fa riferimento all’appendice contenuta in Mischineddus.

Era una gelida notte d’inverno, ma non una qualunque, era la notte della vigilia di Natale e come mia consuetudine mi recai in chiesa per la messa di mezzanotte. Quando uscii dalla chiesa vidi vicino al portone una bambina molto impaurita che tremava a causa del freddo, ma nonostante ciò i suoi occhi azzurri brillavano, emanavano una luce particolare, la luce di qualcuno che non vuole arrendersi, che ha ancora tanta speranza nella vita che sino ad allora le ha regalato solo momenti tristi. Quando i nostri sguardi si incrociarono, provai tante emozioni, che fecero riaffiorare in me una moltitudine di ricordi sulla mia vita da mischinedda.

  Era l’anno 1594, quando fui presa al Sant’Antonio dalla dida Puddo Bacha Antonia. Antonia era una donna alta dalla corporatura esile, aveva dei lunghi capelli neri raccolti in una crocchia dietro la nuca, dalle rughe che le solcavano il viso traspariva la fatica del duro lavoro svolto nei campi, ma nonostante il suo aspetto gracile era una donna forte e combattiva. Quel giorno era particolarmente freddo, il vento gelido s’infiltrava dalla vecchia finestra di fronte a me, e anch’io proprio come la bimba che avevo appena visto, tremavo. Ma quando Antonia mi prese in braccio per la prima volta, il calore delle sue mani riscaldò il mio animo e il mio corpicino. Mi ricordo ancora oggi l’espressione di Antonia mentre mi allattava, era felice e nel suo volto vidi il primo sorriso della mia vita, mentre pronunciava il mio nome: Catelina. La dida rimase colpita dalla mia bellezza, avevo un viso delicato dall’espressione angelica, due grandi occhi vispi, di colore azzurro come il cielo, tanti capelli biondi simili alle spighe di grano baciate dal sole.

La dida decise di portarmi con sé, nella sua umile casa a Quartu Sant’Elena. Il viaggio fu lungo e faticoso per Antonia, la quale non avendo alcun mezzo di trasporto dovette tornare a piedi con me in braccio. La vita con lei fu dura, piena di sacrifici ma ricca di amore.

 

  Dopo tanti anni di duro lavoro nei campi Antonia riuscì a realizzare il suo sogno: aprire una piccola bottega. Pur essendo piccola era una drogheria ben assortita, e da subito iniziai a lavorarci anch’io. Da quel momento la nostra vita cambiò, in quanto questo lavoro era meno faticoso e ci permetteva di vivere dignitosamente. Nonostante la povertà di quel periodo la nostra attività andava bene e per questo avevamo bisogno di qualcuno che ci aiutasse nelle consegne. Così decidemmo di mettere un foglietto sulla porta con su scritto: cercasi garzone. Dopo qualche giorno si presentarono diversi ragazzi ma sia io che la dida (soprattutto io) rimanemmo colpite da un ragazzo di nome Giovanni. Era giovanissimo, aveva solo sedici anni, era alto e snello, aveva i capelli neri come la pece e due occhioni verdi che sembravano smeraldi. Era un gran lavoratore, apparteneva ad una famiglia semplice e viveva insieme ai genitori nelle campagne di Soleminis. Mi innamorai di Giovanni appena lo vidi e non feci molta fatica per farglielo capire. Dopo un breve periodo di frequentazione ci fidanzammo ufficialmente. Dopo qualche anno consacrammo il nostro amore con il sacramento del matrimonio. Per il viaggio di nozze scegliemmo come meta Torino, furono dei giorni felici e spensierati. Ma una mattina mi svegliai con un brutto presentimento che mi richiamava verso casa e così decidemmo di interrompere la luna di miele. I fatti confermarono il mio presagio, la dida stava molto male e arrivammo giusto in tempo per darle l’ultimo saluto. A Quartu non avevamo più affetti e per questo decidemmo di chiudere la bottega, per trasferirci a Soleminis e vivere insieme dai genitori di Giovanni.

Trascorsi dei bellissimi giorni con Giovanni e i suoi genitori, che mi circondarono d’affetto, ma ben presto la mia felicità svanì. Una sera, mentre ci recavamo ad una festa a Quartu con un carro, si scatenò un fortissimo temporale e un fulmine fece imbizzarrire i cavalli. Il carro si rovesciò, fummo scaraventati al suolo e cadendo Giovanni batté la testa: morì sul colpo. Io non mi feci niente di grave, solo qualche graffio. Le mie urla di disperazione attirarono l’attenzione di alcuni passanti che mi offrirono aiuto e mi riportarono a Soleminis. L’amore dei genitori di Giovanni e la fede mi aiutarono a superare il dolore. Non riuscii più ad innamorarmi, ma in quella famiglia vissi serenamente perché mi consideravano come una famiglia. Mentre ero immersa nei miei ricordi, la bambina che si trovava davanti a me attirò la mia attenzione, pronunciando queste parole:”Portami con te, almeno per oggi”.

 

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Sorelle

25/03/2014

Sorelle

SORELLE

Anno: 1606

Protagonista: Victoria, pag. 256*

Dida: Murgia Sisinna, Villanova

 

Arianna Arru, Carla Busonera

Marta Cogoni, Sabrina D’Alessandro

Cristina Sanna

 

*il numero della pagina fa riferimento all’appendice contenuta in Mischineddus.

 

 

 Era pomeriggio, pioveva, e Victoria come suo solito girovagava nell’ospedale Santa Maria Degli Angeli, amava osservare le infermiere e i dottori prendersi cura dei malati proprio come le mamme fanno con i propri figli, le piaceva immedesimarsi in quei bambini che diversamente da lei avevano l’amore dei genitori. Ad un certo punto l’atmosfera cambiò, ci fu una confusione proveniente dall’andito delle sale operatorie: «Codice rosso! Codice rosso!». Victoria impaurita ma allo stesso tempo incuriosita decise di avvicinarsi verso il luogo per capire la causa di tale confusione. Avvicinandosi, notò due signori seduti fuori dalla sala operatoria, che piangevano disperatamente. Victoria decise di sedersi lì ad aspettare, ma solo dopo un’attesa di due,tre ore scoprì che il paziente era una bambina che aveva all’ incirca la sua età. Quando la mattina uscì dalla sala operatoria venne portata in una stanza per riposare dopo il tragico incidente. Victoria riuscì a capire cosa era accaduto dalle parole che i dottori stavano rivolgendo ai genitori della ragazza.

  Presa dalla curiosità, senza nemmeno pensarci o accorgersene, finì nella sua camera d’ospedale e mentre l’altra ragazza dormiva beatamente, avvicinandosi al suo letto inciampò in uno sgabello che facendo un gran fracasso svegliò Clara. Stropicciandosi gli occhi la guardò ignara di chi avesse davanti e impaurita le domandò: «Chi sei?». Victoria timida, come suo solito, esitò a rispondere ma poi disse: «Il mio nome è Victoria. Qual è il tuo nome?». Clara che non era solita dare confidenza agli estranei, ma guardandola negli occhi vide qualcosa di familiare e capì che di lei si poteva fidare. Iniziarono a conversare e a conoscersi e persero la cognizione del tempo. Scoprirono di avere solo un anno di differenza e tante cose in comune; una delle poche cose che non avevano in comune era il fatto che Clara avesse i genitori mentre Victoria no.

  Da quel giorno le due ragazze passarono tanto tempo insieme: Victoria andava tutti i giorni a trovare Clara nella sua camera d’ospedale e come suo solito le portava una mela rossa, le piaceva portare le mele rosse alle persone a lei care poiché erano una delle poche cose che aveva da dare. Passarono alcune settimane e giunse il momento per Clara di lasciare l’ospedale, però era molto triste al pensiero di lasciare la sua nuova amica. Oltretutto non voleva nemmeno parlare ai genitori della sua nuova amicizia, sapeva che i genitori non l’avrebbero accettata, perché consideravano inappropriato fare amicizia con le "poveracce". Tornata a casa si distese sul letto a pensare a ciò che era accaduto: l’incidente, l’incontro con Victoria, le ultime vicissitudini passate in quelle quattro settimane. Capì subito che il fatto che le era rimasto più a cuore era la conscenza della sua nuova amica di cui aveva tanta nostalgia. Passò una settimana, arrivò il giorno in cui la tata doveva accompagnarla alla visita di controllo. Arrivate all’ospedale il suo sguardo cercava solo il viso di Victoria, si guardava intorno attendendo soltanto di vedere i suoi occhi, ma niente.. nessuna traccia di lei. Dopo la visita di controllo, mentre andava via, finalmente la vide. La guardò e le disse «Mi sei mancata…!». Non c’erano parole più sincere delle sue, dopo tanti giorni passati ad aspettarla, finalmente la rivedeva. Victoria la guardò e senza fiatare l’abbracciò così intensamente da stritolare il suo esile corpo. Clara sapeva che l’unica cosa che avrebbe voluto fare era stare con lei, ma doveva tornare a casa e non le andava affatto di lasciarla lì in mezzo a tutti quei malati e a tutte quelle persone così poco familiari. L’unica cosa che le passò in mente in quel momento era di portarla via con lei ma tra sé e sé pensava «Non posso! E’ una pazzia! Come posso nasconderla? Come?», ma un’altra parte di lei, le era troppo legata e aveva assolutamente bisogno di portarla con sé. Le venne un’idea geniale, la guardò e le sussurrò all’orecchio «Devi fidarti di me, ti porto via da qui, ho bisogno di te. Sei la mia migliore amica». Senza nemmeno pensarci due volte si incamminarono verso l’auto, guardò la Tata Matilda e le disse «Ti prego, lei deve venire con noi, promettimi che non lo dirai a mamma e papà, sai bene che non lo accetterebbero.» «Ma signorina Clara, come posso mentire ai suoi genitori?» «Puoi, te lo chiedo io, per favore».

  Arrivate a casa, Clara prese Victoria e facendola camminare in punta di piedi, la portò in camera sua, senza farla vedere o sentire da nessuno. Era una stanza grande, con un letto matrimoniale, coperte rosa cipria e tantissime bambole di porcellana, tutte messe in ordine con il vestito ben stirato e coordinato al colore degli occhi di ogni singola bambola. Non aveva bene idea di dove l’avrebbe nascosta, ma sapeva che quella sera avrebbe avuto un po’ di tempo per parlarle e per confidarsi con lei. «La tua camera è bellissima, avrei voluto anche io avere una stanza così da piccola» disse Victoria, «Perché la tua com’era?» rispose Clara, «La mia non era una vera e propria camera...» disse, guardandosi allo specchio. I suoi occhi verdi iniziavano ad inumidirsi e le lacrime iniziavano ad affiorare, a scendere lente sulle gote rosse. «Era piccola, non tutta per me. Vivevo con tante ltre ragazze, sai, i miei genitori mi hanno abbandonata quando ero piccola. Così mi hanno detto le mie tate, ma non so se sia vero, non so quale sia la verità. Beh, vivevo in una stanza con tante altre ragazze, il mio letto non era grande quanto il tuo, non era così morbido e le coperte non erano affatto di questo bel colore acceso, ma cupe e grigiastre come il viso di ogni ragazzo o ragazza che viveva con me. Sai Clara... la mia non è stata certo un’infanzia facile». «Non mi avevi mai detto queste parole, non sapevo avessi un passato così triste» rispose Clara. Victoria si guadava allo specchio: i suoi capelli ricci e neri come la pece, gli occhi verdi come i prati in primavera, le labbra sottili come le foglie che cadono d’autunno e il suo corpo magro e privo di forze come chi ha vissuto per tanti anni combattendo con tutta se stessa. Continuava a guardarsi: riaffioravano in lei tutti i ricordi di una vita passata, tutti i visi dei bambini che vivevano con lei, ed il viso di sua madre che l’aveva abbandonata. Quell’immagine sgranata e cupa di una donna con gli occhi verdi e pieni di amore come i suoi. L’amica si avvicinò a lei e la abbracciò, si guardarono intensamente allo specchio. Clara era una ragazza piccola, con gli occhi nocciola ed i capelli castano chiaro, quasi biondo cenere. Era sorridente e solare, estroversa e molto simpatica. Erano due ragazze così diverse, ma davanti a quello specchio si sentivano unite, una cosa sola. All’improvviso si udì un rumore, la porta si aprì e Victoria fece giusto in tempo a nascondersi dentro l’armadio. Una donna dall’aspetto elegante entrò senza bussare nella camera, e le disse di scendere che la cena era servita sulla tavola. Nel frattempo Victoria riuscì a scorgere da un piccolo spiraglio dell’armadio la donna e subito intuì che il suo viso le era particolarmente familiare.

  Dopo alcune decine di minuti, Clara tornò nella stanza e sussurrò «Ehi, esci fuori, sono tornata!». Victoria uscì dall’armadio e la vide con in mano un fazzoletto con dentro gli avanzi della cena. Dopo essersi goduta un pasto che per lei era una prelibatezza, per le due ragazze venne l’ora di andare a letto. Scese la notte e Clara sistemò nel soppalco delle coperte su cui far dormire Victoria, anche se non era un’ottima sistemazione accettò senza esitare. Victoria salì sul soppalco, si infilò sotto le coperte e tirò fuori dalla maglia una catenina d’oro, un medaglione al cui interno c’era una suo foto da piccola. Le diede un bacio come suo solito, chiuse gli occhi e si addormentò.

  La mattina seguente Victoria e Clara si alzarono in fretta e furia, si prepararono, misero le coperte in ordine e dopo aver fatto colazione con la tata Matilda, uscirono senza farsi vedere. Andarono via passando dal giardino, e poi dalla orta sul retro, scavalcando il recinto per uscire e andare al parco con tutti gli altri ragazzi della loro età. Era tutto così complicato per loro, mantenere un segreto così grande era un problema per entrambe e le storie erano tanto confuse. Clara non riusciva a scordare le parole di Victoria riguardo la sua età, non riusciva ad accettare che lei avesse tutto ciò che desiderava mentre la sua migliore amica non aveva altro che lei. I racconti confusi di Victoria suscitavano alla mente di Clara pensieri, domande, quesiti di cui voleva conoscere le risposte. Le due ragazze camminavano sul ciglio della strada, con il vento tra i capelli, ormai era arrivato l’autunno senza che se ne accorgessero e le foglie iniziavano a ingiallire, a scurirsi e a diventare sempre più secche e sottili. «Posso chiederti una cosa?» disse Clara rivolgendosi a Victoria, «Certo! dimmi pure» le rispose, «Dove sono i tuoi genitori? Come possono averti abbandonato?», esclamò Clara con estrema curiosità. «Non so dove siano i miei genitori, né chi siano, avevo tre anni quando mi hanno portato a giocare con altri bambini e non sono più venuti a prendermi. Le tate mi hanno adottata e mi hanno portata in un orfanotrofio con tanti altri bambini di cui si prendevano cura. L’unica cosa che ricordo è il viso di mia madre, un viso dolce, e i suoi occhi, proprio come i miei, non potrei mai dimenticarli». Clara, in una frazione di secondo, si rese conto che erano proprio i suoi occhi brillanti e pieni di amore che le trasmettevano tutta la fiducia che aveva in lei. In un attimo arrivarono al parco e la loro conversazione si interruppe a quel punto, senza mai andare oltre.

  Mentre le due ragazze giocavano al parco, la madre di Clara, con un fazzoletto tra i capelli e le occhiaie agli occhi, riordinava le stanze. Quando arrivò nella camera della figlia pensò subito di doverla punire per tutto il disordine che c’era, ma quando guardò le lenzuola le coperte del letto, si rese conto che era il caso di cambiarle. Salì sul soppalco prese le lenzuola con le rose e la coperta rossa coordinata e riscese. Sentì uno strano suono nel silenzio di quella casa vuota, era il rumore di qualcosa di metallo che era caduto e risuonava nelle sue orecchie. Abbassò lo sguardo e vide un medaglione sul parquet, scese dalla scala, posò le coperte e lo guardò incuriosita. Aveva già visto quel medaglione ma non sapeva dove, lo aprì e in un solo secondo le si fermò il cuore. Gli occhi spalancati, immobili, come di chi aveva scoperto una verità straziante. Ma lei quella verità l’aveva davvero scoperta dentro quel medaglione. Corse nella sua stanza, cercò nella sua scatola dei ricordi e trovò ciò che cercava: l’altra metà della foto che stava sul medaglione, la foto che la ritraeva con la sua bambina. Si sedette sul letto e si fermò a pensare, cercava di asciugarsi le lacrime, ma erano troppe, inarrestabili. Pensò a Clara, alla sua famiglia a suo marito, e indecisa, non sapendo cosa fare, si rivolse a se stessa e si disse: «Forse hai sbagliato, forse hai commesso l’errore più grande della tua vita, ma ormai sei arrivata a questo punto e non puoi tornare indietro». Si fece coraggio, ripose il ciondolo nella sua scatola e continuò a svolgere le faccende di casa con le lacrime agli occhi. Quando Clara e Victoria tornarono a casa, Victoria si accorse subito di aver perso il suo magico ciondolo, il ciondolo che una persona speciale le aveva regalato. Lo disse a Clara e in fretta e furia lo cercarono nella stanza, la controllarono la cima a fondo, ma non trovarono nessuna traccia del gioiello. Victoria era in lacrime, era il suo ciondolo, l’unico vero ricordo che aveva. Clara non sapeva come frenare le sue lacrime, non sapeva cosa fare allora si decise a scendere di sotto e andare dalla domestica per chiederle se avesse trovato qualcosa. «Matilda! Matilda! Ho bisogno di te!». Matilda rispose «Mi dica signorina Clara». «Per caso hai trovato un ciondolo quando hai fatto le pulizie?». «Signorina Clara, le pulizie le ha fatte sua madre, avevo un impegno importante stamattina». Clara pensò subito di essere nei guai, se non avesse trovato il ciondolo Victoria non si sarebbe più ripresa, corse subito dalla madre e le chiese se avesse trovato il ciondolo. La madre le rispose di non aver trovato nulla con tono minaccioso, ma Clara si accorse che quel tono tradiva una menzogna, la madre le disse che aveva solamente cambiato le lenzuola.

  La verità era che la madre non poteva rivelare il suo grande segreto ma si rendeva conto che ormai, da quel giorno, quel segreto non era più solo suo. Quel ciondolo apparteneva a Victoria, ma che legame aveva con la madre di Clara? Clara aveva capito che il ciondolo lo aveva sua madre, ma non capiva perché non volesse darglielo, allora andò da Victoria e le anticipò che avrebbero dovuto parlare di qualcosa che non le sarebbe piaciuto dire così facilmente. Si sedettero sul letto, si guardarono e Clara esclamò: «Perché quel ciondolo è così importante per te?» «Me l’ha regalato mia madre quand’ero piccola, è l’unico ricordo che ho di lei...». Clara non sapeva che fare: la madre aveva il ciondolo di Victoria per non si sa quale motivo e Victoria voleva il suo ciondolo. Immersa nei suoi pensieri lasciò che calasse la notte. Dopo aver cenato e dopo aver messo Victoria a letto, scese di sotto, fece le scale piano piano e vide la mamma su una poltrona con il ciondolo di Victoria in mano, arrabbiatissima, quasi inferocita, corse da lei e glielo strappò dalle mani. «Questo ciondolo è della mia migliore amica, lo avevi tu, vedi? Sei una bugiarda!». «Cosa..!? E’ della tua migliore amica? Clara, ascolta, la verità è che questo ciondolo è di mia figlia e tu mi devi dire come lo hai avuto, è troppo importante per me, devi ascoltarmi...». Invece nella mente di Clara ci fu un vuoto improvviso, una figlia? Ormai non ascoltava più le parole della madre. Come è possibile che avesse un’altra figlia e mio padre lo sapeva? E sua figlia era proprio la mia migliore amica? Si allontanò dalla madre senza sapere dove andare esattamente.

  Non si parlarono, non si guardarono più per giorni. L’unica cosa che al calar di quella notte fece Clara fu di restituire il ciondolo a Victoria, stringerle la mano e dirle «Tu sei mia sorella».

 

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Capitolo

pagina

Tutto in uno sguardo

4

Corus meus

7

Un abbandono

21

 

 

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Analisi tematica e strutturale del romanzo Mischinéddus

16/03/2014

Analisi tematica e strutturale del romanzo Mischinéddus

( Analisi tematica e strutturale del romanzo di Anna Castellino )

1) Titolo, autore, anno di pubblicazione, casa editrice

Il romanzo intitolato Mischinéddus è stato scritto da Anna Castellino nel 2006. La casa editrice è AM&D.

2) Genere dell’opera

L’opera è un romanzo storico.

3) Tipo di narratore e grado di focalizzazione

Il narratore è il protagonista Antonio. La figura di Antonio rappresenta tutti i coloro che come lui, sono stati abbandonati presso la ruota dell’ospedale Sant’ Antonio di Cagliari. La focalizzazione è interna perché il narratore è interno, ed è fissa perché gli eventi sono osservati secondo l’ottica di un unico personaggio.

4) Contesto: ambientazione spaziale e storico temporale

La storia è ambientata prevalentemente in Sardegna, a Cagliari, durante la dominazione spagnola, negli anni a cavallo del ‘600, precisamente dal 1583 al 1652.

 

5) La trama

Mischinéddus narra la storia di Antonio, un bambino abbandonato dalla nascita dai suoi genitori presso la ruota (sa roda) dell’ospedale Sant’Antonio a Cagliari (Castello). Viene adottato da una coppia di contadini di Quartu (Joanna, la sua balia, e Jacinto), che intuendo le sue spiccate capacità lo avviarono al mestiere del barbiere che a quei tempi era anche una sorta di chirurgo, veniva infatti denominato barber y silurgian. Dopo la morte dei genitori adottivi e del fratello, Antonio si imbarca e farà il marinaio per circa 14 anni durante i quali vivrà esperienze di ogni sorta e studierà dai libri del capitano grazie ai quali apprenderà alcune tecniche mediche e chirurgiche. Al suo rientro in patria lavora come barbiere-chirurgo e tra le altre cose si occupa dei bambini sfortunati (mischinéddus) abbandonati come lui dai genitori nell’ospedale di Sant’Antonio. Conosce diverse persone tra le quali Dillu, un uomo anziano ma dotato di grande spirito che amava sorridere anche di fronte alle brutture della vita. Antonio si distingue per le sue grandi capacità nell’accudire e curare le persone, prosegue gli studi e tiene lezioni all’Università. Conosce e sposa Antonedda dalla quale avrà numerosi figli. Sul finale della storia apprende che Dillu, ormai morente, in realtà è suo padre.

6) Il tempo e lo spazio: indicare eventuali anacronie nell’ordine temporale della narrazione facendo degli esempi relativi al testo

Durante la narrazione sono presenti numerose analessi (flashback) nelle quali il protagonista rievoca dei fatti avvenuti in precedenza. Numerose volte Antonio ricorda dei momenti passati con i suoi genitori adottivi, Joanna e Jacinto, e il fratello Baltezar, Cap. 2, pag. 42: “Eravamo andati a prendere giunchi per i cesti di Joanna… avevano assalito lui”. Cap .4, pag 69: “Riecheggiavano il mio tempo migliore, quando con Baltezar origliavamo … universo di madri e spose”. Sono presenti anche delle prolessi (flashforward) nelle quali Antonio anticipa eventi che avverranno in futuro. Sappiamo ad esempio, fin dal primo capitolo, che Antonio sarà un uomo felice con la sua Antonedda, Cap.1, pag. 31: “Infine ho chiuso gli occhi … è stato un uomo felice”. Altri esempi di anticipazione si possono trovare anche nel Capitolo 7 a pag. 129: “La cassapanca su cui un giorno Mantrinica avrebbe chiuso gli occhi … su cui mi sarei infiammato per il mio primo bacio d’amore”.

7) Indicare il rapporto tra il tempo della storia ed il tempo della narrazione (coincidenza, accelerazione, rallentamento del ritmo)

Il ritmo della narrazione non è uniforme in quanto in molte parti si ha una coincidenza tra il tempo della storia e il tempo del racconto (quando la narrazione procede con i dialoghi), in altre il ritmo è accelerato (ad esempio non vengono particolarmente descritti i periodi in cui Antonio ha da 0 a 14 anni, e quando il protagonista intraprende viaggi per mare che durano quasi 14 anni) e talvolta l’andamento è rallentato (ad esempio quando Antonio ha dai 14 ai 17 anni o quando conosce Antonedda).

Esempi di tecniche narrative che determinano il ritmo della narrazione:

• ELLISSI: Cap. 2, pag. 41: “Però, solo pochi mesi dopo...”. Con questa ellissi l’autore ha omesso delle parti che ha ritenuto insignificanti. La soppressione avviene in genere attraverso segnalazioni temporali come in questo caso.

• SOMMARIO: Cap. 1, pag. 27: “Passano cent’anni e arrivano i catalani, col loro seguito di aragonesi, valenzani, maiorchini …”. Con il sommario l’autore descrive con poche parole tanti avvenimenti, cioè percorre il salto temporale in pochi passaggi. In questo caso in poche righe ha descritto la situazione della Sardegna del 1300.

• SCENA: Cap. 8, pag. 168:" - Capite dunque! E voi, ditemi, avete mai provato a volare? - Con la mia mole!?". Si delinea una scena quando si ha uno scambio di battute tra i personaggi, in questo caso tra Antonio e fra’ Spiritu.

8) Indica la funzione dello spazio

L’ambientazione spaziale del romanzo Mischinéddus è costituita da riferimenti precisi, e puntuali, vi è ad esempio la descrizione del quartiere Castello, del porto, della zona di Bonaria della Cagliari del ’600 e di tanti altri luoghi, molti dei quali ancora esistenti; nel complesso si può affermare che la funzione dello spazio nel romanzo corrisponde a quella dello spazio come atmosfera, in cui i luoghi contribuiscono a creare la giusta ambientazione per l’azione dei personaggi.

9) I personaggi

Personaggi principali

• Il protagonista della storia è Antonio che è stato abbandonato dalla nascita dai suoi genitori presso la ruota (sa roda) dell’ospedale Sant’Antonio a Cagliari (Casteddu, Castello). È stato affidato a Joanna e Jacinto. Quello che colpisce subito i genitori adottivi di Antonio è il suo sguardo, quella sua capacità di trasmettere serenità col semplice bagliore degli occhi, caratteristica questa che sarà citata spesso nel racconto e che consentirà ad Antonio di conquistare le persone e di farsi rispettare. Crescendo è diventato un ragazzo molto altruista, intelligente e sensibile. Si commuove facilmente alla vista dei bambini abbandonati. Quello di Antonio si può considerare un personaggio a tutto tondo.

• Un personaggio importante nelle vicende e nella vita di Antonio è Dillu, un uomo anziano ma dotato di grande spirito che amava sorridere anche di fronte alle brutture della vita. Mentre Dillu sta per morire esclama “lasciami e vai con Dio”, il protagonista della storia abbracciandolo e scostandogli i lunghi capelli si accorge che in realtà quel vecchio morente era suo padre. Infatti Dillu non aveva un orecchio come il padre che lo aveva abbandonato. Quello di Dillu si può considerare un personaggio a tutto tondo.

• Un altro personaggio è Fra Spiritu, un prete che prestava la sua opera all’ospedale.. È un personaggio a tutto tondo perché nel corso della narrazione si evolve. E’ un frate buono, sempre affettuoso e gentile nei confronti di Antonio ma nel corso del romanzo arriva ad assumersi le colpe dell’omicidio del medico Michel Caviano pur di salvare un povero trovatello malato della ruota di Sant’Antonio ( nei confronti del quale sperimentava cure e farmaci) e scagionare Antonio. Da quel momento si ritira a vita appartata e vive come un asceta, in preda a strane visioni.

• Un personaggio principale è Antonedda, figlia di Barbra Dejda (ben nota ad Antonio), una balia che si occupava anche della vendita di cozze. Diventerà la donna della vita di Antonio e con lei avrà molti figli. Si sono incontrati la prima volta in spiaggia,nei pressi di Bonaria a Cagliari, mentre Antonio urlava disperato per la morte di Mantrinica. Antonedda era nascosta dietro un cespuglio con in braccio un bambino, ed era terrorizzata dalle urla di Antonio. Antonio la descrive sana, forte, divertente come nessuno. È un personaggio a tutto tondo.

Personaggi secondari

• Tra i personaggi secondari si possono citare i componenti della famiglia adottiva di Antonio, Joanna, Jacinto e Baltezar. Fin dalle prime pagine Joanna viene descritta come una donna incredibilmente buona e affascinata dal bagliore che Antonio emanava. Il fratellastro viene presentato come un ragazzo solitario, muto, lagnoso, il contrario di Antonio.

• Un personaggio secondario malvagio, cinico e senza scrupoli è il medico Michel Caviano, rifiutando i consigli di Antonio, rovina con le sue tecniche chirurgiche maldestre un poveruomo che ferito al naso viene operato e terribilmente sfigurato Caviano. Sperimenta cure e farmaci su un povero bimbo malato (anche lui un trovatello della ruota di Sant’Antonio). È un personaggio piatto.

• Un personaggio secondario è Mossen Felipe, un barbiere con il vizio dell’alcool, con cui Antonio ha lavorato. Era un uomo generoso, socievole e capace di dare fiducia al prossimo. Un esempio a riguardo si ha quando Felipe assume Antonio nel suo salone pur non conoscendolo. È un personaggio piatto.

• Un personaggio secondario importante nella vita di Antonio è la scimmietta Mantrinica, la cui morte sconvolge il protagonista.

• Il capitano della nave, dove Antonio ha trascorso parte della sua vita, è un personaggio secondario a tutto tondo. Il protagonista lo ritiene un uomo buono, grazie a lui tutti i suoi compagni marinai imparano a rispettare Antonio. Anche Il capitano è affascinato dal protagonista, considera il suo sguardo portatore di luce, il vigore del suo corpo uno scudo e la sua generosità un riparo dal male.

• Mari Cruz è un personaggio secondario a tutto tondo. È una bordeta della ruota di Valencia, un’amante di Antonio conosciuta durante i viaggi per mare.

10) Assegna un titolo ai capitoli dall’ 1 al 9

Lasciami e vai con Dio

 Pausa

Capitolo 1: L’affidamento di Antonio a Joanna e Jacinto

Capitolo 2: Il primo lavoro di Antonio

Capitolo 3: I viaggi per mare di Antonio

Capitolo 4: L’animo dolce di Antonio

Capitolo 5: Il ritorno a Caller

Capitolo 6: L’incontro con Dillu

Capitolo 7: Il ritorno all’ospedale di Sant’Antonio

Capitolo 8: Antonio, figlio d’un angelo

Capitolo 9: Lo scontro con il male

Pausa

Capitolo 10: Antonedda

Lasciami e vai con Dio

In salvo nella memoria

I mischinéddus e le loro dide

11) Analisi stilistico-formale

a) A livello sintattico: prevalgono i periodi brevi o ampi ed articolati?

Prevalgono periodi ampi ed articolati. Un esempio può essere rappresentato dal seguente periodo, tratto dal Capitolo 7, pag. 127: “ La rima non era di più perfetto Dillu sapesse fare, ma aveva colpito giusto: il consigliere era rimasto senza parole, preparandosi ad andare su tutte le furie, ma la resurrezione del morto e il suo insulto erano tanto sorprendenti che in conclusione era scoppiato in una risata, impensabile da parte di quel cane che nessuno, mi ha assicurato frà Spiritu, nessuno aveva mai visto cedere neppure al più stitico dei sorrisi”. Questo è solo uno dei numerosi casi di periodi lunghi e ampi, che occupano diverse righe.

b) A livello lessicale: il lessico è semplice o ricercato?

Il lessico è in generale semplice ma nello stesso tempo vario e molteplice, si trovano parole e detti tipici del sardo campidanese: “Se’ santu e no ddu scìs, ti ddu nau e ti nd’arrìs" (Cap. 8, pag. 159), “Su buconi sparziu s’angelu si nci sezzit” (Cap. 5, pag. 101). Numerossissimi sono termini della lingua spagnola: “Hasta luego, amigos.” (Cap. 5, pag. 92). Espressioni in latino: “cunctis videntibus et multis sequentibus” (Cap. 8, pag. 168), non sempre accessibili a tutti. Si incontrano infine numerosi termini ed espressioni diffusi del seicento e poco utilizzati ai giorni nostri.

c) A livello retorico: sono presenti figure retoriche importanti?

Nella narrazione sono presenti diverse figure retoriche che rendono il linguaggio colorito e vivace. E’ frequentissimo l’uso dell’apostrofe, nel caso che segue il narratore si rivolge ai chicos: “Che dite, dunque? Che dici Melchior, che dicono le dide di Sestu...?” (Cap. 7, pag. 133); la similitudine: “...i tuoi denti sono sani e piccoli come quelli di una bambina” (Cap. 10, pag. 218); l’ossimoro unito al paragone: "...il capitano aveva preso a vomitare parole...accompagnate dal frastuono di carezze violente come percosse e di pugni molli come carezze (Cap. 3, pag. 53).

d) I tempi verbali: prevalgono i tempi di sfondo o di primo piano?

Prevalgono i tempi di sfondo (l’imperfetto e il trapassato prossimo). Ad esempio: “Così pensavo, mentre sprofondavo sempre più nel sopore, o forse si trattava di spossatezza, dovuta ai ricordi cui mi ero abbandonato poco prima” Cap. 8, pag. 147.

12) Analisi del messaggio

Il messaggio di fondo dell’autrice che emerge dalla lettura del romanzo è di non dimenticare i bambini abbandonati dai genitori. Essi hanno bisogno di affetto e meritano amore, cure e attenzioni. La stessa scrittrice presenta a fine libro una documentazione storica con i dati dei bambini abbandonati e delle loro balie nell’arco di tempo 1583-1652. Anna Castellino presenta questa lista affermando che le attenzioni che ognuno di noi pone all’elenco riportato equivalgono alle “carezze” che i trovatelli “non hanno avuto mai”.

13) Giudizio critico

La lettura di questo romanzo è stata piacevole e mi ha coinvolta tanto. La storia narrata offre vari spunti di riflessione e nonostante la sua drammaticità infonde nel lettore un senso di ottimismo soprattutto per la capacità di una persona sfortunata come Antonio di ottenere buoni risultati nella vita. L’amore verso il prossimo e soprattutto per i trovatelli come lui è una caratteristica da sottolineare del personaggio principale. Egli non trasforma in rabbia la sofferenza patita a causa dell’abbandono ma bensì utilizza le sue energie in modo positivo e altruista. A parte qualche difficoltà nella comprensione di alcuni termini la lettura è stata sostanzialmente spedita e questo grazie anche al livello di coinvolgimento emotivo che la scrittrice riesce a trasmettere al lettore. Mi è piaciuto in particolare l’epilogo nel quale il protagonista scopre che il suo vero padre è Dillu. Mi ha colpito il parallelo fra il primo capitolo e l’ultimo, entrambi intitolati “Lasciami e vai con Dio”, parole pronunciate dal padre di Antonio durante l’abbandono e in punto di morte.

Alessandra Pisu II D (a.s.  2012-2013)

Piccole storie dei Chicos di Casteddu (II D)

24/03/2014

Piccole storie dei Chicos di Casteddu (II D) 

 

Alla madre salvifica dei chicos di Casteddu,

sperando di averLE fatto cosa gradita.

 

Quartu Sant’Elena, 27 Marzo 2013

 

PREMESSA

 

Dopo la lettura appassionante del romanzo “Mischineddus” di Anna Castellino, abbiamo preparato le domande per la gara di lettura, che abbiamo svolto suddividendoci in due gruppi per sfidarci in una “singolar tenzone”. Per rispondere alle sollecitazioni della scrittrice il nostro impegno è proseguito con la narrazione di "piccole storie", infatti suddividendoci in piccoli gruppi e scorrendo con attenzione le preziose pagine finali del romanzo, abbiamo scelto i nostri chicos, fantasticando su di loro, inventando tante storie diverse e "colorando" le sbiadite pagine dell’archivio storico sui bambini abbandonati di Cagliari.

 

I ragazzi e le ragazze della classe II D

del Liceo “G. Brotzu”

di Quartu Sant’Elena

 

 

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Tutto in uno sguardo

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Corus meus

7

Sorelle 

14

Un abbandono

21

 

 

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Da un libro a tanti racconti

16/03/2014

Da un libro a tanti racconti

Mi chiamo Elisabetta Costa, ho quindici anni e frequento la classe seconda D del liceo scientifico "G. Brotzu". Da gennaio a questa parte, io, i miei compagni, e la classe II F, abbiamo lavorato sulla lettura e la rielaborazione del romanzo Mischinéddus di Anna Castellino, proposto dalla nostra professoressa di lettere.

 

   

Si tratta di un romanzo storico sui "mischinéddus", cioè i bambini abbandonati sulla ruota di Sant’Antonio di Cagliari tra la fine del ‘500 e gli inizi del ‘600. L’autrice, a partire da documenti autentici dell’archivio comunale di Cagliari, crea un bellissimo romanzo che ha come protagonista Antonio, figlio della ruota, ma bambino e uomo fortunato perché, grazie alle sue qualità fisiche e umane, ma anche ad una sorte benevola, riscatta le sue origini fino a diventare un medico di fama e lui stesso salvatore di altri “bordeti” come lui. Inizialmente siamo rimasti spiazzati dalla proposta della nostra docente, perché ritenevano che non fosse un libro di nostro gradimento. Per quanto mi riguarda ne avevo sentito parlare da mia madre, che me lo aveva consigliato l’estate scorsa ma non avevo preso in considerazione questo romanzo e avevo preferito scegliere altri libri. Devo ammettere però che mi sono dovuta ricredere e, come me, i miei compagni. Il romanzo infatti, sebbene l’inizio non risulti troppo invitante e, anche in seguito, nel corso della lettura, possa apparire un po’ difficile in alcune parti, racconta davvero una bella storia, mai scontata. in seguito abbiamo organizzato una gara di lettura dividendoci in due gruppi, sfidandoci con domande inventate da noi e formulate dai rispettivi portavoce.

 

 

Vedendo l’entusiasmo che mettevamo in queste attività, la professoressa ha avuto l’idea di contattare la scrittrice e di organizzare un incontro con lei. Seguendo le indicazioni dell’autrice contenute nell’appendice del testo ma accogliendo anche le sue sollecitazioni, dopo averla contattata, abbiamo deciso di prepararci al suo incontro scrivendo delle brevi storie i cui protagonisti sono stati scelti da noi dalla lista di nomi che si trova nella parte finale del romanzo. Anche in questo caso non si è trattato di un lavoro individuale, ma di lavori di gruppo e, naturalmente, è nata una sorta di competizione perché solo il racconto più bello sarebbe stato letto alla signora Castellino. Io mi sono offerta di raccogliere le varie storie in un unico file, seguendo le indicazioni della professoressa con la quale ero sempre in contatto via e-mail. Sentivo la responsabilità di far fare belle figura ai miei compagni e alla mia insegnante e ho lavorato sodo. Il risultato non è stato impeccabile perché è stato necessario rivedere fino all’ultimo la bozza, ma alla fine mi sono sentita soddisfatta del mio lavoro e di quello dei miei compagni.

   Il giorno dell’incontro eravamo tutti emozionati. La signora Castellino è stata molto gentile e, dopo aver ascoltato alcune delle nostre storie, si è congratulata con noi per aver realizzato questo progetto insieme ai ragazzi della seconda F. Alla fine, prima di andarsene, ha autografato le nostre copie del suo romanzo e ha preso con sé la raccolta dei nostri lavori, intitolata Piccole storie dei chicos di Casteddu.

 

È stata una bella esperienza che ci ha fatto crescere. Per questo ringraziamo la professoressa G. Rombi.

 

Vi invitiamo a leggere i nostri racconti e il giudizio che la Castellino ci ha inviato qualche mese dopo. Buona lettura...!

 Elisabetta Costa

 

 

Ecco la preziosa lettera della scrittrice Anna Castellino, in cui commenta i nostri racconti.

 

Carissima prof. Rombi, carissimi studenti delle classi II F e II D

 

 

 Innanzi tutto mi scuso per il ritardo; il fatto che io sia carica di impegni non mi assolve dall’avervi lasciato per tanti giorni in attesa di un riscontro al lavoro che – mischineddus - avete fatto con tanto impegno e generosità. Sperando mi perdoniate, scrivo adesso, giusto in tempo, quando state per volare verso le vacanze che vi auguro serene e gioiose.

  Se esordisco dicendo che le vostre creazioni mi hanno suscitato un prevalente sentimento di commozione, sono certa mi crederete, in quanto avete toccato con mano che, più che donna di cultura, tengo ad essere donna di cuore.

  Come avrei potuto non cedere sin dalla prima pagina, sentendomi definire “salvifica madre”? Come non trepidare, immaginandovi a sfogliare le ultime pagine del mio romanzo, a scorrere i nomi dei chicos, a “fantasticare” su di loro, a sceglierne uno per riportarlo in vita, per confezionare addosso alla sua memoria una storia “realista o fiabesca” ma comunque “piena di colori”? Era ciò che ho sperato dando il libro alle stampe, era ciò che io stessa, come vi ho detto di persona, ho cercato di fare scrivendo per loro un romanzo, “colorando” per loro le sbiadite pagine dell’archivio storico. Insomma, siete entrati subito “nel cuore del lettore”, di questa vostra lettrice, e ci resterete per sempre.

 

Come potrebbe uscirne Vittoria? Ci si è radicata ben bene e da lì ringrazia Alice, Elisa e Roberto per averle donato una bella vita di bimba concepita nell’amore, nella passione, una passione capace di superare ogni limite, persino quello della tempesta furiosa, persino l’invalicabile limite della morte.

  Un bel posto in primo piano ha poi trovato nel mio animo di lettrice la vicenda di Ursula, tanto travagliata che sinceramente ad un certo punto ho pensato di prendere sul serio l’avviso di Noemi, Michela, Valeria e Romina a posare il racconto sul comodino per riprovare a leggerlo più tardi, con maggior coraggio.

  Ma l’esperienza mi ha reso rotta a tutto e intrepida sono andata avanti, ho assaporato lo scorrere degli eventi e infine ho inserito tra le frasi belle del mio “libro d’oro” la loro definizione della ruota, “quella che ha salvato o distrutto per sempre le vite di tanti bambini, quella che ha riscritto il loro destino…

  Ignacio, dalla vita breve ma “piena di felicità”, si è accomodato in un’ansa particolarmente comoda del mio cuore, e lì – ci credete? – continua a raccontare, non tace mai, quasi non si contentasse delle pagine che gli hanno dedicato Alessandro, Mattia, Marco e Davide, quasi tentasse la madre salvifica a riprendere le vicende che lui annotava nel suo “stupido libro”, quasi le chiedesse di sviluppare il suo destino in quanto “frutto di chissà quale peccato”, quel suo affascinante non esser mai stato né bianco né nero, innamorato tra le braccia di Farah. Giuro che se insiste ancora un po’ finirò per cedere, per … per… colmare i punti finali di parole parole parole…

  Il mio cuore ha poi seguito “dentro il sogno” Jessica, Riccardo, Jennifer e Antonio (toh, un Antonio in questi tempi cibernetici…), si è lasciato prendere dal racconto di Esperansa e dal suo onirico incontro con Innocent, dal loro vagare tra bordets e dide, zingari e artisti di strada, “cuori a mille e lunghi baci”, sino all’incontro con la morte, la dura lotta per crescere Luigi e Viola, bella Viola, dal nome della mia dolcissima madre, un rimpianto infinito.

  Per fortuna dalla “finestra ha soffiato una leggera brezza di fine estate” e il rimpianto è scemato, l’attenzione si è spostata ad ascoltare le parole di Aniceta dagli occhi di smeraldo, le sue preghiere davanti alla frigula cun cocciula. Già mi disponevo a gustarne il sapore attraverso i sensi di Mighelino, quando ecco che la tragedia irrompe e lo affida alla zia Greta in lacrime. E quindi le ricerche avventurose, il travagliato lieto fine.

  Ancora suggestionata dalle stelle sui campi, dal “bagliore intenso” della luna sul mare di quell’isola sperduta, sono passata al secondo volume, e lì mi hanno rapito “due sguardi”: lo sguardo corale con cui Giulio, Maura, Gianluca, Alessandro e Antonio (ancora? me ne compiaccio e voi capite il perchè!!!) hanno immaginato il passato e lo sguardo di Catelina nel raccontarlo brevemente, contentandosi di ciò che ha avuto senza recriminare per ciò che le è stato tragicamente tolto.

  Meno sintetiche, e molto avvincenti, le memorie di Antioga, il suo incontro coi figli adottivi, Maria Anna pel di carota e Juan, is corus meus, che la vita separerà per condurli ovunque, l’una sino alla lontana Francia, l’altro in giro per il mondo.

  Bellissimo per il lettore - in questo, come in tutti i racconti - cogliere con quanto slancio i giovani autori hanno scoperto il piacere di un modo di scrivere che consente di “creare destini”.

  Quanto è piaciuto ad Arianna, Carla, Marta, Sabrina, Cristina, “partorire” la storia improbabile ma affascinate di Clara e Victoria, le sorelle che si reincontrano? Le loro vicissitudini son descritte con una partecipazione che può venire solo da un forte coinvolgimento del narratore. O mi sbaglio?

  E mi sbaglio se penso che anche Carlotta, Daniele, Alessio ed Elia, si siano lasciati andare al piacere della “creazione” scrivendo di Juan Antoni, della povera contadina che “monotonamente si recava alla fattoria”? E’ stato coinvolgente per me leggere, ma anche per voi “far nascere” nuovamente il bambino, donargli una Sebastiana che lo amasse, non negatelo.

  E’ con il sottile gusto dell’artefice che avete tessuto la trama del suo innamorarsi, la nascita dei figli e infine la sua vecchiaia, coi rimorsi e i rimpianti di ogni vecchiaia.

E’ con un moto di assoluzione che gli avete donato la pace della morte, in quella gelida e triste stanza.

  Con questa “prova” particolare avete appreso, toccato con mano – tutti - il potere della scrittura. Non lasciatevelo sfuggire. Coltivatelo, sfruttatelo, è un tesoro. Dovete ringraziare l’insegnante che ve l’ha messo in mano, come la ringrazio ancora io per l’attenzione e per aver colto il senso che do al mio scrivere.

Nel salutarvi mi piace immaginare per ciascuno di voi una vita che mantenga le promesse e vi faccia felici.

Colori, ragazzi, tutti i colori del mondo.

 

Anna

 

PS: sono stata a Carbonia, ma mi hanno chiesto una conferenza tradizionale, niente a che vedere con la vostra favolosa partecipazione attiva!

 

Piccole Storie dei Chicos di Casteddu (II F)

25/03/2014

Piccole Storie dei Chicos di Casteddu (II F)

Alla madre salvifica dei chicos di Casteddu,

sperando di averLE fatto cosa gradita.

 

Quartu Sant’Elena, 27 Marzo 2013

PREMESSA

 

Il romanzo “Mischineddus” di Anna Castellino è stato davvero appassionante, coinvolgente, emozionante! Dopo aver letto e assaporato ogni riga, abbiamo accolto l’invito dell’Autrice, il nostro impegno è proseguito con la narrazione di racconti, infatti, suddividendoci in piccoli gruppi, abbiamo sfogliato con attenzione le ultime pagine del libro, scegliendo tra i tantissimi chicos e le loro dide, ci siamo sbizzarriti ad inventare tante “piccole storie” diverse, una per ogni chico, alcune realiste, altre fiabesche, alcune piene di “colori” ed emozioni, altre un po’ tristi, ma speriamo siano tutte capaci di entrare nel cuore del nostro lettore.

 

 

I ragazzi e le ragazze della classe II F

del Liceo “G. Brotzu”

di Quartu Sant’Elena

 

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                                                                                Capitolo                                pagina                                                                                                 

Victoria                                                                                                                   4-9

Il cielo è finalmente azzurro                                                                                  10-18

Vita di Ignacio che non fu mai né bianco né nero                                           19-24

Dentro un sogno                                                                                                 25-29

Una speranza profonda come il mare                                                               30-37             

                            

>>  Giudizi e commenti su \"Mischineddus\"  pag. 38-41 

Una speranza profonda come il mare

28/03/2014

 Una speranza profonda come il mare

Protagonista: senza nome, pag. 261*
Dida: Piga Antioga


Ashayme Kasraoui, Francesca Cogoni,
Michela Vincis

*il numero della pagina fa riferimento all' appendice contenuta in Mischineddus.


Dalla finestra soffiava una leggera brezza di fine estate. Le stelle illuminavano i campi e luna si rifletteva nel mare in lontananza donandole un intenso bagliore.
All’improvviso la mia attenzione fu distolta da una voce femminile, calda e accogliente.
Era quella di mia madre:- Mighelino, esti pronta sa mesa! – il suo nome era Aniceta, portava lunghi capelli castani e i suoi occhi erano color smeraldo
- Seu arribendi mamma! – risposi chiudendo la finestra alle mie spalle. Corsi a tavola perché la mamma aveva preparato il mio piatto preferito: frigula cun cocciula. Era la sua specialità e lo adoravo perché in inverno riusciva a riscaldarmi e d’estate potevo assaporare meglio l’essenza del mare. Come al solito recitai il padre nostro prima di mangiare e finita la cena ringraziai anche la mamma per il gustoso pasto. Babbo era molto stanco e non aprì bocca. Anche durante la preghiera si era limitato a chinare il capo e annuire. Così dopo aver ringraziato a suo modo la mamma, dandole un lieve bacio in fronte, se ne andò a dormire. Anche io feci lo stesso. La notte sognai le pecore di zia Greta. Non era davvero mia zia, però le volevo bene come se lo fosse. D’estate quando babbo e mamma andavano a pesca io rimanevo da lei. Proprio quella mattina, la mamma e il papà sarebbero dovuti andare presto a pescare così mi accompagnarono prestissimo a scuola, anche se fuori faceva un po’ freddo.
A scuola la giornata passava come sempre. Ad un certo punto bussarono alla porta, entrò la bidella e con faccia preoccupata pronunciò il mio nome. All’inizio non capii bene poi però, la seguii anche io con la stessa espressione. Rimasi un po’ scioccato dopo aver sentito le parole che la bidella aveva pronunciato. Per un attimo crebbi fosse vero, ma non poteva essere….. i miei non potevano essere davvero morti.
Cominciai a tremare, le lacrime continuavano ad uscirmi dagli occhi rigandomi il viso. Non potevo resistere. Corsi in bagno e cominciai ad urlare ed a prendere a colpi il muro. I ragazzi, che con sguardi sbalorditi mi seguivano in bagno, pensando che fossi un pazzo, fino a quando non venne la bidella a calmarmi. Mi passavano diverse domande per la testa, ma non riuscivo a trovare delle risposte: chi mi avrebbe preparato la colazione al mattino? Chi mi avrebbe accompagnato a scuola? Chi avrebbe potuto asciugare le mie lacrime quando ero triste? chi si sarebbe preso cura di me al posto loro? La bidella mi porse la cartella e mi disse che qualcuno era venuto a prendermi.
La zia Greta era lì che mi aspettava fuori da scuola. Aveva lo sguardo sperduto su una piccola aiuola che circondava il grande albero del cortile. Appena feci qualche passo verso di lei si girò di scatto ed i suoi occhi iniziarono a luccicare, ma non prese a piangere. Era evidente che cercava di trattenersi, ma appena la vidi, scoppiai di nuovo in lacrime e anche lei fece lo stesso.
Eravamo a cavallo, diretti verso il porto. La mia testa poggiava sulla sua calda schiena, macchiando di lacrime la sua camicetta. Mi stringevo forte a lei, dandole un altro dei tanti forti abbracci che ci eravamo scambiati anche prima. Appena arrivammo la prima cosa che vidi fu la disperazione negli occhi della gente. Gente che urlava i nomi dei propri cari, che piangeva e si comportava peggio di un bambino che fa i capricci. Da lontano vidi un gruppo di pescatori che raccoglieva i pezzi di una flotta e trascinava i corpi restituiti dal mare dopo la tragedia. Mi avvicinai e osservai pian piano le espressioni nel volto delle persone che ritrovavano i loro familiari. Dopo quasi un’ora di ricerche, dei miei genitori non c’era traccia. Mentre io e la zia aspettavamo in riva al mare, continuavo a stringere la collana che io, la mamma e il babbo portavamo uguale. Era un piccolo ciondolo a forma di ancora, simbolo di salvezza, speranza e sicurezza. Lo stringevo e pensavo alla mamma…al babbo…Dove erano finiti? E se si fossero salvati? Questo pensiero mi era balenato per un secondo nella testa. Ma la zia aveva anche trovato pezzi dei loro vestiti. Era impossibile. In lontananza vidi avvicinarsi un uomo dalla folta barba che fumava una grossa pipa. Si avvicinò e il fumo che emanava mi fece tossire:
- Che aspetti? – mi chiese e io mi limitai ad abbassare il capo senza rispondere – è da un po’ che aspetti, tanto è inutile….i tuoi genitori non torneranno.
- Che vuoi dire? – risposi
- E se fossero ancora vivi?
Negli ultimi otto anni, quella frase continuava a rimbombarmi nella testa senza volersene andar via. E se fossero ancora vivi?
Quella notte dopo tanto tempo la risognai. Sognai la mamma, con il suo bellissimo sorriso. All’improvviso però il suo sorriso scomparve dando posto alla disperazione nel suo volto. Gli angoli della bocca erano ripiegati verso il basso e la fronte marcata da forti rughe. Iniziò a bisbigliare qualcosa ma non capivo. Iniziò a piangere disperata e quando io cercavo di avvicinarmi a lei per abbracciarla, continuava ad allontanarsi e io non riuscivo ad afferrarla. Mi svegliai di scatto con una lacrima che scendeva sulla mia guancia. Quella non fu l’unica volta in cui la sognai. La sognai svariate volte: alcune di queste mi parlava, altre volte mi ignorava completamente. Ma ogni volta, che mi parlava era sempre come se non riuscisse a sentirmi.
Durante il mio ultimo anno scolastico, la zia Greta si sposò con Roberto, un contadino molto abile. Era anche il proprietario di una grande vigna che produceva dell’ottimo vino, conosciuto in tutta Cagliari. Eh già, ci eravamo dovuti trasferire, così che la zia Greta potesse stare al fianco del suo compagno, e io della mia unica famiglia. Subito dopo aver finito la scuola, Berto mi insegno il mestiere e iniziai a prendermi cura del terreno ed a coltivarlo. Ogni domenica andavo al mercatino per vendere ciò che producevo: frutta, ortaggi e tutti i prodotti che poteva offrire il nostro terreno. Guadagnavo circa 10 monete al mese e, anche se erano poche e bastavano a malapena per sfamarci, la zia non esitava mai a darmi 3 monete del suo guadagno, ribadendo ogni volta che me le ero guadagnate con il mio sudore e che in futuro mi sarebbero sicuramente servite. Io sapevo benissimo cosa avrei fatto con quei soldi... il mio sogno più grande era quello di comprarmi una barca per andare alla ricerca dei miei genitori, perché speravo sempre che fossero vivi, e anche se non lo fossero stati, desideravo almeno trovare i loro corpi, così da poter avere una tomba su cui pregare. Una calda mattina di luglio, mentre innaffiavo le coltivazioni, vidi la zia andare di corsa col parroco. Chiesi a zio Berto perché mai fosse uscita così di fretta e, con sorpresa, mi disse che anche lui non ne sapeva niente. Passammo tutta la giornata senza avere notizie della zia Greta. Continuammo a irrigare i campi e cominciammo a raccogliere alcuni ortaggi fino al calare del sole. Quando ad un certo punto, vidi la zia Greta in lontananza, con in grembo un lenzuolo bianco. Appena arrivò sull’uscio della porta corsi ad accoglierla. Stavo per abbracciarla come al solito ma mi accorsi subito che in mano non teneva un lenzuolo, ma un bambino. Osservando meglio i suoi lineamenti rosei mi accorsi che era una bambina e non un bambino.
- Si chiama Evilde! - mia zia pronunciò quel nome con una certa punta di affetto.
Aveva occhi piccoli e castani circondati da foltissime ciglia. Le guancie erano paffute e quando sorrideva le si formavano delle lievi fossette. Ricambiai il sorriso e un’altra piccola fossetta comparve al lato della sua guancia quando ricambiò. La bimba era stata abbandonata nella ruota subito dopo il parto assieme agli altri chicos. Ero felice perché ero sempre stato figlio unico e mi piaceva l’idea di avere una sorellina, una persona a cui potevo badare oltre agli zii. Passavano gli anni. Evilde cominciava a crescere ed io ad assumere le mie responsabilità. Fino quando un giorno, i soldi che rigorosamente continuavo a conservare, strabordavano dal vecchio scrigno della zia, così, decisi di usarli.
Iniziai a contare tutte le monete, una per una. Ci misi quasi un’ora intera. Le raccolsi tutte in un sacco e uscii di casa diretto verso il porto. Quanti ricordi, quante emozioni. Ero solito andarci la notte a fare una piccola passeggiata e pensare al babbo e alla mamma.
Per lo meno quello era l’unico posto dove potevo ricordarli.
C’erano molte barche in vendita, di diverse dimensioni e colori, ma rimasi colpito da una barca simile a quella che aveva mio padre. Era di grandezza media, bianca con decorazioni e scritte azzurre e delle imponenti vele color ruggine. Era perfetta. Chiesi al proprietario quanto costasse ma quello che rispose era ciò che non volevo sentirmi dire. Sapevo benissimo che quella barca non me la potevo permettere, ma io dovevo comprarla a tutti i costi, così gli chiesi cortesemente se poteva abbassarlo. Dopo aver insistito per un po’ di tempo, capii che per me era molto importante così decise di abbassare il prezzo. Nonostante ciò, il prezzo rimaneva sempre alto e tutti quei soldi non li avrebbe potuti contenere neanche il mio sacchetto. Ad un tratto, un ragazzo alto e snello, si avvicinò con in mano un sacco di soldi grande quanto il mio e anche lui intenzionato ad acquistare una barca. Poco dopo lo riconobbi: il suo nome era Leonardu ed era un mio vecchio amico di infanzia a cui piaceva moltissimo viaggiare. Mi raccontava sempre che il suo sogno sarebbe stato quello di navigare per il mare alla ricerca della felicità. A quel tempo non mi sarei mai immaginato che il mio sogno sarebbe presto diventato lo stesso: ritrovare la felicità. Mi salutò con un cenno e dopo avermi fatto l’occhiolino prese il mio e il suo sacco e li diede entrambi al venditore:
- La compro – disse deciso – anzi la compriamo – si corresse sorridendomi. In un lampo capii tutto. Io e lui avevamo appena comprato quella fantastica barca a vele assieme. Io e Leonardu saremmo stati compagni di viaggio, compagni di avventura. Così, visto che il tempo era bello, levammo l’ancora e issammo subito le vele senza una meta precisa. Passarono giorni, forse mesi e ormai le provviste di cibo scarseggiavano. Della terra neanche l’ombra ma ad un certo punto avvistammo finalmente qualcosa all’orizzonte. Più ci avvicinavamo, più la figura diveniva nitida. Purtroppo era soltanto una piccola imbarcazione e non una piccola isola. Rimanemmo delusi ma comunque speranzosi, forse quell’uomo avrebbe potuto indicarci la direzione giusta per trovare terra. Ci avvicinammo fino a poterci guardare faccia a faccia. Lo salutammo con un cenno della testa e lui ricambiò.- Buona giornata signori, da dove arrivate?
- Veniamo da Cagliari, lei?
- Io sono solo un vecchio uomo nato nel mare, non vengo da nessuna parte, mia madre mi diede alla luce proprio in questa imbarcazione. Pertanto, dove siete diretti? Potrei forse esservi utile?
- Ebbene sì, ci siamo avvicinati proprio per chiederle il suo aiuto. È da un po’ di tempo che ormai cerchiamo terra ma ci siamo evidentemente persi e non sappiamo come proseguire!
In poco tempo, con le sue agili mani, disegnò per noi una cartina con tracciato il percorso che avremmo dovuto seguire. Ci avrebbe portati dritti verso una piccola isola, a nord-ovest della Sardegna, chiamata Uiza Ciaña. Leonardu offrì al marinaio del buon vino per ringraziarlo ma quest’ultimo non accettò. Iniziarono entrambi a fissarmi forse perchè apparivo maleducato per non aver ringraziato, ma la mia attenzione era concentrata su qualcos’altro e anzi che ringraziare educatamente, continuai a fissare quel piccolo oggetto che luccicava proprio sul petto nudo dell’avventuriero. Leonardu non capiva ma poi anche lui notò cosa portava al collo.
- Aspetta, ma anche tu non hai una collana come quella? – domandò Leonardu
- Sì – risposi – e anche i miei genitori ne avevano una uguale
- Avevano? – domandò e poi comprese – Oh!...Capisco.
- Per un momento ho pensato che tu fossi mio padre, poi mi son ricordato della tua storia, quindi, – dissi – dove hai preso quella collana?
- L’ho trovata proprio nell’isola dove vi dirigerà la cartina.
Quindi se l’aveva trovata lì, e quella era davvero la stessa collana che portavano anche i miei genitori, era possibile che i miei si trovassero nella Uiza Ciaña?
Eravamo in viaggio da giorni e il tempo continuava a peggiorare. Leonardu continuava a ripetere “diamine” ogni volta che spuntava una nuvola nera in cielo. Quella notte ci fu una grande tormenta e non ricordo cosa successe esattamente. Solo una grande onda che ci travolse, la mia bianca camicia bagnata, la barca sottosopra e Leonardu non più al mio fianco. Le onde si infransero su una scogliera. Avvistai la terra, ma poi persi i sensi.
Mi risvegliai su qualcosa di morbido. Quando aprii gli occhi la prima cosa che vidi fu un vaso con tanti fiori dentro. Ero disteso su un morbido letto con al mio fianco Leonardu.
Avevo un forte mal di testa e all’improvviso ricordai cos’era successo la scorsa notte: una tempesta e poi la nostra barca si era schiantata sulla scogliera della Uiza Ciaña.
I giorni passarono e io decisi di fermarmi lì finché non avessi aggiustato la mia barca, ormai andata in pezzi. Leonardu non si risvegliò più e dopo pochi giorni sembrò che anche il suo cuore smise di battere, così lo seppellimmo nel cimitero più vicino. Lo seppellii con Aurora. Era una vecchia donna nata nella Mantinea, una modesta cittadina situata nella Corsica. Era giunta nella Ciaña per amore. Tempo fa aveva deciso di seguire il suo uomo, ormai defunto, che le aveva lasciato tanto dolore e poco coraggio per abbandonare quell’isola sperduta. Per fortuna a rallegrare la sua vita ed a mantenere quel largo sorriso sulle sue labbra, ci avevano pensato i frutti del suo amore: il suo figlio più piccolo si chiamava Tommaso e lei rivedeva in lui il volto del marito, con capelli scurissimi e occhi color nocciola, labbra carnose e guance pinte di rosso. La figlia più grande si chiamava Maria Lucia ma si faceva chiamare semplicemente Lucia. Era bellissima: i suoi occhi erano gli stessi della madre, grandi e color ceruleo ma con variazioni sul verde. I suoi lunghi capelli neri erano sempre raccolti in una lunga treccia, donandole un’aria notevolmente elegante per un adolescente. Lucia mi piaceva tanto. Era simpatica e sempre gentile con me e forse questo era uno dei tanti motivi che mi spinse a vivere con loro. Ero davvero grato ad Aurora per aver aiutato me e Leonardu in seguito al nostro naufragio e per avermi offerto un posto in cui vivere. Dopo la zia Greta, non avevo mai conosciuto nessuno con un animo puro così come il suo. Ogni mattina l’aiutavo con le faccende domestiche e per quel poco tempo che rimasi con loro, organizzai un piccolo orto anche per farmi ringraziare dalla famiglia. La sera aiutavo il piccolo Tommaso a raccogliere tanti ciottoli in riva al mare. Una volta messi assieme avrebbero formato un piccolo modello di nuraghe. L’idea era stata di Lucia e al fratellino era subito piaciuta. Poco a poco scoprivo sempre di più il loro modo di essere ed imparavo a volergli bene, particolarmente a Lucia. Ma per lei provavo qualcosa di più di un semplice “ti voglio bene”. Anche lei ricambiava quel sentimento, così decidemmo di conoscerci meglio. Una sera, quando le nuvole davano spazio alle stelle che risplendevano nel cielo, io e Lucia uscimmo fuori a cena. Era la prima volta che rimanevamo soli assieme, così decidemmo di passare la serata in una piccola taverna di cui si parlava davvero bene per la specialità della casa, la fregola, che casualmente era lo stesso piatto preferito di Lucia.
Quando entrammo nella taverna, un grande senso di accoglienza ci travolse. Le persone sorridevano felici mentre parlavano con i propri cari godendosi anche il bellissimo panorama. Mangiammo sino a scoppiare. Era la prima volta dopo tanti anni che mangiavo una fregola così saporita. Ricordai che l’ultima volta che ne mangiai di così buona fu la notte prima della morte dei miei genitori. In un attimo ricollegai la situazione. Ero giunto nell’isola perchè probabilmente il mare avrebbe potuto riportarmi i miei genitori. Smisi di fare mille pensieri, mi alzai e con cortesia chiesi alla proprietaria della taverna chi aveva cucinato quella fregola.
Una giovane ragazza, probabilmente la cameriera, mi portò fino ad una piccola cucina. Gli odori e i profumi erano tanti, ma soprattutto c’era un vai e vieni di persone impegnate nel lavoro. Da una piccola finestrella, le mani raggrinzite di una donna posavano su una mensola le straordinarie pietanze che i camerieri portavano ai clienti. La ragazza mi fece cenno verso la finestra e mi spiegò che non era possibile accedere alla cucina principale poiché sarei stato d’intralcio ai cuochi, così mi avvicinai e vidi una donna che puliva un pesce dalle sue squame e spine. Era di spalle, quindi non potevo vedere il suo viso: indossava un lungo vestito color kaki ed i suoi capelli grigi erano raccolti in una lunga treccia. Richiamai la sua attenzione e mi complimentai per l’ottima cena. Lei si girò sorpresa e, sfoderando un sorriso stupendo, disse di essere molto felice che mi fosse piaciuta. Anche se parlavamo da lontano, notai in lei qualcosa di stranamente familiare. Di colpo notai i suoi occhi. Erano di un verde smeraldo bellissimo. Guardai subito al suo collo e notai che portava proprio l’ancora blu che anche io, ancora dopo tutti quegli anni, portavo al collo. Mille pensieri mi passarono per la testa e inconsciamente le mie labbra pronunciarono una sola parola: - Mamma!
Si girò di scatto come infuriata per ciò che avevo appena detto, ma notando la mia seria espressione, o meglio scioccata, mi fissò frastornata. Dovevo vedere più da vicino quei occhi. Girai l’angolo per raggiungerla ma feci appena un passo che me la ritrovai di fronte. Rividi quegli occhi dopo tanto tempo. Era proprio lei, la mia mamma, niente sogni o allucinazioni questa volta. Non poteva essere solo una coincidenza. Il mio sguardo era rivolto verso il basso e una lacrima cominciava a comparire sul mio viso. Ma perché non mi abbracciava? Sì, erano passati tanti anni, ma come poteva non riconoscere suo figlio? Le sue braccia erano tese e quando alzai lo sguardo nel suo c’era solo preoccupazione. Scrutai il suo viso e riconobbi un minuscolo neo che compariva sul suo mento, le sue labbra carnose e le folte ciglia che avevo preso da lei. Improvvisamente si toccò il mento. Anche lei stava scrutando il mio viso e come me aveva notato quel neo. Quel neo in quel preciso punto sotto il labbro. Con l’altra mano strinse il ciondolo fissando il mio. Sul suo viso si dipinse una lacrima e dalle sue labbra uscirono le parole probabilmente meno adatte. Delle scuse:
- Scusami – disse
- Ma scusarti di cosa? -
- Scusami se non mi ricordo di te. Io proprio non riesco a ricordarmi. Ma a quanto pare quando prima mi hai chiamata ‘mamma’ non mentivi affatto. – disse riprendendo la calma – Avrei tante cose da raccontarti - .
Mi raccontò di essersi svegliata un giorno senza ricordarsi nulla. Chi fosse, da dove venisse, e cosa ci facesse in una spiaggia deserta. Una signora, la proprietaria della taverna, l’aveva aiutata a riprendersi. Mi disse che anche un uomo era stato ritrovato nella spiaggia, ma di lui non ci fu più nulla da fare. Quell’uomo doveva essere sicuramente mio padre. Scoppiai in lacrime perché mio padre era davvero morto. Mi sbagliavo, ma non del tutto. Pensai che era inutile continuare a piangere perché quella donna di fronte a me era mia madre. La madre che mi era mancata per tutto quel tempo. La madre che era venuta a mancare quando io avevo solo 8 anni. La madre per cui ho attraversato l’oceano.
Le diedi un forte abbraccio e lei mi sussurrò all’orecchio che le ero mancato. Che anche se non riusciva a ricordarsi di me, ogni giorno che passava si sentiva come in difetto. Come se ci fosse qualcosa che mancasse nella sua vita. In quei anni aveva sempre avuto la consapevolezza che qualcuno dall’altra parte del mondo la stesse aspettando. E anche se mi trovavo nell’isola più vicina, quel pezzo mancante ero proprio io.
Passavano i giorni e in ognuno di questi raccontavo a mia madre quanto fossero stupendi i giorni trascorsi insieme a lei. Le parlai del papà, di Zia Greta e che presto saremmo andati a trovarla perché in quegli anni era lei ad essersi presa cura di me. Le dissi che aveva trovato l’amore e adottato una bambina di nome Evilde. Le parlai pure del piccolo orto, di Leonardu e del mio viaggio alla ricerca della felicità. La “doppia” felicità che avevo trovato: aver ritrovato lei, mia madre e aver scoperto l’amore con Lucia. Dopo pochi anni io e lei ci sposammo perché rimase incinta del nostro primo figlio, ma anche perché l’amavo quanto la mia stessa vita. Il primogenito della famiglia Melis era maschio e nacque prematuro di un mese. I suoi capelli erano neri come la pece e i suoi occhi gli stessi miei e della nonna. Passò parte della sua infanzia nell’isola Uiza Ciaña, ma ogni giorno gli parlavo di Olbia e di Cagliari. Presto saremmo andati a ritrovare la zia Greta ma nel tanto vivevamo in una casetta davvero carina che stava vicino alla periferia. Passavo le mie sere a leggere e spassarmela con i numerosi amici che mi feci in quell’isola. Quasi ogni sera come ai vecchi tempi potevo gustare la fregola che solo mia madre sapeva fare. Lavoravo sodo per mantenere la famiglia e vedere il sorriso sui loro volti. Una sera come altre mi sedetti accanto alla finestra ad ammirare tutto ciò che appariva lontano. Le onde del mare che si spezzavano sugli scogli e una leggera brezza di fine estate. Le stelle illuminavano i campi e luna si rifletteva nel mare in lontananza donandole un intenso bagliore. Così i gabbiani volavano lontano, come se nulla fosse mai accaduto in quell’isola sperduta.

Dentro un sogno

28/03/2014

Dentro un sogno
Anno: 1618/1635
Protagonisti: Esperansa, pag.282; Innoçent, pag. 289*
Dida: Lochi Maria, Villasor

Jessica Vacca, Riccardo Matta,
Jennifer Pitzalis, Antonio Mura

*il numero della pagina fa riferimento all' appendice contenuta in Mischineddus.


Esperansa, vecchia donna vedova dal marito morto in Afganistan, viveva da sola nella periferia di Cagliari e mentre finiva di prepararsi la cena sentì suonare il campanello. Andò ad aprire e sull’uscio trovò sua figlia, il marito e i suoi due nipotini. Inaspettatamente erano giunti in vacanza in Sardegna.
La figlia con il marito a causa di un imprevisto lavorativo dovettero ripartire subito e chiesero ad Esperanza se potesse badare ai nipoti Marco e Marika. La nonna fu molto contenta e accettò volentieri di badare loro. Così gli preparò la cena, finito di mangiare, li mise a letto e per conciliargli il sonno cominciò a raccontare loro una storia.
- Cari bambini, la storia che sto per raccontarvi è ambientata in tempi lontani. Quando ero adolescente ero molto curiosa e avevo la passione per la lettura e quel giorno, rientrata da scuola, cominciai a rovistare in soffitta nei bauli impolverati. Ne aprii uno, trovai un libro con una copertina in pelle che mi attirò più delle altre cose e catturò la mia attenzione. Sapendo che gli oggetti in soffitta appartenevano ai miei genitori che li custodivano gelosamente non sapevo se prenderlo, ma la mia curiosità era così forte che infilai il libro nella tasca della felpa e lo nascosi in camera mia in un luogo che solo io conoscevo!- disse Esperansa.
-Nonna, nonna, in quale posto l’hai nascosto il libro e i tuoi genitori scoprirono il nascondiglio segreto?- chiesero all’unisono.
La nonna sorrise e rispose:- Lo misi in una cassapanca col doppio fondo che i miei zii lontani mi regalarono il Natale precedente. Quando giunse l’ora di andare a dormire ripresi il libro senza far rumore e lo iniziai a leggere. Mi accorsi subito che si trattava di un diario con annotazioni dettagliate del giorno e del luogo in cui il protagonista viveva. La prima pagina mostrava un ritratto; era un ragazzo affascinante e quell’immagine mi spinse a continuare la lettura più avidamente tanto da perdere la cognizione del tempo e mi addormentai senza rendermene conto.
Marika intervenne:- Come si chiamava e che aspetto aveva quell’uomo che ti ha tanto incuriosito? Che cosa faceva nella vita?-
Esperansa replicò:- Non ci crederete mai ma quando mi addormentai entrai nella storia e lo conobbi di persona. Il suo nome era Innoçent, era un giovine bordeto di 25 anni che da piccolo venne abbandonato in una ruota. Aveva i capelli castani e gli occhi di un verde smeraldo e nonostante la sua bassa statura aveva un bel fisico e una pelle morbida, olivastra e pulita. I suoi abiti erano rozzi per il lavoro da allevatore che praticava nei sobborghi di Cagliari.- Marco domandò:- Nonna, ma come vi siete conosciuti?-.
Esperansa rispose: - Come vi ho detto, tutto d’un tratto mi ero addormentata ed entrai attraverso il sogno nel libro. Mi trovai in un luogo del tutto differente da quello in cui vivevo io.
- Marco e Marika interrogarono ancora la nonna: - Come hai vissuto questa esperienza?-.
Lei rispose: - Io appena mi addormentai entrai come in una sorta di spazio tempo e lì incontrai Innoçent che mi prese per mano e mi portò nel suo mondo per rivivere la sua vita dal primo istante. Ci ritrovammo davanti a una chiesa che mi pareva familiare e vedemmo una balia che teneva stretto a sé un piccolo bambino, evidentemente nato da poche ore. Una donna, sporca nei vestiti di sangue, lo ripose nella ruota dell’edificio e corse via con aria triste. Innoçent mi strinse forte la mano e io ricambiai la stretta. Un istante dopo arrivò un uomo dai capelli folti con una bimba tra le braccia e sentii qualcosa dentro come se fossimo legate in qualche modo. Lei era una piccola bordeta come Innoçent, aveva i capelli neri come la notte e due occhi verdi scintillanti, forse umidi dal pianto, come la rugiada della mattina sull’erba di un prato. La sua pelle era scura e sporca. Mi ricordava tanto me da bambina ritratta nelle foto degli album di famiglia. Non so perché ma l’immagine di quella bambina, così miseramente avvolta in quegli stracci, si impresse in maniera indelebile nella mia memoria e non se ne andò più di lì, specialmente quando Innoçent mi disse che il suo nome era uguale al mio.
I due fratelli:- Nonna, perché ti suscitava quelle emozioni?-.
Esperansa:- Continuate ad ascoltare e lo scoprirete! Dove sono arrivata? Ah, sì! All’arrivo della piccola Esperansa. Innoçent mi portò avanti di qualche mese quando lui venne adottato dalla balia: Lochi Maria. Lei era una robusta donna prospera in seno, che dava tanto l’idea della maternità, di quelle donne nate con il solo scopo di allevare una prole. Grazie a lei quel bambino tanto gracile e indifeso divenne un uomo forte, lo stesso uomo che io vidi nella foto del diario e che in quel momento avevo a fianco. Innoçent si soffermò molto a parlare di lei; gli stava molto a cuore, erano molto legati, da un rapporto che se anche non biologico, era così forte e profondo che lui considerava Lochi Maria come la sua vera madre. Non potendole dare un’istruzione, come quella che i vostri genitori cercano di darvi, Innoçent da molto giovane cominciò a lavorare la terra per sfamarsi e per mantenere la balia per ringraziarla dell’amore offertogli e per i sacrifici fatti per lui. Lui mi fece così rivivere quegli anni di fatica, tra carestia, fame e malattia e che portarono alla morte Maria. In quel momento Innoçent divenne triste e malinconico ma non versò una lacrima come se si vergognasse di me e non volesse farsi vedere. Dalla morte di Maria, Innoçent condusse una vita solitaria e depressa caratterizzata dal tanto lavoro usato per dar sfogo ai suoi pensieri di suicidio. Voleva partire lontano da lì, lontano da tutto e tutti e dove ogni cosa suscitava in lui i ricordi della sua infanzia passata con la balia e degli ultimi momenti trascorsi al suo fianco. Ma questi pensieri furono subito scacciati via dall’arrivo della sua Esperansa in città.
I bambini sorpresi chiesero: -Nonna, ma l’Esperansa bordeta?-.
-Sì, bambini proprio lei!-
In quel tempo arrivò in città una famosa compagnia teatrale. Era una sera d’estate e Innoçent volle passare diversamente la sua giornata perciò decise all’ultimo momento di fare due passi nella piazza principale dove si svolgeva lo spettacolo. Ed è proprio lì che la incontrò. Era l’attrice principale della compagnia. Innoçent mi raccontò successivamente come la sua futura moglie era diventata una tra le più brave artiste dell’isola. Dopo essere stata abbandonata dai suoi genitori biologici, due zingari arrivati dalla lontana Romania e aver trascorso i suoi primi anni con una balia che la maltrattava, lei scappò di casa. Si trovò così a passare lunghe notti da sola per strada sinché non scoprì che a Cagliari stava arrivando una compagnia teatrale che cercava una protagonista femminile per la loro rappresentazione. Quella fu la sua salvezza; fu trovata per strada da due uomini della comitiva che vedendo un ragazza con un fisico dalle forme femminili così attraenti e sensuali da colpire ogni uomo che passava di lì e che incantava tutti con la sua voce così soave e armoniosa pensarono a lei come perfetta sostituta della protagonista dello spettacolo, che per motivi di salute non poteva esibirsi, e la presero con loro.
Il teatro divenne così la sua prima e vera famiglia. Il teatro il giorno si svolgeva nella piazza principale della città,la compagnia si esibì magnificamente tanto da ricevere molti applausi e da sbalordire Innoçent che non pensava che da lì a poco avrebbe trovato l’amore della sua vita. Innoçent stava per andar via ma tra la folla incrociò gli occhi dell’attrice principale, di Esperansa. Innoçent me la descrisse come se fosse bellissima, mi raccontò di come se ne innamorò perdutamente e anche lei sembrava che si fosse innamorata al primo istante di lui. Quel giorno per Innoçent fu indimenticabile. Ad un tratto, dal forte maestrale, volò ad Esperansa il cappello, così Innoçent, da uomo gentile e galante, lo recuperò e glielo porse sfiorandole la mano e sorridendole, la incantò con quel semplice gesto. Entrambi, quando le loro mani si sfiorarono, sentirono un brivido che saliva su per tutto il corpo. Allora Innoçent decise di chiederle se le sarebbe piaciuto fare una passeggiata e lei accettò, anche se titubante. Esperansa mostrò un carattere molto chiuso, sensibile e timido ma si lasciò andare quando scoprì che Innoçent era un bordeto come lei ed era stato accolto dallo stesso ospedale, in cui era stata lasciata lei. Così sotto la luce della luna si raccontarono la loro infanzia. Esperansa scoppiò in lacrime, che Innoçent asciugò dolcemente, poi la strinse a sé tranquillizzandola. Decisero di tornare alla piazza dove si era tenuto lo spettacolo.
Innoçent tornò a casa, per la prima volta dopo tanto tempo, felice come non mai e non smise un attimo di pensare a lei ed al futuro che avrebbero potuto passare insieme. Nella mattinata seguente Innoçent tornò in piazza per vedere Esperansa come avevano programmato la sera precedente, ma la sorprese con un altro uomo e, su tutte le furie, scappò via da lì. Esperansa lo vide e gli corse dietro ma non riuscendo a raggiungerlo, a voce alta ma tremolante le dichiarò il suo amore. Innoçent sorrise e intenerito si voltò. Aveva il cuore a mille. Lui la strinse a sé e si baciarono a lungo. Da quel giorno i due innamorati passarono ogni istante insieme e quando lei scoprì di essere in dolce attesa abbandonò la sua prima e vera famiglia, il teatro, per crescere i suoi bimbi con suo marito, che aveva appena sposato. Ringraziò tutti i suoi compagni e colleghi per le fantastiche avventure ed esperienze trascorse insieme. Da Innoçent ed Esperansa nacquero due bambini, il primo era Luigi e la seconda Viola che non poté conoscere la bellezza e la dolcezza della madre poiché morì mettendola al mondo. Innoçent crebbe i suoi figli da solo non riuscendo più ad innamorarsi di nessun’altra donna come aveva amato la sua Esperansa, la sua piccola bordeta dal cuore d’oro, dal sorriso e dalla voce incantevoli. Il suo racconto si interruppe di colpo e lui si voltò verso di me, notai che, lungo la guancia, gli scorreva una lacrima e gli chiesi che cos’avesse ma pian piano il sogno si fece meno vivido e più sfuocato. Impaurita, chiesi a Innoçent cosa stesse succedendo ma non sentii mai la sua risposta perché mi ritrovai nel mio letto e mi accorsi che era solo un sogno. Riposi il libro nel suo nascondiglio e mi riaddormentai.
Allora Marika chiese: - Nonna, ma perché Innoçent scelse proprio te per rivivere la sua vita?-
Esperansa, commossa che la sua nipotina avesse inteso qualcosa, rispose compiaciuta:- La motivazione che lui stesso mi diede era che io somigliavo moltissimo, sia nel carattere che nell’aspetto, alla sua amata e decise che se avesse dovuto rivivere la sua vita l’avrebbe voluto fare con una persona buona di cuore e che avrebbe capito la sua storia.- Marika disse: - E’ vero nonna, anche tu hai gli occhi verdi, anche tu hai i capelli folti... e sei tanto generosa con tutti, ci fai sempre i regali per Natale e anche per i compleanni. Nonna, sei la migliore del mondo...! La nonna sorrise e mise diede il bacio della buonanotte ai suoi nipotini. Marco, che sembrava non aver colpito la storia, tirò il grembiule della nonna verso il suo lettino e le chiese: - Ma tu nonna, hai mai più rincontrato Innoçent nei sogni?-.
-No, amore della nonna, ma non sai quanto mi piacerebbe!-.
Anche Esperansa assonnata andò a letto e dopo essersi messa sotto le coperte prese il libro di Innoçent dal comodino, baciò la foto del marito, e si rimise a leggere le prime pagine del suo diario, e come la prima volta si riaddormentò con quel libro tra le braccia.
Fu così che per l’ultima volta sognò il suo amato Innoçent...

Vita di Ignacio che non fu mai né bianco né nero

28/03/2014

Vita di Ignacio che non fu mai né bianco né nero
Anno: 1614
Protagonista: Ignacio, pag.277*
Dida: Cotza Adriana, Sant’Avendrace


Alessandro Fresu, Mattia Ruggeri,
Marco Corrias, Davide Toti

*il numero della pagina fa riferimento all' appendice contenuta in Mischineddus.


Sono Ignacio Cotza e vengo da Quartu. Ho avuto una vita non tanto lunga ma piena di felicità ed emozioni. E questo grazie alle persone che mio hanno amato e in alcuni casi, mi hanno dato una possibilità. Non ho molto da dire; ma vi racconterò la storia di come un trovatello come me è cresciuto in una Sardegna fantastica. Inizierò da quando ho finalmente iniziato ad apprezzare la mia vita.
“Ignacio, Ignacio sveglia!”. Apro gli occhi e inizio a ricordare. Non sono più al Sant’Antonio da ormai una settimana. La mia madre adottiva, Marcella, mi sta chiamando per la colazione. Ancora assonnato, mi siedo a tavola, devo sbrigarmi che Padre Efisio mi aspetta. Mangio, mi vesto, un veloce saluto a Mamma, ed esco da casa, dirigendomi in chiesa. Eccola, la modesta Cappella di Quartu, padre Efisio mi sta già aspettando sull’uscio. Era una bella persona, padre Efisio. Sempre affabile, calmo e ben curato, era il genere d’uomo che era nato per essere prete. Nessuno in tutta Quartu conosceva qualcuno con principi morali più saldi dei suoi. Padre Efisio era come dire, il mio maestro. Appena Mamma mi aveva portato via dall’Ospedale, mi aveva subito portato in chiesa per presentarmi al curato. Egli mi aveva preso in simpatia sin dall’inizio, per la mia pelle, come diceva lui. Dovete sapere che io non sono proprio il tipico sardo. La mia pelle non è nera ma non è neanche bianca, Padre Efisio dice che sono un mulatto, frutto di chissà quale peccato commesso in questa aspra terra. Ma sto divagando, ci sono così tante cose che vorrei dire ma ho troppo poco tempo. Padre Efisio mi aveva insegnato di tutto, dalla cultura di base come leggere, scrivere e far di conto, alle cose più “terrene” come mungere una capra o mietere il grano. Era una figura paterna per me. L’unica in tutta la mia vita, visto che Mamma era già vedova prima che mi adottasse. Che sbadato, non ho detto niente di me: a quei tempi avevo solo cinque anni e questo potrebbe aiutarvi a capire molte cose.
Tornando a noi, un giorno, durante la lezione giornaliera con Padre Efisio, successe una cosa che mai mi era capitata. Un uomo, si fiondò nella chiesa e s’inginocchiò a terra, con il volto rigato dalle lacrime. Padre Efisio, piuttosto turbato, mi chiese di rinviare la lezione e mi disse di correre a casa. Io senza provare a dire niente me ne andai. Ma non tornai subito a casa. Decisi di bighellonare per un po’ in cerca di qualche bambino con cui giocare. Sfortunatamente li trovai. Appena mi avvicinai iniziarono tutti a urlare: “C’è un moro, attenzione al moro!”. Non ci volle molto prima che iniziassero a lanciarmi sassi per scacciarmi. Io mi allontanai subito, ma dopo pochi metri mi accorsi di essere seguito da un gruppetto di bambini che mi chiesero come stessi.
Quelli divennero i miei più grandi amici, quelli con cui condivisi le più belle esperienze della mia vita.
Mi ricordo quella volta quando io e i miei amici decidemmo di non andare alle lezioni di Padre Efisio per recarci a Serdiana, poiché un mio amico, orfano come me, era sicuro del fatto che i suoi genitori si trovassero lì. Uscimmo all’alba, saranno state le sei del mattino, le foglie erano ancora bagnate dall’umidità della notte, il suolo era freddo ma piacevole da calpestare, e così ci dirigemmo incoscientemente verso Serdiana. Avevamo dodici anni, conoscevamo poco la geografia di quella zona, e il cammino da fare, tra pianure e colline, così decidemmo di chiedere informazioni a un passante che ci indicò un paese verso il quale ci incamminammo. Si trattava di Serdiana. Io, Michael, Giovanni, Antonio e Francesco incominciammo a correre sul sentiero ripido di quella campagna: ogni tanto entrava qualche pietra nelle scarpe ma non ci importava. A un certo punto Antonio urlò “Ajò, dai che ci siamo quasi!” e tutti incominciammo a ridere dalla felicità, con quella spensieratezza che si ha solo poche volte nella vita.
La corsa però durò poco, il sole ormai era alto e si era fatto mezzogiorno, eravamo tutti stanchi, così decidemmo di fare una piccola sosta lungo un fiume che scorreva lì vicino. Fortunatamente c’era, lì accanto, un albero di mele. Mentre Francesco e Michael si arrampicavano sull’albero, Giovanni ed io ci coricammo sull’erba, al riparo dal sole, e cominciammo a parlare. E gli chiesi: “Come mai pensi che i tuoi genitori siano qui a Serdiana?” La domanda sembrava averlo scosso ma rispose: “ Quando sono nato e i miei mi portarono a Quartu, portavo al collo un ciondolo in rame con una rozza incisione a forma di “S”, quando imparai l’alfabeto conobbi il suo significato. Era solo una lettera, ma Suor Giulia, una delle suore del Sant’Antonio, mi disse che le collane di quel genere sono tipiche a Serdiana come portafortuna.” In poche parole non era neanche sicuro se avrebbe mai incontrato i suoi genitori, ma la bravata ormai era fatta, tanto valeva concluderla.
Finalmente arrivammo a Serdiana, ben nascosta fra le colline. Ci saranno state duecento persone in totale. Le case erano rade ma molto grandi, ognuna con il suo piccolo terreno e il bestiame. Così ci avvicinammo a un signore con la barba folta e la corporatura tarchiata per chiedere informazioni. Fu Giovanni a parlare: “Mi scusi, sa per caso chi ha fatto quest’oggetto?”. Lo sguardo del signore si accese all’improvviso e lo stesso quello di Giovanni. C’era qualcosa in comune. Il signore si voltò ed urlò. “Palmira! Vieni qui!” E comparve subito una signora sulla quarantina con un velo che gli copriva i capelli. La signora vide la collana in rame e subito si mise a piangere. “Giovanni! Giovanni! Sei tu?”. Seguì un momento veramente commovente.
La famiglia, con molta gentilezza, ci offrì il pranzo e poi fummo costretti a ripartire, Giovanni decise di rimanere con i suoi genitori, e nessuno di noi lo rivide più, ma qualcuno mi disse che aveva aperto una macelleria di gran successo.
Mi ricordo ancora bene di quei giorni con i miei amici, sinceramente è già da un po’ di tempo che non li sento più. Questi ricordi mi strappano dalla solitudine nella quale mi trovo ora, in questo immenso manto azzurro che mi insegnarono a chiamare mare."
La porta della mia cabina sbatté così forte che le sue fragili pareti ormai antiche e impolverate quasi cedettero al colpo. “Cosa fai ancora in questa cabina mozzo! Non é per scrivere pagine su quel tuo stupido libro che ti pago!” Era il capitano. "Accidenti!", pensai, allora subito mi alzai, misi le scarpe ormai logore e consumate e mi diressi a testa bassa verso di lui e mentre mi avvicinavo mormorai: “Mi…, mi scusi, signor capitano, non mi ero reso conto dell’ora”, allora lui con tono autorevole mi disse: “Per questa volta passi ma ora muoviti!”. Senza troppi indugi presi a correre verso il ponte della nave tanto che sull’uscio della mia cabina caddi facendo ridere di gusto quel sadico del capitano.
Una volta uscito sul ponte, notai per la prima volta quanto gli altri uomini della nave mi odiassero, penso che fosse così per via del colore della mia pelle. Quando m’imbarcai, avevo appena vent’anni e tutti mi chiamavano "Pitticcu nieddu", tutti, tranne un uomo sulla trentina che in seguito si rivelò il mio “protettore” . Il suo nome era Archimede.
Un giorno mentre facevo il mio solito lavoro di mozzo, ovvero pulire il ponte della nave, altri due marinai mi si avvicinarono e cominciarono a darmi fastidio, mi affibbiavano nomignoli riguardanti il colore della mia pelle. Non m’importava più di tanto però quando gli insulti cominciarono a divenire pesanti, non ce la feci più e tirai al più piccolo un pugno in faccia; subito scoppiò una rissa. A quel punto Archimede che era un uomo ben piazzato mi si avvicinò e iniziò ad aiutarmi. I due marinai, ormai conciati malissimo a causa della forza erculea di Archimede, mentirono dicendo che io e il mio amico li avevamo attaccati, il capitano urlò: “Ora mi hai veramente stancato, ragazzo, tu al prossimo porto scenderai e tu...” rivolgendosi al mio amico “tu andrai con lui!”. Detto questo si ritirò nuovamente al di sotto del ponte mentre gli altri due marinai gemevano per i colpi ricevuti.
Il primo porto in cui approdammo era in Algeria, ad Anaba, la città commerciale più importante. Non so perché ma il mio amico era un po’ titubante nel mettere piede in quella città invece io ero molto contento di tornare sulla terraferma.
Decidemmo allora di allontanarci dalla nave, ma ad un tratto qualcuno alle nostre spalle si avvicinò gesticolando, parlava arabo ed io lo capivo un pochino, grazie alle giornate trascorse nel porto di Cagliari, quando da bambino mi offrivo di portare la merce scaricata dalle navi nei vari mercati pur di guadagnarmi qualcosa. Nel porto si sentivano parlare tante lingue diverse, tra cui anche l’arabo, che per me era diventato nella sua musicalità assai familiare.
Lo sconosciuto ci disse che era lì al porto per acquistare le merci portate dalle navi, che a sua volta vendeva nel suo grande bazar. Ci disse che aveva visto la scena del nostro sbarco da quella nave, da cui eravamo stati cacciati in malo modo dal capitano, per cui si offrì di aiutarci.
Mi chiese infatti se avevamo un posto in cui andare, ma io risposi: “Purtroppo no signore, sa dirci però dove potremmo andare?”. Allora l’arabo mi disse: “Voi non andate da nessuna parte, io vi ospiterò finché non trovate alloggio”. Io fui molto entusiasta della sua proposta e subito risposi: “Ma perché fate questo, buon uomo?”. Allora egli mi rispose che era giusto così. Io ringraziai e insieme ad Archimede lo seguimmo lungo le stradine della città. Mentre lo seguivamo lo osservai meglio. Era un uomo piccolo, di bassa statura, aveva una lunga veste che gli arrivava fino alle caviglie, in testa aveva una specie di turbante, ai piedi un paio di sandali, aveva una lunga barba come quel profeta che veniva rappresentato in un libro che i musulmani chiamavano Corano. Mentre cercavo di osservarlo meglio una voce interruppe i miei pensieri facendomi voltare di scatto, era Archimede, che mi disse: “Allora, dove hai imparato l’arabo?”. Ero così sorpreso nel sentire la sua voce che non udii la domanda che mi aveva posto. Allora gli chiesi: “Puoi ripetere per favore?”, quasi spazientito ripeté: “Dove hai imparato l’arabo?”, io risposi che lo avevo sentito dai mori che vivevano nella mia città natale e che pian piano cominciai a parlarlo anche io.
Quando arrivammo a casa venimmo accolti da una ragazza che aveva più o meno la mia età, i suoi lineamenti erano delicati e la cosa che mi attirava di più erano i suoi occhi quasi a mandorla, i capelli erano neri, la sua bocca si apriva in un dolcissimo sorriso che mostrava denti bianchissimi, i quali riflettevano la luce del sole ormai al tramonto sulla cittadina. Il padre della ragazza mi presentò sua figlia, mi disse che si chiamava Farah e che il suo nome significa felicità, a dirla tutta quella ragazza fin dal suo primo apparire mi trasmise tanta gioia e allegria, perciò mi presentai e Archimede fece lo stesso.
Subito dopo seguimmo padre e figlia per un piccolo giardino che precedeva l’ingresso vero e proprio della casa, tutto il percorso era costellato da piccoli orti che emanavano odore di verdura fresca e di terra appena smossa, dentro la casa c’era un odore di qualcosa di caldo e una voce squillante, quella della madre di Farah, ci invitò ad avvicinarci alla tavola e dopo le presentazioni, ci fiondammo su quel pasto caldo. In seguito i padroni di casa ci mostrarono dove avremmo potuto riposare quella notte. Archimede andò subito a dormire perché la rissa sulla nave lo aveva sfiancato talmente tanto che appena si coricò si addormentò subito.
Io, invece, non avevo sonno e così decisi di andare all’aperto per guardare il cielo e riflettere su cosa stesse succedendo, pensai anche alla mia Isola così lontana… All’improvviso sentii una voce dietro di me e mi girai di scatto, era Farah, che mi sorrideva e mi chiese se mi andasse di raccontarle la mia storia; ero entusiasta di avere qualcuno a cui narrare il mio passato e condividere le mie ansie e preoccupazioni, presi così a raccontare… Finito il racconto Farah mi disse: ”Sino ad ora la tua vita è stata dura e di certo non ti sei annoiato!”, detto questo mi diede la buonanotte e andò a dormire anche lei, prima però inaspettatamente mi diede un bacio sulla guancia. Infine decisi di andare a dormire pure io ma non presi subito sonno, pensavo sempre a quel bacio a sorpresa che mi aveva rifilato Farah.
Dal giorno dopo decisi che mi sarei reso utile per la famiglia che ci aveva ospitati, quindi, mentre Archimede aiutava Karim nel bazar, questo era il nome del padre di Farah, io mi dedicavo alle faccende domestiche e intanto pensavo a Farah.
Gli anni passavano, io e Farah naturalmente ci fidanzammo ed eravamo ormai prossimi al matrimonio, Karim era molto contento ed era pronto ad organizzare una grande festa. Purtroppo, prima di questo evento, successe una cosa molto triste, Archimede si era ammalato e non c’era stato modo di curarlo.
Il resto non ve lo racconto perché da quei giorni la mia vita è diventata felice e prospera, mi sono arricchito commerciando in Algeria.
Numerosi anni sono passati da quei tempi. E ora eccomi qui, avvizzito e senza forze, un uomo che ha vissuto tante peripezie e tante emozioni, eccomi qui mentre scrivo le mie memorie e il mio testamento, sento che la luce si sta spegnendo, la malattia avanza sul mio fisico non più giovane, sento che le forze mi abbandonano, mi accorgo anche che nei volti dei miei parenti, tutti di fronte al mio capezzale, ansiosi di vedere scritte le ultime parole sulla mia eredità, sta venendo meno la speranza di vedermi ancora in vita.
Intanto io sono a metà strada tra il mondo dei vivi e quello dei morti, mentre sto cercando di scrivere le mie ultime volontà, vedo i volti ansiosi e interrogativi dei miei parenti, vedo i volti dei miei cari amici della mia lontana e amata Isola: Michael, Giovanni, Antonio e Francesco, ma soprattutto vedo quel volto, quel dolce sorriso, che mi accolse in terra straniera che non ho più lasciato e che ha trasformato per sempre la mia vita.
Sto per finire di scrivere il mio testamento, sento che la mia ora sta arrivando, voglio soltanto scrivere queste ultime due righe per, per…