brotzu school

spazio riservato al libero scambio di idee, pensieri e parole

Convegno internazionale "Cartoline dalla terra di nessuno"

18/11/2009


Si è tenuto negli scorsi 13-14 novembre, presso la location di Villa Muscas, il primo convegno sulla letteratura per "Giovani Adulti". Il titolo dell’evento è "Cartoline dalla terra di nessuno" e riprende uno dei libri più importanti dell’autore inglese Aidan Chambers.

Partendo dalla riflessione che nella fascia tra i 12 e i 16 anni si registra una sempre minore attenzione per la  lettura da parte dei ragazzi, tanto da far parlare di  un vero e proprio crollo d’interesse, il convegno ha voluto che bibliotecari, editori, insegnanti si confrontassero su questo problema.

Negli ultimi anni l’editoria per adolescenti in Italia ha vissuto enormi trasformazioni e anche per gli addetti ai lavori è problematico orientarsi in una produzione davvero enorme.

Nella zona anglosassone e francese l’interesse per la letteratura rivolta ai cosiddetti "Giovani Adulti" è fortissimo. In Italia, invece, è necessario portare avanti una profonda riflessione teorica sull’adolescenza e soprattutto sul suo rapporto con la lettura.

Il convegno, a cui si vuole dare una cadenza annuale, ha voluto scommettere sulla possibilità di avvicinare i "giovani adulti" al libro, attraverso un percorso di dialogo innovativo tra soggetti con competenze trasversali, quali quelle dei partecipanti a questi due giorni di dibattiti.

Essepi

Missione: Salviamo l’Italiano!

22/10/2008



Quali sono le cause del crollo della lingua italiana? Le parolacce, il disuso del congiuntivo e le abbreviazioni, ad esempio.

Al primo posto sul podio degli orrori che devastano la nostra lingua troviamo le parolacce.
Ma a cosa servono? Tra i più accaniti fruitori di parolacce troviamo i ragazzi che riescono a dirne una ogni due parole ma c’è anche chi ne usa qualcuna in rare occasioni. Forse servono ad apparire "migliori"? Per essere più cool? Per esperienza personale, posso dire tranquillamente che si può fare a meno di usarle senza morire. Sarò speciale io? No, decisamente no.
Qualche accusa in più? Sono volgari e il loro inserimento rovina il tono e lo stile di parecchi discorsi.

Al secondo posto troviamo invece il disuso del congiuntivo.
Banale? Sciocco? Forse per qualcuno sì, ma non per me che lo giudico importantissimo. Il congiuntivo fa parte della lingua italiana e come tale va usato. La frase senza congiuntivo è stridente e usare l’indicativo certe volte stona peggio di una campana! Perché i giovani non lo usano? Semplice, è una cosa in più da ricordare!

La medaglia di bronzo va assegnata alle abbreviazioni.
Si può dire che l’italiano stia morendo a causa delle frequentissime abbreviazioni che ormai ogni adolescente usa nella vita quotidiana. Sms, Internet, appunti e tanto altro pullulano di abbreviazioni. Ma perché le usiamo? Si dovrebbero impiegare per risparmiare caratteri e soldi negli sms e tempo per gli appunti, ma perché stanno invadendo il nostro mondo? Non ci corre dietro nessuno, non siamo obbligati ad usarle. Eppure sembrano andare così tanto di moda che nessuno riesce a farne a meno e capita anche che il mittente del messaggio non capisca affatto ciò che diciamo.
Io ormai le ho eliminate dal mio dizionario per il semplice fatto che reputo più elegante scrivere le parole nella loro interezza senza togliere alcuna lettera. Credo anche di non essere la sola a disdegnare le abbreviazioni o almeno lo spero. Se la nostra generazione dovesse perseverare nell’abuso delle abbreviazioni, come comunicherà tra dieci anni quando inizierà a lavorare o andrà all’Università? Non credo mi piacerebbe vivere in un mondo pieno di abbreviazioni dove l’italiano, una lingua così bella con una discendenza tanto nobile quale è il latino, verrebbe snaturato dall’uso smodato di queste.

Valorizziamo la musica e non chi la suona

22/10/2008



Tante volte un gruppo musicale è stato acclamato da milioni di ragazze solo per la bellezza dei componenti, ma non è questa a fare di una persona un buon musicista: bisogna andare oltre le apparenze!

Quante volte su MTV sono apparse band e sono sparite poi dalla circolazione subito dopo il successo di qualche singolo o - per le più fortunate – di un album? E quante volte quegli stessi gruppi prima di passare su MTV sono stati disprezzati e solo dopo la comparsa sul canale musicale più seguito dai giovani sono stati assaliti da fans sfegatate pronte a farsi in quattro per loro? Nel frattempo quelle stesse ragazze si impegnano a negare il fatto di aver pronunciato parole di disprezzo verso il gruppo che da cinque minuti amano alla follia.
Purtroppo, dopo l’improvviso successo, il tempo di un anno e già ci si dimentica il nome del gruppo o dei componenti.

Qui in Italia è così, band straniere famose nel resto del mondo approdano nel nostro Paese tra milioni di fans e poi il loro nome, che prima era sulla bocca di tutte le giovani, sparisce, mentre ancora qualche vera fan sopravvive all’assalto delle ragazze che cambiano bandiera più veloci dei lampi. 
Il fatto principale di questo fenomeno è che le sopraccitate ragazze badano più all’aspetto fisico che non alla musica o al testo delle canzoni. E’ forse per questo che costoro raggiungono il successo tanto velocemente? O perché scrivono canzoni con la stessa melodia di tantissime altre canzoni? Qualcos’altro di scontato sono i testi: il contenuto mi pare sempre lo stesso, no? L’amore. Quanti sono i gruppi che fanno la loro veloce apparizione e ancora non hanno parlato d’amore a destra e a manca? Pochissimi, credo. Inoltre la maggior parte delle volte i front-men delle band sono persone particolarmente belle, appariscenti o carismatiche e questo manda in visibilio la folla di ragazzine che sembrano avere due cuoricini al posto degli occhi. 
Per finire, ciò che volevo dire è: andate oltre le apparenze e provate a giudicare le band non per come si mostrano, ma per le emozioni che la loro musica riesce a darvi! 

 Virginia Pes

Carpe diem...


17/10/2008

 
1.Tu ne quaesieris, scire nefas, quem mihi, quem tibi
2.finem di dederint, Leuconoe, nec Babylonios
3.temptaris numeros. Ut melius, quidquid erit, pati,
4.seu plures hiemes, seu tribuit Iuppiter ultimam,
5.quae nunc oppositis debilitat pumicibus mare
6.Tyrrhenum: sapias, vina liques, et spatio brevi
7.spem longam reseces. Dum loquimur, fugerit invida
8.aetas: carpe diem, quam minimum credula postero.
                                                                 -Orazio-
 
Molto, troppo spesso, corriamo, in un mondo caotico che non si può permettere di stare fermo a pensare, in un mondo in cui il tempo è denaro, ed è vero, ma non si può vivere con la paura di perderlo, in attesa di un futuro migliore che potrebbe non arrivare. Allora perché restare in attesa quando abbiamo il presente? Quando possiamo goderci le piccole cose di tutti i giorni? Forse non saranno grandi come qualcosa di tanto atteso, ma se si impara ad apprezzarle si scopre quanto siano meno deludenti e soprattutto più  solide, quanto siano capaci di portare un  serenità per le cose più insignificanti, anche semplicemente un raggio di sole, il sorrisodi uno sconosciuto o il solo esistere, essere presenti e potere così ancora una volta respirare e donare un po’ di spensieratezza a chi ci circonda… E, quando meno ce l’aspettiamo, ciò che tanto avevamo atteso arriva all’improvviso, e quando se ne sarà andato non resterà il vuoto colmato solo dall’attesa di un altro attimo di gioia, ma la felicità più semplice e più duratura di ogni piccolo momento. Perciò, come dice Orazio, cogli l’attimo, non aspettare che i tuoi sogni restino chiusi a chiave in un comodino, ma spalancalo e impegnati per realizzarli stando attento che il cassetto non resti mai vuoto. Anche se saranno molti i momenti grigi cerca sempre quella punta di colore che, per quanto nascosta, non mancherà mai, anche sotto forma di una persona che ti sta vicino. Non vivere in un castello di sabbia fatto di illusioni che potrebbe crollare da un momento all’altro, ma non smettere neanche di sognare, perché i sogni e la speranza ti permetteranno di trovare nell’abisso più profondo una luce sempre accesa.
 
 
non domandare – non è giusto saperlo – o Leuconoe
quale sorte abbian dato gli dèi a me, a te , e non chiederlo agli astri,
; al meglio sopporta quel che sarà:
se molti inverni Giove ancor ti conceda
o ultimo questo che contro gli scogli fiacca le onde
del mare Tirreno. Sii saggia, mesci il vino
– breve è la vita – rinuncia a speranze lontane. Parliamo
e fugge il tempo geloso: carpe diem, non pensare a domani.

Apri gli occhi... questa è la realtà!

08/10/2008

Sono vite non prodotti, sono galline non pollame, sono mucche non rosbiff, sono maiali non salsicce, sono vite non prodotti... [cit.]

Come l’anti-razzismo rifiuta la discriminazione basata sulla diversità raziale umana, l’anti-specismo condanna la discriminazione verso una specie diversa da quella umana,  apparentemente diversa. Spesso per pecca d’onnipotenza l’uomo si sente in diritto di prevaricare su altri esseri viventi solo perchè si ritiene più evoluto psicologicamente, perdendo di vista il fatto che anch’egli è ugualmente un animale. Il fatto che non possano esprimere, secondo i nostri codici espressivi, i loro stati d’animo o che comunque non possano difendersi, non ci dà il diritto di prevaricare su di essi, nè di abusarne nè di assassinarli. Nonostante sia consuetudine credere che noi uomini abbiamo bisogno della carne per sopravvivere e condurre una vita sana, è giusto si sappia che questa è una falsità. Al contrario, secondo alcuni studi scientifici, chi segue una dieta vegetariana corre meno rischi di riscontrare diverse malattie rispetto ai consumatori di cadaveri, poichè gli animali morti, essendo non altro che cadaveri, liberano sostanze nocive. Come se non bastasse, la cattiveria umana si manifesta attraverso agghiaccianti torture sotto forma di sperimentazioni a scopo "scientifico". Prima che la maggior parte di farmaci e cosmesi vengano messi in commercio, i ricercatori compiono innumerevoli torture su ignari esseri viventi per attestare l’efficacia di questi prodotti. E’ facile dedurre che questi "esperimenti" siano poco attendibili, poichè il nostro organismo dal punto di vista patologico e fisiologico è diverso da quello animale, infatti molti ricercatori hanno rivelato che le loro scoperte sono state del tutto casuali e non legate a esperimenti effettuati su cavie. Un esempio eclatante è legato alla scoperta della penicillina che ha salvato tantissime vite senza sacrificarne altre in nome della medicina, infatti non fu testata sugli animali perchè questa abominevole pratica non era ancora applicata. Se fosse stata testata sugli animali, la penicillina non sarebbe mai stata messa in commercio perchè dannosa per essi. Infine arriverete alla palese conclusione che la sperimentazione sugli animali è inutile in quanto essi sono geneticamente incompatibili a noi; ugualmente è inutile il consumo e l’assassinio di queste seviziate vittime da noi allevate esclusivamente per saziare i nostri palati, è un atto puramente sadico ed egoistico.

Questi video mostrano l’ineguagliabile e sconfinata cattiveria e sadicità umana...

http://it.youtube.com/watch?v=KUS2SPNPpDU
http://it.youtube.com/watch?v=BliPqNvwcXI
http://it.youtube.com/watch?v=pvOSRuMl8uk&feature=related
http://it.youtube.com/watch?v=-hsEFwHbEIw
http://it.youtube.com/watch?v=lqc9A1xWdQ0
http://it.youtube.com/watch?v=XjEcKKWtLIU
http://it.youtube.com/watch?v=BfExpB-v-oQ
http://it.youtube.com/watch?v=pxR6_tIcLRc
http://it.youtube.com/watch?v=NBzC0lrJ0tA
http://it.youtube.com/watch?v=gnfXQqiwobg

Molte persone, di fronte alla realtà di queste immagini, chiudono gli occhi, ignorando la gravità della situazione nella quale questi animali, esseri viventi esattamente come noi, si trovano. Ogni persona seguendo passivamente, senza spirito critico, gli usi più consueti e diffusi si rende complice di questo straziante genocidio.

Sono vite non prodotti, sono galline non pollame, sono mucche non rosbiff, sono maiali non salsicce, sono vite non prodotti... [cit.]

Tutti vogliono essere Dorian Gray

06/10/2008

<< Non vi è dubbio che il genio dura più a lungo della bellezza >> Oscar Wilde - Il Ritratto di Dorian Gray

E così succede, se non sei una modella colpita dall’alzheimer in giovane età.

Di questi tempi, la forza di un bel viso è maggiore di quella di un bel cervello; è quello che oramai vogliono tutti: il famoso quarto d’ora di celebrità.

E in effetti, bellezza e giovinezza non sono che un quarto nell’ora della nostra vita. Perchè allora influiscono così tanto sulle nostre scelte e le rendono così superficiali?

La risposta è semplice: immortalità. D’accordo, vista in questo modo è un pò esagerata, ma riflettiamoci.

Ci aggrappiamo a ogni attimo di vita, stando ben attenti a non scivolare via, perchè non riusciamo ad accettare che un giorno ai nostri 17 anni se ne saranno aggiunti 20, 30 o molti di più. E assomiglieremo ai nostri nonni. Assurdo, no? Allora, spaventati, mettiamo da parte la nostra intelligenza e le nostre qualità, ci rifugiamo nei fotoritocchi e andiamo in cerca di un lavoro che richieda solo una bella faccia. Terribile.

Abbiamo bisogno di essere rassicurati, di sapere che si, resteremo giovani per sempre. In nostro aiuto accorre la pubblicità. Ah, chi meglio di lei per atrofizzare le nostri menti, aprirle e infilarci dentro i modelli a cui tutti noi dobbiamo aspirare?! Guardandoci intorno (con gli occhi chiusi) lo sappiamo, la giovinezza eterna esiste! Lo scopo della nostra vita può essere raggiunto! E gli occhi non li apriamo...perchè se ci guardassimo attorno con gli occhi spalancati, capiremmo subito che la vecchina che sta uscendo dal panificio, l’anziano seduto fuori dal parco, in un futuro per ora lontano potremmo essere noi.

Allora accendiamo la tv e siamo al sicuro: ragazze con minigonne inguinali che si divertono a farsi prendere per sceme dal conduttore di turno e giovani ballerini ammirati solo per i loro addominali. Nessuno arriva ai 30 anni. Fantastico. Questa è la vita.

Dorian Gray diede la sua anima per mantenere intatta la sua bellezza e vedersi invecchiare su un ritratto. Noi cerchiamo di fare lo stesso: vorremmo mettere bellezza e gioventù sotto una teca, sottoforma di fiore; il fiore perde i suoi petali ma noi restiamo uguali...dei fiori di plastica.

 

 

Oscar Wilde nel suo "Ritratto di Dorian Gray" esalta la bellezza e rende quasi impossibile muovergli qualsivoglia accusa. Ma era una persona di straordinaria intelligenza e per niente bello. Eppure, il suo genio dura ancora, mentre la sua giovinezza e la sua bellezza si sono perse un secolo fa.

Pensiamoci.

Alessandra Pani

Civiltà o cinismo?

02/03/2008

E’ sorprendente come un fumetto possa ritrarre in modo così preciso la nostra società!

Nel numero di Tex Willer che mi è capitato tra le mani frugando in un vecchio scatolone, troviamo una scena ambientata in una stazione ferroviaria. Le stazioni, gli aeroporti, i porti, sono il luogo di passaggio di molte persone, tutte assorte nella ricerca di qualcosa… Così l’amico indiano di Tex, osservando gli “uomini bianchi” e il loro comportamento, nota la loro infelicità, il loro tormento interiore. “Questo è il modo di vivere delle grandi città" gli risponde Tex. Questo è il modo di vivere che ora si è esteso a tutto il mondo occidentale e alle grande metropoli dell’Estremo Oriente (basti pensare a Pechino o ad Hong Kong).

Quella stazione, le nostre stazioni sono lo specchio della nostra vita: una grande stazione nella quale tutti si muovono caoticamente, facendosi spazio in ogni modo, spingendo gli altri o neanche vedendoli, per poter prendere in tempo il loro treno. E quel treno è il denaro, o il potere, o la fama…E’ questo a cui l’uomo della nostra cultura aspira, questi gli unici obiettivi nella vita! A prima vista quei signori in giacca e cravatta, con i capelli sempre in ordine e il volto ben rasato, ci trasmettono un senso di ordine, quasi di perfezione, ma è qui che ci sbagliamo. “Basta osservarli, non c’è luce nei loro occhi”, come afferma l’indiano nel fumetto. Persone la cui vita spirituale è stata soffocata da desideri arrivistici, egoismo, invidia e gelosia, è questo che sono. Questo è quello che si legge nello sguardo dei miei concittadini, degli “uomini delle stazioni”. Tex paragona quelle persone a formiche impazzite, ma “l’uomo non è stato creato per vivere come le formiche”. L’uomo è capace di pensare e soprattutto di provare emozioni e sentimenti, ma “l’uomo delle stazioni ha gli occhi spenti perché spento è il suo cuore. Egli non ha più tempo per coltivare gli affetti. L’amore, l’amicizia sono solo degli ostacoli, degli impedimenti per il raggiungimento dei propri obiettivi. Se vuoi prendere uno di quei treni, devi essere freddo, calcolatore, svuotarti di tutto ciò che ti appartiene più intimamente, non c’è spazio per le emozioni, diventi un computer! Questo è il ritratto di tutti coloro che appartengono a quel mondo che chiamano “moderno” o “civile”. Ma è questo il prezzo che bisogna pagare per la modernità? Questa è la civiltà? Non sono queste le caratteristiche del mio mondo. L’unica sua peculiarità è la mancanza di valori veri! Altre popolazioni, che la nostra chiama “primitive o “incivili”, sono invece quelle che mantengono viva l’idea di UOMO. Nel fumetto ad esempio ci viene espresso il punto di vista di un indiano che “vive la propria vita in armonia con il mondo e in pace con lo spirito”. E’ per questo che l’uomo è stato creato, è così che dovrebbe vivere!. Tutti noi trascorriamo la nostra vita alla ricerca della felicità e con la costante paura di morire prima di averla trovata. Ma quello che differenzia l’uomo vero dall’ uomo delle stazioni, è il modo nel quale egli persegue questa ricerca. Si deve intraprendere un cammino lento e attento, fatto di ricerca introspettiva e rapporti con il mondo circostante, non una corsa solitaria, cieca e sfrenata a quella che sembra essere la via più veloce per raggiungere l’obiettivo. L’amore: è questo che può sconfiggere la morte, non il potere o il denaro. “A cosa serve il possesso se l’uomo muore?” dice l’amico indiano di Tex, ed è questa la domanda che tutti dovremmo porci. “ Il possesso è solo un’illusione” sarebbe l’unica risposta. Sì, solamente un illusione di aver ottenuto la tanta desiderata felicità . Ma poi quegli uomini sono davvero felici? No. Ma purtroppo quando lo comprendono ormai è troppo tardi perché sono già stati travolti da quella fredda massa e non resta loro che morire, infelici, con tutto quello che con l’estremo e totale sacrificio di sé stessi, avevano conquistato. Chi li compiangerà? Chi li ricorderà con affetto? E dire che sarebbe bastato fermarsi un momento ad osservare…scambiare due parole con la persona che ci sedeva accanto, o semplicemente “alzare la testa e guardare il cielo”…

Marta Lai

I poveri aumentano

14/02/2008

Siamo abituati a vedere ed a riconoscere la miseria (o almeno ci sembrava così) vedendo i senzatetto che trascinano a fatica dietro di loro quel poco che hanno, vedendo quelle povere baracche ai confini delle grandi città, nei ricoveri pietosi per la notte o nelle periferie più degradate.

Ma ora c’è un’altra povertà, più discreta, silenziosa, nascosta, la povertà di chi ha un lavoro ma non ce la fa più a mantenere la famiglia; del pensionato che vive con una pensione minima che non riesce a far la spesa per tutto il mese. È un tipo di povertà che non si conosceva fino ad ora ma con l’aumento del caro-vita è esplosa.

Ci vivono in tanti così: infatti sarebbero in molti gli Italiani che arrivano a fine mese con serie difficoltà. Particolarmente sono colpiti gli anziani, uomini e donne soli che hanno una misera pensione, che vivono in case in affitto, che hanno le bollette da pagare e spesso sono di salute cagionevole. In molte città sono nate delle associazioni di volontariato che aiutano queste persone, distribuendo generi alimentari di prima necessità. Tra queste persone c’è anche chi ha perso il proprio lavoro e che si arrangia con piccoli lavori che trova saltuariamente, ma che non gli consentono di vivere dignitosamente.

Viviamo in un paese pieno di contraddizioni, aumentano i nuovi poveri, ma allo stesso tempo aumentano le folli somme che gli Italiani buttano in giochi d’azzardo e in altre cose futili. I dati di un noto rapporto annuale svolto nel nostro Paese ci dice, infatti, che si è poveri, ma si è anche grandi spendaccioni. Noi Italiani risultiamo essere al quarto posto nella classifica dei paesi più “cellular- dipendenti”; possediamo infatti più di due telefonini per famiglia, mentre sono assai poche le famiglie che non hanno un disoccupato in casa. A causa di queste contraddizioni, il Paese ha bisogno di cambiare, in modo che ciascuno possa trovare il posto che gli spetta nella società, possa sentirsi riconosciuto e rispettato nella sua dignità di uomo.

  

Vanessa Frau

Un angelo in casa

10/02/2008

UN ANGELO IN CASA

La vita è come una lunga strada, con tante piccole stradine; se sbagli stradina poi è difficile ritrovare quella giusta.
Qui, con me, a non farmi sbagliare strada, ci sei sempre tu, che anche se fai decidere a me cosa fare,  poi mi aiuti sempre e comunque.
Grazie mio fantastico papà!
Senza di te la mia vita sarebbe come una grande strada desolata e vuota e sarebbe pure quella sbagliata.
Anche se a volte sembra che io stia scegliendo la stradina sbagliata e pensi che ti stia deludendo, semplicemente con il tuo sguardo dolce e triste, capisco che forse devo mettere la marcia indietro e andare piano,  ma per la strada giusta.
Ti vedo ridere, sei così semplice, mi sembra facile capire che sei unico, con un viso angelico e  ti riempirei di coccole!
Ti regalerei una stella, ma non servirebbe a nulla, perchè sei per me la luce dopo la tempesta.                                                                                Tu  sarai  con me sempre !
Forse un angelo sei....
GRAZIE PAPA’!!!!     

=CML=IV C 

O VOTO, voto, perchè sei tu o voto?

16/01/2008

O V O T O, voto, perchè sei tu o voto?

Si avvicinano gli scrutini del primo quadrimestre: gli alunni li aspettano con un misto di desiderio e timore. Desiderio e paura di vedere i “voti”. I voti : questi esseri tanto amati e odiati allo stesso tempo.

Ma li avete mai guardati attentamente?

Il 6 ha una forma semplice, rassicurante; sembra una sedia a dondolo; lo dicono sempre i docenti: è un sei striminzito!, ma come striminzito! allora disegnatelo con un pancino piccolo piccolo; attenti dicono è facile che diventi 5, ma con l’impegno può diventare 7. E allora lui è capace di piegarsi all’inverosimile verso sinistra, cioè verso l’insufficienza, ma con formidabili doti  da equilibrista  alla fine rimbalza e si rimette dritto;

Tutta un’altra cosa il 5 così articolato nella forma, pieno di angoli e curve ha tre vite: orizzontale, verticale e curva, tutte quelle che gli studenti mettono per riuscire ad afferrarlo; in fondo il 6 è un 5 sereno, che ha perso tutti quegli spigoli; è l’effetto di un sospiro di sollievo, quando i muscoli finalmente si rilassano; il 5 non è gravissimo, basta oliarlo un po’, renderlo più elastico, fare in modo che si chiuda e tutti i problemi si risolvono; ma poi che cosa sarà mai un 5, non è mica un’insufficienza così grave!

Che bruttino invece il 4, anche perché ogni docente lo fa a modo suo; per non parlare dei tempi in cui nelle pagelle si scriveva con le lettere: q u a t t r o, estenuante solo leggerlo. C’è chi, con grande crudeltàlpagella o fa tondo, crudeltà massima perché sembra un sei incompleto con un taglietto, un misero taglietto; e dire che anziché cambiare bruscamente strada e spingere la penna verso il basso sarebbe bastato spingere la penna un po’, solo un po’ più a sinistra; c’è chi lo fa chiuso; c’è chi, ancora peggio, lo fa aperto, con quel taglio sulla barretta orizzontale che sembra una ferita; ahi! Un 4 è duro, non ha uno straccio di curva, solo spigoli e non diventa mai 5, diventa 4+, 4½; accidenti che faticaccia.

Che dire del 3? Ci si può consolare notando che, a dispetto della matematica, per i creativi in realtà è la metà di un 8, ma ai docenti questo pensiero non li sfiora proprio, anzi! E’ il massimo della sfortuna; così grazioso in fondo, sembra un cucciolo; in alcune lingue è una lettera; per es in russo è una esse dolce dolce З, perché deve fare così male? Poi ci vengono a dire che il tre è il numero perfetto, che ha valenze quasi esoteriche, bla, bla, bla; è solo sinonimo di debito gravissimo.

Se parliamo del 2 ci viene lo sconforto, sembra uno sgorbio; alcuni prof. lo fanno poi talmente in fretta, forse perché non piace neanche a loro; ma ci sono quei docenti che invece lo arzigogolano accuratamente con tanto di ricciolino alla base; che soddisfazione proveranno mentre lo scrivono?

Esistono anche l’1 e lo 0, ma ormai, per fortuna, non li si usa granché; sembra vi sia un tam tam generale per cui il voto più basso in pagella è il 3; per fortuna pochi sono i 2, personalmente non mi è mai capitato di vedere 1 e 0; anche nei compiti in classe, si preferisce una generica scritta N.C. non classificato.

 pagella 21 e 0 però stanno così bene insieme! Dieci! Caspita! Sembrano un principe con la sua signora, un po’ paffutella certo, ma che coppia! E come tutte le case regnanti del pianeta, ormai si tratta di numero in estinzione; pochissimi osano scriverlo in pagella; in genere compare all’ultimo anno; sarà anche una bella soddisfazione, ma proprio quando ormai uno se ne sta per andare dalla scuola te lo fanno vedere?

Meno elegante, più sportivo, il 9, alto, bello, ricco, perfettamente consapevole di essere il fratello grande del 6, che invece è il fratello piccolo e brufoloso, mentre lui è quello che ormai guida la macchina, altro che motorino sciroccato!

Meno male che nelle pagelle compaiono di tanto in tanto di quei pallini accoppiati: l’ 8, simpatico anche nel nome o t t o; da qualsiasi parte lo leggi è sempre lui, senza ombra di dubbio. E’ un voto tondo tondo, ti riempie la bocca e lo sguardo; non lo molleresti mai; peccato che come arriva spesso se ne va!

Infine c’è il 7, snello ed elegante, fonte di fiducia e tranquillità; è il voto a cui tutti siamo sicuri di poter arrivare di tanto in tanto; ci dà tante di quelle soddisfazioni! Così semplice eppure così forte; sembra la stampella che impedisce al nostro sei a dondolo di rovesciarsi; infatti è così bravo, fa sempre media col 5 e alla fine ci regala ciò a cui veramente aspiriamo: una sana e tranquilla promozione.

Chi di voto ferisce, di voto perisce!

Le regole del gioco

14/05/2007

CARTA, FORBICI E SASSO 

Carta, forbici e sasso è forse uno dei giochi più antichi conosciuti, la sua prima forma è stata quella della “Morra Cinese” evolutosi fino ai giorni nostri in uno dei passatempi più famosi del mondo. Oggi lo praticano in paesi come Asia, America, Europa per i più diversi scopi. E’ Un passatempo utile oppure un metodo di scelta casuale. Il gioco nasce da un ragionamento semplice che oggi è alla base di altri giochi come i Gormiti, le carte dei Pokemon ecc. Il gioco, Infatti, è basato su uno schema di vittoria triangolare:

1.  si recita la famosa formula: “Carta! Forbici! Sasso!

2. si “butta” immediatamente dopo la figura che si è scelta: il pugno per raffigurare il sasso, due dita per raffigurare le forbici e la mano aperta per la carta.

3.  si vince secondo lo schema triangolare e in caso di parità la mano si ripete. 

A questo punto le regole sono spiegate e non mi resta che augurarvi: 
“Buon divertimento!” 

Andrea Filippo Mossa

Io non sono d'accordo!

31/03/2015

vignetta

Alla semplice lettura della frase “Io non sono d’ accordo con quello che tu dici, ma darei la vita affinché tu lo possa dire” scorre nella mia mente un fiume di pensieri di una portata immane. Pensieri che percorrono decine di secoli di storia, che attraversano e sconfiggono il muro del tempo. Nei libri si legge come nel passato idee e opinioni del popolo, difficilmente vennero fatte esprimere dai potenti o dai regnanti, ma quello che più dovrebbe sconcertare è un’ attuale mancanza di libertà di espressione. L’utilizzo del modo condizionale non è casuale, ma ben studiato. Mi riferisco, infatti, al modo in cui l’ opinione pubblica si è divisa a seguito della recente strage avvenuta nella redazione “Charlie Hebdo” in cui hanno perso la vita 12 persone. La divisione non è però avvenuta sulla trucidazione dei compianti giornalisti, che è ovviamente un fenomeno da condannare, ma bensì, sui motivi della strage. L’ irriverenza e la mancanza di ritegno, classica di quella testata giornalistica, avevano reso il giornale in Francia, paese di Voltaire, Diderot e simbolo della libertà, sull’ orlo del fallimento ma non privo di attenzione da parte dei media locali e degli stessi cittadini francesi. Se dovessi trovare un aggettivo o una frase per definire le vignette che settimanalmente apparivano in copertina, fonderei due termini apparentemente incollegabili fra loro: falsa-satira.

satira6La satira, per definizione, dovrebbe in modo pungente divertire il lettore, ma considerando il modo in cui veniva espressa e i dati relativi alle vendite pare ovvio che divertisse solamente gli stessi redatori. L’ utilizzo di quelle immagini, era quindi volto solamente ad offendere le religioni, a insultare, deridere e ridicolizzare ciò in cui miliardi di persone credono. Attualmente in molti si troverebbero d’ accordo nel dire che la persona in vita più eticamente , moralmente, ma soprattutto concretamente corretta sia l’ attuale Vicario di Cristo. E quindi cosa ne pensa il suddetto Papa Francesco della strage avvenuta nella capitale Francese? Come qualsiasi persona avente un minimo di senno, condanna l’ omicidio, ma condanna anche il modo in cui il giornale faceva “satira” religiosa. Ci pone, quindi, davanti ad un esempio pratico e concreto la cui conclusione pare ovvia e naturale. “Se il mio amico qui affianco a me, il dottor Gasbarri, insulta mia madre… che si aspetti un pugno!” In questo caso viene affiancato il ruolo di un genitore alla religione che per un forte credente è fondamentale e il pugno è lo strumento che simbolicamente si dovrebbe usare per difenderla. A questo punto, alla domanda se questo tipo di satira è corretto che venga lasciata esprimere oppure no, la mia risposta sarebbe un fermo e deciso no, ma non utilizzando le armi ma la semplice superiorità intellettuale. È questo il metodo migliore per fare in modo che questo tipo di satira sparisca dal pianeta: ignorare il contenuto e attendere pazientemente che la testata fallisca per le mancate vendite. Va però affermato che questo tipo di giornali non dovrebbero nemmeno esistere perché quando si va a ledere la sensibilità o i sentimenti di un altro, non è più libertà ma un abuso di quest’ ultima.

Nicholas Salis   4 SA

 

 

La Felicità: L’arte della vita

13/01/2012



LA FELICITA’ :  L’ARTE DELLA VITA

Il raggiungimento della felicità è probabilmente l’obbiettivo che ogni uomo desidera conseguire all’interno della società. Sin dai primi secoli, i più grandi saggi hanno cercato un modo con il quale la felicità possa essere raggiunta. Anche un’importante nazione come gli Stati Uniti d’America ha dichiarato il perseguimento della felicità come uno dei diritti di cui si deve avvalere l’uomo, insieme alla libertà e alla vita, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione e di opinioni politiche o sociali. Con il passare degli anni si è saldamente venuto a creare all’interno della società un obbligo alla felicità; ma mentre vent’anni fa i criteri di felicità erano semplici e molto più perseguibili, oggigiorno stanno diventando sempre più complessi e quindi difficili da raggiungere. Infatti gli studiosi Maggioni e Pellizzari scrivono: “Ognuno si dichiara soddisfatto in relazione a ciò che può realisticamente ottenere, di conseguenza oggi siamo effettivamente più felici di vent’anni fa, ma non ci riteniamo tali perché le nostre aspettative sono cambiate, migliorate, e desideriamo sempre di più” (1) .

FelicitaInoltre i mass-media ci prescrivono la felicità, la pongono come un obbligo; ma più inseguiamo la felicità più essa ci sfugge come un amore troppo desiderato. I criteri che si hanno per il raggiungimento della felicità sono molto complessi, spesso difficili da seguire, implicano dei sacrifici e delle sfide contro le nostre capacità, e quindi richiedono uno sforzo maggiore.

Z. Bauman, nel suo saggio “L’arte della vita”, afferma: “La nostra vita è un’opera d’arte. Per viverla come esige l’arte della vita, dobbiamo porci delle sfide difficili, da contrastare a distanza ravvicinata; dobbiamo scegliere obbiettivi che siano alla nostra portata e dobbiamo tentare l’impossibile. E possiamo solo sperare di riuscire prima o poi, con uno sforzo lungo e lancinante, a raggiungere quegli obbiettivi, dimostrandoci all’altezza della sfida”.

Nessuno ha detto che il perseguimento della felicità sarebbe stato facile, che la strada per il suo raggiungimento sarebbe stata spianata, ma, come in ogni strada si possono trovare degli ostacoli, anche in quella per la felicità ci sono delle sfide, dei problemi da superare. Ognuno di noi, davanti a un problema spesso preferirebbe scappare piuttosto che affrontarlo; ma, a mio parere, ogni cosa accade per un motivo e non esiste problema che non possa essere risolto, in quanto ciascuno di noi, nel suo piccolo, ha già dentro di sé il seme della soluzione: deve solo impegnarsi e fare uno sforzo affinché esso germogli.

In fondo non importa quello che ognuno di noi diventerà, l’importante è che ciascuno di noi coltivi le proprie passioni, realizzi se stesso. E per questo serve una società presente ed efficiente, che crei le possibilità con le quali ogni uomo possa sviluppare le proprie capacità, i propri talenti con il fine di raggiungere la felicità personale senza troppe pretese; perché la felicità si trova nelle piccole cose.

(1) M. Maggioni-M.Pellizzari, Alti e bassi dell’economia della felicità, in “La stampa” del 12/05/2003


Sitografia:       

http://www.ibs.it/code/9788842088912/bauman-zygmunt/arte-della-vita.html

 

 

Giulia Damasco III E

 

 

Tommaso Campanella

12/03/2015

Una vita tra complotti, carcere, torture e fughe
Tommaso Campanella fu un filosofo, teologo, poeta e frate domenicano italiano. Egli nacque a Stilo, in Calabria, il 5 settembre del 1568, e a soli quattordici anni entrò nell’ordine domenicano assumendo il nome di Tommaso e dedicandosi agli studi di teologia, metafisica e di opere aristoteliche. Si accorse ben presto che l’abito religioso non lo soddisfava, poichè era convinto che non esistesse solo la filosofia scolastica e che la natura potesse essere osservata per quello che era, senza schemi precostituiti. Così già dal 1589 si può osservare la sua piena adesione al naturalismo di Telesio con una cornice neoplatonica.
Nel 1590 si trasferì a Napoli iniziando gli studi scientifici legati a quelli alchemici e magici. Nel 1591 venne arrestato con l’accusa di pratiche demoniache e condannato ad un anno di carcere. Giunto a Padova incontrò Galilei, ma venne arrestato e più volte torturato dall’Inquisizione. Per sopravvivere fu costretto ad abiurare i suoi scritti. Nel 1597 venne arrestato per la quarta volta e gli fu vietato di scrivere.
Intorno al 1600, trasferitosi in Calabria, progettò la costituzione di una Repubblica Calabrese ideale, comunista e teocratica: per far ciò sarebbe stato necessario cacciare gli Spagnoli ricorrendo anche all’aiuto dei Turchi. Campanella, sospettato di congiura, venne trasferito a Napoli, rinchiuso a Castelnuovo e accusato nuovamente di fronte al Santo Uffizio. Essendo relapso, cioè recidivo di eresia, gli sarebbe spettata la pena capitale, ma si finse pazzo per aver salva la vita. Così venne torturato e rinchiuso per ventisette anni in prigione. Qui scrisse varie poesie e le sue opere maggiori tra cui Metafisica, Teologia e Città del Sole.
Nel 1616 intervenne nel processo contro Galileo Galilei pronunciando l’Apologia di Galileo.
Tra il 1626 e il 1629, Campanella venne scarcerato e andò a vivere per cinque anni a Roma, dove fu consigliere di Urbano VIII per le questioni astrologiche. Pochi anni dopo fuggì in Francia dove, protetto dal cardinale Richelieu e ospitato benevolmente da Luigi XIII, trascorse gli ultimi anni della sua vita attendendo la pubblicazione delle sue opere. Morì il 21 maggio del 1639.

Dalla Metafisica alla Rivoluzione
In età giovanile Tommaso Campanella si rifece al naturalismo di Bernardino Telesio, secondo cui alla base della natura vi sono tre principi, caldo, freddo e massa corporea, frutto della creazione divina che ha voluto donare a tutti gli esseri la sensibilità, in quanto è comune a tutti gli enti la struttura della natura.
Il naturalismo di Campanella è un’esasperazione di quello telesiano, in quanto egli sostiene che tutta la conoscenza è legata all’azione dei sensi e non alla razionalità, che deriva invece dalla sensazione.
Telesio inoltre afferma che la conoscenza si identifica con il contatto tra l’organo di senso e il sensibile, mentre Campanella sostiene che il conoscere non si risolve esclusivamente in una pura passività dell’organo di senso, ma implica una consapevolezza di fondo di sentire, cioè l’essere consapevole di essere modificato da un oggetto esterno. Perciò, l’atto del conoscere s’identifica con la consapevolezza di sentire. Il soggetto dovrà chiarire questa consapevolezza interiore.
Inoltre Campanella, a differenza di Telesio cerca di rivalutare l’uomo e individua due tipi di conoscenza: una innata e una esteriore. La prima, definita “sensus additus”, è la condizione di ogni altra conoscenza in quanto conoscenza di sé, un sapere originario di cui non si può dubitare, mentre la seconda, definita “sensus abitus”, è la conoscenza del mondo esterno. Il sensus additus è proprio non soltanto dell’anima umana, bensì appartiene a tutte le cose naturali ed è la conoscenza che l’anima ha di se stessa: questo sarà il punto di partenza della filosofia cartesiana basata sul cogito.
Campanella sostenendo che i tre principi sono frutto della creazione divina, si rifà a un Dio, ben differente da quello telesiano, che si manifesta al mondo, creandolo e governandolo attraverso le primalità potenzasapienza amore illimitate, le quali vanno a costituire l’essenza di tutte le cose. Nelle cose finite, però, che possiedono sia l’essere che il non essere, vi saranno le primalità dell’essere, ma limitate da quelle del non essere, l’impotenza, l’insipienza e l’odio. La scoperta delle tre primalità equivale per Campanella alla distruzione della tirannide, dei sofismi e dell’ipocrisia, e quindi di tutti i mali che da questi derivano nel mondo. 
La filosofia , per il filosofo, doveva essere la leva per la realizzazione di una riforma politica che eliminasse i mali dal mondo e lo restituisse alla giustizia e alla pace. E tale in realtà fu l’interesse dominante di tutta l’opera di Campanella, la quale si sviluppa gradualmente dalla fisica alla metafisica, sino alla costituzione della teologia come fondamento dell’unità religiosa del genere umano e della sua unificazione politica.

 

L’Utopia e la Città del Sole
Questo progetto politico- religioso viene esposto ne La Città del Sole, dove Campanella vagheggia l’instaurazione di una felice e pacifica repubblica universale retta su principi di giustizia naturale e governata da un principe sacerdote, detto Sole o Metafisico, assistito da tre principi collaterali, Pon, Sin e Mor (Potenza, Sapienza e Amore). La città, in cui vigono la comunione dei beni e delle donne, è una città utopistica e non reale perchè Campanella ritiene che non esista uno stato in cui vengono rispettati i principi di giustizia e uguaglianza.
Per quanto riguarda la religione dei solari, Campanella riconobbe e difese il cattolicesimo come religione naturale e innata, conforme alla ragione e quindi comune a tutti i popoli ed universale. Tutte le altre religioni invece, furono ritenute imperfette e acquisite, e da qui la religione naturale come fondamento di esse.

Io nacqui a debellar tre mali estremi
Di seguito una delle poesie più celebri di Campanella 

 

Delle radici de’ gran mali del mondo

Io nacqui a debellar tre mali estremi:
tirannide, sofismi, ipocrisia;
ond’or m’accorgo con quanta armonia
Possanza, Senno, Amor m’insegnò Temi.
Questi princìpi son veri e sopremi
della scoverta gran filosofia,
rimedio contra la trina bugia,
sotto cui tu, piangendo, o mondo, fremi.
Carestie, guerre, pesti, invidia, inganno,
ingiustizia, lussuria, accidia, sdegno,
tutti a que’ tre gran mali sottostanno,
che nel cieco amor proprio, figlio degno
d’ignoranza, radice e fomento hanno.
Dunque a diveller l’ignoranza io vegno.

 

Inoltre, secondo recenti ipotesi, Campanella avrebbe avuto tendenze omosessuali; di seguito è riportata parte della corrispondenza che egli tenne con il suo compagno di cella la notte del 14 aprile del 1600, pervenutaci grazie alle trascrizioni di una spia che dovette verificare che la pazzia del frate fosse vera e non simulata:

Fra Tomase: “O fra Pietro, perché non opri qualche modo e dormiamo insiemi e godemo".
Fra Pietro: “Volesse Dio, e dovesse dare dieci docati alli carcerieri ; e a te, cor mio, te vorria dare vinte basate per ora.”

Altra testimonianza della presunta omosessualità è data da alcuni versi del sonetto dedicato appunto a Petrillo Cesarano, nipote del medico che curò Campanella dopo la tortura:

Bellissimo fanciullo oggi è comparso, 
qual luce all’oscurissima mia vita, 
temperando la mia doglia infinita, 
in sue domande onestamente scarso. [...]

[...] Glorioso garzon, che ’l cor mi pungi, 
di castissimo amor usando l’arco, 
e nuovo senno al mio perduto aggiungi [...]

 

Le torture e la finta pazzia
verbali delle torture subite da Tommaso Campanella mostrano come egli, finito nelle mani dell’Inquisizione romana e messo sotto tortura, decise di fingersi pazzo per porre fine a quello strazio; per verificare se effettivamente fosse impazzito, lo torturarono per varie ore per osservare le sue reazioni:
E cosí i Signori ammonirono lo stesso fra Tommaso a voler smettere la simulazione di follia e di insipienza, perché era ormai giunto il momento di ravvedersi, altrimenti sarebbe andato incontro a grossi guai.” 
Allora Campanella, sotto tortura, esclamò: “vedo cavalli bianchi!”; 
Allora i Signori giudici, dando esecuzione alla lettera dell’illustrissimo e reverendissimo signor Cardinale di Santa Severina datata da Roma il 24 marzo prossimo passato, allo scopo di mettere alla prova la simulazione predetta, ordinarono che lo stesso fra Tommaso venisse sottoposto al supplizio chiamato “la veglia”, cioè posto su un supporto di legno, sopra del quale venne legato; e mentre si cominciava a legarlo disse: “Legatimi bene. Vedete che mi stroppiati. Ohimè, Dio! Ohimè, Dio!”. E fu legato a sedere su quel supporto detto “il cavallo”, con le mani dietro le spalle, appeso alla fune della tortura, ed era l’undicesima ora.”
Dopo varie ore di tortura Campanella venne riconosciuto pazzo e liberato, ebbe ancora la forza per esclamare sotto voce: “pensavano che fossi coglione e ch’io dicea!

    

 

Giudizi e commenti su "Mischineddus"

28/03/2014

Ecco le interpretazioni personali e le valutazioni finali che gli alunni della II F hanno raccolto a conclusione del loro lavoro sul romanzo "Mischinéddus" .

                                                                                   

Il libro ha suscitato gran parte del mio interesse perché tratta un argomento di cui non ero a conoscenza: quello dei bambini abbandonati nelle ruote dei conventi, che consentivano un sicuro anonimato. Inoltre mi ha fatto conoscere una Cagliari diversa da quella che conosciamo oggi; interessante l’ambientazione in luoghi che tuttora esistono (ho scoperto infatti che la ruota esiste veramente nel convento delle suore cappuccine situato nelle vicinanze di Via Manno) e che in quell’epoca hanno avuto un’importanza notevole. I personaggi invece non riescono più di tanto ad attirare la mia attenzione e a coinvolgermi forse perché sono molti e ognuno ha personalità diverse e mi sembrano impegnati nella quotidianità della vita, mentre non vi è molto spazio per l’introspezione del loro carattere e dei loro sentimenti. E’ un romanzo di piacevole lettura che può animare l’immaginazione del lettore, trasportandolo in una città non molto diversa da quella odierna e in situazioni che ormai sono fuori dal tempo.

Alice Cocco

 

Questo libro non mi ha affascinato moltissimo poiché c’erano molte parti espresse in sardo, che purtroppo non conosco bene. La storia è però qualcosa di innovativo, scrivere un libro sui figli della ruota non è cosa da molti. La descrizione dell’ambiente è ottima, in alcuni passaggi mi immedesimavo nel protagonista, vivendo esperienze quasi reali, tuttavia il romanzo talvolta è risultato monotono e quasi noioso, infatti mi è capitato qualche volta di perdere il filo del discorso.

Marco Corrias

 

Un romanzo bellissimo, vero, che racconta, informa, commuove. Penso che il libro meriti di essere letto da tutti -soprattutto i sardi!- perché dice molto sulla nostra terra, la nostra Isola, come il fatto che di così belle se ne trovino poche, ma che durante i tempi andati come il 1600, vivere era un’impresa ed era fortunato chi ci riusciva. Il personaggio che mi ha colpito di più è stato Antonio per la sua dolcezza, la sua sensibilità e la sua razionalità. Ma mi sono piaciuti anche il vecchio Dillu e la scimmietta Mantrinìca: il primo, perché dice sempre qualcosa di saggio e riesce a farsi amare da tutti grazie al suo modo di comunicare in versi; la seconda, mi è piaciuta perché instaura con Antonio un legame di amicizia quasi fraterna, riesce a comprenderlo e cerca di tirarlo su quando è triste improvvisando buffe scenette. Il romanzo mi ha coinvolto per quanto riguarda la narrazione delle avventure di Antonio, ma l’ho trovato un po’ più pesante nelle pause descrittive o riflessive, quando il protagonista spiegava più a fondo qualche aspetto di questa o quella situazione, spesso dilungandosi anche per interi capitoli. Nonostante questo, penso che Mischineddus sia un libro davvero bello e appassionante!

Elisa Farris

 

Appena ho iniziato a leggere l’opera ho subito pensato che fosse un libro noioso, ma con lo sviluppo della trama, mi sono appassionato, trovando alcune parti addirittura divertenti. In sostanza, questo libro mi è piaciuto, anche se non appartiene ai generi letterari che leggo di solito.

Alessandro Fresu

 

E’ un libro che mi ha colpita molto perchè racconta il passato in una maniera non troppo crudele. Ma chi legge attentamente e afferra il significato di ogni singola parola. Solo al pensiero che i bambini venivano abbandonati così mi fa venire i brividi. Mi rendo conto di quanto sono fortunata ad avere una casa, ad avere dei genitori che mi amano e che si preoccupano per me. Eppure le persone oggi guardano con disprezzo un senza tetto o un bambino che chiede l’elemosina. Penso che al giorno d’oggi cose del genere sono ormai reputate “normali”. Invece mi chiedo: perché deve essere così? Perché non possiamo migliorare la situazione di queste persone? Mi ricordano tanto i chicos della ruota, per questo provo una pena infinita per loro. Credo che questo libro dovrebbero leggerlo TUTTI, nessuno escluso. Ognuno di noi dovrebbe conoscere ciò che è stato, e fare in modo che non si ripeta mai più. Nessun bambino deve essere abbandonato, tantomeno maltrattato. Tutti dovremmo responsabilizzarci di più e cercare, nel nostro piccolo, di fare qualcosa per migliorare una situazione che purtroppo è ancora attuale.

Noemi Massa

 

Il romanzo mi è piaciuto tanto. Inizialmente non pensavo fosse così, ero convinta che parlasse semplicemente dei bambini della ruota, invece espone la vita e le preoccupazioni di un bordeto che non si lascia intimorire davanti a niente. Mi piace la figura del narratore e come ha rivissuto la storia di Antonio facendo riferimento anche a precedenti incarnazioni del suo spirito come se ci fosse un collegamento tra il nostro mondo e quello delle anime. Le cose che mi hanno colpita di più sono: il modo in cui Antonio racconta della sua nascita e l’incontro con Antonedda, ricco di particolari che trasmettono tante emozioni.

Jennifer Pitzalis

 

È un romanzo abbastanza complicato sia per l’uso frequente del sardo, del catalano e del latino sia per il fatto che l’autrice ha scelto uno stile di scrittura molto articolato. Per storia è molto appassionante e coinvolgente. Ciò che mi ha sorpresa è che nonostante siano passati sette anni dall’anno della prima pubblicazione questo libro non sia molto conosciuto o in Sardegna, nonostante il romanzo sia ambientato in un’epoca molto lontana dalla nostra è sempre molto interessante leggere il racconto della vita e delle avventure di un uomo vissuto nel 1600.

Jessica Vacca

 

Ho trovato il libro Mischineddus abbastanza difficile per il lessico e lo stile, in alcune parti vi sono periodi molto lunghi in cui il narratore si sofferma nei dettagli di liste e documenti storici abbandonando la narrazione della storia, quindi per me è stato difficile tenere il filo del discorso. Ho comunque apprezzato la presenza del sardo e la descrizione dei luoghi, che, conoscendoli, mi hanno permesso di immaginare più facilmente il contesto e lo scenario della storia. Inoltre mi ha positivamente stupito il finale che ho trovato molto emozionante.

Michela Vincis

Da Guttenberg all’e-book

05/03/2012

In 500 anni, i mezzi di comunicazione hanno subito delle variazioni straordinarie. Grazie a Guttenberg, la cultura e l’informazione iniziarono a diventare realtà potenzialmente aperte a tutti. Nei secoli precedenti, i libri che si potevano trovare sul mercato erano pochissimi e le copie presenti erano un’esclusiva, “riservata” alla lettura di ricchi intellettuali. 
L’elevato costo dei volumi dipendeva specialmente dal fatto che i volumi venissero trascritti a mano nei monasteri da alcuni monaci detti amanuensi, che si occupavano di ricopiare i vari testi. A quei tempi, le persone che sapevano leggere erano ben poche, e quindi la diffusione dei libri rallentò anche per questo motivo. Questa situazione terminò nel Quattrocento quando Gutenberg riuscì a stampare 200 copie della Bibbia, con una sua invenzione: la stampa a caratteri mobili. 
Il procedimento messo a punto da Gutenberg consisteva nell’allineare i caratteriche componevano le parole in modo da ottenere una, che veniva cosparsa d’ inchiostro e poi pressata sopra un foglio di carta lasciando così l’impronta dei caratteri. Poiché precedentemente le matrici venivano ricavate intagliando un unico pezzo di legno, che quindi poteva essere usato solo per quella stampa, la novità di Gutenberg stava nel fatto che si potessero riutilizzare gli stessi caratteri anche per stampe diverse.


Da questo momento i libri iniziarono a diventare più economici poiché con il nuovo sistema venivano prodotte molte più copie e in minor tempo. Nel frattempo la stampa ha incominciato il suo cammino per diventare un mezzo di informazione di massa;  le stampe dei primi quotidiani hanno consentito al popolo di rendersi conto che i tempi stavano cambiando e che ormai la lettura non era più solamente l’hobby dei ricchi. Al giorno d’oggi il progresso ha fatto grandi passi avanti.
L’uso del computer, e soprattutto di internet, hanno rivoluzionato completamente le nostre vite, anche se non sempre in maniera positiva. Grazie alla rete, infatti, la comunicazione è diventata velocissima e soprattutto alla portata di tutti. In qualsiasi momento ognuno può collegarsi e informarsi su quello che succede in tutto il mondo grazie a miliardi di notizie aggiornate minuto per minuto. Oggi infatti avere a disposizione un computer con accesso alla rete, semplifica notevolmente tutto ciò che riguarda l’informazione, tenendo presente che basta un semplice “click” per informarsi su qualsiasi argomento.
Pertanto, è scontato che la maggior parte dei giovani (e meno giovani) preferisca avvalersi dell’uso di internet anziché cercare nelle biblioteche avendo a disposizione in qualsiasi momento con estrema facilità sulla poltrona di casa, un enorme scelta di documenti ed articoli. Di conseguenza, nella nostra epoca del “dopo Gutenberg” anche il diffondersi della cultura è cambiato. Si è passati dal semplice ma amato libro di carta all’e-book, libro elettronico. Il nuovo libro può essere scaricato e letto su computer, cellulari e tablet.
 L’e-book costituisce un’ importantissima invenzione che permette una diffusione della cultura sempre più veloce. Il problema principale delle nuove innovazioni, è che troppo spesso se ne fa un uso eccessivo, considerando internet la risoluzione assoluta di tutti i problemi, senza tener presente che internet non è una fonte certa perché con l’uso dell’attuale web 2.0 ognuno può diventare “autore” e non solamente  “lettore”; ciò rende internet una fonte non totalmente attendibile. In conclusione, ora come ora, non possiamo affidarci totalmente a questo strumento che, come si suol dire, va preso ancora “con le pinze”,  ma… Fra cent’anni, che fine faranno gli scaffali delle biblioteche?

Valeria garau III F 

Sitografia
http://it.wikipedia.org/wiki/Johann_Gutenberg
http://www.i-libri.com/johannes-gutenberg-e-linvenzione-della-stampa-a-caratteri-mobili.html

Primo Maggio 2010

Primo maggio 2010

 

Parlare di festa dei lavoratori nel pieno della più grande crisi economica, finanziaria e sociale dopo quella del 1929 (la prima crisi realmente globale) è abbastanza difficile. Molti esperti di economia ed istituti internazionali hanno ricostruito le origini, i processi e le responsabilità di questa situazione; sicuramente non si uscirà dalla crisi né domani né dopodomani: essa è destinata a pesare sul nostro futuro e, soprattutto, su quello delle nuove generazioni.

Poiché uno dei valori fondanti della nostra Carta costituzionale è il lavoro e il 1° Maggio si celebra la festa dei lavoratori, ci sembra doveroso ricordare i tanti problemi di oggi e le realtà nelle quali si trovano  quotidianamente tanti cassintegrati, licenziati, disoccupati, inoccupati, precari, giovani senza una prospettiva di occupazione, lavoratori in mobilità, migranti che perdono il lavoro e la possibilità di restare nel nostro Paese, laureati che hanno studiato, hanno competenze, talento e sono costretti ad andare fuori dall’Italia per lavorare a un progetto di ricerca, l’elenco dei senza lavoro potrebbe continuare ancora.

I dati pubblicati dall’ISTAT (Rilevazione sulle forze di lavoro nella media del 2009 diffusa proprio in questi giorni) confermano un quadro sconfortante, specie per il Sud e la nostra isola: la Sardegna insieme alla Sicilia e la Campania è la regione con il tasso di disoccupazione più alto d’Italia. Sempre secondo l’ISTAT,  c’è stato un incremento del tasso di disoccupazione giovanile, passato dal 21,3% del 2008 al 25,4% nel 2009. Anche in questo caso a livello territoriale le regioni meridionali mostrano i livelli di disoccupazione più alti, soprattutto Sardegna, Sicilia e Basilicata (con valori pari rispettivamente al 44,7%, 38,5% e 38,3%).

 

Se, come scrisse Giuseppe Di Vittorio, “le classi lavoratrici sono la democrazia e sono lo Stato”, allora dedichiamo ai (non)lavoratori  appartenenti alle categorie elencate sopra - anche loro sono la democrazia e sono lo Stato -  una breve storia delle origini della FESTA DEL LAVORO.

  

aemme

Il dito che indicò la luna

16/12/2011

’’Galileo chi si oppose al tuo genio, fu più vil del coyote nel canyon, se la chiesa ti ha messo all’indice, beh che male c’è tu la metti al medio’’. Così canta il cantautore pugliese Michele Salvemini, in arte Caparezza
Il dito medio di Galileo, fa la sua ri-comparsa nella primavera del 2010, dopo aver viaggiato per tantissimi anni nelle mani di vari collezionisti e non solo, e da allora è custodito al museo della scienza di Firenze. 
Puo’, anche solo una piccola parte del corpo contenere l’estro del maestro? Può essere posseduta da terze persone nella speranza di ottenere un solo briciolo di genialità? La risposta è indubbiamente negativa, e si ringrazia l’ultimo proprietario per aver posto fine al macabro viaggio della reliquia. 



Il 12 marzo 1737, nella cappella del Noviziato in Santa Croce di Firenze, la salma di Galileo venne riesumata, alla presenza di uomini illustri, per essere collocata nel monumento nella stessa chiesa, ma cosa spinse il naturalista Giovanni Targioni Tozzetti ad appropriarsi di una frazione del corpo? 
Probabilmente la soddisfazione di possedere una minima parte di quello che fu il vero scienziato che diede vita, fra le varie invenzioni, al cannocchiale realizzato nell’estate del 1609. 
Il cannocchiale di Galileo ebbe origine da quello costruito in Olanda nel 1608, dall’occhialaio Hans Lippershey adattandolo all’osservazione dei corpi celesti. Dopo averlo ultimato Galilei presentò il suo cannocchiale alle varie corti , e Il principe Federico Cesi, rinominò lo strumento ’’telescopio’’ dal greco tele (lontano) e scopeo (vedo). Quando lo presentò al governo della Serenissima, il Doge raddoppiò il suo stipendio per incentivare Galileo a proseguire gli studi nella sua città. 
Il cannocchiale, o telescopio, galileiano era molto semplice: composto da un tubo principale e due sezioni minori dove erano posti l’obiettivo e l’oculare. Il tubo principale, composto da due tubi tenuti insieme da un filo di rame, è ricoperto di carta. 
L’obiettivo misura 51 mm di diametro ed era costituito da una singola lente convergente, mentre l’oculare era formato da una lente singola divergente. 
La lente oculare andava collocata verso l’obbiettivo, e il fascio luminoso emergente dall’oculare doveva risultare parallelo, di modo da essere successivamente focalizzato dall’occhio. 


Lo strumento offriva alcuni vantaggi, la compattezza e l’assenza di prismi raddrizzatori, ma allo stesso tempo il cannocchiale di Galileo presenta alcuni svantaggi, infatti gli ingrandimenti sono limitati,e se non si vuole avere un campo di vista molto piccolo è necessario stare molto vicini all’oculare. 
Galileo concepì ingegnosi accessori per i diversi impieghi del cannocchiale: il micrometro, per misurare le distanze tra Giove e i suoi satelliti, e l’elioscopio, per osservare le macchie solari senza subire danni alla vista 
Nonostante questo strumento sia stato ormai di gran lunga superato da attrezzature moderne e molto più sviluppate, sul modello galileiano vengono ancora utilizzati dei piccoli binocoli da teatro, molto spesso adornati. 
Non ci resta che sperare che sia ben chiaro nelle menti, che un dito illustre non donerà mai nessun vantaggio, e nessuna grande qualità a chi lo possiede, ma un proverbio cinese dice ’’Quando il dito indica la luna, lo sciocco guarda il dito’’ !

 

Roberta Ibba IV F

 

Sitografia


Brunelleschi
Istituto Calvino
Wikipedia
Galassiere
Museo Galileo

I traguardi della scienza

19/05/2010

La scienza, il complesso organizzato di cognizioni relative a determinate categorie, fatti o fenomeni, ha conosciuto, nel corso della storia, numerose trasformazioni passando attraverso diversi gradi di sviluppo. Esistono due tipi fondamentali di scienze: la scienza pura, che si limita alla ricerca prescindendo dalle applicazioni pratiche, e la scienza sperimentale, che ha come metodo il ricorso all’esperimento. Nel loro insieme possono essere definite, in maniera generale, come un insieme di discipline che studiano un determinato ambito della natura, come nel caso della fisica o della chimica, e della vita umana, ad esempio attraverso le scienze politiche e sociali o attraverso la filosofia. Proprio quest’ultima, in passato, era considerata al pari di una vera e propria scienza e in quanto tale tentava di dissipare il dubbio per pervenire alla conoscenza della verità. Ebbe un ruolo particolarmente importante e attraverso la riflessione filosofica gli uomini tentarono do comprendere i complessi meccanismi che animano il mondo, in quanto essa si mostrava capace di superare i limiti che invece caratterizzavano le altre scienze. Niccolò Copernico, per esempio, diede vita ad una vera e propria “rivoluzione”, detta appunto “copernicana”, giungendo alla comprensione che al centro del Sistema Solare non vi era la Terra ma bensì il Sole, e tutti gli altri pianeti, compreso il nostro, ruotano intorno a questa enorme stella. Ma attraverso la filosofia si tentava non solo di capire gli aspetti nascosti della natura organica e inorganica, piante e animali, ma si conduceva un’analisi circa i meccanismi che muovono la psiche umana. Il filosofo con la sua analisi tenta di comprendere quali sono i limiti del pensiero, ciò che l’umanità può conoscere e ciò che essa non può conoscere. Le rivoluzione copernicana fu portata avanti da filosofi quali Kant o Fichte che spostano il loro interesse sull’uomo, collocando il pensiero o ragione al centro del sistema, e ponendo gli oggetti naturali intorno ad esso, come la Terra ruota intorno al Sole. Però mentre Kant individuava un limite alla conoscenza, rappresentato dalla “cosa in sé”, Fichte, e più in generale gli idealisti, ritenevano che la conoscenza non avesse alcun limite, poiché la “cosa in sé”, in quanto pensata, è già appartenente al pensiero. Però tale disciplina, tale scienza, attualmente non ha più la grande importanza che aveva avuto in passato, e ha ceduto il suo posto alle scienze propriamente dette, quali la fisica, l’astronomia, la chimica, che fondano le proprie affermazioni e certezze sulla “sperimentazione” e la ricerca. L’osservazione è particolarmente importante e assolutamente necessaria. Tutto si basa sulla sperimentazione, sul dimostrare le proprie tesi attraverso un metodo che consiste nel riprodurre i fenomeni naturali in condizioni che ne agevolino lo studio e il controllo. I luoghi utilizzati per gli esperimenti sono, ad esempio, i laboratori, ma anche luoghi comuni e più semplici, delle strutture qualsiasi, come quella che venne sfruttata da Leon Foucault nel 1851 per le sue ricerche in campo astronomico. Egli legò alla volta del Pantheon di Parigi un pendolo di dimensioni notevoli e dotato di lunghe oscillazioni. All’estremità inferiore di esso era collocata una punta che tracciava dei solchi su della sabbia posizionata appositamente sul suolo, sul suo piano di oscillazioni. Quest’ultimo, in base agli studi, rimane sempre nella propria posizione, ma dopo ore si notò che la punta del pendolo non passava mai nello stesso punto, tracciava solchi sempre diversi, come se il piano delle oscillazioni ruotasse; ma dato che ciò non è possibile si comprese che era il suolo stesso a ruotare. Così Foucault dimostrò che la Terra si muove intorno al proprio asse di rotazione con un movimento d ovest verso est (se osservato dal Polo Nord). Questo esempio ci fornisce informazioni importanti circa il valore delle sperimentazioni scientifiche. Per mezzo di esse lo sviluppo tecnologico e scientifico ha conosciuto un enorme fase di sviluppo. Basti pensare ad esempio alla seconda rivoluzione industriale o alla “Grande Guerra” in cui la tecnologia, grazie alle nuove scoperte, mostrò un elevatissimo grado di sviluppo, con la nascita di armi più efficienti e violente, nuove industrie, (come quella metal-meccanica, chimica, siderurgica) e con l’utilizzo di nuove fonti energetiche come l’elettricità e il petrolio. Se pensiamo al presente, ai nostri giorni, notiamo che l’evoluzione delle scienze e delle conoscenze ha raggiunto una condizione estremamente elevata, con la nascita di computer, telefonia mobile, lettori musicali digitali ecc. le scienze sperimentali però, a mio parere, non forniscono saperi certi, finiti, che non hanno bisogno di ulteriori ricerche e analisi. L’uomo non potrà mai pervenire ad una certezza assoluta in quanto il sapere è in continua evoluzione e ci sarà sempre la presenza di dubbi che dovranno essere spiegati e risolti. Le affermazioni delle scienze avranno sempre un determinato grado di dubbio. Alla tesi si opporrà sempre un’antitesi. È proprio questo permanere del dubbio, di uno stato d’animo sospeso tra l’ignoranza e la certezza, che permette all’uomo di crescere, imparando dagli errori, perfezionandosi e migliorandosi, consentendo all’umanità si andar sempre più lontano percorrendo la strada che la avvicinerà alla verità.

Federica Loi VD

La morte riconcilia tutti?

19/05/2010

La tematica della morte, l’annullamento dei sensi, la fine del percorso che prende il nome di “vita”, è stata particolarmente presente nella poetica di Ugo Foscolo, e rappresenta uno dei tratti caratteristici della sua singolare personalità. Essa è vista dal poeta come l’unica soluzione possibile nei confronti di una realtà storica negativa, che non presenta nessun’altra via d’uscita. Questa visione nasce da una componente filosofica che prende il nome di “materialismo”, propria di chi ritiene che la realtà sia solo ed esclusivamente “materia”, privando d’importanza lo spirito e determinando, quindi, la negazione della sopravvivenza dell’anima dopo la morte. Essa segna l’annullamento totale dell’individuo. Foscolo, però, era insoddisfatto da queste posizioni. Tentò di superarle nel corso della sua esistenza, ma non riuscì mai a realizzare del tutto il suo intento. La morte è presente in numerose delle sue opere, come ad esempio nei sonetti quali “ Alla sera”, “ A Zacinto”, ma soprattutto nel poemetto “I Sepolcri”. Tale opera, dedicata dal poeta all’amico Ippolito Pindemonte, nacque da una discussione avvenuta con quest’ultimo circa l’importanza delle tombe, scaturita dall’emanazione dell’editto napoleonico di Saint-Cloud, con cui si imponevano le sepolture fuori dai confini delle città e si regolamentavano le iscrizioni sulle lapidi. Foscolo inizialmente aveva negato la loro importanza e il loro valore, ma nel corso dell’opera il suo pensiero si evolve, e giunge a riconoscere in esse un valore prima di tutto affettivo, poi civile e storico. Le tombe per Foscolo rappresentano un mezzo attraverso cui mantenere vivi gli affetti familiari, rappresentano una “casa” per gli esuli privi di patria, uno strumento con cui è possibile riconciliarsi con le proprie origini e la propria storia. Le tombe svolgono anche una funzione di esempio, di guida, in particolare quelle dei grandi uomini del passato, il cui ricordo dura nei secoli, “sono un messaggio che travalica il tempo”. Ha un particolare valore, per quanto riguarda tutti gli aspetti precedentemente detti, la situazione del poeta Giuseppe Parini, al quale fu negata una degna sepoltura. Foscolo apre così una polemica molto accesa, che sposta il discorso dal piano affettivo ad un piano molto più ampio. Parini, infatti, non fu un semplice individuo, ma fu un poeta che con le sue opere ha colpito gli aspetti negativi della società in cui viveva. Per Foscolo è necessario tenere conto della distinzione tra “virtù” e “delitti”, e quindi è un errore collocare gli uomini illustri al pari degli uomini corrotti e meschini, che durante la loro esistenza hanno provocato dolore e tristezza. La morte annienta questa distinzione tra virtù e delitti, tra bene e male, tra onestà e corruzione, in quanto essa è l’annullamento dei sensi e fine dell’esistenza, ma tale distinzione rimane accesa e forte in coloro che continuano a vivere, cioè nei familiari, negli amici. Per il poeta i sepolcri, inutili per i morti, sono utili ai vivi. Non vi è vita dopo la morte. Ma il defunto può continuare a vivere nel ricordo delle persone care, ma solo chi lascia un’eredità di affetti ha speranza di continuare a vivere. Questo discorso può essere esteso anche al nostro passato prossimo e può aiutarci a comprendere il nostro presente, come afferma R. Luperini in “La scrittura e l’interpretazione”, in cui estende il discorso ai fascisti, che sacrificarono la loro vita per l’affermazione del fascismo stesso, e ai partigiani, che si sacrificarono per distruggerlo. Essi sono ritenuti degni dello stesso rispetto e dello stesso onore dal punto di vista umano, ma sono considerati estremamente diversi per le scelte e per le azioni compiute in vita. Questo impone, infatti, ai vivi di assegnare ai caduti dei due schieramenti un significato diverso, in quanto la nostra Repubblica Italiana nacque in seguito alla lotta contro il fascismo e in quanto la nostra Costituzione nega la ricostruzione dell’ormai disciolto partito fascista. La concezione di Ugo Foscolo, quindi, mostra di essere moderna e corrisponde, da un certo punto di vista, alla verità. Infatti, dopo la morte vi è l’ignoto, il nulla, tutto ciò che è stato non sarà mai più per quanto riguarda i defunti, ma i vivi manterranno sempre il ricordo delle gesta buone o cattive che essi hanno compiuto durante la loro esistenza. Non sempre, quindi, la morte è in grado di riconciliare tutti, ha la capacità di riconciliare i defunti, poiché l’anima buona e l’anima cattiva si eguagliano nel nulla eterno, ma non sempre è capace di riconciliare i vivi ai defunti, perché i vivi conservano il rancore e il ricordo del passato.

Federica Loi VD

 

La "Grande guerra":esaltazione nazionale o umanità?

19/05/2010

Correva l’anno 1914, un evento di portata epocale sconvolse le vite di milioni di donne, uomini e bambini, cambiando per sempre la loro sorte e il loro destino. Questo evento è la “Grande guerra”.
La Prima guerra mondiale, nota anche con il nome di “Grande guerra”, scoppiò tra luglio e agosto del 1914, in seguito all’attentato di Sarajevo, nel quale venne assassinato l’arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo, erede al trono dell’Austria.
L’omicidio, commesso da un nazionalista serbo, Gavrilo Princip, provocò una serie di reazioni a catena, che videro in poco tempo schierarsi e mobilitarsi gli eserciti dei due schieramenti, la “Triplice Alleanza” (Italia, Austria, Germania) e la “Triplice Intesa” (Gran Bretagna, Francia e Russia). Solo l’Italia rimase inizialmente neutrale, entrando poi in guerra nel 1915, il 24 maggio, a fianco dell’Intesa, allettata dalla promessa di nuovi territori. Dietro lo scoppio della Prima Guerra Mondiale ci sono numerose cause. Tra queste forse la più importante è la crescita costante del nazionalismo.
L’esaltazione dell’orgoglio nazionale portò ogni Paese a cercare nella guerra la supremazia, internazionale e non soltanto la vittoria, ma il totale annientamento del nemico. Gli uomini non erano semplici soldati, che combattevano per il loro Paese, ma erano portatori e rappresentanti di un’ideologia sbagliata e pericolosa, che bisognava sradicare con ogni mezzo possibile.
All’interno di ogni Stato coinvolto nel conflitto, l’opinione pubblica si divise in due schieramenti; da un lato gli interventisti, che ritenevano la partecipazione alla guerra un onore e un dovere; dall’altro i neutralisti, convinti che le controversie internazionali sarebbero potute essere risolte anche con l’uso della diplomazia. Questa divisione interna non coinvolse solo i semplici cittadini, ma interessò anche e soprattutto i poeti e i letterati. Nel mondo letterario il fronte degli interventisti era rappresentato da personalità come Filippo Tommaso Marinetti o Gabriele D’Annunzio. Questi personaggi utilizzarono gli strumenti in loro possesso per esaltare le componenti nazionalistiche dello Stato e per diffondere tra l’opinione pubblica un ideale teso in qualche modo a “glorificare la guerra [come] sola igiene del mondo” (Manifesto del Futurismo, “Le Figaro”, 1909), quindi come unico mezzo capace di ripulire il pianeta dalla feccia umana che lo occupava senza diritto. La guerra era vista da alcuni letterati come una necessità. Questa diveniva sia l’unico strumento possibile di affermazione della propria identità nazionale e personale, sia “un’operazione malthusiana, [che] [...] fa il vuoto affinché si respiri meglio. Lascia [infatti] meno bocche intorno alla stessa tavola. E leva di torno un’infinità di uomini che vivevano perché erano nati” (Giovanni Papini, “Amiamo la guerra” in “Lacerba” II, 20, 1914).
Se da un lato erano presenti letterati e poeti interventisti, per i quali dall’uccisione dei soldati degli eserciti nemici derivava un forte “senso di purificazione, di liberazione e immane speranza” (Thomas Mann, “Pensieri di guerra”, novembre 1914, in “Scritti storici e politici”, trad. it. Milano, 1957), dall’altro si schieravano i poeti e gli intellettuali neutralisti e pacifisti, per i quali la morte di un uomo non era un passo in più verso la vittoria nazionale, ma una sconfitta per tutta l’umanità. All’esaltazione dello spirito guerriero subentra qui un forte senso di indifferenza verso i miti di forza e potere che la guerra porta con sé; infatti questa è vista come un semplice “fatto, come tanti altri a questo mondo” (Renato Serra, “Esame di coscienza di un letterato”, in “La Voce” 30/04/1915), che porta solo morte e distruzione. La letteratura diviene un’arma attraverso cui gridare il proprio dolore e il proprio dissenso per la guerra. Per questi intellettuali il primo conflitto mondiale è inutile, come inutile è la morte di così tante persone, per l’affermazione di ideali ottusi e la conquista di qualche palmo di terra.
La guerra è solo un mostro, che strazia i corpi e le anime, dilaniando con la sua ferocia le membra di giovani corpi inermi. Alla propaganda interventista si oppongono testimonianze in cui la guerra viene rappresentata in tutta la sua violenza e brutalità, in cui il compagno d’armi che il giorno prima era lì accanto, in attesa che la battaglia finisse e che il conflitto si risolvesse, per poter tornare a casa e riabbracciare finalmente i suoi figli e i suoi familiari, ora giace in quello stesso luogo, “massacrato, con la sua bocca digrignata volta al plenilunio” (Giuseppe Ungaretti, “Veglia”, 23/12/1915). In guerra i miti, le speranze e i sogni sono infranti e spezzati, come le vite di milioni di giovani; delle case non resta che “qualche brandello di muro” (G. Ungaretti, “San Martino del Carso”, 27/08/1916) e i paesi al risveglio dall’incubo della guerra si ritrovano distrutti e sconvolti. La devastazione non è solo materiale, ma “il [...] cuore è il paese più straziato” (G. Ungaretti, “San Martino del Carso”, 27/08/1916).
 
Emanuela Piseddu VD

L’era di internet

19/05/2010

Internet è la rete mondiale per la trasmissione di dati, che connette migliaia di reti di computer in quasi tutti i paesi del mondo. Le sue origini risalgono al 1966 quando l’ARPA, centro di ricerche del Pentagono, promosse la costruzione di una rete che collegasse computer sparsi in tutto il territorio degli Stati Uniti. Il risultato fu una rete, denominata Arpanet, che fu realizzata nel 1969 e che permette, in tempo reale, di scambiare messaggi, acquisire informazioni, ricevere o inviare files e addirittura fare videoconferenze. Benché il progetto fosse inizialmente a carattere militare, successivamente ha perso quel tipo di connotazio ne e ha continuato a svilupparsi nel resto del mondo. Arpanet è diventata Internet negli anni ottanta e così è giunta oggi fino a noi. Quella odierna è una società che poggia interamente sulla tecnologia e gli sviluppi effettuati in questo ambito sono avvenuti a partire dai primi del Novecento. "Cento anni fa,il 12 dicembre 1901,i tre punti del codice morse che stanno per la lettera ’s’ passarono per la prima volta da una sponda all’altra dell’ Atlantico [...] Nasceva la radiotelegrafia a grande distanza. Il suo inventore, Guglielmo Marconi, diventa di colpo famoso nel mondo. Da allora quel nome significa progresso, cosmopolitismo, modernità" (G.M.Pace" La Repubblica",12 dicembre 2001). La novità costituita da Internet consiste nel poter avere facile e rapido accesso alle informazioni (anche quelle più stravaganti), nel potersi collegare con il resto del mondo e produrre noi stessi delle informazioni attraverso e-mail e le pagine web, che permettono di presentare se stessi e comunicare con altri utenti. Attraverso un semplice e rapido clic si può avere a disposizione una grandissima gamma di notizie, informazioni, immagini provenienti dai più diversi stati del mondo. Anche il campo del lavoro e del commercio sono stati trasformati, nel corso del tempo, dal mondo di Internet. Nasce in questo modo la "New economy", ossia un nuovo tipo di mercato nel quale le vendite e gli acquisti avvengono via Internet. Noi quindi vediamo i prodotti da acquistare tramite i monitor del computer, senza toccarli con mano, diversamente dal mercato vero e proprio al quale siamo abituati. Il vantaggio è sicuramente una scelta più ampia, poiché sono presenti i negozi di tutto il mondo. Lo svantaggio consiste invece proprio nel non poter osservare direttamente il prodotto da acquistare e nel non poter verificare con mano la qualità di quest’ultimo. Allo stesso modo l’ambito lavorativo ha subito alcuni cambiamenti importanti. Ai colloqui di lavoro tradizionali sono ora subentrati gli annunci delle pagine web e i curriculum in rete. "Dal lavoro interinale a quello su Internet. Non solo più solo annunci sui quotidiani o sulle bacheche delle agenzie. Per chi è alla ricerca di un impiego o desidera cambiare lavoro le proposte non mancano" (Supplemento a Panorama,15 novembre 2001). Sembrano così lontani i tempi nei quali venivano spedite le lunghe e care lettere, per le quali occorreva anche aspettare quattro o cinque giorni. Per ogni singola cosa ci si rivolge al computer, visto quasi come fonte miracolosa del sapere e non ci si rivolge più alla sapienza dei cari e "vecchi" libri. Nonostante quindi sia lo strumento più utilizzato e anche quello preferito dalla società odierna, in particolar modo dai giovani, Internet presenta anche alcuni limiti e pericoli. Si tratta infatti dello stesso sapere e non della generazione di un nuovo linguaggio. I computer si limitano a elaborare i dati e i testi più velocemente, ma si tratta pur sempre del medesimo testo. Inoltre non potendo constatare direttamente l’autenticità di alcuni testi o beni da acquistare, il mondo di Internet può dimostrarsi un’autentica truffa. Occorre perciò una maggiore prudenza e una maggiore attenzione nei confronti di quel mercato o nuovo mondo che si è posto alla base della società moderna, che conta più di cinque milioni di utenti. Numerosi infatti sono i pericoli nei quali si può incappare e altrettanto numerosi sono gli squilibri che questo può causare nell’ambito economico e commerciale. "[...]Sappiamo che questi processi informatici trasformano il mercato finanziario internazionale creando totale squilibrio tra l’economia reale del mondo, la produzione di beni e servizi reali, e il fiume di derivati, diritti, scommesse, insomma di tutte le transazioni finanziarie che scorrono sui computer degli operatori" (E.J.Hobsbawm,"Intervista sul nuovo sul nuovo secolo" Bari 2000).

 

S’i’ fosse ovo

07/04/2010

Il poeta e scrittore Cecco Angiolieri è nato a Siena nel 1260 ed è morto sempre a Siena nel 1312; è vissuto contemporaneamente a Dante Alighieri ed era appartenente alla storica casata degli Angiolieri. La critica contemporanea sostiene che Cecco era meno ribelle di come lo avevano presentato i Romantici, che lo rivendicarono con forza ai loro ideali. Suo padre era cavaliere e insieme al figlio partecipò alla guerra d’Arezzo nel 1288. La madre si chiamava Lisa de’ Salimbeni e apparteneva alla potente famiglia senese. La famiglia di Cecco aveva tradizioni guelfe e fu più volte multato per essersi allontanato dal campo senza la dovuta licenza. Si dice che nel 1288 ad Arezzo connobbe Dante Alighieri. Nel 1296 fu allontanato da Siena a causa di un bando politico. Dopo il 1303 fu a Roma, sotto la protezione del cardinale senese Riccardo Petroni. Da un documento sappiamo che i suoi 5 figli rinunciarono all’eredità perchè troppo gravata dai debiti.

La politica di Cecco Angiolieri rispetta tutti i canoni della tradizione comica toscana. Per rovesciare tutti i caratteri dello stilnovismo fa uso della parodia. La donna-angelo diventa una creatura volgare che si stabilizza soprattutto nei locali notturni; emerge poi la figura di un padre spilorcio che non permette a Cecco di conquistare i cuori delle belle donne.

All’inizio del Trecento, epoca in cui la poesia era dominata dal Dolce Stil Nuovo, l’irriverente Cecco Angiolieri compose versi di forte provocazione che tessevano l’elogio delle passioni terrene. Il celebre sonetto S’i’ fosse foco appartiene a una secolare tradizione lettereria goliardica. Questa poesia potrebbe apparire, a chiunque la legga, violenta o per niente gentile. Ma questa va vista come una rappresentazione scenica non dissimile ai videogiochi dell’epoca attuale. La fantasia dell’autore prova a volare nelle immagini della mente e a descrivere come si comporterebbe in situazioni diverse. La composizione è raffinatissima; l’espressività è massima in ogni verso ed in ogni visione suggerita.

Con la composizione che segue, prendendo spunto dal sonetto citato sopra,  mi permetto di riproporre in forma stravolta sin dal titolo una modesta imitazione dello stile di Cecco Angiolieri. La parodia farsesca, pensata nel periodo pasquale, potrebbe avere il titolo:

 

S’I  FOSSE OVO

 

S’i’ fosse ovo, comanderei ’l mondo;

S’i’ fosse oro, lo comprerei;

S’i’ fosse acqua, l’immergerei;

S’i’ fosse Sole, lo brucerei;

 

S’i’ fosse un uovo fresco, lo mangerei;

S’i’ fosse di cioccolata, lo mangerebbero i bambini;

S’i’ fosse un uovo, farei la guerra con la farina;

S’io fossi un po’ malato, mi farei un bell’ovo frullato.  

 

 

 

Questa poesia può assumere vari significati e il tema principale è l’uovo. Tutto ciò è dato dal periodo pasquale in cui ci troviamo; la tradizione dell’uovo pasquale c’è sin dai tempi antichi al sorgere della religione cristiana. Le uova hanno sempre rivestito il simbolo della vita, ma anche della sacralità: secondo alcune credenze dei pagani  il cielo e il pianeta erano considerati i due emisferi che andavano a creare un unico uovo, e le uova costituivano la vittoria della vita. Gli antichi Egizi lo consideravano come il fulcro dei quattro elementi dell’universo.

 

Lorenzo Marcia