brotzu school

spazio riservato al libero scambio di idee, pensieri e parole

La "Grande Guerra" nella letteratura

19/05/2010

La "Grande Guerra" determinò una svolta decisiva sotto diversi aspetti. Essa rappresentò una rivoluzione sia nel modo di combattere , sia per quanto riguarda gli strumenti utilizzati. Fecero la loro comparsa sui campi di battaglia e nelle trincee delle nuove armi, più letali ed efficaci di quelle impiegate precedentemente, sviluppate grazie alle ultime innovazioni nel settore scientifico e industriale. Inoltre fu una guerra totale, che non coinvolse soltanto gli eserciti al fronte, ma anche il resto della società di ogni singola nazione. Quest’ultimo aspetto deve essere tenuto in grande considerazione nella lettura delle opere dei poeti e letterati dell’epoca, la cui ispirazione è tratta proprio da questo clima conflittuale. La descrizione della guerra è influenzata dal punto di vista dell’autore: un poeta-soldato come Ungaretti non può avere la stessa opinione di Marinetti, che considera la guerra "sola igiene del mondo" ("Manifesto del futurismo", "Le Figaro", 1909). Gli orrori della guerra sono dipinti con violenza espressionista, specialmente nei versi di Ungaretti: la "bocca digrignata" ("Veglia", Giuseppe Ungaretti, 1915) del cadavere di un soldato e le case di cui "non è rimasto che qualche brandello di muro" ("San Martino Del Carso", Giuseppe Ungaretti, 1916) sono simboli della violenza inaudita che la Grande Guerra impresse nella memoria del poeta. Alla posizione di Ungaretti, chiaramente contro la guerra, si oppone quella di altri letterati che, come Marinetti, la consideravano giustificabile. Le opinioni di questi ultimi sono estremiste, al limite della follia. Emblematica quella di Papini, che definisce la guerra "un’operazione maltusiana. C’è un di troppo di qua e un di troppo di là che si premono. La guerra rimette in pari le partite. Fa il vuoto perché si respiri meglio." (Giovanni Papini, "Amiamo la guerra", in "Lacerba", II, 20, 1914). Il passo riprende la teoria di Marinetti enunciata nel "Manifesto del futurismo" e in esso lo scrittore, interventista, esalta la guerra, definendola necessaria per preservare la qualità di vita di coloro che sopravvivranno ad essa, e apostrofando i caduti come persone non degne di nota, inutili per la società. E’ importante sottolineare che questa è l’opinione della cosiddetta "nazione che stava a casa", ovvero coloro che non erano stati al fronte e che della guerra avevano solo un’idea astratta e influenzata dalle ideologie, in particolare quella nazionalista, e dal clima politico dell’epoca. Il poeta e soldato inglese Siegfried Sassoon si scagliò con forza contro questa parte della società attraverso una protesta scritta che indirizzò a un ufficiale: " […] credo anche di poter aiutare a distruggere l’insensibile compiacimento con cui la maggior parte di coloro che sono a casa apprezzano il susseguirsi di agonia che non condividono, e non hanno abbastanza immaginazione per rendersi conto di essa." ("Statement to Commanding Officer", Siegfried Sassoon, 1917).

 

L’inutilità della guerra è sottolineata da Renato Serra in una sua importante riflessione: "Sempre lo stesso ritornello: la guerra non cambia niente. Non migliora, non redime, non cancella. Non fa miracoli. Non paga i debiti, non lava i peccati. […] Che cosa è che cambierà su questa terra stanca, dopo che avrà bevuto il sangue di tanta strage: quando i morti e i feriti, i torturati e gli abbandonati dormiranno insieme sotto le zolle, e l’erba sopra sarà tenera lucida nuova, piena di silenzio e di lusso al sole della primavera che è sempre la stessa?" (Renato Serra, "Esame di coscienza di un letterato", in "La voce", 30/04/1915). A che scopo, dunque, continuare un massacro che non porterà a niente di nuovo e che non si sia già visto nella storia? Questo interrogativo è proposto da Serra con un tono quasi di rassegnazione, dal momento che l’uomo continua a usare le armi, senza imparare dai propri errori, "in un mondo che non conosce più la grazia" e in cui la pietà, schiacciata dalle suole strilla: "Ah, lasciatemi, lasciatemi, lasciatemi!".

 

Christian Sarritzu

 

la cassa oblunga

03/06/2010



                                              

Edgar Allan Poe è nato a Boston il 19 gennaio 1809 ed è morto a Baltimora il 7 ottobre 1849. È stato uno scrittore e poeta statunitense, considerato fra le figure più importanti della scuola americana. Inventò il racconto poliziesco ("detective story") e il giallo psicologico ("psichological thriller"), ma fu anche uno dei rappresentanti maggiori del romanzo gotico, sebbene le sue opere siano posteriori rispetto al genere vero e proprio. Dal esso, Poe eredita il gusto per il mistero, per l’orrido e per l’angosciante, svincolandosi però dai  topoi ricorrenti per sviluppare gli aspetti psicologici, indagando fra le ossessioni e gli incubi dei suoi personaggi.

La cassa oblunga è un racconto di Allan Poe, scritto nel 1844. Le vicende sono raccontate in prima persona, attraverso un personaggio interno alla storia, di cui però non si conosce il nome. Il racconto è ambientato soprattutto all’interno della nave del capitano Hardy, in cui troviamo Cornelio Wyatt, sua moglie e le sue due sorelle, tutti  diretti a New York. Il racconto da subito si concentra su Cornelio Wyatt. Ritenuta sospetta la prenotazione di una cabina in più rispetto a quelle  necessarie, Il narratore è convinto che Cornelio abbia un segreto da nascondere, e questa supposizione si fa più concreta quando, al momento della partenza della nave, sale a bordo una misteriosa cassa di pino oblunga, che misura in lunghezza sei piedi e in larghezza due piedi e mezzo. Così tutte le sequenze si caratterizzano sulla ricerca di scoprire cosa contenga quella cassa, e per svelare il segreto di Cornelio Wyatt.

Come tutti i racconti di Allan Poe, l’intreccio è molto importante, suggestivo e ricco di colpi di scena, che lascia spiazzato il lettore e destabilizza le sue sicurezze. La focalizzazione del narratore è interna, perciò egli non conosce l’esito della storia, ma assieme al lettore, compie un lavoro di ricerca per svelare il mistero. Pertanto il lettore, preso per mano dal narratore, partecipa in maniera attiva agli eventi, sostituendosi in certi casi al narratore. Questo racconto non appartiene propriamente al genere horror, perché il suo obiettivo non è quello di incutere paura al lettore, ma quello di coinvolgerlo e di catturare la sua attenzione. La narrazione è lenta (caratteristica del genere horror), così come il ritmo, allo scopo di creare suspance e attese. Il brano rispetta le caratteristiche e gli obiettivi che lo scrittore si è prefissato e favorisce molti spunti di riflessione, non solo sui contenuti e sulla trama, ma soprattutto sullo stile e sulla psicologia dei personaggi, quest'ultima molto rilevante.

Questo racconto può essere considerato un antenato del romanzo giallo, perchè evidenzia una descrizione dettagliata dei pensieri del narratore, che così rende partecipe il lettore alle indagini per svelare il mistero del signor Cornelio Wyatt.

                                                                                                                                                          Felice Leppori 5D

Festival della letteratura

03/12/2010

Cronache di una giornata trascorsa al Festival della letteratura per ragazzi

Dopo aver letto il libro Il ragazzo che sognava Kim Novak, di Nesser Håkan, il giorno 16 ottobre alle ore 09.00 ci siamo recati a Cagliari, in Piazza San Cosimo per partecipare al Festival della letteratura per ragazzi intitolato Malanotte.All’ arrivo di tutti gli alunni delle classi II A, II E e II F, siamo stati divisi in due gruppi per svolgere due attività infatti un gruppo ha svolto dei giochi di ruolo mentre il nostro gruppo ha visto un cortometraggio che è stato proiettato in una libreria lì vicino e che aveva come argomento la paura. Al termine del cortometraggio abbiamo raggiunto l’altro gruppo rimasto in piazza,il quale doveva ancora terminare l’altra attività.Verso le 10.30 ci siamo diretti all’ Exmà, lì abbiamo potuto visitare liberamente le diverse mostre allestite e ci siamo concessi una piacevole pausa.A mezzogiorno è arrivato l’autore del libro Nesser Håkan, l’incontro si è svolto in una sala in cui c’erano altri ragazzi del liceo “Euclide” di Cagliari; inoltre vi erano l’intervistatore e una signora che traduceva tutto ciò che diceva lo scrittore.L’intervistatore ha fatto varie domande ed ha chiesto quanto per lui la famiglia e la scuola fossero importanti visto che lui ne parla sempre male nei suoi libri e nonostante sia stato professore. Egli ha risposto che ne parla male perché i suoi libri sono dei gialli e non perché non siano importanti e ci ha anche spiegato che ha smesso di fare il professore quando ha divorziato perché avendo più tempo libero si è voluto dedicare totalmente ai suoi libri.Dopo le varie domande fatte dall’intervistatore è arrivato il nostro momento, c’era chi chiedeva perché avesse usato un linguaggio un po’ volgare nel libro; chi era l’assassino, a questa domanda cruciale, lui ha risposto che non lo sapeva perché il libro è ispirato ad una storia vera, che gli era stata raccontata da Erik, il protagonista, il quale gli disse di essere stato lui il colpevole, ma nel 2008 gli arrivò una lettera da Edmund, un altro personaggio importante del romanzo, ormai in fin di vita, il quale avvertiva lo scrittore di non credere ad Erik perché l’assassino era lui.L’autore dice di non sapere neppure lui chi è l’assassino, ma secondo me non è così, lui lo sa e non vuole dirlo per non togliere il dubbio perché, secondo me, se il mistero dell’assassino venisse svelato non venderebbe più libri, anche se io vorrei saperlo.Per me questa giornata è stata molto interessante, tra tutto quello che abbiamo fatto ciò che ho preferito è stato l’incontro con l’autore, è stato utile soprattutto perché avendo letto il libro e avendoci lavorato in modo approfondito, abbiamo potuto confrontarci con l’autore e quindi avere ulteriori informazioni.E’ stato molto carino ed interessante anche il cortometraggio perché mostrava varie parti di diversi film che conosco e che mi piacciono. Partecipare a questo Festival per me è stato non solo utile ma anche interessante.

Silvia Demontis, II F

 

 

Festival della letteratura

Sabato 16 ottobre, noi ragazzi della 2^F, 2^E e 2^A, ci siamo recati a Cagliari, in piazza San Cosimo, per partecipare al Festival della letteratura per ragazzi, intitolata Malanotte. Siamo arrivati in piazza alle ore 9:00 ognuno per conto suo, alcuni in pullman e altri in scooter o in auto. Dopodiché le tre classi sono state divise in due gruppi.

- Il primo gruppo, che comprendeva pure me e i miei amici, è andato a vedere un cortometraggio intitolato Trame di paura (durato circa mezz’ora) che consisteva in un collage di spezzoni di alcuni film fantastici di cartoni animati e di horror tra cui Harry PotterIo non ho paura (di G. Salvatores). Se devo essere sincero non mi è piaciuto molto il cortometraggio, forse perché in realtà non ho capito il significato ma ho potuto intuire che il tema del video era quello “dell’incubo”.

- Invece il secondo gruppo ha fatto alcuni giochi di ruolo con una sorta di prestigiatore. In un’altra parte della piazza, intanto, c’erano due giocolieri che con birilli, cerchi e torce di fuoco accese, le facevano volare in aria e passandosele tra loro, stupivano tutti coloro che li stavano guardando.

Poi tutti quanti insieme ci siamo recati all’Exmà, poco lontano dalla piazza, dove c’erano tanti bambini delle scuole elementari ma anche ragazzi di altri licei di Cagliari. Una volta lì le professoresse ci hanno lasciati liberi, così abbiamo potuto visitare le diverse mostre allestite e prenderci una piccola pausa fino alle 12:00, ora cruciale per partecipare all’attesissimo incontro con lo scrittore del libro "Il ragazzo che sognava Kim Novak"  e "La rete a maglie larghe", ovvero lo svedese Nesser Håkan.

Gli abbiamo fatto tante domande riguardanti i suoi libri, naturalmente essendo svedese non ci capiva, però c’era una signora che traduceva tutto quello di cui si parlava. Tra le domande che gli sono state poste c’era anche quella su chi avesse commesso l’omicidio: ovvero Edmund o Erik, ma lui non ci ha voluto svelare niente. Alla fine ha fatto a tutti l’autografo.

A me è piaciuto tanto l’incontro con lo scrittore perché comunque non capitano spesso nella vita occasioni così interessanti.

Lorenzo Perra IIF

 

Festival della letteratura

Sabato 16 Ottobre, la mia classe ma anche tante altre, ha partecipato al Festival della letteratura italiana per ragazzi.E’ stata una giornata scolastica diversa dalle altre, interessante, ma allo stesso tempo anche divertente. Per prima cosa un ragazzo ci ha fatto riunire in un tendone, dove tutti eravamo seduti intorno a un tavolo e dovevamo fare un gioco di ruolo. All’inizio non avendo ben capito le regole tutti ci siamo annoiati un po’, ma allo scadere del tempo saremmo voluti rimanere lì a giocare.

In seguito, arrivata la parte più interessante della mattinata, siamo andati all’Exmà, dove abbiamo avuto l’incontro con lo scrittore svedese Nesser Håkan. Per fortuna accanto a lui c’era anche una signora che traduceva tutto ciò che diceva perché parlava solamente inglese e svedese. Ha iniziato a fare le domande un ragazzo che stava accanto a lui; domande interessantissime grazie alle quali siamo venuti a conoscenza di tantissime cose, a partire dai suoi libri fino alla motivazione per cui ha iniziato a scrivere romanzi. Poi è arrivato il turno delle nostre domande, erano praticamente tutte concentrate sul libro “Il ragazzo che sognava Kim Novak”. Quello che tutti volevano sapere è chi è stato il vero assassino di Bertil Albertsson tra Erik e Edmund. Lui ci ha detto che non era totalmente sicuro chi fosse l’assassino di questa storia, oltre tutto vera; ci ha anche raccontato dell’incontro avuto con Erik prima di scrivere il libro, per sapere con certezza come si erano svolti i fatti. Erik dopo avergli raccontato perfettamente l’accaduto gli aveva svelato che l’assassino di Bertil era lui; pur sapendo questo, Nesser Håkan scrisse il libro con l’intento di non svelare il vero assassino, lasciando a tutti il dubbio. Ma dopo alcuni anni, ricevette una lettera di Edmund, che diceva che Erik si sarebbe preso le colpe dell’assassinio, ma in realtà era stato lui ad uccidere Bertil Albertsson.

Io penso comunque che lui sia a conoscenza della verità ma per qualunque motivo non lo svela mai a nessuno, anche perché ogni volta che ha un incontro con delle persone o viene intervistato, è sempre la prima domanda che gli viene posta. Noi ragazzi abbiamo cercato mille soluzioni, fino ad arrivare a pensare che siano stati sia Erik che Edmund a commettere l’omicidio, anche perché all’epoca loro avevano solo quattordici anni, e compiere un’azione del genere da solo sarebbe stato un po’ difficile.

Io non sono amante di libri di questo genere, ma da un certo punto di vista la storia mi ha colpito e affascinato, forse perché creava curiosità nel lettore, in particolare nella seconda parte; ciò che non mi è piaciuto di questo libro è stato il linguaggio molto crudo che Nesser Håkan ha utilizzato. Lui durante l’incontro ha detto che è stato utilizzato quel tipo di linguaggio, perché ai suoi tempi tutti i ragazzi usavano queste espressioni, a volte anche troppo volgari secondo me per essere scritte in un romanzo di formazione. I pensieri dei due ragazzi, in particolare in presenza di Ewa Kaludis -> Kim Novak erano troppo espliciti, e a me, come credo anche a qualcun altro, questo ha dato fastidio.

A parte questo, l’incontro è stato molto interessante, anche perché all’inizio io pensavo che passare più di un’ora seduti ad ascoltare l’autore del libro potesse essere noioso, ma fortunatamente ho cambiato idea, e il tempo è volato. L’autore è stato abbastanza gentile e dopo le nostre domande si è reso disponibile per firmare gli autografi e fare le foto con noi.Come ho già detto all’inizio, è stata una giornata scolastica diversa dalle altre, e come me penso non sia dispiaciuto nemmeno ai miei compagni di classe, e a tutti i ragazzi che hanno partecipato a questo festival. Avendo l’opportunità di un’altra occasione simile a questa, sicuramente non direi di no.

Sara 2^A

 

Festival della letteratura

Quest’anno abbiamo letto un libro di Nesser Håkan, poi abbiamo incontrato lo scrittore al Festival della letteratura per ragazzi intitolato Malanotte. Il libro che ho letto io s’intitola: “L’uomo con due vite”.

Questo libro parla dell’indagine dell’ispettore Barbarotti su un uomo di cinquantanove anni: Valdemar. Questi è sposato e ha due figli ma non è felice della sua vita, così si costruisce una vita parallela dopo aver vinto al totocalcio. I temi trattati sono la solitudine, il pensiero di non essere capiti, infatti Valdemar non va d’accordo con i figli, parla poco con la moglie e spesso ci litiga, lui pensa che non lo capisca e le mente. Ogni giorno Valdemar va nella sua nuova casa di campagna dicendo alla moglie che va al lavoro mentre in realtà si è licenziato.

Un altro tema è la droga, infatti Anna, una ragazza di 21 anni, decide di entrare in un istituto per disintossicarsi, ma non si trova bene, anche perché non va d’accordo con la donna che è a capo dell’istituto, che la critica per quello che fa, come suonare la chitarra e leggere. Così Anna scappa e incontra Valdemar e tra loro nasce un’amicizia. Valdemar la aiuta nei problemi con il suo ex fidanzato, un ragazzo violento che la aggredisce e che lei per difendersi uccide. I due scappano e la polizia li insegue.

É un romanzo giallo ed io l’ho trovato bello, anche se non è il mio genere preferito. Mi ha colpito soprattutto la prima parte perché parla della descrizione dei personaggi, dei ricordi, dei sogni descritti nei particolari, e dell’incontro tra Anna e Valdemar. Ho trovato invece meno interessante la seconda parte, che parla del ritrovamento del cadavere e dell’indagine di Barbarotti. La conclusione non mi è piaciuta tanto, perché la storia di Anna e Valdemar non finisce molto bene, anche se l’ispettore Barbarotti riesce a risolvere l’indagine.

Il festival della letteratura si è svolto a Cagliari. Per prima cosa ci hanno fatto fare un gioco di ruolo ed è stato abbastanza divertente. Poi dopo aver mangiato e aver camminato un po’ tra le bancarelle dei libri abbiamo incontrato Nesser Håkan che ha risposto alle domande di un ragazzo sul suo libro più famoso: “Il ragazzo che sognava Kim Novak “.Håkan è svedese quindi c’era un’interprete che traduceva le domande e le sue risposte. In seguito anche i ragazzi hanno fatto delle domande e lui ha parlato della fine del suo romanzo ma non ha svelato il nome dell’assassino. É stato simpatico e un po’ scherzoso in alcune risposte. Dopo l’incontro, lo scrittore è stato gentile, ci ha firmato alcuni libri e ha fatto delle foto con alcune persone.

E’ stata una bella giornata, anche se purtroppo Nesser Håkan non ha parlato molto del libro che ho letto io, ma è stato comunque interessante.

Giulia 2A

 

Una giornata con Hakan Nesser

Una giornata con Hakan Nesser

Il giorno 16/10/10 le classi 2E, 2A e 2F del Liceo Scientifico Statale ‘G. Brotzu’ di Quartu S. Elena si sono recate a Cagliari per partecipare alla V Manifestazione della Letteratura per ragazzi “Tutte Storie”. Ogni alunno ha dovuto raggiungere con mezzi propri l’Ex Mà, ovvero il vecchio mattatoio cittadino, adibito a spazio culturale, vicino a piazza San Cosimo. L’appuntamento è stato fissato per le ore 9 e, con largo anticipo, si sono presentati tutti gli studenti. Sarebbe potuta essere una manifestazione come tante, se non ci fosse stato un ospite di rilievo, Hakan Nesser, autore svedese di romanzi gialli, di cui il più famoso, a parere dei molti presenti, è ‘Il ragazzo che sognava Kim Novak’. Trama avvincente, ambientata nella Svezia degli anni “60, della quale riflette perfettamente lo stile di vita e il linguaggio della gioventù del periodo.

Nel libro, oltre ad essere presenti tematiche adolescenziali (per esempio i primi amori), è presente anche il delitto, motivo classico di questo genere di romanzo. Tutto questo farebbe pensare ad un prodotto inventato dalla fervida immaginazione dei popoli nordici, ma non è così. Infatti la vicenda è ispirata a una storia vera, l’omicidio di Berra Albertsson, campione svedese di pallamano degli anni “60. Al centro del racconto due adolescenti, i protagonisti e principali indiziati Erik ed Edmund.

Prima di andare all’Ex Ma a discutere del libro, le classi sono state divise per partecipare alle diverse attività proposte: un gioco di ruolo ambientato nel Medioevo e la visione di un cortometraggio, che racchiudeva spezzoni di film che avevano come tema l’adolescenza e la paura (tra i principali ricordiamo ‘Page Master’ e ‘Io non ho paura’).

Dopo aver terminato queste attività (verso le dieci circa), ci siamo diretti tutti all’interno della struttura. Le persone giunte a questa manifestazione erano veramente tante e di tutte le età: noi studenti liceali, le comitive di bambini delle scuole elementari in estasi per quest’evento, gli insegnanti e gli animatori ecc…

Alla fine, verso le 11.30, dopo un’ora e mezza di smarrimenti e orientamento fra marmaglie di piccoli euforici, è arrivato il momento dell’incontro tanto atteso con lo scrittore Nesser: portamento autoritario ed imponente, occhi amichevoli, capelli vagamente bianchi, talmente alto che ci saremmo dovuti mettere i trampoli per riuscire minimamente a raggiungerlo per guardarlo ‘faccia a faccia’. Essendo svedese, si è fatto capire dagli studenti parlando inglese, lingua di cui possiede padronanza assoluta.

Dopo cinque minuti d’attesa, è iniziata l’intervista all’autore, la quale non si sarebbe potuta svolgere senza l’aiuto dell’interprete. Durante l’incontro, coordinato da un giornalista dell’associazione culturale “Hamelin”, sono sorte domande di vario genere anche ad opera degli studenti. Una dote particolare del Sig. Hakan, della quale di certo nessuno si dimenticherà, è stata la riservatezza: nonostante le domande insistenti volte a far confessare l’autore riguardo al presunto assassino del racconto, egli è rimasto impassibile portando la suspence all’apice, ma alla fine se l’è cavata con un semplice ‘I don’t remember!’ (Non ricordo). Così le poche speranze di scoprire il nome dell’assassino sono state deluse, ma il sentimento del misterioso è stato sollecitato ulteriormente.

Poi l’intervista è continuata curiosamente, dato che rispondeva alla domande alternando lo svedese all’inglese, e la metà di noi è rimasta letteralmente sconcertata e affascinata dalla complessità di questa fantastica lingua. Nesser ha toccato temi tipici dell’adolescenza (turbe adolescenziali, i modi di esprimersi ecc..), ha parlato dei suoi ultimi successi (‘Carambole’), della sua vita (la famiglia, il divorzio, la sua passata esperienza di professore) e di tutto il bene ed il male racchiuso nell’ambito familiare.

Terminata l’intervista, alcuni studenti sono andati a chiedergli l’autografo. Per tutti è stata una bella mattinata passata in compagnia.

A parer mio è stata una conoscenza formativa e molto istruttiva, puntata soprattutto sullo scambio di idee e di opinioni, e anche una piccola lezione di vita.

Giovanni Garofalo 2° E

 



Tre promesse per la salvezza

24/02/2011

Tre promesse per la salvezza

L’ odissea di Enaiatollah Akbari

 

“Nel mare ci sono i coccodrilli” (1)  è la vera storia di Enaiatollah Akbari, un ragazzo afgano che, armato solo di forza di volontà ed amore materno, tra mille peripezie e difficoltà, raggiunge la salvezza in Italia, sfuggendo ad un sicuro destino orribile in Afghanistan.

 

La sua commovente storia parte da Quetta, una città del Pakistan dove, per l’ atto d’ amore infinito della madre, si ritrova abbandonato, solo ed indifeso, all’ età misera di 10 anni. Tre promesse, solo tre promesse, sono il saluto che la madre gli lascia, e che lui non dimenticherà mai: “Non fare uso di droghe, non utilizzare la violenza, non rubare.” Un forte abbraccio, e la presenza della madre svanisce per sempre.

Così inizia l’ odissea di Enaiat, che, per scampare ad un futuro di odio, razzismo, violenza e guerra, è costretto a scappare, clandestino e senza l’ aiuto di nessuno, passando per Pakistan, Iran, Turchia e Grecia, fino all’ Italia. Un enorme viaggio, attraverso le strade polverose dell’Oriente, le vette altissime al confine tra Iran e Turchia, e il mar Egeo, affrontato nel corso di qualche anno da un bambino di soli dieci anni, capace di tutto pur di arrivare a destinazione, verso un posto migliore.

 

È difficile, dopo aver letto attentamente il racconto, pensare che tutto questo sia stato vissuto da un bambino di soli dieci anni, dati i temi e le peripezie affrontate: assistiamo all’ abbandono dei genitori, alla fuga da un triste destino, all’ adattamento a delle condizioni disumane di vita, allo sfruttamento del lavoro minorile, e alla perdita di compagni di viaggio, molti dei quali non ce l’ hanno fatta a superare quell’infernale esodo.

Viene davvero difficile pensare che una simile traversata, in condizioni così pesanti, sia stata affrontata con successo da un bambino. E invece, purtroppo o forse per fortuna, è andata davvero così.

Molto toccante un passaggio del libro in cui il giovane, ormai arrivato in Italia, richiede il permesso di soggiorno, e per essere ascoltato e creduto dalla commissione, consegna all’ interprete un articolo di giornale intitolato: “Afghanistan, bimbo-talebano sgozza una spia”, e lo commenta con “Se fossi rimasto lì, quel bambino sarei potuto essere io”. E’ una notizia del 22 aprile 2007 quando venne diffuso un video-choc nel quale si vede un talebano, sospettato di essere una spia, sgozzato da un compagno: il carnefice era un ragazzino. Sempre molto toccante, quasi commovente, anche la telefonata che Enaiat fa dall’ Italia alla madre, all’età di 18 anni:

“Ho detto: Mamma. Dall’ altra parte nessuna risposta. Ho ripetuto: Mamma. E dalla cornetta è uscito un solo respiro, ma lieve, e umido,e salato. Allora ho capito che stava piangendo anche lei. Ci parlavamo per la prima volta dopo otto anni, otto, e quel sale e quei sospiri erano tutto quello che un figlio e una madre possono dirsi, dopo tanto tempo. Siamo rimasti così, in silenzio, fino a quando la comunicazione non si è interrotta.

In quel momento ho saputo che era ancora viva e forse lì per la prima volta lo ero anch’io. Non so bene come, ma lo ero anch’ io."

È così che si conclude “Nel mare ci sono i coccodrilli”, titolo-metafora del viaggio di Enaiat, la storia vera di Enaiatollah Akbari, che ci fa riflettere su molti temi d’attualità e anche intimi, come l’ amore di una madre verso il figlio. Ci mostra soprattutto la determinazione di Enaiat ad affrontare mille pericoli per arrivare sino a qui, nel nostro paese, il luogo dove noi invece non abbiamo fatto nulla per arrivare o per meritare, e questo ci fa pensare che ci dobbiamo ritenere davvero molto fortunati. La testimonianza di Enaiat ci costringe a fermarci un attimo a riflettere se meritiamo davvero ciò che abbiamo, e a domandarci: “Che cosa abbiamo noi in più di Enaiat?” Nulla. Però noi abbiamo il diritto di avere una famiglia, una madre e di essere felici. E lui no. Spero che un giorno le cose cambieranno e che la frase “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed uguali in dignità e diritti” non sia solo un modo di dire.

 

Enaiatollah Akbari ospite in una trasmissione televisiva, parla della sua storia raccontata nel libro, scritto da Fabio Geda; 

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Enrico Atzori 

 

(1)  F. Geda, Nel mare ci sono i coccodrilli, Storia vera di Enaiatollah Akbari,

      B.C. Dalai editore pp.155, euro 16

 

Monica

01/06/2015

Pubblichiamo il racconto classificatosi tra i vincitori del concorso letterario "Schiuma della terra" e promosso dall’I.I.S. "G. Brotzu", si tratta di "Monica", scritto da Sara Gambarau, studentessa della V C del Liceo Scientifico "G. Brotzu"

 

"Ecco il mio segreto. È molto semplice:

non si vede bene che col cuore.

L’essenziale è invisibile agli occhi"

Antoine de Saint-Exupéry  )

 

Svolto l’angolo, vedo l’uscita e inizio a correre. Anche se so che ormai è troppo tardi, che mi ha riconosciuta.

«Monica?»

Monica, Monica, Monica.

Il mio nome riecheggia nel corridoio. Mi insegue, mi tira per la manica, mi invita a fermarmi, ma non posso vedere nessuno, non adesso, non quando mi sento così fragile che un soffio di vento potrebbe spazzarmi via.

Richiudo la porta dietro di me, nel vano tentativo di far perdere le mie tracce, ma a giudicare dallo scalpiccio di passi al di là di essa so già che non funzionerà. Mi trovo sul pianerottolo di una scala esterna che porta ai parcheggi: potrei sgattaiolare via, ma sono troppo debole per tentare un’ulteriore fuga.

«Monica?» La porta si riapre alle mie spalle per lasciare entrare qualcuno, e dalla voce direi che si tratta di una donna.

Mi aggrappo alla ringhiera in ferro che quest’ora brucia come ghiaccio e la stringo tra le dita sino a farmi male. Assaporo la sensazione del gelo che morde la mia pelle, scava una via nelle mie ossa, e sfiora lo squarcio pulsante che ho nel petto. Rabbrividisco, ma non per il freddo.

Appena mi volto, lei va in estasi. «Monica! Non posso crederci, sei proprio tu! Ti ricordi di me? Accidenti, quanto sei cambiata! Sono Rachele, Rachele Melis.» Rachele Melis. Indietreggio istintivamente. Non è possibile dimenticare chi ti calpesta, nemmeno se quando l’ha fatto seguiva la mandria, e i suoi piedi erano solo un paio tra centinaia di altri. Mi tende la mano. La stringo come se potesse mordermi.

«E’ da un secolo che non ci vediamo!», continua, abbagliandomi con un sorriso usa-e-getta, mentre ci sciogliamo dalla stretta. «Come stai?»

«Bene.» La risposta è automatica, secca, come il rumore di un libro sbattuto su un tavolo. Non ho voglia di parlare, ma non vorrei essere scortese, perciò mi mordo il labbro inferiore per evitare che mi sfugga qualcosa.

«Ancora non posso credere di averti incontrata! Anche a te piace venire la sera a teatro? Ero uscita un attimo per fare una chiamata - non volevo disturbare nessuno e poi se anche non l’avessi fatto mi avrebbero comunque buttata fuori - e ti ho incrociata proprio mentre stavo per tornare nella sala. All’inizio devo ammettere che non ti avevo riconosciuta, ma poi dopo che mi hai superata mi sono chiesta: “quella non è Monica?” e ho provato a chiamarti ma sicuramente non mi hai sentita perché non ti sei fermata – non ci crederai ma per un attimo ho anche pensato che avessi accelerato, a volte sono proprio una sciocca!

Comunque mi sono detta che non sarebbe successo niente se avessi perso un minuto di spettacolo in più…» All’improvviso si accorge che qualcosa non va, e si blocca nel mezzo di una frase; l’incertezza fa capolino nel suo sguardo, vedo della confusione nella sua bocca, che adesso forma una piccola “O”. «Ti senti male?»

Ma non vede che ho bisogno di stare da sola?

Costringo gli angoli delle mie labbra a piegarsi all’insù, mentre in realtà avrei voglia di piangere. «No, sto benissimo.»

Non ha senso dire la verità, non è questo che vuole sentire: certe domande, “Come va?” e tutte le sue possibili varianti, cessano di avere un significato e diventano solo una serie di suoni, note di una canzone che non ha niente da dire. E se anche le dicessi ciò che penso o come mi sento, non capirebbe nemmeno. Non quando la maggior parte delle persone cerca in continuazione la compagnia e l’attenzione altrui per evitare di stare sole con se stesse. «Sono solo un po’ stanca.»

Mi fissa in trepidante attesa. So che vuole che aggiunga qualcosa, che mi attenga al “protocollo”, ma le parole che aspetta si sono incastrate in fondo alla gola e devo sforzarmi per farle rotolare giù per la lingua. «E tu?»

Non ascolto la risposta. Sono a malapena consapevole del fatto che abbia cominciato a riversarmi addosso tutto quello che le viene in mente. Tento di assumere un’aria interessata, ma il massimo che riesco a ottenere è un sorriso di scuse, nient’altro che il riflesso della mia coscienza sporca. Perché per quanto mi sforzi, non riesco a trovare né lei né questa conversazione interessante, e mentre mi racconta la sua vita mi chiedo che senso abbia macchiare il silenzio con parole vuote. Sono sicura che neanche lei sia interessata a me, ma per qualche strana ragione finge di esserlo; so benissimo che non appena me ne sarò andata il sorriso colerà giù dal suo viso come trucco sbavato, prenderà qualcuno sottobraccio e inizierà a sibilare dietro la mia schiena.

All’improvviso si sgonfia e dice che deve tornare dentro. È stata così contenta di vedermi. Dobbiamo uscire una volta o l’altra.

Impiego un po’ a liberarmene, ma alla fine se ne va, e rimango sola. Sento il sorriso sbiadire sul mio volto. Dentro di me, il dolore è una pulsazione sorda. Inspiro a fondo l’aria tagliente, e avverto il suo tocco purificatore sfiorare i lembi della ferita. È ironico che sia l’unica cosa in grado di rimarginarli.

Non me la sento di tornare indietro, così scendo le scale e decido di fare una passeggiata. Mentre cammino mi guardo intorno. Osservo le persone senza che se ne accorgano, e ad ogni occhiata furtiva rubo attimi della loro vita. Se ne vanno in giro fiduciosi, i cuori appuntati al petto come una spilla; non sanno che lì, in bella mostra, potrebbero attirare l’attenzione di qualcuno, non si rendono conto di quanto siano vulnerabili, che basterebbe allungare appena la mano per toccarlo, graffiarlo, portarglielo via.

 

L’idea che il cuore possa guidarci è romantica, ma per me non è che una mezza verità. Il cuore non è condizionato dall’apparenza, ed è quindi in grado di vedere ciò che gli occhi non possono, ma è anche vero che per lui altre cose sono invisibili. Inoltre è inaffidabile, impulsivo, un pazzo incosciente: il tipo che si butta in mezzo alla strada senza guardare per inseguire una farfalla, e viene messo sotto da una macchina. Un tempo anch’io ero così ingenua. Portavo il mio cuore in giro come un bambino un palloncino alla fiera, che poi piange quando qualcosa o qualcuno glielo buca. Adesso noto l’assoluta mancanza di prudenza, e mi sento svenire. È rischioso lasciarlo libero di fare ciò che vuole, di saltare in braccio a degli sconosciuti, di passare da una persona all’altra, quando chiunque con il minimo sforzo può calpestarlo. A me è successo, e ho dovuto raccogliere i pezzi; li ho ricuciti e rimessi assieme con pazienza, mentre il buio cercava di inghiottirmi, le mani mi tremavano, e la mia unica luce era la speranza. Ma non è più tornato come prima. Era così fragile, così vulnerabile, che fui costretta a smettere di portarmelo appresso e a rinchiuderlo in un posto segreto, così che nessuno potesse più fargli del male. Da quel momento in poi al suo posto, nel mio petto, è rimasta una voragine; spesso mi sento così vuota da temere che qualcuno possa vedermi attraverso.

 

Insieme al cuore, anche la fiducia negli altri si sbriciolò, ma in frammenti così sottili e affilati che non riuscii a raccoglierli. Gradualmente, quasi senza accorgermene, iniziai a prendere le distanze, facendo un passo indietro quando nessuno mi guardava: non volevo che qualcuno capisse, e decidesse di buttare giù le fondamenta del muro che avevo appena cominciato costruire, non prima che diventasse impossibile farlo.

 

Mentre abbandono le strade più affollate e m’infilo in una via laterale, penso che la solitudine abbia un sapore dolce ma un retrogusto amaro; che sia libertà, ma anche prigione; che sia spazio, ma anche vuoto. E che la vera solitudine non consista semplicemente nello stare da soli, come spesso si è portati a credere, ma nello stare in mezzo agli altri e sentirsi tagliati fuori. Il ricordo di me stessa a teatro quella sera si sovrappone e si fonde con quelli di episodi passati: mi vedo rannicchiata in silenzio sulla poltroncina, prima che inizi lo spettacolo, intenta a osservare le altre persone vivere. Il frastuono è assordante, la sala pulsa di energia, le risate pungono come spine; la Barriera di ghiaccio inizia a sciogliersi e mi inumidisce le guance, ma un solo pensiero è quello che fa breccia, che penetra tra una costola e l’altra e riapre lo squarcio: la consapevolezza che nonostante fossi circondata da una marea di persone, nessuno se ne sia accorto.

Ed è per questo che me ne sono dovuta andare.

A volte succede che la ferita si riapra, poiché non è mai guarita del tutto. Ogni persona emana delle vibrazioni; io immagino che siano cerchi concentrici, come le increspature che sbocciano sulla superficie dell’acqua quando su di essa si fa rimbalzare un sasso. Quelle prodotte da uno o un gruppo ristretto di persone sono impercettibili e non sono difficili da sopportare, ma quando sono circondata da una folla mi sento come un foglio di carta in balia del vento o uno scoglio isolato squassato dal mare in tempesta. È una sensazione simile all’udito: la musica troppo alta mi stordisce, ma ho imparato ad apprezzare altri suoni oltre al silenzio: il canto del violino in sottofondo, il crepitio del fuoco nel camino, il tamburellio della pioggia sui vetri, il fruscio delle pagine di un libro o dell’aria sotto le ali di una cornacchia… È una questione di equilibrio: più persone ci sono e più sono vicine, maggiore è la quantità delle onde che infrangono sulla Barriera e maggiore è l’intensità cui mi colpiscono; poiché non tutte possono essere bloccate, alcune riescono ad attraversarla. In quel caso i punti che mi tengono insieme si sfaldano e la voragine riprende a sanguinare.

Allontanarmi dagli altri è il solo modo che conosco per proteggermi, la strategia che ho adottato per sopravvivere. Probabilmente non è perfetta, e altri al mio posto ne avrebbero ideato una più efficace, ma funziona, ed è questo l’importante. Chi non ha mai fatto un’esperienza abbastanza intensa da frantumarsi non può capire. Ed è per questo che spesso, davanti a una realtà che non riescono comprendere, al diverso, come qualcuno che ne porta il marchio nello sguardo schivo, nella chiusura delle spalle, in un sorriso incerto, nel loro animo si annidi l’ombra velenosa del disprezzo. Lo so perché l’ho vista corrodere chi mi stava intorno, perché l’ho sentita parlare attraverso la loro voce e appropriarsi delle loro labbra, quando ribollivano di altri sentimenti negativi che l’hanno portata in superficie. Un esempio è proprio Rachele, che ho avuto il piacere di rincontrare oggi.

Credo che ognuno sia il frutto delle sue esperienze, e che queste plasmino il nostro carattere, il nostro atteggiamento nei confronti della vita e nelle relazioni con gli altri; se una persona si comporta in un certa maniera c’è sempre un motivo, anche se noi non lo conosciamo, perché la realtà non è una sola, la nostra, ma è come una pietra preziosa; ha tante sfaccettature, e noi siamo solo una di queste. È più facile dimenticarsi che anche gli altri soffrano o abbiano sofferto e giudicarli sulla base del nostro modo di pensare, odiarli anche, piuttosto che mettere da parte noi stessi per un attimo, scivolare via dalla nostra pelle ed entrare nella loro.

L’empatia è per il cuore ciò che la vista è per gli occhi, è l’arte di sincronizzare il proprio battito a quello degli altri. Sono sicura che se fosse più diffusa, il mondo sarebbe un posto più sereno. E il fatto che io finga di non avere un cuore e lo rinchiuda tra le pagine dei libri, come un uccellino in una gabbia d’oro, non lo rende insensibile, anzi; percepisce gli altri volare fuori dalla finestra così intensamente da farmi soffrire.

Quando torno a casa non c’è nessuno ad accogliermi, a parte il silenzio, perché il mio cuore, sì, batte; ma ha da tempo smesso di cantare.

 

Sara Gambarau V C

 

 

 

Il fiore del deserto

17/06/2015

Pubblichiamo il racconto classificatosi tra i vincitori del concorso letterario "Schiuma della terra" e promosso dall’I.I.S. "G. Brotzu", si tratta di "Il fiore del deserto", scritto da Gabriele Marrosu, studente della III D del Liceo Scientifico "G. Brotzu"

 

“Essi erano appena partiti, quando un angelo del Signore 
apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: 
‘Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e fuggi in Egitto, 
e resta là finché non ti avvertirò, 
perché Erode sta cercando il bambino per ucciderlo’. 
Giuseppe, destatosi, prese con sé il bambino 
e sua madre nella notte e fuggì in Egitto.”
Matteo 2,13-14

 

Correva, in mezzo a un campo, uno di quelli che stavano lontano dalla città, quei pochi fuggiti alla furia del deserto…
 

Assaf si svegliò, la gola secca e gli occhi annebbiati gli davano un’idea di quanto poteva essere rimasto a dormire. 
 

Era giorno e il sole picchiava forte. Si alzò e cominciò a camminare in una direzione qualunque. Le dune e la sabbia rendevano il paesaggio ripetitivo, confuso. Nient’altro che un mare di sabbia triste e immobile. Per giorni aveva cercato di non perdere l’orientamento e di continuare sempre verso la stessa direzione, ma quando era svenuto per la prima volta, aveva abbandonato ogni buon proposito. Tanto alla fine sarebbe pur arrivato da qualche parte!
 

Era stanco anzi stremato. Non aveva più neanche la forza per vedere nitidamente, era troppo stanco anche per i miraggi. Il giorno prima gli era sembrato di vedere una carovana, aveva gridato a lungo prima di rendersi conto che il destino beffardo lo aveva giocato ancora, il deserto lo prendeva in giro, si divertiva a farlo soffrire. Un miraggio… un’altra illusione.
 

Aveva poca acqua con sé, e per risparmiarne il più possibile aveva cercato di non berne. Una splendida idea che gli aveva fatto perdere conoscenza già più volte. Tuttavia ogni volta riusciva a cavarsela, si risvegliava e tutto a un tratto beveva, e così si riprendeva. Ovviamente sapeva di non poter continuare in questo modo, rischiava troppo, doveva sopravvivere. Fuggire era stata l’unica scelta possibile, anche se lui non avrebbe mai voluto. Era stato costretto, l’avevano forzato alla fuga.
 

Sua madre gli diceva sempre “pochi fiori sopravvivono al deserto…”. Assaf non sperava affatto di essere uno di quei “pochi”, ma non aveva scelta, tentare a vivere o morire senza lottare. Sapeva che doveva scappare, correre e pregare, pregare perché stessero tutti bene.
 

Assaf avanzava lentamente, si sentiva sporco, pieno di sabbia e sudato. Quel misto sulla sua pelle lo faceva sentire male, il caldo non gli dava tregua, ma il freddo della notte era ancora peggiore. Al calare del sole, come si accendevano le stelle, il suo coraggio si spegneva e anche la speranza sfumava nel tramonto. Il buio gli ricordava casa, i suoi genitori, la sua sorellina. 
 

Chissà se i demoni li avevano risparmiati. Che motivo avevano per fare tutto ciò?
 

I camion erano arrivati nella notte, ma già la sera prima erano venuti gli aerei. Loro dicevano che qualcuno aveva messo una bomba. Lui non ne sapeva niente, però i suoi genitori sì, sembravano aver capito a cosa si riferivano. I bombardamenti erano cessati alle otto di sera e le divise li avevano sorpresi alle quattro del mattino. Qualcuno doveva averli denunciati. Chi? Era vero? La sua famiglia era responsabile dell’attentato? No… importava? No… Assaf ne era consapevole.
A quel punto colpevole o innocente erano solo parole insensate. Umani? Forse. Terroristi? Sì. Il verdetto era già deciso, non serviva altro. Non avevano più diritti. 
Assaf conosceva i racconti sulla crudeltà dei soldati. Avevano preso molte persone da quando abitava lì e non aveva più rivisto nemmeno uno di quei volti. 
Aveva paura. Un gruppo di otto in uniforme aveva sfondato la porta ed era piombato in casa loro. Li avevano tirati giù dal letto con violenza. 
 

L’avevano preso per il colletto della t-shirt, gli era mancata l’aria. Lui e la sua famiglia erano stati raccolti in salone. Thea piangeva e sua madre cercava di tranquillizzarla. Un soldato che li sorvegliava s’innervosì e urlò contro Thea. Assaf temeva che quella bestia potesse accanirsi contro la sorellina. Scattò in avanti e diede una spallata alla guardia. Il calcio di una pistola lo colpì sulla tempia. Sanguinava. Sua madre gridò e Thea pianse più forte. Suo padre inveiva contro la guardia.
Da quel momento i ricordi non erano molto chiari. Il sole e la ferita confondevano Assaf e facevano sì che le immagini nella sua testa si sovrapponessero.
 

 

Non vedeva altro che sabbia da giorni, aveva la nausea e voleva vomitare. No, troppi liquidi sprecati, doveva reprimere i conati, e resistergli era doloroso.
 

Ancora un giorno! Non sapeva ripetersi altro. I ricordi erano l’unica cosa che riusciva a confortarlo, e di ricordi ne aveva tanti. Le prime parole di Thea. Il profumo dello stufato di sua madre. La neve che aveva visto in tv e che un giorno gli sarebbe tanto piaciuto toccare con le mani. Sua madre che suonava “Pavane pour une infante defunte” di Ravel e lui che le stava affianco cercando di seguire il movimento delle sue dita sottili e leggere sui tasti lucidi del piano. Suo padre che giocava con Thea e la aiutava a comporre il puzzle con sopra quel bel quadro che gli piaceva tanto.
 

Assaf bramava di vivere ancora quei momenti, ci sperava tanto. I momenti sono fugaci, scorrono tra le dita come sabbia. Odiava la sabbia.
Quando ancora vivevano nella sua vecchia città, i genitori gli avevano promesso che trasferirsi non sarebbe stato così male, che sarebbero stati felici anche lì dove andavano a stare. 
Assaf sentiva quelle promesse come catene che gli stringevano il cuore. Sentiva che seguendole sarebbe riuscito a farsi forza. Ma quelle catene erano troppo pesanti e lo straziavano, probabilmente presto o tardi lo avrebbero fatto impazzire. 
Le promesse non mantenute fanno male, per questo tendono a essere dimenticate. Lui ci credeva e sperava un giorno che sarebbe stato così anche per lui.
Avrebbe voluto piangere, ma sarebbero stati troppi liquidi sprecati. Quante volte aveva pianto per finta? Adesso avrebbe voluto piangere per davvero.
 

Anche l’ennesima notte arrivò, ma lui non riusciva a dormire. Dove abitava, le stelle non si vedevano, ma nel deserto erano tante e nitide. Aveva sete e bevve, rimaneva ancora poca acqua.
Assaf rimase sdraiato sulla sabbia umida a guardare le stelle. Erano belle, gli ricordavano Fatima. Probabilmente lui la amava, e da molto tempo. Non gliel’aveva mai detto e se ne pentiva. Avrebbe voluto baciarla, stare insieme a lei. All’improvviso il sonno ebbe la meglio, e così si addormentò.
 

Il giorno seguente si svegliò presto, aveva visto l’alba e si era rincuorato. Lui amava il cielo, un giorno magari sarebbe diventato pilota, ma prima doveva pensare a “oggi” non a “un giorno”. Era importante che rimanesse concentrato.
Assaf fantasticava spesso, sognava ad occhi aperti. Gli adulti gliel’avevano sempre rimproverato. Gli venne in mente suo padre, lui non l’aveva mai fatto. Diceva “sogna figliolo, i sogni sono belli e fanno stare bene, quando non lo si fa più si perde una parte di sé stessi”. E lui gli dava retta, da piccolo fingeva spesso di esplorare mondi straordinari o di volare in alto sopra la stratosfera. 
Tuttavia, da quando era entrato nel deserto, era difficile che gli capitasse di sognare, sia a occhi aperti che non, e quando succedeva erano miraggi maligni o incubi che lo tormentavano tutta la notte.
 

Con il sopraggiungere della notte iniziò a pensare. Forse sarebbe stato meglio rimanere insieme alla sua famiglia.
La notte nella quale tutto era iniziato, era riuscito a scappare solo grazie a suo padre che aveva caricato con la testa il profilo del soldato che teneva Assaf. Quello, colto alla sprovvista, aveva allentato la presa e lui ne aveva approfittato per dimenarsi e scappare.
Mentre fuggiva in direzione del deserto, aveva sentito uno sparo, il sangue gli si fermò nelle vene e riprese a scorrere solo quando sentì la voce di suo padre che diceva “scappa Assaf”. E lui aveva rincominciato a correre, tra i campi e oltre fino alle prime dune. 
Quella notte probabilmente aveva corso per ore senza fermarsi, fino a che non era arrivato a un villaggio dove una vecchia signora e suo nipote gli avevano dato da mangiare e da bere. 
 

Erano gentili quei due, ma aveva paura a parlare quindi non lo fece, quando entrambi i suoi ospiti si erano addormentati, si preparò. Scrisse un biglietto, prese quante più borracce e bottiglie d’acqua possibile e del cibo, mise tutto in uno zaino, probabilmente del nipote della signora, poi si addentrò nella notte e nel deserto.
Più volte in quei giorni aveva pensato che una volta salvo avrebbe dovuto ringraziare la signora e il ragazzo per la loro ospitalità, e avrebbe dovuto anche scusarsi per aver rubato l’acqua, il cibo e lo zaino.
Sì, avrebbe dovuto, sempre che fosse sopravvissuto. 
 

Il cibo ormai era terminato e l’acqua stava finendo, probabilmente ancora due, massimo tre giorni e sarebbe rimasto a guardare le stelle per sempre. Se avesse dovuto andarsene desiderava farlo a pancia in su e vedere il cielo, mentre si spegneva.
Un altro giorno passò, la notte era trascorsa tranquilla, senza incubi. Assaf camminava verso l’orizzonte, non aveva più idea di che cosa aspettarsi.
 

Pregava, altroché se pregava! Per Thea, per suo padre, per sua madre, e anche per Fatima.
 

Lo sconforto stava avendo il sopravvento, non aspettava altro che un qualche motivo per abbandonarsi. Desiderava vivere ma se ciò significava passare un solo altro giorno in quell’inferno, che andasse al diavolo! Tutto!
Assaf si accasciò a terra sulla sabbia soffice. Il suo respiro si fece pesante. Non ci riusciva, non aveva più voglia di lottare, si addormentò.
 

Riaprendo gli occhi, la prima cosa che vide furono due figure umane che camminavano nella sua direzione. Assaf si rianimò all’improvviso, poteva essere un miraggio ma tanto valeva provare!
Cercò di alzarsi sulle sue gambe, erano pesanti, aveva sete e la gola gli bruciava. Voleva vivere, desiderava disperatamente che fosse vero, che quelle figure nei suoi occhi fossero reali.
-Sono qui!- gridava -Qui, vi prego!- riuscì a mettersi in piedi e agitava le braccia gridando ancora e ancora per farsi sentire il più possibile. La sua gola ora andava a fuoco -Vi prego!-.
Le due figure sembrarono vederlo, una di loro si mise a correre e lo sentì gridare -Said è un ragazzo! Prendi dell’acqua! Presto!-.
Assaf fu pervaso da una gioia indescrivibile. Era vivo, salvo, felice. Avrebbe rincontrato i suoi genitori, voleva correre da Thea, baciare Fatima, giocare ancora a biglie con i ragazzi del quartiere. Lui vinceva sempre contro di loro… e aveva vinto ancora, contro il deserto!
Le lacrime si fecero incontrollabili, di gioia, di vita. Scoppiò in un pianto senza fine. Non poteva crederci, c’era riuscito.
 

Pensò che sua madre aveva ragione “pochi fiori sopravvivono al deserto”, ma pochi significava che almeno qualcuno ci riusciva, e stranamente uno di quelli era lui… era salvo!

 

Gabriele Marrosu III D

Ermengarda e Lucia: due differenti concezioni dell’amore.

19/05/2010

Manzoni è uno dei più importanti scrittori della nostra storia letteraria. Egli con i suoi studi e le sue continue ricerche è riuscito a rendere sulla carta le principali caratteristiche e aspetti dell’animo umano, costruendo non semplici tipi letterari, caratterizzati dalla staticità e dalla fissità dei loro comportamenti, ma personaggi reali che riescono a trasmettere, tramite i loro gesti e le loro parole, dei sentimenti veri e concreti. Le figure più riuscite del panorama letterario di Manzoni sono quelle femminili, spesso portatrici di sentimenti ed ideali nobili. Tra queste le più importanti e significative sono quelle di Ermengarda e Lucia, eroine rispettivamente dell’ “Adelchi” e de “ I Promessi Sposi”. L’ “Adelchi” è una delle più importanti tragedie manzoniane, incentrata sulla figura di Adelchi, eroe della tragedia, a cui si affiancano altri personaggi tragici e drammatici, come la sorella Ermengarda. “ I Promessi Sposi” è invece un romanzo basato sulle avventure e disavventure vissute da due giovani innamorati, Renzo e Lucia, ai tempi della dominazione spagnola nell’Italia settentrionale, nel 1600. Queste due figure femminili sono accomunate da un sentimento, quello dell’amore, che costituisce la struttura portante della storia. Le vicende che caratterizzano la storia di Ermengarda sono davvero tragiche. Ella è “un’ incolpevole, sacrificata alla ragion di Stato, [... ] ferita da [...] Carlo,il marito che l’ha ripudiata e che lei continua ad amare” (G. Tellini, Alessandro Manzoni, in “Storia generale della letteratura italiana VIII, l’Italia romantica”, Federico Motta editore, gruppo Editoriale L’Espresso, Roma 2004). Ermengarda era diventata la sposa di Carlo Magno per suggellare la pace e l’unione tra i loro popoli. Il matrimonio, pur essendo dettato dalla politica e dalla ragion di Stato, viene vissuto dalla protagonista della tragedia con amore vero e sincero per il suo sposo, a cui lei si dà con una devozione e fedeltà senza pari. Il dramma dell’eroina comincia quando è costretta ad abbandonare il suo amato, da cui viene ripudiata. Da questo momento incomincia quel dissidio interiore, che “ nell’impossibile desiderio di dimenticare i fantasmi del passato felice” (Tellini, “Storia generale della letteratura italiana”, Federico Matta editore, Roma 2004) la porterà al delirio e poi alla morte. Nella storia “Ermengarda diventa il personaggio vettore di un tema mai affrontato altrove con lo stesso vigore e lo stesso successo da Manzoni, quello dell’amore che coinvolge i sensi oltre il cuore, e della dolorosa necessità della sua rimozione” (F. Fido, “La tragedia nella prima metà del 1800”, in Manuale di letteratura italiana, a cura di F. Brioschi, Torino 1995). Lucia invece è l’eroina de “I Promessi Sposi”, la quale viene allontanata dal suo innamorato a causa delle prepotenze di un signorotto locale, Don Rodrigo. “Manzoni [...] abilita [Lucia] al [...] ruolo di personaggio chiamato ad essere, nel romanzo, il custode ed il ministro di un valore sacro” (E. Noè Girardi, “struttura e personaggi dei Promessi Sposi”, Jaca Book, Milano 1994), quello dell’amore e della purezza. Lucia impersona la figura della vergine, che segue i comandamenti della religione e della fede, che la aiuta a superare le paure e le difficoltà che la realtà le impone. Le storie delle due eroine presentano delle analogie ma anche delle differenze, che fanno delle due donne delle figure uniche ed irripetibili. Esse rappresentano entrambe un ideale fondamentale, l’amore, che impernia le loro storie, che le accomuna, ma allo stesso tempo le differenzia. Lucia rappresenta un amore sacro, puro, che rimane principalmente su un piano ideale e spirituale; invece in Ermengarda l’amore non è solo ideale, ma è anche fisico, coinvolge tutti i piani della figura femminile, sia quello fisico che quello psicologico. Quando il suo amore viene ripudiato, Ermengarda è lacerata nel fisico e nello spirito, il suo dissidio interiore traspare anche esteriormente. La donna non riesce a rinunciare al suo innamorato e, piuttosto che vederlo sposato con un’altra, preferisce chiudere gli occhi per sempre. In Lucia invece l’allontanamento dal suo Renzo non provoca una lacerazione esteriore così apparente; il dolore rimane sul piano spirituale. Lucia, pur di porre fine alle sue sofferenze, riesce a sacrificare il suo amore per Renzo, donandosi alla Vergine; invece Ermengarda non accetta la vita monastica, non riuscendo a donare il suo cuore ad altri all’infuori di Carlo. “Ermengarda [...] aveva impersonato, nella figura della sposa ripudiata, la dimensione tragica ed eroica del conflitto tra la purezza della fede e la violenza della storia [...], Lucia invece impersona la religiosità, tradotta nelle forme del vivere quotidiano, [...] che consente di attraversare positivamente il conflitto, e di raggiungere il fine lieto e “giusto””(M. Zacon, “La donna” a cura di Oscar Rosa, Einaudi, Torino 1986). Entrambe le eroine sono vittime del loro tempo.

emanuela piseddu VD

 

Linguam latinam dulcissime discere

12/04/2006

Lunghe esperienze da discipulus e da magister mi hanno definitivamente convinto della maxima bontà dello studio della lingua latina. Cosa si può immaginare di più energizzante di una sana lettura carissimi Marci Tulli in un freddo pomeriggio d’inverno? O la sferzata di entusiasmo rinfrescante che nasce dalla traduzione dulcis Cai Iulii in una calda notte stellata? Per non parlare dei brividi di passione dopo un’intensa lettura Catulli al nostro disperatissimo innamorato? 
Nihil potrete trovare che vi dia simili sensazioni.
E allora continuiamo a guardare con sguardo impegnato la nostra carissimam magistram che leggendo Plinio davanti all’eruzione del Vesuvio sembra stia osservando in uno stato di totale abbandono l’esplosione di vitalità di Brad Achille nell’americanissimo Troy.  
Orsù iuvenes datele un pizzico di soddisfazione e pensate al rilassamento totale che una lezione di tal fatta vi regala in un mondo strafatto di stress!

Lapinna

 

LA SARDEGNA CHE SI RACCONTA

08/05/2006


Insegna, si dedica alla ceramica e scrive. E’ Salvatore Niffoi il cui valore artistico è stato recentemente riconosciuto con il romanzo "La leggenda di Redenta Tiria" pubblicato da Adelphi. E’ stato detto che se Fabrizio de Andrè avesse avuto la possibilità di leggere quest’ ultimo lavoro  avrebbe sicuramente intravisto temi e motivi di quell’ antologia di Spoon River a lui tanto cara. Eppure lo scrittore, nato a Orani nel 1950 ,in provincia di Nuoro, già dagli anni 90  con la   casa editrice Il Maestrale ci ha lasciato, tra gli altri, "Il viaggio degli inganni", "Il postino di Piracherfa" ,"Cristolu" solo ora  accompagnati dalla meritata notorietà. 
Il fascino della sua scrittura è forte;  forse è da ricercare nell’intarsio di termini e toni italiani e dialettali che echeggiano gli squarci aspri e duri dei paesaggi interni della Sardegna; oppure nella potente fisionomia dei suoi personaggi, ora rassegnati e riflessivi, ora sognatori e battaglieri, ora radicati nella realtà o scissi tra  il desiderio di restare e quello di cambiare, o ancora nella perfetta sintonia tra ideali e valori della comunità rappresentata e spazi aperti e brulli, compagni silenziosi e  immobili. 
Ma è la solitudine a evocare gli echi e le suggestioni più originali. E’ quella che fa dire a Nineddu ne "Il viaggio degli inganni" :"In quell’istante e per la prima volta si lacerò la membrana sottile dei miei sogni, e si inquinò del verde amaro dell’esistenza", oppure porta Melampu de "Il postino di Piracherfa" a scrivere fingendosi un altro, o ancora  Barore , noto Cristolu, un po’ frate e un po’ bandito, a dire di sé :"occhi verdi e sempre tristi da quando il destino mi ha dato un calcio nel basso ventre e il Signore non è riuscito a trattenere la mia collera". 
Ho letto che recentemente è uscito il suo nuovo libro, "La vedova scalza", che leggerò quanto prima. Mintonia è la sua nuova figura femminile al centro di vicende realmente accadute durante gli anni bui del periodo fascista in Sardegna.

 

Patrizia Careddu
 

 

Evergreen

11/05/2006

Quando si parla di corsi e ricorsi storici!

Quando si dice tutto il mondo è paese!

E’ proprio vero. Leggete attentamente il testo di questa canzone: sicuramente molti di voi si riconesceranno!

 

WONDERFUL WORLD 

Don’t know much about History 
Don’t know much Biology
Don’t know much about Science book 
Don’t know much about the French I took 
But I do know that I love you 
And I know that if you love me too 
What a wonderful world this would be 

Don’t know much about Geography 
Don’t know much Trigonometry 
Don’t know much about Algebra 
Don’t know what a slight rule is for 
But I do know what this world is to 
And if this world could be with you 
What a wonderful world this would be 

Now 
I don’t claim to be an “A” student 
But I’m trying to be 
For maybe my being an “A” student baby 
I can win your love for me 

Don’t know much about History 
Don’t know much Biology 
Don’t know much about Science book 
Don’t know much about the French I took 
But I do know that I love you 
And I know that if you love me too 
What a wonderful world this would be 

Lapinna







Si è da poco conclusa la Fiera del libro di Torino

14/05/2006

Si è da poco conclusa la 19° edizione della Fiera del libro di Torino, una lunga kermesse durata sei giorni dal 3 all’8 maggio scorsi, che ha richiamato molte migliaia di visitatori. 
Accanto agli addetti ai lavori, scrittori, librai ed editori (sono quaranta le case editrici in più rispetto all’anno scorso), molte sono state le scuole che vi hanno partecipato. 
Il programma è stato fittissimo. Ogni giornata è stata ricca di appuntamenti per lettori e appassionati, giovani e meno giovani. Il tema di quest’anno è stata l’avventura. “Avventura- leggo nell’home page del sito della Fiera, http://www.fieralibro.it/, che vi invito a visitare- come curiosità, ricerca, ricupero di progettualità e creatività, sfida rivolta a se stessi, volontà di ampliare le proprie conoscenze. Perché, come recita un pensiero di Marcel Proust, "il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi". La vera essenza del viaggio non consisterà dunque nell’arrivare a destinazione, ma nel costruire se stessi nella traversata”. 
Si sono svolti laboratori, anche di scrittura creativa, dibattiti, incontri, seminari sul tema dell’avventura, che hanno permesso di avvicinare ancora di più al mondo della lettura anche i ragazzi in età scolare. 
Tra gli autori che hanno raccontato la loro “avventura”, Valerio Massimo Manfredi, esperto in archeologia e studioso della topografia antica, oltre che noto scrittore di romanzi ambientati nel mondo antico, che ha saputo ipnotizzare una folta platea con le sue parole. 
Tra gli appuntamenti più seguiti, gli incontri con alcuni autori, organizzati all’interno del progetto “Adotta uno scrittore”. Il progetto prevedeva  cinque incontri. Durante i primi tre che si sono svolti nelle scuole che hanno aderito all’iniziativa, i ragazzi hanno imparato a conoscere l’opera dell’autore prescelto. La Fiera ha organizzato per l’8 maggio un incontro collettivo con tutti gli autori e i ragazzi coinvolti nell’attività. Qui gli scrittori hanno risposto alle domande dei ragazzi, mettendo a nudo e rivelando talvolta i segreti dello scrivere e dimostrando che dietro le pagine scritte ci sono persone vere con sentimenti, emozioni, esperienze da raccontare. 
Per raccontare ancora tutti gli eventi della Fiera, non basterebbero tutte le pagine di questo giornalino. Perciò invito tutti coloro che vogliono saperne di più a visitare il sito della Fiera. 

Prima di congedarmi dai miei lettori, che spero siano almeno i venticinque di manzoniana memoria, mi fa piacere ricordare e promuovere un appuntamento che si svolge nella nostra regione e che quest’anno è arrivato alla sua terza edizione: il Festival della letteratura che si terrà a Gavoi (NU) dal 30 giugno al 2 luglio prossimi. Il programma non è stato ancora ufficializzato ma si fanno i nomi di scrittori famosi e noti anche al pubblico dei più giovani. 
Vi terrò informati. 
Essepi 

 




Mondi nascosti

05/06/2006

Non è strano che un noir rimanga più impresso per la forza di alcune  immagini piuttosto che per la trama avvincente, per il percorso dell’indagine, per la scoperta dell’assassino. 
Nel terzo romanzo con protagonista Bustianu (gli altri due sono Sempre caro Sangue dal cielo) , Marcello Fois riesce con poche pennellate a dar vigore a dei passi in cui protagonisti incontrastati sono i paesaggi della Barbagia negli ultimi anni dell’800. 
Il romanzo, intitolato L’altro mondo, rappresenta veramente un mondo di altra dimensione. 
I ritmi sono ancora quelli misurati sull’uomo, gli spazi sono vissuti nella loro dimensione aperta e concreta e i personaggi sono  ancorati alle loro ragioni.
Quella raccontata non è solo la Sardegna  dei banditi, dei nascondigli, degli anfratti rocciosi o quella  di un periodo storico che considera l’uso della forza e dell’autorità l’unico atto a  risolvere problemi  profondi e radicati come quello del brigantaggio; è la realtà dello scontro di forze opposte, di codici diversi, di poteri contrastanti e ambivalenti. 
Grazie a una prosa tesa a volte verso  vertici propri solo dell’alta poesia vediamo ergersi personaggi - sovrani di un mondo condannato e ai confini della storia come il latitante Dionigi Mariani, colpito da una falsa accusa di omicidio o lo stesso avvocato che, nella ricerca della verità, si deve scontrare con le degenerazioni di quel potere che rappresenta, con i suoi intrighi, le sue arroganze e falsità . 
M. Fois ,creando la figura dell’avvocato-investigatore Bustianu, ha reso omaggio allo scrittore e poeta nuorese Sebastiano Satta vissuto a cavallo tra i due secoli.  E’ già a disposizione nelle librerie italiane, e tra pochi giorni anche qui da noi, il suo ultimo lavoro intitolato Memoria del vuoto, senza Bustianu ma incentrato su un’altra  figura , anch’essa famosa, ma per altre  vicende:  il bandito  Samuele Stochino,ex combattente  vissuto nella prima metà del novecento.

 

Patrizia Careddu




 

I Presìdi del libro

12/06/2006

In Italia, nonostante sia migliorato il livello scolastico, l’amore per i libri non è progredito. Attualmente produrre libri costa molto meno, per cui si pubblicano i libri, cercando più la quantità che la qualità ed è ormai raro che si possa chiedere un’opinione al libraio, perché è più disorientato dei suoi clienti. Il mondo affollato dei libri è una risorsa e un problema, però, solo per meno della metà della popolazione italiana. Ciò vuol dire che non si è trovato un modo efficace per allargare l’interesse alla lettura. In Italia manca una politica che faccia nascere l’interesse per il libro nei piccolissimi e poi lo alimenti costantemente, manca una strategia che sostenga la crescita culturale dei cittadini e, in particolare, mancano i luoghi della lettura. Spagna, Francia, Paesi Nordici, Germania hanno capito che l’investimento in cultura è l’unico che permetterà di ottenere un vantaggio competitivo nelle relazioni tra economie sempre più indipendenti, hanno continuato a costruire biblioteche, sempre più grandi, più ricche, più attraenti. In Italia è solo da pochi anni che bibliotecari competenti ed entusiasti ed amministratori lungimiranti hanno concepito biblioteche moderne, che attirano centinaia di miglia di bambini e adulti prima estranei all’esperienza della lettura: succede in vari paesi e città soprattutto nel centro-nord d’Italia. Un’iniziativa importantissima per la diffusione della lettura sono i “Presìdi del libro”, che nascono nel 2001 come idea di promozione del libro “dal basso” discussa tra diversi editori al Salone del libro di Torino e poi in vari incontri a Milano, Roma. I Presìdi del libro sono gruppi di lettura: persone che parlano tra loro dei libri che hanno letto, sono il contagio del passaparola, occasioni di scambio di idee, approfondito, divertente, appassionato, civile, tra persone anche molto diverse tra loro, sono avamposti della lettura in un paese in cui si legge poco, luoghi in cui il non-lettore incontra il lettore sui temi che lo interessano più da vicino.

Laura Pillosu

 

Un delitto nella Quartu dell’800

29/06/2006

Risulta interessante e di piacevole lettura  un romanzo ambientato nella Quartu di duecento anni fa; é un noir imperniato su un fatto realmente accaduto nel 1823,l’assassinio del vice parroco Girolamo Carboni e sul relativo processo . Si intitola In su celu siat. Voci soliste e coro per fantasmi, edito da AM&D di Cagliari , scritto da Anna Castellino, funzionario dell’Archivio Storico del Comune di Quartu.

Proprio questa attività ha permesso all’autrice di tessere il suo racconto partendo dalla storia e dagli atti processuali ripresi dalle Cause criminali della reale udienza dell’Archivio di Stato di Cagliari. Ciò ha determinato  un carattere tutto particolare al romanzo, quello effuso dalla ricostruzione degli ambienti  o dalla espressività di alcuni personaggi,come quello del giudice Pinna, onesto e tenace nella sua  indagine  volta a  scoprire l’assassino del prete o, ancora, dalla presenza di nomi e cose familiari, come Su Idanu,luogo in cui viene ritrovato il cadavere di prete Carboni che, come dice la scrittrice, si trovava dove oggi sorge il grande complesso commerciale di viale Marconi ,o Sa Crava, la quale era invece in corrispondenza dell’attuale viale Colombo, o ancora  Niu Crobu, località presso Flumini.
Al centro della narrazione é perciò il villaggio di Quartu, i suoi luoghi, le sue case, le sue piazze; in essi si muove la sua gente con la sua terra, i cui frutti , attraverso il Cammino Reale, vengono portati per la vendita quotidiana a Cagliari. Accanto ad essi i notabili preposti all’amministrazione della giustizia, e stralci di storia passata: “[…] Erano troppi i popoli che con le armi avevano aggiogato questa nostra terra[…] Ne segniamo le epoche col nome del dominatore di turno: l’età pisana, e poi quella aragonese, la spagnola, l’austriaca e infine questa dei piemontesi. Ci mancava solo la Francia![…]; o ancora le tracce dell’antico sistema penale (con quelle saline che, con il riverbero del bianco abbacinante e prive d’aria e di speranza, si rivelavano formidabile punizione per i forzati), o la terribile reclusione per i malati di mente, trasportati nel capoluogo presso l’ospedale Sant’Antonio Abate, in cui “[…]si trattava di tormentare delle persone ricoverate per ricevere aiuto, rese innocenti dalla follia[…]

Risulta ancora maggiormente in sintonia allo spirito del libro, lo  spaccato  di vita quotidiana ottocentesca, tesa a mettere in luce una serie  di consuetudini allora assai vive: da quella  di  andare a piedi nudi, praticata soprattutto dalla servitù,  al metodo di lavaggio del bucato, al  trasporto  delle ceste in bilico sulla testa.

Non solo noir quindi, ma rappresentazione tesa a dar vita a fatti,  luoghi, persone realmente esistiti che rendono la città di Quartu, oggi da noi conosciuta, non anonimo satellite del capoluogo, ma antico centro vivo e pulsante, depositario di memorie, fatte oltreché di pacata laboriosità contadina ,anche di forti  passioni e vizi inconfessabili. 

Patrizia Careddu



Schiava di mio marito

21/02/2007

Schiava di mio marito” di Themina Durrani, Ed. Mondadori, 1994, Milano

 

Non tutte le storie hanno un lieto fine, alcune neanche un buon inizio, altre è ancora peggio viverle.

Quella raccontata da Themina Durrani è ambientata nel Pakistan della fine del secolo scorso. Themina è una donna che si è fatta da sola. La sua è un’autobiografia drammatica e raccapricciante di un’esistenza schiacciata, costellata da figure negative e  costretta a subire continuamente senza mai poter veramente reagire. Già durante l’infanzia Themina  cresce all’ombra di una madre particolare, che ha odiato e sempre odierà. Solo nel finale si renderà conto di aver vissuto specchiandosi nella sua figura. Il suo primo matrimonio è solo una fuga da questa madre e presto finirà. La sua vita è segnata dall’incontro con il discendente di ricche casate feudali, il politico e fascinoso Mustafà Khar.

Durante gli anni della tempestosa e recente storia del Pakistan lo aiuta nel portare avanti la sua campagna politica in patria e, più tardi, in esilio. Tuttavia con il passare del tempo si accorgerà di essere stata portavoce di un marito il cui unico interesse era detenere il potere.

A causa di quello che si rivelerà essere una illusione sarà separata dai figli, ripudiata dalla famiglia, costretta a subire violenze, angherie, umiliazioni morali e corporali; ridotta a sopportare continui tradimenti (persino con la sua stessa sorella minore), a vivere nell’ angoscia e nel tormento interiore, sotto incessanti ricatti

A lungo andare, cedere sempre davanti alle costrizioni la annienta. Vivrà un rapporto caratterizzato da  continui alti e bassi, separazioni e riconciliazioni forzate. Infine, dopo l’ennesima e ultima delusione trova in sé stessa la forza di spezzare questo legame e di allontanare Mustafà dalla sua vita, benché la personalità forte del marito continui ad incombere e a segnare negativamente la sua esistenza. “Schiava di mio marito” è un’ autobiografia frutto del desiderio di Themina di denunciare al mondo una vita sofferta e dura, dove la felicità è dipesa da quella di un marito che ha sempre tentato di fagocitarla e in cui lei è vissuta solo di luce riflessa. Themina diventa pertanto emblema di tante donne che, succubi della figura del marito, subiscono in silenzio e nella solitudine, convinte che tutto il loro mondo graviti intorno alla figura del coniuge, impossibilitate   a trovare l’energia per sfuggire a una  soffocante relazione.

 

Valentina Deiana



complesso di edipo

07/03/2007

Molti di voi si saranno chiesti tante volte cosa sia questo complesso di Edipo. Ecco di cosa si tratta. 
Quando si parla del noto complesso di Edipo ci si riferisce a quel complesso in contrasto con quello di Elettra, che presuppone un affetto morboso nei confronti del padre ed un profondo odio nei confronti della madre. Per comprendere quello di Edipo, basta capovolgere lo scenario: si tratta di un eccessivo affetto nei confronti della propria madre e odio nei confronti del padre. Elettra ed Edipo differiscono anche nel fatto che mentre la prima agisce consciamente, Edipo non è a conoscenza del fatto che abbia sposato la madre e ucciso il proprio padre. 
Eccovi svelato il dubbio, per chiunque lo avesse…. =) 

link

 



Prima giornata di formazione locale

14/03/2008

Il 12 marzo scorso è stato organizzato dall’Osservatorio Permanente Giovani Editori un incontro di formazione locale. E’ stata l’occasione per incontrare i docenti che attuano il progetto "Giornale in classe", a cui hanno aderito, secondo le cifre riferite in questa occasione, il 64% degli istituti superiori della Sardegna.
Il presidente dell’associazione, Andrea Ceccherini, ha colto l’occasione per ringraziare ancora una volta l’Unione Sarda che , primo quotidiano locale, ha aderito al progetto nel 2002. Nel suo intervento, egli ha evidenziato l’importanza di leggere il quotidiano, che, meglio dei libri di storia, ci mette a confronto tutti i giorni con la nostra realtà.
Sono molti i motivi per leggere il quotidiano. Forse il più importante è questo: leggere per creare comunicazione e scambi di idee. In questo modo i ragazzi si abituano a riflettere e a sviluppare il senso critico. È questa la “missione” che si prefigge l’Osservatorio anche con questo progetto.
Molto interessante, nella seconda parte dell’incontro, l’intervento del prof. Aligi Cioni dell’Università degli Studi di Firenze, incentrato sulla comunicazione politica.
Prof. Cioni, che è stato, tra i numerosi incarichi di cui è stato investito, direttore dell’Ansa, ha sottolineato come la nostra società è la società della comunicazione politica. Si assiste sempre più ad un cambiamento di ruolo del giornalismo politico.
Nei decenni passati alla politica veniva dedicato poco spazio, per esempio, quello dell’articolo di fondo. Ora non è più così: alla politica viene dedicato l’editoriale, numerosi articoli in prima pagina, e tanti altri spazi, come anche quelli destinati ai lettori.
Prima il giornalista politico era un “cane da guardia”, una spia del malcontento e dei pensieri del popolo. Ora i giornalisti della politica sono attori essi stessi della politica: influenzano scelte e pensieri dell’opinione pubblica. Il giornalismo politico non è più obiettivo: è semplice spettacolarizzazione. È necessario ridefinire il ruolo del giornalismo politico, sempre più influenzato dalla televisione. Chi dà la notizia conduce la strategia comunicativa. Il potere del giornalista è, sostiene Cioni, il potere d’agenda: è il giornalista che decide di cosa si deve discutere. Purtroppo è la logica di produzione che la fa da padrona e che porta a una gerarchizzazione delle notizie, per cui in quasi tutte le testate si trovano le medesime notizie: sarebbe auspicabile, secondo Cioni, praticare una distanza dal potere, in modo che il giornalista politico riacquisti la sua obiettività.
Tra le riflessioni più interessanti del prof. Cioni, quella riguardante la cultura del giornalista, sempre più spesso assente. Qualche giornalista non ha più il tempo di approfondire, poiché il rapporto tempo- lavoro non è sufficiente. È a tal proposito fondamentale che il giornalista abbia una buona se non ottima cultura di fondo, che gli permetta di avere gli strumenti necessari per operare le scelte più adeguate e obiettive.
 
Silvia Perezzani

Salvatore Quasimodo in limba

21/05/2008

Qualche tempo fa,  nella Sala settecentesca della Biblioteca Universitaria di Cagliari, ho assistito alla presentazione del suo ultimo volume: Edd est subitu sero. Tottu sas poesias, traduzione in sardo (scanese) del celebre libro di Salvatore Quasimodo.

Introdotto dalla direttrice della biblioteca Ester Gessa, oltre l’autore sono intervenuti: Giulio Angioni, antropologo e romanziere, Giovanna Cerina, docente di letteratura italiana e  Alessandro Quasimodo, figlio del poeta.

La piacevole serata si è conclusa con alcune letture di poesie, tratte dal testo appena presentato, fatte da Pierpaolo Piludu alternate con altre letture fatte  dal figlio del premio Nobel e tratte dal testo originario.Il docente di antropologia Giulio Angioni  ha ringraziato l’autore per aver fatto ’commuovere il lettore per il suo doppio e gratuito atto d’amore’ (per la poesia di Quasimodo e per la parlata nel suo sardo materno). L’autore nella sua presentazione, tanto semplice e modesta quanto lucida e piacevole, ha messo in luce l’operazione quantomai curiosa, ardua e - come l’autore stesso ammette - un pò ’folle’: cercare di essere fedele il più possibile al poeta siciliano e, nello stesso tempo, per quanto riguarda la grammatica, l’ortografia e la purezza lessicale, ispirarsi al modello dei versi scritti dai più grandi poeti logudoresi. In due anni di lavoro, da perfetto bilingue sardo-italiano, ha tradotto  l’opera nel suo dialetto di Scano Montiferru  raggiungendo un risultato, a detta del figlio del premio Nobel, di "...alta qualità in cui si fondono insieme armonicamente aderenza al modello e originalità" . Gian Gavino, conclude Alessandro Quasimodo nel suo ringraziamento all’autore, è riuscito con la stessa forza espressiva del testo originario a trasformare i versi dell’opera del padre in " melodie che sanno evocare terra, mare, vento " .

 Aemme

(1) Con la raccolta Versi controtempo ha vinto nel 2007 il Premio Letterario Gramsci




Parabola di una rivoluzione

21/05/2008

Il volume, con una prefazione di A. Accardo e un lungo saggio introduttivo (oltre 70 pagine) di Luciano Carta, propone un ricchissimo corpus documentario, di 530 pagine, a cura di Alberigo Lo Faso di Serradifalco. Il ricercatore, generale in pensione, ha condotto un’indagine a tutto campo in tutte le sezioni dell’Archivio di Stato di Torino in cui ragionevolmente potevano essere conservati i documenti relativi alle vicende del triennio rivoluzionario sardo (1793-1796) e, in particolare, per gli anni 1797 e 1798, quelli attinenti al personaggio-chiave Giovanni Maria Angioy.

Nel contesto di quel triennio rivoluzionario sardo (1793-1796) è d’obbligo la citazione di due nomi: Francesco Ignazio Mannu (autore della Marsigliese sarda, l’inno Su patriota sardu a sos feudatarios) e soprattutto Giovanni Maria Angioy, definito da qualche studioso “il più illustre martire laico sardo".

Angioy, pervenuto fino alla carica di giudice della Reale Udienza, inviato nel febbraio 1796 a Sassari come Alternos (vicario) del viceré, si mise a capo di un movimento antifeudale. Ecco come Giovanni Spano, in un saggio storico del 1875 intitolato La rivoluzione di Bono del 1796 e la spedizione militare (opportunamente ristampato qualche anno fa dal Comune di Bono ) riassume il senso della vicenda nella prima pagina dello scritto: “Nel 3 febbrajo 1796 Angioy fu mandato dal viceré Filippo Vivalda, e dagli Stamenti Sardi, nella qualità di Alternos, per sedare i tumulti del Capo settentrionale dell’Isola, e specialmente del Logudoro, dove più di 40 villaggi si erano confederati per abbattere l’orrendo mostro del feudalesimo. Ma egli, esaminando da vicino le crudeli vessazioni, le soperchierie dei ministri, che vi mandavano i Feudatarii, e gli abusi, in vece di rappaciare le popolazioni, si diede ad avvalorare le giuste aspirazioni delle medesime per l’emancipazione feudale che da tempo chiedevano".

Il movimento antifeudale guidato da Angioy fu fermato dall’armistizio di Cherasco e dalla successiva pace di Parigi (1796) tra il Piemonte e la Francia. L’eroe della rivoluzione nazionale sarda fu così costretto a fuggire in Francia, dove visse in esilio - aiutando chi aveva bisogno tanto da ridursi in completa miseria - fino alla morte, sopraggiunta il 23 febbraio 1808, a 57 anni. Purtroppo la sua tomba non è stata ritrovata in alcun cimitero parigino.

" Negli ultimi venti anni la storiografia sulla Sardegna ha registrato un insolito fervore di studi sull’ultimo decennio del Settecento, che ha il suo epicentro nel «triennio rivoluzionario sardo», scandito da tre momenti cruciali: l’invasione francese nel 1793, la cacciata dei piemontesi nel 1794 e le sollevazioni antifeudali nel 1795-96 culminate nella sfortunata epopea di Giovanni Maria Angioy. […] Come sempre accade per i periodi storici complessi e di particolare rilevanza, la ricerca storica costituisce un cantiere sempre aperto e le interpretazioni storiografiche come le acquisizioni documentarie continuano nel tempo, contribuendo ad arricchire sempre più e a illuminare sempre meglio il quadro generale degli avvenimenti. Alle numerose acquisizioni documentarie relative al periodo dell’ultimo decennio del Settecento in Sardegna, si aggiunge ora, con questo volume, la lunga e pazientissima ricerca «a tappeto» che il generale Alberico Lo Faso ha condotto «in tutte le sezioni» dell’Archivio di Stato di Torino, in cui potevano ragionevolmente essere conservati i documenti relativi alle vicende del «triennio rivoluzionario sardo» e in particolare quelli attinenti al personaggio che viene unanimemente considerato l’eroe eponimo della storia sarda di fine Settecento, Giovanni Maria Angioy."

(Luciano Carta)

 

(1) Luciano Carta (Bolotana 1947) è Dirigente scolastico del Liceo Brotzu di Quartu S.Elena. Studioso di storia, si è interessato in particolare di storia della cultura e delle istituzioni della Sardegna tra Settecento e Novecento. Tra i suoi lavori: Bacchisio Raimondo Motzo e il modernismo (1978), L’inedito giovanile ‘Il Veggente’ e la formazione del pensiero politico-filosofico di G. B. Tuveri, in G. B. Tuveri, Tutte le opere, vol. I (1990); L’attività degli Stamenti nella "Sarda Rivoluzione", vol. 24° della collana "Acta Curiarum Regni Sardiniae" edita dal Consiglio Regionale della Sardegna (2000);  Francesco Ignazio Mannu Su patriota sardu a sos feudatarios (2002); Città e sviluppo della Sardegna dell’Ottocento(nuova edizione delle ’ voci’ sulla Sardegna redatte da V. Angius per il Dizionario di G. Casalis).

 

 

La bestia

06/09/2008

 
 

 

 

 

 

 

 

Nell’ambito della rassegna "Mercoledì dell’autore" proposta dalla Biblioteca mediateca comunale di Monserrato, Mercoledì 25 giugno 2008, è stato presentato il libro "La bestia" di Antonella Pingiori. 
Alla presenza dell’autrice, la presentazione è stata curata dalla prof.ssa  Elisabetta Randaccio, le letture di Stefano Lecca e le musiche di Daniele Pasini. 


Il libro - Il breve romanzo racconta, seguendo il filo dei ricordi del protagonista, la vita di un uomo inetto e codardo. Giunto alla soglia dei quarant’anni, per una serie di circostanze del tutto casuali, egli si trova a ripercorrere i momenti più importanti della propria esistenza, per scoprire di non aver mai vissuto, ma di aver preferito che fossero altri a vivere e a decidere per lui. Rientra, così, nella sua psicologia "malata", il rapporto morboso con la madre e l’incapacità di vivere una relazione normale con la fidanzata. Preso atto del proprio fallimento, non ci sarà però spazio per alcun riscatto. (Edizioni Italia letteraria, 2006, 51 pp., euro 8,50).



(1) L’autore - Antonella Pingiori è nata a Cagliari dove vive col suo gatto Puffo. Ama viaggiare e studiare le lingue straniere. Insegna nel nostro Liceo di Quartu Sant’Elena. Con la sua opera prima, La Bestia, è stata finalista al "Premio Italia Letteraria" 2005. 


Consulta la scheda

 

 

 

 

Il laboratorio della memoria

06/09/2008

 Il volume di 130 pagine è organizzato in due parti:

  • PARTE PRIMA
  1. "Dal pregiudizio al massacro"   a cura del prof Flavio Deiana  
  2. "Per una didattica filmica della Shoah"  a cura della prof.ssa  Elisabetta Randaccio
  •  PARTE SECONDA
  1.  "Il percorso dei diritti in Germania"  a cura della prof.ssa  Anna  Floris
  2. "Pregiudiizio e immigrazione"  a cura della prof.ssa Maria Paola Fanni

In occasione delle celebrazioni della giornata della memoria, i professori che hanno curato la pubblicazione del libro hanno presentato il volume illustrando come è stato affrontato il tema della Shoah dal punto di vista storico e storiografico.

"Il nostro laboratorio della memoria..."  scrivono gli autori nella prefazione del volume "... è derivato dalla constatazione che in particolari condizion di crisi economica, disgregazione sociale e decadimento culturale e morale possono riproporsi gli stessi presuposti e condizioni che resero possibili la definizione, programmazione e attuazione della "soluzione finale".

"... Il laboratorio della memoria è il luogo in cui si è tentato di definire un percorso didattico e culturale... da cui viene un monito affinchè la vigile e viva memoria della Shoah si costituisca come strumento di lotta contro ogni forma di discriminazione sociale, politica, religiosa, razziale e come baluardo contro l’imbarbarimento dei rapporti sociali e civili degli uomini..."

Inoltre, aggiungono  "... si è tentato di individuare i percorsi storiografici più rilevanti per un corretto approccio storico al problema della Shoah...interrogarci sull’immane tragedia che ha segnato col marchio dell’infamia il secolo scorso... e indagare sulle pulsioni irrazionali e sulle suggestioni ideologiche e politiche esercitate dai diversi totalitarismi che si sono affermati in Europa e sulle devastazioni materiali e morali da essi operate."

Infine, concludono gli stessi autori "... è stato un modo nuovo o più interssante di studiare la storia, ma ha rappresentato un momento alto per prendere coscienza di tutto ciò che in qualche misura riguarda la libertà e la dignità degli uomini, qualunque sia il colore della loro pelle, il credo religioso, l’opzione politica, la condizione economica o la posizione sociale."

Basta con la solita Storia!

17/10/2008

Chi dopo aver visto "Il Gladiatore" non si ricorda che i prigionieri di guerra venivano venduti come schiavi? E dopo aver visto "Alexander", come si può dimenticare che Alessandro sposò la principessa barbara Rossane? Sia i libri che i film storici infatti possono rendere un argomento di Storia piacevole e interessante, il che è piuttosto difficile per i libri di testo.

Se infatti un capitolo studiato dal libro di testo si dimentica senza troppe difficoltà dopo qualche tempo, un libro o un film (a meno che non siano stati troppo noiosi) si ricordano più facilmente, o comunque possono essere rivisti con piacere.

Proprio la sottoscritta, il giorno prima del compito in classe su Alessandro Magno, ha visto il film "Alexander". Grazie ad esso non ho avuto problemi a ricordarmi elementi sulla persona di Alessandro e sulla società del tempo (bisogna anche dire che ha aiutato molto l’attore protagonista, il bellissimo - anzi, divino -, Colin Farrell).

A proposito di ciò, il sito di Wikipedia, sotto la categoria www.it.wikipedia.org/wiki/Categoria:Film_storici  link non funzionante, raccoglie un elenco in ordine alfabetico di quattrocento film storici con le relative recensioni; inoltre vi sono anche cinque sottocategorie che raggruppano i film in: ambientati nell’Antica Roma, in costume, sui Tudor, sulla Prima e sulla Seconda Guerra Mondiale. Il sito è molto ricco, ovviamente le recensioni sono più dettagliate per quanto riguarda i film più visti, ma in generale le informazioni sono buone.

Sempre sul portale Wikipedia, alla voce dedicata a Valerio Massimo Manfredi (www.it.wikipedia.org/wiki/Valerio_Massimo_Manfredi ) link non funzionante, grande autore di numerosi libri ambientati nell’antica Grecia e Roma, trovate l’elenco di tutte le sue opere (sia narrativa che saggistica). Due suoi libri hanno ispirato i film "I Guardiani del Cielo" e "L’Ultima Legione".

Tornando ai libri, può essere utile anche il sito www.romacivica.net/ANPIROMA/libristoricionline.htm  dove vengono proprosti diversi libri divisi per argomento, per es. antifascismo, nazismo, Guerre Mondiali ecc., che sono scaricabili direttamente in formato pdf, pronti da leggere e stampare. Si tratta soprattutto di saggi, ma vi sono anche biografie e diari. Per quanto riguarda gli anni del nazismo, posso consigliare alcuni romanzi che ho letto io stessa e che ho trovato molto interessanti: "Quando Hitler rubò il coniglio rosa" di Judith Kerr e "Ho sognato la cioccolata per anni" di Trudi Birger.

Detto ciò, devo ricordare che in ogni caso, a prescindere da libri e film, per le verifiche e le interrogazioni è FONDAMENTALE comunque studiare dal libro di testo, solo in seguito si può ampliare l’argomento.

 

Buona lettura, visione e soprattutto compito in classe!!

 

Franci V C ;>

 

 



Insegnare è una violenza?

27/10/2008

 

Sabato 12 ottobre a Cagliari in Piazza San Cosimo, all’interno del Festival letterario per ragazzi "Tuttestorie", eravamo davvero tanti, tutti desiderosi di assistere all’incontro con lo scrittore francese Daniel Pennac, il quale, venendo a Cagliari, ha rispettato una promessa che aveva fatto cinque anni fa. La partecipazione è stata tale che l’organizzazione ha dovuto allestire in tutta fretta un maxischermo nella piazza, per permettere a tutti di assistere. Grazie ad una bravissima interprete, che non solo ha tradotto ciò che Pennac diceva ma che ha cercato di riprodurne anche l’intonazione della voce, lo scrittore francese ha parlato della sua esperienza di "somaro incompreso" e di insegnante. Grazie alla sua esperienza di "somaro" ha riflettuto a voce alta sulla sua sofferenza, sulla "cognizione del dolore", come l’ha definita lui stesso riprendendo il nostro Gadda. Attraverso il dolore da lui provato quando era un alunno, egli nella sua esperienza da docente ha sempre cercato di rendere meno difficile per gli alunni l’apprendimento.

Tra le sue riflessioni a voce alta, una mi ha colpito molto: secondo Pennac "insegnare è una violenza". Pennac sostiene che l’insegnamento determina uno scontro tra quelli che sono i contenuti da insegnare e il modo in cui i contenuti vengono accolti e fatti propri dai ragazzi. Insegnare non è sempre facile, anzi.  Ma anche essere alunno è spesso difficile e quando l’insegnamento diventa troppo "violento", continuando ad usare l’immagine proposta da Pennac, si genera nello studente la paura di non farcela, perché non capisce. Nasce così la paura di essere un somaro. Cosa che è successa allo stesso Pennac. Durante l’incontro egli ha raccontato aneddoti del periodo in cui è stato somaro. Noi abbiamo riso, perché il racconto è stato veramente divertente. Ma a mente fredda, mi viene in mente il saggio "Sull’umorismo" di Pirandello: a pensarci bene la condizione di Pennac alunno-somaro non è stata per niente ridicola!

Essepi

 

Finalmente pubblicate alcune delle foto fatte alla Fiera del libro di Torino dello scorso maggio

03/11/2008

Meglio tardi che mai, dice il proverbio! Finalmente siamo riusciti a pubblicare alcune delle foto fatte alla Fiera del libro di Torino nello scorso maggio.

Le nostre tre quinte ginnasio dello scorso anno scolastico hanno visitato la Fiera del libro di Torino, partecipando ad alcuni avvenimenti e incontri con autori ed esperti del mondo dell’editoria e dello spettacolo.

Per visionare le foto vai alla Galleria fotografica del nostro "Brotzu school".

(Essepi)



Letteratura e Cinema: riflessioni

19/11/2008

 

E’ più piacevole conoscere le storie attraverso le immagini di un film o attraverso le pagine dei romanzi?

Non posso definirmi un patito di film e di televisione, ma anche io come gli altri detengo la mia classifica di film preferiti.

Dirò la verità. Capita spesso che i sentimenti e, in generale, le emozioni, che determinati registi lasciano trasudare, rimangano impresse e significative nel mio animo. Non sono certamente un cuor di leone e non sono certamente uno spettatore passivo o un robot privo di sentimenti: talvolta è facile anche che spesso mi commuova.

L’ultimo lavoro cinematografico che ho avuto il piacere di guardare è stato Rosso Malpelo, tratto dalla novella omonima di Verga. Inutile dire che è un film impregnato di forti emozioni. Non vi è un attimo di inespressività. L’animo dello spettatore è in continuo moto, pronto ad immedesimarsi nella continua tristezza e tragicità delle sequenze. Il film è decisamente troppo pesante per me (nel senso di triste), ma è comunque un viaggio molto emozionante, nel bene o nel male.

Mi rispecchio maggiormente nella letteratura, nel materiale cartaceo. In effetti quando si avvia la lettura di un romanzo o di una qualsivoglia opera letteraria, si entra in un mondo personale impenetrabile, un luogo in cui gli altri non possono accedere. Il libro inoltre lascia al solo lettore il compito di immaginare ciò che si legge, poiché solo il lettore può creare i propri spazi e plasmare i personaggi, i luoghi, le situazioni…

Invece la visione in un film, dove tutto è già delineato da un’altra persona, può distruggere il piccolo mondo di fantasia creatosi nella mente del lettore, per quanto il film possa essere fedele al romanzo o al racconto da cui è tratto.

E’ assurdo quanta immensità possa trapelare dai fogli di carta, quanta potenza conservino sillabe, parole, frasi, testi, capitoli… una potenza infinita e incisa per sempre.

Capita spesso di sentirsi molto vicini allo scrittore, di sentirsi in stretto contatto con lui, con le sue parole e con le sue riflessioni. Capita anche, e questo è l’unica caratteristica negativa, di lasciarsi trascinare talmente tanto da una lettura da sentirsi “incompleti” alla fine di questa. Quasi come se si voglia che la lettura non fosse finita. Oppure, semplicemente, capita talvolta di provare nostalgia per quel piccolo, discreto, ma grandioso mondo che s’è creato nella mente e nell’animo. Tuttavia, riflettendoci più a lungo, si arriva col concludere che tutto è perfetto così com’è stato.

E’ piacevole ricordare alcune sequenze maggiormente impregnate di debolezze oppure ci si può sentire fieri di aver percorso quella strada, quella lettura così “bella” e sentirsi parte di essa. La letteratura comprende una vasta gamma di emozioni, emozioni uniche, che solo questa è in grado di regalare. Come d’altronde ogni forma d’arte che si rispetti, cinematografia compresa, che nel suo piccolo, è molto potente ed efficace…

Ma un libro è un ideale e sano accompagnatore della vita: con un libro non si sbaglia mai e mi guarderò sempre bene dall’esserne sprovvisto.

Anonimo Lettore (DS)

Sul sito http://www.acitrezzaonline.it/novelleverga/.  è possibile leggere tutte le novelle di Verga, Rosso Malpelo compresa: