brotzu school

spazio riservato al libero scambio di idee, pensieri e parole

L’alfabeto della saggezza

10/06/2008

     L’ alfabeto della Saggezza


Marin Coles Johanna
Marin Ross Lydia

128 pagine

 

Questo libro racchiude tanti racconti quanti sono i valori che stiamo perdendo nella realtà di oggi, dove il materialismo prende il sopravvento. Una parola in particolare può definire questo libro, un filo conduttore che racchiude tutti i 21 testi presenti: l’ amore. L’amore è ovunque. L’amore è vita. L’amore vive e sempre vivrà in quello che facciamo, nel mondo, nella comprensione che diamo al prossimo, tutto è amore.
Le due scrittrici, che hanno dato vita a questo libro, hanno girato tutto il mondo prima di scrivere tutte le storie che narrassero una parte di ogni luogo, di ogni persona, ogni valore e hanno cercato di creare questo libro descrivendo i difetti e i pregi degli esseri umani, a volte sottoforma di animali, con culture, modi di fare e stili di vita distanti da noi quanto vicini allo stesso tempo. Il primo testo dell’Alfabeto della saggezza  è il più significativo rispetto a tutti gli altri, dato che riassume in cinque, sei pagine, l’esperienza di un contadino che ha dato alle persone più bisognose i suoi beni, rinunciando ai suoi. Il capolavoro delle sorelle Marin  è consigliato dagli otto anni fino ad una fascia d’età molto alta…ogni età insomma!
 

Beatrice  Mariotti

 

Le parole che non ti ho detto

06/08/2008

Nicholas Sparks nasce negli Stati Uniti a Omaha il 31 dicembre del 1965. Uno dei suoi romanzi più famosi è senz’altro il best seller ”Le parole che non ti ho detto”. Per la prima volta viene pubblicato nel 1998 negli Stati Uniti con il suo titolo originale “Message in the bottle” e poi nel 1999 sbarca in Italia con il titolo “Le parole che non ti ho detto”. Il romanzo racconta una bella storia d’amore, soprattutto sottolinea il concetto che tutto è possibile e che il destino esiste. La protagonista è Theresa Osborne, una giornalista divorziata con un figlio. Un mattino, in una spiaggia, trova una bottiglia con un messaggio, che le onde hanno scaraventato ai suoi piedi. Incuriosita lo legge: è una lettera d’amore di un uomo chiamato Garret alla sua dolce metà Catherine. Nel leggerla, Theresa si emoziona tanto da mostrarla alla sua datrice di lavoro, che decide di pubblicarla nella rubrica di Theresa, tuttavia mantenendo la privacy. Subito Theresa riceve tantissime telefonate e commenti tra cui una, particolarmente urgente, di una giovane che le comunica di aver trovato, alcuni mesi prima, sempre in una bottiglia, una lettera dello stesso mittente. Nel leggerla Theresa sente che Garret è l’uomo ideale che vorrebbe avere al suo fianco per tutta la vita e decide di cercarlo. Pur avendo a disposizione pochi elementi scopre dove abita e lo raggiunge. Subito nasce un amore intenso tra i due, ostacolato però, dalle distanze che li separano, tanto che alla fine ognuno decide di seguire la sua strada. Dopo un anno Theresa riceve una telefonata dal padre di Garret, che le comunica la morte della sua ex fiamma, durante una tempesta in mare. Ma la sorpresa finale è per Theresa ricevere una bottiglia con una lettera di Garret che le chiede di perdonarlo Solo allora Theresa comprende cosa provava il suo amato Garret quando cercava di allontanare il ricordo di Chaterine. Consiglio e sottolineo consiglio a tutti di leggere questo libro!!! Perché? Perché è ricco di emozioni e sentimenti che fanno commuovere e che fanno venire la pelle d’oca!! Ok, forse ho esagerato un pochino, però, penso proprio che sia un ottimo libro che suscita nel lettore un leggero pizzico di ottimismo; infatti parla di una storia d’amore che, prima di diventare tale, era solo una apparente impossibile fantasia.;ed anche perché l’autore non è un pinco pallino qualsiasi, ma si tratta di Nicholas Sparks, l’autore di….Purtroppo invece non piacerà a coloro che ritengono i libri d’amore delle storie smielate. Se poi preferite associare il testo a qualcosa di meno “impegnativo” è stato girato anche il film, con Kevin Costner nella parte di Garret.

MILLE SPLENDIDI…LIBRI!

15/09/2008

Khaled Hosseini, autore del celebre e bellissimo romanzo “Il cacciatore di aquiloni”, ha scritto un altro romanzo che, natura permettendo, è anche più bello del romanzo primo. Il titolo di tale capolavoro, perché di ciò si tratta, è “Mille splendidi soli”. 
Hosseini, afgano di nascita, racconta, come già nel primo libro, la storia dell’Afghanistan dagli anni ’70 ai nostri giorni, dai comunisti al regime rivoluzionario ai talebani fino al terrorismo odierno e alla guerra in Medio Oriente, attraverso le avventure di due giovani donne di diversa età: Mariam, la più grande e Laila, la più giovane. L’infanzia delle due ragazze è diversa: poco rosea per la prima, assai felice per la seconda. Ma le tragedie sconvolgono la vita di queste due afgane: entrambe perdono i genitori ( solo la madre per Mariam ma è una harami, bastarda) e si ritrovano sposate allo stesso uomo, un certo Rashid; presentatosi ad entrambe come un brav’uomo, in realtà è tutt’altro: le percosse per Mariam sono all’ordine del giorno e lo saranno anche per Laila. Le due donne sopportano con la speranza di avere, un giorno, qualcosa di meglio. Per Laila è necessità restare con quest’uomo poiché aspetta una bambina frutto del suo amore con Tariq, partito per il Pakistan e creduto morto da tutti. Le due giovani donne tentano un giorno di fuggire, ma nel regime talebano le donne valgono meno che niente e sono riportate a casa dalle “autorità” locali. Alla fine una bella sorpresa attende Laila, il ritorno del suo amore, mentre   una esecuzione pubblica mette fine alla vita di Mariam, colpevole di aver ucciso il marito. 
Mille splendidi soli racconta una condizione femminile in Afghanistan che noi possiamo solo lontanamente immaginare e biasimare. Un libro che deve essere letto perché ci consideriamo fortunate, noi donne italiane, tutelate dalla legge e con gli stessi diritti degli uomini. Perché le donne afgane non considerino qualcosa di giusto le loro sofferenze e restrizioni, perché non si considerino meritevoli del disprezzo dei mariti, coloro che dovrebbero invece proteggerle e ,soprattutto, amarle, 
                                                                                                                                                                 Je...:)

L’Alba di una nuova saga... Twilight!

18/09/2008

Un nuovo fenomeno prende piede, i vecchi lettori di Harry Potter si "convertono",gli accaniti fan di Moccia si ricredono... Tutto ciò accade solo per Twilight! 
Uscito nel 2005, su questo romanzo hanno scritto le più grandi testate giornalistiche internazionali con toni di apprezzamento ed il Net è invaso da commenti favorevoli, sia di esperti che di lettori.


La storia inizia con il trasferimento di Isabella Swan, la protagonista imbranata e timida in cui ci si rispecchia facilmente, che dall’assolata Phoenix deve abituarsi al grigiore, alla monotonia e all’alta probabilità di precipitazioni della cittadina di Forks, dove vive il padre. Nel nuovo liceo però Bella non appare così poco attraente come veniva considerata a Phoenix, anzi riesce ad incuriosire l’intero istituto... Ma ciò che cattura la sua attenzione è un ragazzo, Edward Cullen, dalla bellezza mozzafiato e circondato unicamente dai suoi fratelli e cugini. Scritta così, la trama potrebbe passare per un romanzo, ma quello che da’ una svolta al libro è lo scoprire che il misterioso Edward non è un adolescente qualsiasi, ma un vampiro novantenne attratto irrimediabilmente dal sangue (o forse anche dal cuore) della protagonista.

Il libro non può essere quindi catalogato e “rinchiuso” soltanto nel genere romantico- adolescenziale, ma racchiude in sé l’avventura, l‘horror ed anche la seduzione presente nei più grandi racconti sui vampiri. Per quanto riguarda la figura mitologica del vampiro, l’autrice Stephenie Meyer rivoluziona la tradizione e rende questo mondo segreto più affascinante e per certi versi meno dark, donando alle sue creature una vita più simile a quella dei comuni mortali. 
Quindi non rimane che farsi colpire dalla Twilight – mania, leggendo il secondo e terzo libro ( New Moon e Eclipse) ed il quarto ( Breaking Dawn) in uscita in Italia il prossimo 30 Ottobre, e fremendo d’impazienza per l’uscita dell’omonimo film sulla serie, con Robert Pattinson ( Cedric Diggory nella trasposizione cinematografica di “ Harry Potter e il Calice di Fuoco” 2005) nel ruolo di Edward e Kristen Stewart (la figlia nel film “Il bacio che aspettavo” 2007) in quello di Bella.

Annacarla Angius

"Pirate" ... un libro...un mito!!

13/10/2008

A tutti gli amanti delle avventure... Sto per presentarvi un libro che vi ruberà il cuore !

"Pirate" l’ appassionante storia di Nancy Kington e Minerva Sharpe, due donne coraggiose, ribelli, ma soprattutto...PIRATE!!

Un romanzo avvincente , ambientato nel 1700 ...

arrembaggi, tesori, rozzi pirati, sorellanza e amori rubati, un inseme di situazioni incredibili che accompagneranno le nostre eroine nel loro viaggio verso la libertà !!

Nancy e Minerva viaggeranno nelle Indie Occidentali, negli Stati Uniti, nell’ Africa Sud-Orientale...

attraverseranno i sette mari

e grazie anche alla banda di canaglie con loro in viaggio ...

diventeranno audaci donnne di mare e

ruberanno tutto l’ oro e l’ argento che abbiano mai desiderato !!

Insomma ... una nuova fantastica avventura di Celia Rees, famosa per la sua abilità nello scrivere storie avvincenti che hanno come protagoniste donne coraggiose e forti !!!

Questo è il mio consiglio .... e se lo seguirete ... scommetto che ne rimarrete soddisfatti !!

meddy




Noi i ragazzi dello zoo di berlino

17/10/2008

Noi i ragazzi dello zoo di Berlino 

 


Christiane la protagonista di questo film cresce in un quartiere di Berlino , Bahnhof Zoo, passa la sua adolescenza molto velocemente e alla tenera età di dodici anni  per la prima volta prova del hashish, addentrandosi così in un mondo che le procura una vita non certo facile . 
A portarla all’interno di questo mondo è per la prima volta la sua amica e compagna di classe Kessy che introdurrà un personaggio di vitale importanza per la storia, il ragazzo di cui lei si innamorerà e con cui vivrà le sue prime esperienze, Detlef. 
Percorrendo velocemente il mondo della droga arriverà alla assunzione dell’eroina, dapprima sniffandola, e giungendo inseguito a somministrarsela nella via endovenosa . Ben presto la sua vita la porterà alla tossicodipendenza, che la condurrà fino alla prostituzione per procurarsi le dosi . Con il trauma subito dalla morte della sua amica Babsi , morta a poco più di quattordici anni, dopo una overdose, la nostra protagonista tenterà il suicidio con una doppia dose di eroina, il tentativo non la porterà al fine che voleva. Scoperta la sua manovra, venne mandata dalla madre in un paesino , dove dovrà iniziare la cura di disintossicazione. “a volte penso a Detlef ed ho un po’ di paura, e vorrei dargli un po’ della mia forza, ma sono io la prima ad avere bisogno di forze” una frase bellissima , a conclusione di un film emozionante, che racconta la storia di una generazione cresciuta nelle droghe , fra una parte e l’altra del muro. 
Droghe e sballo, e anche oggi a distanza di più di venti anni dalla programmazione del film, si vive nella politica dello sballo, nella quotidianità delle cosiddette “droghe leggere ” e chissà , dietro queste droghe quante Christiane F. possiamo ritrovare, senza rendercene contro.

 

"Il simbolo perduto" Nuovo romanzo di Dan Brown

04/11/2009

"Il simbolo perduto" è il quinto romanzo thriller dello scrittore Dan Brown, pubblicato in Canada, Stati Uniti e Gran Bretagna il 15 Settembre 2009,  in Italia il 23 Ottobre. Questo è il terzo libro dello scrittore che vede come protagonista Robert Langdon, professore di simbologia religiosa nell’Università di Harvard, negli Stati Uniti. La storia del libro è incentrata sulla massoneria, e sul ruolo che questa ha giocato nella storia degli Stai Uniti fin dall’epoca dei Padri Fondatori. La vicenda si svolge a Washington, nell’arco di sole dodici ore; un presunto psicopatico contatta Langdon e lo sfida a trovare un antico documento che aprirebbe la porta di un arcaico portale, che darebbe poteri soprannaturali. Langdon non crede nell’esistenza di questo documento, ma è costretto a mettersi in gioco per salvare la vita dell’amico Peter Salomon, importante uomo d’affari, rapito dallo psicopatico. In questo viene aiutato dalla sorella di Salomon, Katherine, studiosa di scienze Noetiche. Una storia avvincente e ricca di colpi di scena, che porta i due protagonisti a una "caccia al tesoro" tra i più importanti monumenti e simboli di Washington, dal Campidoglio all’Obelisco, dalla Casa Bianca fino al Massonic House of the Temple sulla 16a Strada, per svelare un mistero che sarebbe all’origine dell’Indipendenza americana e che se rivelato rischierebbe di scuotere i vertici stessi del potere politico. Sicuramente un degno seguito dei precedenti due libri "Il Codice Da Vinci" e " Angeli e Demoni", solo alla prima tiratura ha venduto più di 6,5 milioni di copie; Anne Jones, che recensisce i libri per The Guardian, The Indipendent e Sky tv è convinta che questo libro possa diventare il più venduto in tutta la storia dell’editoria mondiale.

Personalmente ho trovato questa storia avvincente e mozzafiato, con una trama che ti porta a restare incollata al libro fino alla fine, per poi rattristarsi di averlo già finito di leggere. Lo consiglio a tutti gli amanti dei thriller e delle storie esoteriche.

"Non è mia figlia" di Sophie Hannah

25/11/2009

Questo libro evidenzia una trama molto sofisticata e coinvolgente specialmente all’inizio, ma verso la fine, risulta scontato e posso dirlo, un po’ deludente.

Alice Fancourt è la protagonista della storia, neo-mamma, è stata lontana da casa solo due ore, eppure non vede l’ora di riabbracciare la sua bambina, la piccola Florence. Al suo rientro a casa, trova la porta aperta, e le stanze avvolte nel silenzio. Alice corre in camera della piccola e con orrore si rende conto che la bambina che dorme nella culla non è sua figlia. Al suo posto c’è un’altra neonata, un altro viso, un altro pianto. E’ l’inizio di un incubo. Perché nessuno le crede. Né David, il marito, né la suocera Vivienne. Per loro Alice è solo depressa e rifiuta la bambina. E mentre David diventa sempre più aggressivo e minaccioso, la insulta e la maltratta, ad Alice non resta altra scelta che rivolgersi alla polizia. A occuparsi del caso la detective Charlie Zailer e l’ispettore Simon Waterhouse. Alice non ha alcuna prova, solo la sua testimonianza, quella di una madre sicura che quel viso e quell’odore non sono quelli della bambina che ha portato in grembo per nove mesi. L’unica soluzione è convincere la polizia a eseguire il test del DNA. Passano i giorni e la situazione non cambia, se non che Simon si acorge di essere coinvolto affettivamente in quel caso, perchè seppure l’abbia vista poche volte, teme per Alice. La polizia decide di riaprire un caso riguardante sempre la famiglia, chiuso anni prima, ma senza tanta certezza: l’omicidio di Laura, la prima moglie di David, trovata morta, senza la sua borsetta, davanti alla casa della suocera. Risalgono alla luce dei conflitti che avevano portato al divorzio antecedente all’omicidio, la presenza fissa di Vivienne all’interno della vita coniugale, la sua influenza sul figlio, incapace di prendere da solo una decisione. Manca ormai un solo giorno alla data prevista per l’esame del DNA quando Alice e la neonata spariscono dalla casa senza portare nessun affetto personale, niente di niente. Il tutto fa supporre un rapimento. Intanto Simon procede con le indagini e mette in evidenza alcuni aspetti particolari riguardanti l’omicidio di Laura Cryer, se il movente dell’omicidio fosse stato realmente rapina, se il tossicodipendente considerato colpevole fosse in realtà interessato solo alla borsetta della vittima, la quale avrebbe opposto resistenza e avrebbe portato a un’evoluzione degli eventi, perchè la borsetta della vittima non era stata MAI trovata? Se fosse stato davvero il tossico il colpevole, così come era stata ritrovata l’arma del delitto, un coltello da cucina, si sarebbe trovata anche la borsetta, cosa invece non accaduta. Si pensa allora a un presunto altro colpevole, e sicuramente la prima della lista è Vivienne, la suocera, che si noterà avere molte somiglianze con il tossicodipendente accusato. Entrambi erano soci di uno stesso centro sportivo, e trovare lì le tracce per poter poi incolparlo non sarebbe stato affatto difficile per la donna. 
Intanto, Alice in realtà non è stata rapita, è scappata di casa simulando questo, ma rifuginadosi lei stessa a casa di una sua collega di lavoro che regge il gioco. Proprio lì, dove vive in incognito, le verrà in mente il posto dove Vivienne avrebbe potuto nascondere la borsetta di Laura, un posto sicuro, dove nessuno avrebbe potuto vedere, ma comunque raggiungibile da lei, dove avrebbe potuto ammirare la dimostrazione di aver vinto sulla nuora, l’armadietto personale del centro sportivo di cui era socia ormai da tantissimi anni. Così fugge dal suo nascondiglio e raggiunge il Centro sportivo, del quale anche lei era diventata socia da poco e decide di fingere di essere stata mandata dalla suocera per farsi consegnare la sua chiavetta. Raggiunto l’armadietto, fa in tempo a frugare nel borsone e trova, a conferma dei suoi sospetti, nella tasca interna, una borsetta blu, in pelle. Alice è incredula, per quanto l’avesse sospettato, trovarsi tra le mani la prova concreta la sconvolge. Nel frattempo irrompe nello spogliatoio Vivienne che tenta di convicerla di averlo fatto per una giusta causa, la prega di restituirle la borsetta e tacere, ma davanti ad Alice che non le crede, abbandona la sua facciata dolce e persuasiva e la assale violentemente, strattonandola. Comincia una fuga all’interno della palestra, Alice entra nella zona della piscina chiudendo la porta alle sue spalle e bloccandola con il proprio peso, ma nonostante l’età Vivienne è forte e dimostrando i suoi quotidiani allenamenti, riesce ad entrare e sfrutta il punto debole di Alice, i punti non ancora completamente cicatrizzati del recente parto. Riesce a prevalere su di lei, sbattendole la testa nel bordo-piscina e poi buttandola in acqua e tenendole la testa immersa. Alice porta però la borsetta giù con sè, facendo entrare nel panico Vivienne. Alice è ormai allo stremo delle proprie forze quando arriva la squadra di polizia, con l’agente Zailer e e l’ispettore Simon, il quale aveva intuito quasi contemporaneamente ad Alice tutta la storia, e persino il finto rapimento. Bloccano Vivienne e portano Alice all’ospedale e sequestrano la borsetta. Alice confessa di aver messo in scena lo scambio tra neonate riguardante sua figlia, ammette di essere scappata con la bambina fingendo un rapimento, mentre Vivienne sotto prove schiaccianti è la vera colpevole dell’omicidio di Laura Cryer. L’ispettore Simon si accorge di non essere interessato sentimentalmente ad Alice, anche perchè non capisce pienamente il suo comportamento. Perchè fingere che la propria figlia sia stata rapitae fornire false piste alla polizia?? Alice si giustifica dicendo che lei in fondo aveva sempre sospettato sulla colpevolezza di Vivienne nell’omicidio di Laura, e l’unico modo per destare altri sospetti e far riaprire il caso era quello di simulare qualcosa di "simile" mettendo in evidenza delle coincidenze. David, cade in depressione, per l’assenza della madre finita in prigione, ma allo stesso tempo non accetta e non riesce a perdonare il comportamento della madre, egoista specialmente nei suoi confronti, avendo ucciso, per orgoglio, l’unica donna che lui abbia mai amato, Laura.

Io, personalemente, seppur per buone ragioni, non condivido il comportamento di Alice, da una parte la trovo timorosa e incapace di uscire dalla "protezione" di Vivienne per denunciare i suoi sospetti, ma anche intraprendente, in un certo senso, per aver trovato una soluzione alternativa.

                                                                                                                                                                                           Me, Myself and I



Il bambino con il pigiama a righe, prima del film uscì il libro. NON IL CONTRARIO!

09/12/2009

Nel 2008 esce al cinema "Il bambino con il pigiama a righe". Il film è tratto dall’omonimo romanzo, che veramente poche persone conoscevano. C’è da puntualizzare quindi che il film è tratto da un libro, e non che dal film sia poi stato fatto un libro.
Il romanzo, scritto da John Boyne, quando era uscito non aveva ottenuto infatti grandi successo, ma quando vidi il libro su uno scaffale di una famosa libreria di Cagliari, la copertina e il titolo mi attirarono terribilmente. Sono passati diversi anni da quando mi cimentai in quelle bellissime e commoventi pagine, correva appunto il 2006.
Riporterò qua sotto la trama, che secondo me è davvero capace di attirare un qualsiasi lettore:
"La storia del bambino con il pigiama a righe è difficile da descrivere in poche parole. Di solito in copertina diamo alcuni indizi, ma in questo caso siamo convinti che farlo sciuperebbe la lettura. È importante invece che cominciate a leggere questo libro senza sapere di che cosa parla. Farete un viaggio con un bambino di nove anni che si chiama Bruno. (Ma questo non è un libro per bambini di nove anni.) E presto o tardi arriverete con Bruno davanti a un recinto. Recinti come questi esistono in tutto il il mondo. Speriamo che voi non dobbiate mai varcare un recinto del genere. John Boyne è nato in Irlanda nel 1971 e vive a Dublino. Ha precedentemente scritto romanzi per adulti, questo è il suo primo romanzo per ragazzi." 
All’uscita del film milioni di persone vanno a vederlo e il libro viene pubblicato in nuove versioni, con le immagini del film, con la voce dei personaggi..
Si può dire che il successo di questo libro è dato non dal libro in sé, ma dal film che è riuscito ad attirare il pubblico del cinema anche in libreria e riuscì a far salire il romanzo in vetta alle classifiche italiane.

Aldostefano Marino

 

Papalagi

25/01/2010

 

Autore:   Erich Scheurmann  
Titolo: Papalagi 
Casa Editrice:  Eretic  
Anno di pubblicazione:   2002  
Lingua:  Italiano 
Genere:  Narrativa  
Età:   Dai 15 anni  
Editore:   Millelire  

 

 

Vi eravate mai chiesti come noi occidentali veniamo visti dagli abitanti delle isole Samoa? E’ importante sapere con quali occhi un uomo ancora così strettamente legato alla natura vede noi e la nostra civiltà. Attraverso i suoi occhi impariamo a vedere noi stessi da un angolo di visuale che non potrebbe mai essere nostro.

Dietro l’apparente leggerezza e bonarietà, il libro è un’ opera etnologica esilarante e atroce sulle perversioni e i falsi miti della tribù dei bianchi. Opera scritta e pubblicata nel 1920 dallo studioso Eric Scheurman colpito dalle riflessioni del capo Tuivaii. Papalagi è una po’ una sorta di "saggio antropologico" a rovescio in cui il Tuiavii di Tiavea, capo delle isole Samoa descrive alla sua gente l’occidente industrializzato dell’inizio del ventesimo secolo.

Ma che cosa intendiamo per “Papalagi”?

Per papalagi si intende l’uomo bianco, nella lingua samoana.

Cosa vide e narrò, dunque, Tuiavii di Tiavea dell’Europa? Dal suo punto di vista, difficilmente contestabile alla luce del puro buonsenso, egli sperimentò un mondo completamente folle, incomprensibile ed autodistruttivo.

Spiegò al suo popolo l’ossessione dei Papalagi nel ricoprire e nascondere i propri corpi, fino al punto da divenire incapaci di gioirne, e di come vivessero in "cassoni di pietra" freddi e disumani, raggruppati in "isole di pietra" denominate città.

Provenendo da una cultura nella cui lingua esisteva una sola parola per i concetti di "tuo" e "mio", descrisse la divorante avidità dei "Bianchi" per "il tondo metallo e il denaro che li portavano ad ignorare le sofferenze dei loro fratelli ed a ridurli in schiavitù.

Raccontò di come i "Papalagi" pretendessero di possedere ogni cosa, anche quelle appartenenti al "Grande Spirito" (la terra, gli alberi, le foreste), e di come essi "rubassero" queste cose a Dio per distruggerle e trarne oggetti brutti ed inutili, oggetti del cui possesso diventavano poi totalmente dipendenti. Tuavii rimprovera la strana abitudine dell’uomo bianco di continuare a pensare. Ai soldi, al lavoro…dimenticando cose ben più importanti! Un capitolo, in particolare, è dedicato ad un elemento che caratterizza le società evolute: il tempo. l’uomo bianco di aver sostituito il fine con i mezzi. Anche il denaro secondo il capo che potrebbe essere considerato un mezzo per ottenere un po’ di felicità, è diventato il suo unico fine.

Agli occhi del papalagi siamo poveri mendicanti.

Non è dato sapere se quanto affermato nel libro corrisponda alla realtà dei fatti, se Tuiavii sia mai esistito ed abbia visto l’Europa o se il tutto sia frutto di un’elaborazione di Scheurmann del pensiero dei samoani.

Ed in realtà poco importa.

Certi libri cambiano la vita. Non radicalmente. Ma cambiano la visione delle cose. E se cambi la visione della Cosa, delle cose, degli eventi, cambi buona parte della tua vita. Questo libro di 75 pagine è spettacolare. E’ sempre bello e particolare capire come ci si vede da un punto di vista esterno che è completamente diverso dall’oggetto delle considerazioni.

Nonostante il viaggio di Tuavii in occidente risale ormai a più di ottant’anni fa, trovo che le sue riflessioni siano molto attuali. Consiglio di dedicare un’ora del proprio tempo alla lettura di questo libricino che permette una visione delle cose scontate di ogni giorno da un nuovo punto di vista

 La lettura di questo libro ti prende e ti porta via.... è un bel libro... una lettura "leggera" adatta a tutti.

Un libro che merita di essere letto per quel che è: una storia che ti prende fino all’ultima parola dell’ultima riga 

 

"E’ segno di grande miseria, che l’uomo abbia bisogno di tante cose: dimostra di essere povero delle cose del grande spirito. Il Papalagi è povero perchè brama tanto le cose. Senza le cose non riuscirebbe a vivere." 

 

“Il Papalagi è davvero orgoglioso delle pietre (case) che ha messo insieme? Non lo so. Il Papalagi è un individuo con strane idee. Fa molte cose che non hanno senso e che lo fanno ammalare, e tuttavia le esalta e ne canta le lodi."  

 

Ci sono Papalagi che sostengono di non avere mai tempo. Corrono freneticamente qua e là, come se fossero posseduti dal demonio, e ovunque vadano fanno del male e creano spavento perchè hanno perso il loro tempo. Questa ossessione è uno stato tremendo, una malattia che nessun uomo della medicina può guarire, che contagia molti e porta a rovina."

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 collegamento al libro completo in formato digitale 

 

Beatrice Dessì

Recensione del film "La grande guerra" di Mario Monicelli

19/05/2010

Recensione del film "La grande guerra" di Mario Monicelli

 

Il 28 luglio 1914 inizia la GRANDE GUERRA.

In seguito all’esasperazione dei nazionalismi, l’imperialismo della Germania e la corsa agli armamenti da parte della Triplice alleanza (Germania, Austria, Italia) e della Triplice intesa (Francia, Russia, Gran Bretagna), il clima politico mondiale diventa incandescente. La scintilla che innescò il conflitto fu formalmente l’attentato di Sarajevo, in cui venne assassinato l’erede al trono Austriaco, l’arciduca Francesco Ferdinando I, per mano dello studente nazionalista serbo Gavrilo Princip. Approfittando della situazione, l’Austria iniziò le ostilità contro la Serbia. Il meccanismo delle alleanze si mise in moto e quello che ne seguì fu un evento di portata storica. Ha così inizio un conflitto, noto con il nome di Grande Guerra, che vede coinvolte le maggiori potenze europee, e che portò a esiti catastrofici per tutta l’umanità. Il numero delle vittime fu elevatissimo, si stima attorno ai nove milioni sui campi di battaglia e altri cinque milioni tra la popolazione civile inerme. La guerra portò con sé numerose innovazioni, che riguardarono il settore bellico (con le mitragliatrici, i sommergibili, i carri armati, gli aerei), l’industria, con l’incremento del settore siderurgico, e notevoli passi avanti riguardanti le strategie militari; tra queste ultime si scelse di usare sempre più frequentemente le trincee. Lo scontro si articolò principalmente su tre fronti: quello Occidentale, che vide maggiormente coinvolte la Germania,la Francia e l’Inghilterra; quello Orientale, nel quale si fronteggiarono la Russia,l’Austria,la Germania, e infine quello Italiano. È proprio di questo che Monicelli offre un’immagine fedele e rappresentativa della drammaticità e assurdità della guerra. Il regista attraverso il suo film, denuncia l’infondatezza degli ideali nazionalistici e cerca di sfatare i miti generati dai movimenti letterari avanguardisti, come il Futurismo. Superata la visione della guerra, intesa come “Unica igiene del mondo” alla quale inneggiavano i Futuristi, Monicelli opera un vincente connubio di drammaticità e comicità, alternando momenti in cui emerge il lato buio del conflitto e momenti in cui quest’ultimo è posto in secondo piano dall’ironia. Infatti, è proprio questa una delle armi migliori sfoderate da Monicelli nel trattare gli eventi significativi della Grande Guerra. Attraverso questo procedimento, il regista invita gli spettatori alla riflessione. Dietro alla comicità di alcune scene, si cela infatti il dramma di fondo di cui sono protagonisti i soldati italiani, e tra questi in particolare emergono le figure di Giovanni Busacca e Oreste Jacovacci, protagonisti delle vicende. Partiti in guerra, vivono in prima persona la vita al fronte, nelle trincee, in cui ogni soldato si distingue dalla moltitudine a causa dei vari dialetti, che pur particolareggiando le figure dei singoli, allo stesso tempo accentuano quell’Unità Nazionale che da sempre era stata ricercata. Alla paura iniziale, che emerge in molte scene del film, subentrano pian piano la forza e il coraggio, che culmineranno nell’eroismo della scena finale. Infatti, i giovani protagonisti, derisi e umiliati dalle parole dell’ufficiale austriaco, ritrovano il coraggio di difendere l’orgoglio nazionale. Nel tentativo di proteggere l’Italia, Busacca e Jacovacci sacrificano la propria vita, permettendo in questo modo la vittoria dell’esercito italiano sul nemico invasore.

Martina Secci e Emanuela Piseddu 

Festival Filosofia 2014: lezione magistrale sulla "Celebrità"

17/11/2014

Il seguente articolo è stato scritto da Elisa Farris, della classe IV Fdell’ I.I.S. "G. Brotzu" di Quartu Sant’Elena, che ha potuto assistere alla edizione 2014 del Festival di Filosofia di Modena grazie al progetto omonimo organizzato dalla scuola e reso possibile grazie a una donazione privata.

 

 

 

 

Il Festival della Filosofia, tenutosi a ModenaCarpi e Sassuolo nei giorni 12, 13 e 14 settembre, ha avuto come tema principale la "gloria". Attorno a questo argomento si sono tenute molteplici lezioni, da parte di importanti personaggi dell’ambito filosofico, che hanno saputo intrattenere il vasto pubblico con citazioni, documentazioni, informazioni di ogni tipo, chiarimenti e, talvolta, qualche battuta. Una delle lezioni a cui ho partecipato con maggiore interesse è stata quella tenuta da Remo Bodei  sulla Celebrità.  Bodei, professore di filosofia di origine sarda che dal 2006 lavora alla University of California, Los Angeles, ha saputo muoversi molto abilmente sullo sfondo della Gloria, andando ad analizzarne le sue forme divergenti, la fama e la celebrità, e mantenendo sempre vivo l’ interesse del pubblico con citazioni e digressioni spazio-temporali.

 

Bodei comincia la sua lezione spiegando come la gloria del passato si sia oggi deformata in quella che erroneamente si scambia per tale, e che ha invece i caratteri della celebrità. La gloria del passato è la gloria degli eroi, con i caratteri dell’eccellenza, volta a mantenere viva la memoria di coloro che compirono grande e valorose azioni, come il sacrificio della propria vita, per un bene più grande, ad esempio la salvezza del proprio popolo. La gloria è quel velo di grandiosità e magnificenza che avvolge coloro che segnarono la storia con le loro gesta, coloro che fecero qualcosa di importante per la propria patria, il proprio impero, la propria nazione e che per questo vengono ancora oggi ricordati con fierezza.
Di questi personaggi, che possiamo tranquillamente chiamare "eroi", possiedono la gloria non solo quelli che si distinsero per le loro vittorie, ma anche coloro che, sconfitti, persero in modo glorioso, anch’esso degno di essere ricordato. E’ per questo motivo che tra gli eroi antichi viene ricordato non solo Achille, l’eroe greco che condusse il proprio esercito alla conquista e distruzione di Troia, ma anche il suo rivale Ettore, il quale, ucciso in battaglia ebbe una morte dura e cruenta ma degna di essere ricordata.
La gloria riguarda anche l’ambito politico militare con AugustoGiulio Cesare e molti altri, quello religioso, se si pensa a fondatori, martiri, etc, e quello filosofico che riguarda importanti personaggi quali Socrate Cartesio. Bodei fa un riferimento ad un altro tipo di eroi, quelli "anonimi" meno conosciuti ma non per questo meno degni della gloria: possiamo individuare tra questi il generale Leonida, che con i suoi trecento uomini perse la vita nella battaglia delle Termopili.
La gloria, in questo modo riguarda tutti indistintamente; ancora più importante fu in tempi in cui non si credeva nell’immortalità dell’anima e rappresentava la "soluzione alla brevità della vita umana", nel senso che dopo la morte del corpo era possibile, con la gloria, "restare in vita nella memoria dei posteri". Nel tempo la gloria ha subito una sorta di deformazione: Bodei sostiene che sia un’epoca a cui si deve tornare, un bisogno compresso da una società con altri interessi e che un giorno sarà di nuovo gloriosa. Oggi si delinea maggiormente quella forma di gloria con caratteri negativi, che noi chiamiamo "fama". Essa non ha i caratteri dell’eccellenza, come la gloria, perchè la fama fa sì che vengano ricordati personaggi che compirono azioni tutt’altro che gloriose e degne di essere ricordate. Un esempio fu il personaggio latino Erostrato, che aveva pensato di dare fuoco a una delle sette meraviglie del mondo antico, il Tempio della dea Diana. Per questa sua azione terribile e sconsiderata, gli fu impedito di restare nelle memorie della storia umana (come accadde anche all’imperatore Nerone), ma egli fu ricordato comunque, non per la sua "gloria", ma per la "fama" del crimine commesso.
Un altro esempio è sicuramente l’assassino di John LennonMark David Chapman, il quale giustificò l’omicidio del cantautore chiarendo la sua volontà di "rubargli la fama". La fama riguarda quindi il ricordo di personaggi che si distinsero anche per azioni scorrette e prive di eroismo.
E’ qui che Remo Bodei giunge alla esposizione sul tema della celebrità. La celebrità è in qualche modo derivata dalla gloria, ma è una completa degenerazione di questa e in qualche modo si avvicina alla fama. La celebrità è però un concetto più recente, che ha preso piede con la diffusione dei mezzi di comunicazione, dalla stampa alla radio ai mass media, grazie a cui la fama ha dilagato in modo celeris, dal latino "veloce" e dal cui termine deriva "celebrità".
Essa riguarda la volontà di scalare la propria posizione sociale di cui non ci si accontenta più, e il tentativo di accrescere l’immagine che gli altri hanno di sè. La celebrità può essere vista come la ricerca di soddisfazione nella propria vita, per godere di quei pochi attimi di quella che si pensa essere gloria e poter dire "io valgo qualcosa".
La realtà è che, citando un passo dell’Antico Testamento, "tanti sono i chiamati, pochi gli eletti"; allo stesso modo i personaggi della celebrità sono tanti, ma lontani e temporanei. Quelli che oggi chiamiamo erroneamente eroi, altro non sono che "eroi del tempo libero" in quanto non hanno fatto niente per meritarsi questa celebrità e questa gloria- che non è gloria- che credono di possedere. Tali personaggi, che fanno parte soprattutto del mondo dello spettacolo, vivono in qualche modo di luce riflessa: la loro fama, il loro eroismo esistono solo perchè hanno alle spalle centinaia, migliaia di persone che le venerano quasi fossero divinità, vedendo in loro incarnata la possibilità di migliorare la propria immagine e la propria vita e portandola a livelli elevati. Bodei afferma che tali "celebrità" sono temporanee, perchè presto decadono.
La differenza tra un eroe glorioso e una celebrità è  però che, quest’ultima, una volta caduta, non lascia niente di concreto, se non una debole traccia del suo passaggio su questo mondo destinata a dissolversi in poco tempo. Purtroppo, però, la celebrità è oggi un problema che ci riguarda da vicino, che non possiamo evitare perchè, con la diffusione dei mezzi di comunicazione, essa "ci entra in casa", come dice Bodei, quasi senza che ce ne accorgiamo.
 
 
Anche non volendo, facciamo parte di quella società che ha perso la cognizione della gloria, quella vera, e che stoltamente la ricerca in tutte quelle personalità in cui vede riflessa la possibilità di migliorare la propria vita e dare segno della propria esistenza, senza però sforzarsi di fare qualcosa di importante che consenta di entrare realmente nelle memorie di quelli che verranno dopo.
La lezione di Bodei prosegue con un lungo, interminabile applauso, subito seguito dalle domande del pubblico a cui lui risponde in modo serio e scherzoso allo stesso tempo, dando prova ancora una volta della sua grande preparazione. La lezione mi è piaciuta da ogni punto di vista, perché il relatore è stato capace di esporre questo argomento in modo molto coinvolgente e per nulla pesante o di difficile comprensione.
Mi ha colpito particolarmente perché quello della celebrità è un problema oggi molto vivo nella nostra società, in qualsiasi fascia di età, sia tra gli uomini che tra le donne. E personalmente mi rendo conto di pensare spesso, con meraviglia e stupore alle gesta dei nostri antenati, di coloro che meritano di essere chiamati eroi, e provo una piccola nostalgia perché la nostra epoca è invece completamente priva di questo senso di gloria e valore che tanto caratterizzò il passato.
 
Elisa Farris, IV F Liceo Scientifico, I.I.S. "G. Brotzu"

L'ipermodernità come epoca del tramonto del padre

26/11/2014

Festival Filosofia di Modena Massimo Recalcati
Uno degli interventi più interessanti al recente festival della Filosofia di Modena è stato quello di Massimo Recalcati, dedicato al tema del rapporto "padri e figli" affrontato da un punto di vista psicanalitico e filosofico. La lectio magistralis tenuta da Recalcati a Modena, in piazza Grande alle 18:00, era dedicata a"Il modello paterno".

 

L’Ipermoderno come epoca dell’evaporazione del padre 
Da diversi anni Recalcati ha indirizzato la sua ricerca allo studio di come nell’epoca "ipermoderna"sia andata maturando una profonda trasformazione, indicata con l’espressione lacaniana di "evaporazione del padre", dove con la figura del padre si intende la funzione di ordine e regolamentazione dell’umano in relazione alla dialettica tra limite e desiderio entro la quale prendono forma tanto l’identità individuale quanto la prassi sociale. Nel 2011 Recalcati pubblica un saggio dal titolo Cosa resta del padre? Nel suo intervento l’autore ha ripreso temi e problemi di questo lavoro aggiornati con gli ultimi risultati delle sue ricerche. In questo post cercherò di ricostruire l’intervento di Recalcati.

 

La duplicità dialettica della figura del padre tra limite e desiderio
E’ importante sottolineare come la portata del discorso di Recalcati vada oltre la psicologia e la psicanalisi per abbracciare l’ambito della critica sociale e della filosofia nel senso più ampio. Se infatti il concetto di "padre" che utilizza è desunto dagli ultimi risultati della psicanalisi freudiana e lacaniana, è però vero che questo viene adoperato come una categoria per la lettura critica dell’attualità, come strumento di indagine della ipermodernità e del disagio con cui questa viene vissuta. 
Il primo punto su cui Recalcati costruisce il suo intervento è la definizione dell’ipermodernità come epoca dell’evaporazione del padre, il Padre inteso in senso forte, come portatore del Logos e del Nomos, incarnazione della ragione che fissa le regole dell’agire individuale e sociale, non ha più peso, si è fatto leggero fino a sbiadire dall’orizzonte del pensiero e anche del vivere quotidiano. Per comprendere le conseguenze di questo tramonto occorre pensarlo come un "evento epocale" in via di accadimento, forse già accaduto, più che come uno sviluppo culturale e sociologico, ma è anche necessario comprendere appieno la duplicità della figura del padre, al di là di una sua superficiale riduzione ad una istanza negativa che si limita a "dire di no", fissando i limiti del dicibile, pensabile, agibile. In effetti Recalcati insiste sul carattere dialettico della figura del padre che recupera dagli esiti della ricerca di Freud e Lacan. La duplicità dialettica della figura del padre risiede nel fatto che ponendo la proibizione, il limite che l’agire non deve superare, rende con questo stesso atto possibile anche il desiderio. Grazie alla legge e al limite è data quindi la possibilità di fare esperienza dell’oltre limite, dell’impossibile. Come Adamo ed Eva, senza la proibizione del padre (la mela), non avrebbero potuto provare "desideri", per essi la sfera del possibile e del lecito sarebbero state coincidenti con quella del loro volere, per cui tutto ciò che essi avessero voluto avrebbero anche potuto fare, così l’esperienza umana e quotidiana del desiderio nasce dai limiti posti al possibile da un volere che si impone al nostro e nei confronti del quale il nostro volere prende forma. Quindi ponendo il limite, il "padre" pone anche la possibilità del desiderio intesa come esperienza dell’impossibile, di ciò che a noi non è dato fare e, dialetticamente, fa emergere per contrasto il nostro volere che è tale, nostro, in quanto altro rispetto a quello del padre, ma tale alterità si invera solo nel confronto con il limite. In questo sottile gioco tra desiderio e limite sta l’umanità dell’umano ed è nel padre che tale essenza dell’umano trova la sua condizione di possibilità. Il desiderio possiede una natura incestuosa, non tanto in termini sessuali - il desiderio di giacere con la madre e uccidere il padre, quanto in termini esistenziali più generali: andare oltre il limite e quindi andare oltre il padre. Intesa in questo senso la figura del padre non è soltanto quella del padre - padrone che proibisce, ma anche e soprattutto quella di colui che rende possibile il desiderio e la libertà.

 

Capriccio e Fondamentalismo, la perdita della libertà 
Nella seconda parte del suo intervento Recalcati cerca di chiarire il problema di cosa ne sia della dialettica legge / desiderio con il tramonto del "padre". La tesi sostenuta da Recalcati è che il venire meno del padre, con la caduta della "Legge" che esso incarnava, non porti ad una reale "liberazione" del soggetto. La natura dialettica della figura paterna comporta infatti che, insieme alla legge scompaia anche il "desiderio" e quindi, "la libertà". Si spezza il legame dialettico tra desiderio e legge, la libertà intesa come "farsi" della volontà che attraverso il limite sperimenta il desiderio come proibizione e che alimenta e rende possibile il desiderio stesso, viene a mancare. I due termini permangono ma slegati e assolutizzati. 
Da un lato il desiderio permane come consumazione immediata delle cose nel godimento di esse, il fine è il piacere che si perpetua incessantemente e vanamente perché privo di limiti, quindi più che infinito, indefinito, insaziabile, una forma di edonismo sfrenato in cui tutto appare lecito e indiscriminatamente consumabile. L’io non è più capace di porre discriminazioni e fare distinzioni e cade nella schiavitù della cosa che gli si impone senza che mai il soggetto sia in grado di fermarsi in questa incessante rincorsa e possedere realmente l’oggetto. La caduta del "padre" determina una sorta di Hybris che più che portare all’affermazione del desiderio conduce al capriccio
Dalla parte della legge si attua invece la metamorfosi del logos in dogma assoluto che conduce al fondamentalismo, la voce del padre diviene la verità assoluta che non accetta mediazione e dialogo, ma solo passiva e piena accettazione o imposizione violenta, soppressione di ogni libertà.

 

Il figlio Narciso e il figlio Telemaco 
La conclusione della lectio di Recalcati consiste nella riflessione sulla possibilità di trovare una spazio mediano che eviti i due estremi assolutizzati della anomia edonistica cui conduce il desiderio senza legge, ma anche del fondamentalismo cui porta la legge senza il suo legame dialettico con il desiderio. Per illustrare il dischiudersi di questa possibilità Recalcati propone una interessante lettura del romanzo di Cormac Mc Carty La strada. In uno scenario apocalittico due personaggi che non sono indicati con il loro nome ma come il "padre" e il "figlio", compiono un percorso verso sud, verso il mare, dove il figlio sogna una salvezza. Senza entrare nel merito della trama del romanzo, Recalcati sottolinea come il senso dell’esistenza dell’uno riposi nell’esistenza dell’altro. Il padre trova il senso del suo agire nel rendere possibile il sogno del figlio e questi vivrà il senso della sua vita come ricerca del padre, un rinnovare e ricreare l’eredità paterna. Per Recalcati quindi una possibile soluzione può essere trovata non nell’azzeramento dell’eredità che noi siamo, per sostituirla con la caccia selvaggia al piacere posto nel consumo indefinito dell’oggetto, propria del figlio Narciso, ma nel riappropriarsi della vicenda ed eredità paterna ripercorrendo il cammino del "padre". Proprio alla figura del figlio di Ulisse e alla ricerca del padre in cui egli si impegna è dedicato uno degli ultimi lavori di Recalcati,Il complesso di telemaco. Genitori e figli dopo il tramonto del padre. Così al complesso di Edipo come momento fondante il rapporto genitori e figli si sostituisce un altro mito e un altro complesso: quello di telemaco.

 

LINK UTILI 
1.
 per leggere e visionare documenti, interviste e lezioni in video di recalcati sulla tematica del rapporto padri e figli  consiglio il post: Massimo Recalcati: intervista e lezioni sul tema del tramonto del padre
2. sito web dell’autore

Lectio magistralis sulla web reputation

27/11/2014

Questo articolo è stato scritto da Alessandro Tidu, alunno della Classe IV E del Liceo Scientifico "G. Brotzu" di Quartu Sant’Elena, che ha potuto assistere alla edizione 2014 del Festival di Filosofia di Modena Carpi Sassuolo, grazie al progetto omonimo organizzato dalla scuola e reso possibile grazie a una donazione privata.

 

 

Il Festival della Filosofia si svolge da ben 14 anni nelle tre città di ModenaCarpi Sassuolo. L’edizione di quest’anno, 2014, era incentrata sul tema della Gloria. Quest’anno esso si è svolto nei giorni 12-13-14 Settembre. Quattro alunni del liceo scientifico G. Brotzu hanno partecipato al festival accompagnati dal prof. Gianfranco Marini, partecipando ad alcune delle lezioni magistrali, visite guidate e quant’altro, che si sono tenute nelle tre città. Una delle lezioni a cui gli alunni hanno partecipato era intitolata "Web Reputation", ed è stata tenuta da Milad Doueihi, a Carpi, il giorno Sabato 13/09/2014. Milad Doueihi è honorary professorial research fellow alla School of Modern languages and cultures dell’Università di Glasgow e si è occupato nelle sue ricerche sia di tematiche religiose che di tematiche legata alla cultura digitale. Secondo Doueihi le due cose sono collegate, infatti il digitale crea un mondo e un “credo” attorno cui si riuniscono le persone legandosi tra loro come in una moderna forma di devozione, in qualche modo la cultura digitale costituisce una sfida alla religione.

 

Milad Douehi, Modena, Lectio Magistralis su Web reputation

 


Il Professor Doueihi ha intrapreso l’intero discorso nella sua lingua madre, ovvero il francese, in presenza di un traduttore che traduceva in italiano ogni frase da lui detta per far capire a tutti il suo discorso. Ha iniziato la lezione con una domanda : Come spiegare il fatto che la gloria, per esempio, e la reputazione, stanno aumentando con l’avvento del digitale nelle vite quotidiane di ogni essere umano? Egli per rispondere parte dalla distinzione tra l’informatica, ovvero la scienza che in principio era una branca della matematica, e il digitale, che converte gli aspetti della nostra vita in qualcosa di intrinseco al digitale stesso. Il professore da qui ha iniziato a parlare approfonditamente del digitale, affermando che siamo costretti a sottometterci al "motore di ricerca". Secondo lui, il digitale è arrivato persino a modificare l’identità degli individui
Se prima l’identità di ogni individuo era personale e non conosciuta da tutti, ora grazie al digitale l’identità di ciascuno non è più personale e tramite l’analisi dei Big Data "il digitale trasforma l’essere umano in documento". Qui il prof. distingue tre fasi della vita delle "macchine" informatiche : 
-Prima fase: le macchine sono "Macchine da calcolo" 
-Seconda fase: le macchine sono "Macchine che imparano" 
-Terza fase: le macchine sono "Macchine che trasformano l’individuo in documento".

 

La reputazione digitale è il risultato di tutte le tracce che lasciamo navigando e agendo nella rete. Non solo le tracce esplicite e consapevoli – un post, una fotografia, uno stato su un social network, ma anche quelle inconsapevoli, i siti che abbiamo visitato, le parole che abbiamo inserito in un motore di ricerca, una transazione economica, un like, un video che abbiamo guardato, un posto fisico e reale in cui siamo stati, e così via. Gli algoritmi dei motori di ricerca mettono insieme tutto questo e costruiscono la nostra identità digitale trasformando l’essere umano in un sistema di dati che sono più reali della stessa persona nella misura in cui la rete sta diventando il principale strumento di comunicazione e il principale ambiente di azione sociale della nostra vita.

 

Oltre che trasformare l’individuo in documento, queste macchine imparano a diffondere le informazioni che posseggono e a condividerle con le altre macchine. Il risultato è che grazie all’informatica e al digitale, un singolo dato caricato in rete diventa visibile a chiunque, da qualunque parte del mondo. L’informatica e il digitale, dice Milad, possono cancellare, ma non dimenticare, al contrario dell’essere umano, perciò di qualcosa che viene messo in rete, rimarrà sempre una traccia da qualche parte, che il digitale non scorderà mai, ma archivierà per sempre.

 

A questo punto Doueihi ha fatto un affermazione : "Nel digitale lo spazio in se si trasforma", ovvero all’interno del digitale cambia la percezione che abbiamo di noi stessi e che gli altri hanno di noi. Inoltre cambia anche la popolarità e la celebrità di ogni singolo individuo, semplicemente in base ai dati che vengono mandati in rete.

 

 

A proposito di questo argomento si è aperto un altro discorso, quello dei Social Network. Il prof. ha descritto i social network come "una cornice vuota in cui siamo invitati a produrci ed esprimerci". Da qui ha iniziato a parlare delle "amicizie online", che non corrispondo a delle amicizie reali, in quanto l’amicizia dovrebbe essere "qualcosa di intimo che non appartiene al visibile". All’interno del digitale questo cambia completamente, infatti nel digitale l’amicizia è qualcosa di visibile a tutti e di cui da qualche parte rimarrà per sempre una traccia.

 

Per concludere il suo discorso il professore Milad Doueihi ha ribadito che tutto ciò che prima era nascosto e personale ora è condiviso e visibile a tutti, come già aveva detto, e ha lasciato gli ascoltatori con questa frase : "La macchina ha sempre fatto sognare, ma è l’uomo che sogna." Per non subire questa situazione passivamente ed essere espropriati della propria identità e del proprio agire consapevole, occorre che i cittadini divengano utenti attivi della rete, mentre, rileva Doueihi, la maggioranza degli utenti subiscono queste tecnologie, non sono loro a decidere l’accesso ai siti, interfacce e quindi condizionati dalle piattaforme stesse. Non appena il professore ha smesso di parlare dal pubblico è partito un caloroso e clamoroso applauso, dopo il quale qualcuno particolarmente interessato ha rivolto delle domande sull’argomento trattato al prof. Milad, che, sempre con l’ausilio del traduttore, ha risposto a tutti i dubbi, lasciando il pubblico con una nuova idea del mondo digitale e della sua interazione con gli esseri umani.

 

L’immagine di Milad Doueihi è stata presa da: http://www.nuscomunicazione.it/web-reputation-filosofia-open-source/

Platone

07/03/2007

Molti di voi avranno sicuramente sentito parlare di Platone. 
Nato ad Atene da famiglia aristocratica nel 428 a.c. A vent’anni, cominciò a frequentare Socrate e fu fra i suoi discepoli sino alla morte del maestro. La morte di Socrate segna per Platone l’orientamento decisivo della sua vita.


Platone è famoso per essere idealista ma realista al tempo stesso: idealista perché crede nella teoria delle idee, quindi è antimaterialista.

Realista perché dal punto di vista gnoseologico ritiene che la conoscenza rispecchia il mondo cioè presuppone che la scienza e il mondo siano la stessa cosa. 

Platone è sicuramente uno dei più grandi filosofi della storia...è difficile comprendere i suoi ideali, in quanto la sua vita fu attraversata da tre momenti particolari nei quali scrisse diversi trattati.

Spero di avervi fatto capire almeno in parte la vita di Platone e i suoi trascorsi.

 link

 

Il futuro della democrazia

05/03/2007

Una sera di marzo del 1873 due anziani signori, oggi diremmo di mezz’età, di cinquantaquattro anni l’uno e sessantasei l’altro, si incontrano in una casa londinese e per tre ore conversano su argomenti di grande interesse per entrambi e di notevole attrazione anche per noi, oggi. 
I due protagonisti sono John Stuart Mill, esponente della tradizione liberale, convinto sostenitore della democrazia rappresentativa, e Karl Marx fondatore del materialismo storico e assertore della democrazia partecipativa. L’incontro che, in realtà, non avvenne mai, apre, nel prologo, il saggio di Paul Ginsborg La democrazia che non c’è edito da Einaudi. Attraverso un serrato confronto fra i due giganti dell’età vittoriana, Ginsborg esamina la natura, i limiti, le potenzialità delle democrazie avanzate e i pericoli che attraversano ai giorni nostri. 
In realtà, né Marx né Mill – dice Ginsborg – sono propriamente democratici, almeno secondo gli standard dei nostri giorni. Il modello di democrazia partecipativa cui si riferiva Marx, la Comune di Parigi, viene soppiantato, nell’esperienza del bolscevismo sovietico, dalla dittatura del proletariato e, nelle esperienze storiche più recenti, da stati autoritari a partito unico “governati in nome delle masse lavoratrici da oligarchi di partito privilegiati”. 
Sull’altro versante, nella storia degli stati liberali, i fattori di esclusione dal voto, il primato della democrazia formale su quella sostanziale, la separazione della società civile dallo stato, le evidenti disparità di ricchezze e di potere tra i singoli cittadini nelle moderne democrazie, fanno della democrazia rappresentativa liberale un modello superato, inadatto a raccogliere le sfide della modernità. E’ proprio nelle roccaforti delle democrazie liberali, che, nel decennio successivo alla caduta del muro di Berlino, la democrazia manifesta i segni di una crisi profonda: calo dell’affluenza alle urne, calo di tesseramento nei partiti, perdita di fiducia nelle istituzioni e nella classe politica, diffuso senso nell’opinione pubblica di aver scarso peso e incisività presso le istituzioni. 
Ma alla democrazia, sembra dirci Ginsborg, non c’è alternativa. La possibilità di rianimarla e ripopolarla non dipende certo dalla “sua esportazione forzata” o “ dall’assegnazione dei partiti a una sfera separata, abitata da professionisti…..protetta dal linguaggio tecnico e dalla prassi burocratica degli amministratoriimpermeabile alla generalità del pubblico”. E’ guardando a nuove forme di democrazia deliberativa che Ginsborg vede prospettive di rinnovamento. Non è sufficiente il bilanciamento dei poteri, o il controllo sui rappresentanti e sui partiti. Va ipotizzato un sistema ascendente di potere i cui cittadini siano effettivamente in grado di decidere, tramite le associazioni della società civile, e in grado di incidere sulla sfera pubblica resa in tal modo “vitale e creativa”. Tra gli esperimenti e i modelli di democrazia deliberativa che Ginsborg cita nel suo saggio, quello che assume valore paradigmatico per l’aspetto numerico della partecipazione, per il rigore e le ambizioni che lo contraddistinguono, è il modello di Porto Alegre in Brasile in cui democrazia rappresentativa e democrazia partecipativa sembrano fondersi. L’esperienza di Porto Alegre risponde, infatti, a due parametri che Ginsborg assume a misura dell’efficacia dei sistemi democratici. Il primo è “la capacità di creare cerchie sempre più ampie di cittadini critici, informati e partecipi che dialoghino con politici e amministratori”, il secondo, correlato al primo, “ è dato dalla misura in cui le prassi deliberative contribuiscono a mutare il comportamento stesso dei politici e l’idea che essi hanno delle loro prerogative e dei loro doveri”. E’  un percorso tutto in salita, irto di difficoltà e pericoli. 
Il libro si chiude con un finale a sorpresa che rivela il senso ironico e la fantasia immaginativa del suo autore. 

L’ultimo Catone

13/03/2008

 Titolo: L’ultimo Catone

 Autore: Matilde Asensi

 

Ottavia Salina, è la narratrice e protagonista del romanzo. E’ una suora che lavora all’archivio Segreto Vaticano come paleografa, un sogno per lei aggirarsi fra documenti antichi e irraggiungibili. Ma qualcosa sta per turbare la sua pace. Tutto ha inizio quando viene trovato il corpo di un etiope, vittima di un incidente aereo. Cio è apparentemente normale, quest’uomo porta però sul corpo dei segni particolarissimi raffiguranti sette croci e sette lettere dell’alfabeto greco che vanno a formare la parola stauros, ossia croce. Che importanza hanno questi simboli? Perché sono sul corpo di questo giovane uomo? La suora siciliana è l’unica persona che può risolvere l’enigma, da lei sembrano dipendere le sorti di tutta le chiese cristiane, poiché accanto a quel corpo sono stati trovati tre pezzetti di legno, identificati come schegge della Vera Croce. La dottoressa è una donna curiosa e desidererebbe sapere più di quanto la chiesa vorrebbe che lei s’intromettesse nella faccenda: questa sarà una delle principali motivazioni per cui farà parte del team per la risoluzione del caso. Affiancata nel suo lavoro da una guardia svizzera, il capitano Kaspar Glauser-Roist e, successivamente dal professore Farag Boswell, inizia ad indagare su una setta millenaria: gli Staurophilakes, capeggiati da una misteriosa figura chiamata Catone, i guardiani del Ligna Crucis rinvenuto dalla regina Elena, madre di Costantino il Grande, imperatore di Costantinopoli intorno al IV secolo. In seguito a vari studi comprendono che la chiave della risoluzione sta nel capolavoro italiano di Dante; usando come guida il Purgatorio potrebbero riuscire a scovare la confraternita e consegnarla alla polizia. Dante, in qualità di Staurophilakes, avrebbe infatti lasciato a coloro che sarebbero stati capaci di andare oltre ciò che si “vede”, le istruzioni per purificare l’anima e avere cosi accesso alla setta. I tre svolgeranno dunque questo cammino di purificazione dei sette peccati capitali e per far ciò affronteranno una prova nelle città identificate ognuna con un determinato peccato; andranno a Roma per l’espiazione della superbia, a Ravenna per l’avarizia, a Gerusalemme per la lussuria, ad Atene per l’ira, a Costantinopoli, caratterizzata dalla gola, ad Alessandria per l’invidia e infine ad Antiochia per l’accidia. Man mano che avanzano le difficoltà aumentano, ma attratti da quell’affascinante percorso, dalle enigmatiche prove,vanno sempre avanti nonostante l’iniziale incredulità per questo mondo e per il messaggio nascosto nella Commedia. Finale scontato, ma forse neanche poi tanto, per un libro che ti coinvolge dalla prima all’ultima pagina. Un thriller davvero completo, un mix di religione, sette, prove iniziatiche, problematiche ecclesiastiche e scismi, ricco di archeologia e storia. Ma è soprattutto un intrigante approccio alla lettura di Dante. L’autrice,sebbene spagnola, ha dimostrato di essere un’ esperta conoscitrice dell’opera e riesce nel compito, spesso arduo, di farla amare . Sembra inoltre che negli ultimi tempi ci sia stata una massiccia riscoperta del fiorentino dalle affollate conferenze del Prof Selmonti, dantista per antonomasia, a Benigni. Un altro romanzo intrinseco della commedia è anche “Il circolo Dante”, un’interpretazione dei contrappassi ambientata nell’ottocentesca Boston. Particolarissimo è “Matta bestialità”, in cui l’autore inserisce un canto dell’inferno con correlate note medievali.

 

Il Traduttore di Raimondo Pinna

04/04/2008

 

E’ appena uscito in libreria il primo romanzo di Raimondo Pinna, " Il Traduttore ",  Wazu Tempora

E’ un romanzo assai particolare e avvincente; non è certo una lettura semplice, anzi è sicuramente impegnativa, ma proprio in questo sta il suo fascino; il lettore viene trascinato dalla trama, dal linguaggio, da un continuo riflettere.

Il protagonista, di cui non si dice mai il nome, riceve l’incarico di tradurre un manoscritto crittografato, la storia un certo Gherardo Ravot, recluso  non si sa bene dove. La quotidianità del traduttore procede giorno dopo giorno, tra tanti problemi;  non si può dire che la vita gli sorrida; è un buono in continua lotta con tutti coloro che sono più forti e più cattivi di lui; e forse soccomberà, o forse è già crollato? Fondamentale il rapporto con il suo parallelo Gherardo, lucido nella sua apparente follia. Ma a un certo punto succede qualcosa:  e le vicende dei due personaggi presentano sempre più analogie,  fino all’ultimo capitolo,  epilogo/prologo, nel quale, dopo il precedente crescendo di angoscia,  molto pacatamente si percepisce che la fine della storia forse non è nient’altro che il prologo di una vicenda del tutto simile  a quella appena narrata (o forse la stessa?)                                             

La vicenda è ambientata a Cagliari che fa capolino discreto tra le pagine con i suoi quartieri e suoi abitanti.  La città ammicca al lettore anche dalla foto di copertina,  l’immagine di una nota villa che si vede, non si vede. Particolare attenzione è prestata ai personaggi minori; tutti presentano adeguato spessore e non passano inosservati; così come i personaggi dei piccoli cammei di storie nella storia che il traduttore o altri personaggi raccontano. Originale il riferimento alla preghiera, in particolare la citazione delle invocazioni del nono ed ultimo venerdì del mese.

Sono presenti spesso e sono molto incisivi i riferimenti all’attualità internazionale; fra gli altri mi piace ricordare la citazione di Rachel Corrie, la pacifista americana uccisa dai panzer israeliani, mentre si opponeva assolutamente disarmata alla distruzione delle case dei palestinesi;  e particolarmente significativa trovo a questo proposito, la frase "...oggi se ne parla poco, domani non se parlerà più, dopodomani cambierà anche la versione dei fatti e si dirà che Rachel Corrie era un’amica dei terroristi..." (non dimentichiamo!)

Per quanto riguarda lo stile è elegante,  con attenta ricerca linguistica;  non mancano nei dialoghi citazioni in sardo, laddove utili a rendere l’immediatezza di alcune espressioni tipiche cagliaritane.

La grafica differenziata rende immediatamente visibili al lettore le due storie; la realizzazione editoriale è semplice, ma accurata; il prezzo contenuto.

Insomma nel panorama di nuovi autori è piacevole trovare, come in questo caso, novità editoriali originali.

m.p.

(1)  Raimondo Pinna, architetto, nato a Cagliari nel 1965, si laurea nel 1990 in Architettura, indirizzo urbanistico, presso il Politecnico di Milano. Tra le sue pubblicazioni, ricordiamo l’Atlante dei Feudi in Sardegna. Il periodo spagnolo 1479-1700, Condaghes, Cagliari, 1999. "Il traduttore" è il suo primo romanzo. 

Benjamin Piercy

20/05/2008

Benjamin Piercy was instrumental in planning Sardinian railway and also a clever agrarian businessman and entrepreneur who started up a farm, "Tenuta di Padrumannu" and "di Baddesalighes", one of the most prosperous and modern farms in Sardinia, exactly in Bolotana, Macomer, Bortigali, Lei and Silanus lands. He was born on 16th March 1827 in Trefeglwys, in Montgomery county, Wales. His father, Robert Piercy, was an employer and top-executive assigned to road building and expropriation. He was a building surveyor and he also cooperated with Brunel in planning the gallery built under the Thames, in London. Benjamin graduated in civil engineering when he was twenty and later he was into wales railway. In 1855 he got married with Sarah Davies, they travelled widely to France, London, Italy and Sardinia. They had nine children, three boys and six girls: Robert Charles, Arabella, Florence, Lily, Eva, Henry Egerton, Ethel, Benjamin Herbert and Helena. Florence and Benjamin Herbert published their diaries, making us know about Piercy and his travels. In 1862, B.Piercy started to cooperate with Semenza group, an Italian and English company that carried the Sardinian railway out. Semenza group, after having been granted a charter, didn’t make use of it, and gave it to "Compagnia reale delle ferrovie sarde" (royal company of sardinian railways), that was set up on 2nd of June, in London, and approved by "regio decreto" (royal decree) on 11th October in 1863. It had to run and manage the railway. The Board of Directors had to administrate it in London. The directors were Charles Bell and Ippolito Leonino, London merchants, Thomas Barnes, John Pender and Henry Roversdale Grenfell, members of the English Parliament. The Italian members of the Board Directors were marquesses Gustavo di Cavour and Boyl di Villaflor, Sabino Leonino, a merchant from Genoa, and Giuseppe Sanna, member of Parliament from Amela. Construction work started on 20th November in 1864, in Cagliari, Sassari, Portotorres and in Oristano, but soon after they were in dire straits, and in February 1865 Piercy himself visited the building site, as a technician, not as a shareholder. In 1866 he worked in France and in India. Angelo Dettori published a "logudorese" short story in which he wrote that B.Piercy would have kidnapped and married Kilivan, the beautiful daughter of a "marahia". They moved to Sardinia and after the year 1870, she would have helped her husband, looking after the ill workers suffering from tubercolosis. To be continued Summary and Translation by Federica Pantaleo, memeber of "Storie di ieri" team.

Since last year, we, students from classes 4°A, 2°B, 4°B and 4°C attending "liceo scientifico Brotzu" (Quartu S.Elena, Cagliari, Sardinia) have been working on a school project ("Storie di Ieri") dealing with sardinian old stories.
We have been producing one reelers with the help of Massimo Demontis, a video-expert (he is a journalist and a capable expert at producing short films), our teachers of English, Maria Paola Pinna and Patrizia Trudu and Mr. Vincenzo Pisano, a teacher of French in our school.
We have also read an essay about Benjamin Piercy (1827-1888), written by our headmaster, Mr. Luciano Carta (1).

 

(1) Luciano Carta was born in Bolotana, a small town near Nuoro, in Sardinia, in 1947.
He took a degree in Philosophy and taught Philosophy and History at senior high school specializing in classical studies. Since 2006 he has been headmaster in a senior high school specializing in Science Education, in Quartu S. Elena, a town near Cagliari, in Sardinia.
He was elected mayor and member of a province council in Nuoro.
He was also on the electoral roll (left wing party).
He’s the editorial assistant of "Quaderni Bolotanesi" and he collaborates in writing and producing them assiduously and earnestly.
His works are often concerned with local History and particularly with the History of the Catholic Governement.

La romana - A.Moravia

10/06/2008

Capita molte volte di sentir dire “ non ho voglia di leggere… non ho tempo per leggere”. Molte giustificazioni come queste hanno portato alla scomparsa quasi totale del piacere della lettura …del gesto importante di regalare un libro, un libro che regala saggezza e che in un certo senso regala esperienze. Un libro come La Romana di Alberto Moravia. Una giovane donna, altalenante fra il sogno di diventare una madre ed una moglie, ed il sogno di sua madre di volerla far diventare una donna di successo, una madre che come tutte vuole il meglio per sua figlia…Un sogno, che passa dal fare la modella per i pittori, districandosi fra gli amori, fra cui Gino, il primo. Una donna che vivendo una vita a volte difficile mette al mondo un figlio, con un altro uomo, un figlio di cui lei dice “se sarà un maschio lo chiamerò Giacomo, in memoria di suo padre, se sarà una femmina la chiamerò Letizia, perché voglio che abbia una vita più felice della mia, in fondo può capitare a tutti di essere figlia di una prostituta e di un assassino”. E così Moravia conclude il suo libro con le parole della protagonista. Un libro toccante, bellissimo da leggere e da assaporare fino all’ultima pagina, consigliato a ragazzi ed adulti, pronti a vivere insieme alla protagonista le avventure e gli inconvenienti che una vita difficile può comportare.

 

 

 

 Roberta Ibba

 

 

Dieci piccoli indiani

10/06/2008

Recenzione A cura di Giulia Orgiana

Otto persone, che non si conoscono tra di loro, vengono invitate con una lettera a trascorrere l’estate in una splendida isola di Nigger Island (UK). Nonostante nessuno degli invitati conosca precisamente il proprietario della casa, tutti accettano. Al loro arrivo sull’isola trovano una lussuosa villa e due servitori, un maggiordomo e la cuoca (marito e moglie), quindi nell’isola sono in 10. Il padrone della villa non è ancora giunto nell’isola per disguidi non meglio precisati. Sopra il caminetto di ogni camera da letto è incorniciata una filastrocca per bambini, alquanto macabra, che narra la storia di 10 poveri negretti che muoiono uno ad uno. La prima sera mentre è servito agli ospiti un aperitivo prima della cena, la voce ferma di un uomo accusa tutti di essere assassini elencando gli omicidi per cui erano imputati. Tutti rimangono immobili quasi impietriti, di chi era quella voce? E perché conosceva il più oscuro segreto di ogni persona di quella stanza? Queste saranno le domande che tormenteranno la mente degli ospiti destinati, (come si capirà già dalle prime pagine del libro) a morire prima o poi, ma nessuno lascerà l’isola, nemmeno l’assassino.... Un libro stupendo per chi, come me, ama i gialli di Agatha Christie. Un romanzo appassionante e avvincente ma terrorizzante quasi come un film. Consiglio la lettura ai ragazzi dagli 11 anni in su.