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Primo piano

Il naso e la Nova

Il naso e la Nova

tycho brahe

I casi sono due: o mi piscio addosso o mi esplode la vescica.

I casi sono due: o mi alzo per andare a liberarmi e offendo gli aristocratici alzandomi da tavola prima di loro o mi piscio addosso davanti a tutti i partecipanti al banchetto.

Anzi i casi sono tre: trattengo fino a scoppiare più tardi ma non do a nessuno la soddisfazione di dire che io, proprio io, sono un maleducato.

E in effetti quando i casi sono due, come ad esempio essere copernicani o tolemaici, aristotelici o eliocentrici, io sono il terzo caso.

Arrogante, tirannico, servile, libertino, fedele, rissoso, testardo, potrò perdere in un altro duello quello che resta del mio glorioso naso, ma, a costo dell’esplosione delle mie parti basse, nessuno potrà dare del maleducato a me: Tycho Brahe.

Io, Tycho, con il mio naso che tutti credono d’argento e invece è di rame argentato.

Io, Tycho, che quattordicenne volsi quel naso allora integro verso l’eclissi del sole, decidendo quale sarebbe stato il mio destino.

Astrologo, astronomo e alchimista, donnaiolo impenitente, ho vinto tutti i duelli con i tanti mariti gelosi delle stelle che facevo vedere alle loro mogli, perdendone uno solo e con esso il naso, tranciato dalla spada di Manderup Parsbjerg, un oscuro studente (maledettamente bravo con la spada) che aveva osato dire di essere un matematico migliore di me.

Tutta la vita con il naso verso le stelle, ne ho censito oltre mille, e verso i letti altrui, dei quali non ho tenuto il conto, e quando lo perdo, è a causa della matematica.

Uomini che camminano con il naso per aria gli astronomi…

Ma anche i Re.

Perché doveva avere il naso per aria Federico II di Danimarca quando è caduto in quel canale a Copenaghen e mio zio Jørgen, il viceammiraglio, si è buttato in acqua per salvarlo. Lo zio poi è morto di polmonite lasciandomi ricco, molto ricco e con un credito di riconoscenza da riscuotere con il Re. Facciamo morti umide noi Brahe, spero di non seguire la tradizione, anche perché, se morissi in conseguenza di questo banchetto, la causa non sarebbe propriamente un liquido nobile.TICONE COLORE

Ero già un astrologo e un astronomo di fama quando Federico II, per saldare il debito e assicurarsi i miei oroscopi, mi ha regalato l’isola di Hven, dove ho costruito il mio castello, chiamato Uraniborg, in onore della musa dell’astronomia, e il mio osservatorio, Stjerneborg, il castello delle stelle. Fu lì che con il mio naso sempre all’in su, verso il cielo notturno, osservai una stella che chiamai nova, vicino a Cassiopea, mai vista prima neppure dal mio occhio leggendario, e dunque mai apparsa prima. Fu allora che capii che neppure il cielo è immutabile e che anche le stelle nascono e forse muoiono, come tutto.

Neppure Copernico, con tutta la sua presunzione nell’invertire Terra e Sole, aveva capito che l’etere di cui parlava Aristotele, quella sostanza divina, di cui si credevano composti i cieli, non rendeva materiali le sfere celesti.

Fui io a comprendere che le comete, stelle vaganti nello spazio, come me nelle notti danesi, non fanno parte di questo mondo sublunare, e che le sfere orbitali non possono essere fisiche ma devono essere matematiche, per non essere perforate da quei dardi stellari caudati che nel loro moto regolare trafiggerebbero i cieli, se davvero fossero sostanziali.

Il mio assistente, Keplero, cerca di convincermi della bontà delle teorie del polacco ma so che mi ascolta con attenzione e freme dal desiderio di impadronirsi del risultato delle mie osservazioni.

Sto per morire dalla voglia di pisciare e se nelle stelle, se in una delle mie effemeridi, fosse scritto che morirò presto mi auguro di non spirare tra le braccia di Keplero, che non ama il mio sistema perché sedotto da Copernico.

Né le persone comuni né i monarchi capiscono quanto sia difficile la vita dell’astronomo e dell’astrologo.

La tua vita è di notte, e al mattino, dopo aver osservato le stelle, nel percorrere le strade percepisci il calore dei letti appena abbandonati dagli uomini ma ancora occupati dalle donne, il rumore dei dadi lanciati dagli ultimi nottambuli e l’aroma dei liquori nelle taverne. Come sorprendersi se, dopo aver tenuto il suo naso metallico verso le distanze siderali per tutta la notte, il povero astronomo lo volga verso la terra e le sue seduzioni?

Come sorprendersi se i denari prodotti dalla lettura degli astri non sono sufficienti a pagare i vizi della carne?

E allora i casi sono due: rovinare il proprio patrimonio o rinunciare ai piaceri dell’alba.

Ma io, Tycho Brahe, sono il terzo caso.

E dato che sono sempre il terzo caso decisi di far pagare i miei piaceri ai bifolchi dell’isola, sotto forma di tasse e di corvée.

Ma, come le stelle, anche i re nascono e muoiono, e il successore di Federico II, Cristiano IV di Danimarca non mi amò. Non mi perdonò gli eccessi, condannò la mia condotta verso i popolani, non stimò i miei oroscopi, non finanziò le mie osservazioni e neppure i miei banchetti.

Mi dicono ancora che fu sconvolto dalla presenza del mio nano-buffone preferito, che era solito danzare sotto la mia tavola.

Abituato alla grandezza delle stelle quel nano, quella miniatura di uomo, mi teneva ancorato alla piccolezza di noi umani, perché sicuramente nessuna nana fa parte del firmamento.

Andai via, prima in Germania e poi giunsi qui, in questa Praga magica governata dal mio folle protettore, l’imperatore Rodolfo II, circondato dalla sua corte di maghi, alchimisti, ciarlatani, astrologi e astronomi; dove, in questi interminabili banchetti, la mia indecente decenza mi costringe a rischiare un’esplosione pur di non pisciarmi addosso, facendo ridere tutti, e peggio di ogni cosa, anche Keplero, il copernicano.

Mi manca la Danimarca, che ho abbandonato mentre il ‘500 lasciava spazio al ‘600, ma almeno non potranno accusarmi di esserne il marcio.

I casi sono due e io sono sempre il terzo.

Tra Tolomeo e Copernico, tra gli aristotelici e gli eliocentrici io ho immaginato e calcolato qualcosa d’altro.

Un disegno celeste infinitamente elegante, infinitamente funzionale, identico nei calcoli al copernicanesimo ma infinitamente più sognante, in grado di far sollevare il naso al cielo a chiunque sia animato da questa sublime follia delle stelle, a chiunque sarà sempre devoto alla musa Urania.

Questa nostra Terra resta pigramente immobile, al centro dell’universo, e attorno a lei orbitano la Luna e il Sole.

Attorno a quest’ultimo, come una corona regale, orbitano gli altri 5 pianeti, Mercurio, Venere, Marte, Giove, Saturno, con i loro nomi di antichi dei oramai tramontati.

Il mio sistema è una danza in cui i numeri si incastrano in un movimento di epicicli, eccentrici ed equanti, libero dalla rigidità cristallina che imprigiona ancora le blasfeme ipotesi di Copernico.

Quando i casi sono due io sono sempre il terzo.

Nessuno si alza ancora da questo interminabile banchetto, in questa sala dalla quale io, Tycho Brahe, non posso volgere il mio naso argentato verso il cielo notturno.

I liquidi trattenuti nel mio corpo mi danno l’impressione di morire.

Tycho Brahe signature 1598In ogni caso, che la mia morte sia ridicola o gloriosa, che avvenga tra le braccia di una donna o tra quelle di quel Keplero che non ho saputo guadagnare alla mia causa stellare, c’è solo una cosa che importa:

Ne frusta vixisse vidar, Spero che non sembri che ho vissuto invano.

 

d.c.

Ma che rapporto è?

ditolunabis (Disegno di Alessio Brina)

Salvare i fenomeni (σῴζειν τὰ φαινόμενα)

Ecco come è stato affrontato il  difficile rapporto tra scienza e filosofia nell'esposizione (sintetica e visiva) del seminario scientifico IDeAS (27-28 Marzo 2018).

Una piccola premessa, la scelta del titolo è una citazione dell’opera di Pierre Duhem che ha per sottotitolo "Essai sur la notion de Théorie physique de Platon à Galilée". Duhem fu allo stesso tempo fisico, filosofo e storico della scienza e rappresenta in qualche modo l'esempio di come si possa discutere di scienza in termini filosofici senza cadere nella tipica supponenza che è così comune quando i filosofi parlano di scienza o quando gli scienziati parlano di filosofia.

In tutta onestà credo che la capacità della scienza di risolvere problemi che vanamente i filosofi hanno cercato di affrontare non voglia dire che non esistono problemi filosofici.

Anzi accade spesso che tali problemi filosofici si annidino all’interno della ricerca scientifica stessa. Per questo propongo di guardare a una storia vecchissima e che probabilmente molti di voi conoscono: un passaggio piuttosto eclatante dell’astronomia e cioè la transizione dal sistema tolemaico, geocentrico, a quello copernicano, eliocentrico. Ed emerge anzitutto un fatto. L’astronomia, e più in generale la pratica scientifica, è sempre stata costantemente guidata dall’esigenza di "salvare i fenomeni", cioè di costruire modelli concettuali capaci di dare conto delle osservazioni empiriche disponibili.

A guardare il cielo si dovrebbero notare alcuni fenomeni assai curiosi:

⁃ Le stelle sembrano girare intorno alla Terra con un moto di ventiquattro ore ecome se fossero tutte contenute in un'unica sfera.

⁃ Il Sole e i pianeti sembrano avere, oltre al moto giornaliero, anche un moto ulteriore che li fa sorgere e tramontare ogni giorno in una posizione un po' diversa rispetto alle stelle. Il Sole compie questo moto in un anno ed è il moto lungo lo Zodiaco.

⁃ Il piano delle orbite del Sole e dei pianeti appare inclinato rispetto all’orizzonte celeste, è quello che si chiama piano dell’eclittica.

⁃ I pianeti sembrano infine muoversi intorno alla Terra con un moto ancor più strano per cui dopo un periodo in cui seguono il moto delle stelle sembrano tornare indietro, fermarsi e poi riprendere il loro moto intorno alla terra, come una spirale: è quello che si chiama moto retrogrado.

⁃ Durante questo moto retrogrado i pianeti appaiono più luminosi quando sono giunti al culmine della loro recessione e sembrano fermi nel cielo.

⁃ I pianeti e il Sole non sembrano avere un moto regolare visto che se il centro delle loro orbite è il centro della Terra essi appaiono descrivere archi di circonferenza diversi in tempi uguali.

Non c'è tempo sufficiente per fermarsi a considerare come dall’osservazione di questa poco coerente serie di fenomeni sia scaturita l'idea che potesse sorgere un modello concettuale unitario capace di dare conto di questa congerie di fatti. Ma farebbe bene a riflettere su questo chi pensa che l'impresa scientifica sia sorta solo in età moderna e non vede l'analogia che lega questo sforzo con quello, solo per fare un esempio, di Newton che riuscì a unificare in un unico modello concettuale i moti dei corpi sulla Terra con quelli dei corpi celesti.

Per motivi di semplicità e brevità consideriamo solo tre passaggi di questo percorso secolare ma teniamo anche ben presente che una serie di dati empirici escludevano la plausibilità del moto della Terra che veniva comunque e non senza sensate ragioni considerata immobile al centro dell'Universo. Non alludo qui naturalmente a ragioni metafisiche o teologiche ma a semplici ragioni di fatto: solo nell'Ottocento fu possibile misurare la parallasse stellare grazie a Bessel (cioè il cambiamento di posizione apparente delle stelle dovuto al moto della Terra intorno al Sole) e sempre nell'Ottocento Foucault, con il suo pendolo, costruì l’unico esperimento che stando sulla Terra ne evidenziasse il moto.

Il primo modello che dobbiamo considerare è quello di Eudosso, ben spiegato in questo video didattico del Museo Galileo. Per ogni pianeta è ipotizzato un sistema di quattro sfere concentriche e aventi tutte il centro del proprio asse nel centro della Terra.

La prima sfera coincide con la sfera delle stelle fisse e determina il moto diurno del pianeta.

La seconda sfera mentre è trascinata dal moto dell'asse della sfera precedente, ruota intorno al proprio asse che è inclinato rispetto a quello della prima sfera. Il moto di questa sfera spiega tanto il moto del Sole e dei pianeti lungo lo Zodiaco quanto l'inclinazione del piano dell'eclittica.

Le ultime due sfere (nell'ultima delle quali è incastonato il pianeta) si muovono di moti opposti l'una rispetto all'altra, ma la diversa inclinazione dei rispettivi assi, invece di annullare i moti reciproci, rende conto dell'apparente moto retrogrado e dell'apparente stazione dei pianeti (la figura geometrica che descrive questo moto venne chiamata da Eudosso "ippopede" perchè simile a un esercizio fatto dai cavalieri e così chiamato).

Meriterebbe maggiore attenzione la soluzione di Eudosso, ma qui possiamo solo constatare che essa riconduce tutti i moti celesti a soli moti circolari. Non a caso, considerando che nella fisica di quei tempi il moto circolare godeva di una condizione privilegiata, densa di credenze culturali, mistiche e filosofiche. Il problema principale di Eudosso, insomma, non è quello di spiegare se sia possibile un moto di quel genere ma soltanto quello di unificare in un modello unitario il comportamento dei diversi corpi celesti.

In questo modello non trova però giustificazione una stranezza assai evidente: i pianeti diventano più luminosi quando sono al culmine del moto retrogrado. Non è possibile che un pianeta incastonato nell'equatore di una sfera che abbia il suo centro nella Terra si allontani e si avvicini ad essa come mostra il cambiamento di luminosità.

Per salvare l’apparenza in questo caso occorre smontare l'Universo e ricostruirlo da capo ma senza venire meno all'assunto fondamentale che stava alla base anche del sistema di Eudosso: la Terra è il centro immobile di tutti i moti celesti (a meno che non si spieghi come fa la Terra ad andare a spasso nell'Iniverso senza che noi possiamo indicare qualche prova del suo moto).

Apollonio di Perga e Ipparco di Nicea furono i primi a fornire una soluzione capace di mantenere tutte le risposte fornite da Eudosso, ma a spiegare in più anche il cambiamento di luminosità dei pianeti. È il cosiddetto modello epiciclico, illustrato inquesto altro video del Museo Galileo. Esso configura le orbite dei pianeti come epicicli, cioè circonferenze che ruotano su di un punto chiamato deferente, che ruota a sua volta intorno alla Terra. Adesso sono salvati in un modello unitario tutti i fenomeni spiegati da Eudosso ma anche la stranezza del cambiamento di luminosità dei pianeti.

Ci vorrà Tolomeo con l'introduzione del punto equante (per una esposizione del modello tolemaico si veda questo video sempre del Museo Galileo) a far tornare anche l'ultima stranezza ponendo il centro di rotazione del deferente in posizione diversa dal centro della Terra, ma con questo ultimo mattone l'edificio celeste è completamente costruito salvando tutte le apparenze.

Come tutte le storie anche questa ha una morale. Il sistema copernicano, illustrato in questo ultimo video, ha una caratteristica affascinante, e cioè spiega esattamente le stesse cose che venivano spiegate dal modello tolemaico e le spiega con all’incirca la stessa precisione. Per dirla con un gergo più suggestivo, "salva" diversamente (cioè mutando il sistema concettuale entro cui erano inserite) quelle "apparenze" che l'astronomia antica aveva salvato.

Teorie radicalmente differenti o in conflitto spiegano spesso (o salvano) gli stessi dati empirici. Questa è una tesi che venne formulata per primo da Duhem e poi portata alla ribalta della discussione filosofica da Quine. È un problema di natura squisitamente filosofica ed è un problema che dovrebbe essere affrontato con la consapevolezza che genuini problemi filosofici nascono dalla scienza, non importa molto se ad affrontarli sono scienziati o filosofi di professione. Tuttavia sarebbe assai gratificante se quando vengono affrontati lo siano per quello che sono: problemi filosofici che non possono essere trascurati se non si vuole ridurre la scienza a una pura appendice della tecnica e che non potranno mai essere risolti con supponenza pseudoscientifica o saccenteria pseudofilosofica.

 

d.d.m.


    

Giornale on line fase 2

giormale

 

Terminata la prima fase di recupero e trasferimento  di gran parte dei contenuti pubblicati nel  "vecchio" Giornale on line (dal 2005 al 2015)...  

...siamo entrati nella 2^ Fase!!

 

In questa seconda fase saranno curati maggiormente:

  1.  la pubblicazione di articoli e documenti scritti dal 2015 ad oggi (dal 2015 l'attività del giornale è stata sospesa n.d.r. )
  2.  la produzione di nuovi documenti relativi all'anno scolastico in corso

Per inaugurare la pubblicazione della nuova produzione cogliamo l'occasione dell'evento che, a breve,  si svolgerà presso la nostra scuola: si tratta del Seminario divulgativo dal titolo IDeAS.

La manifestazione si svolgerà più precisamente nei giorni 27  e 28 Marzo 2018. Si tratta di una iniziativa che, per il terzo anno consecutivo, coinvolge le classi quarte e quinte del nostro Liceo. Per la prima vlta quest'anno il progetto è esteso alle classi delle scuole superiori dell'hinterland alle quali è sato rivolto l'invito. Le scuole coinvolte saranno:

  • Liceo scientifico  Pacinotti     (Cagliari)
  • Liceo scientifico Michelangelo (Cagliari)
  • Liceo scientifico Alberti (Cagliari)
  • Liceo scientifico Euclide (Cagliari)
  • Liceo classico Dettori (Cagliari)
  • Liceo scientifico Pitagora (Selargius)
  • Liceo classico Motzo (Quartu Sant'Elena)
  • I.I.S. Levi (Quartu Sant'Elena)
  • Liceo scientifico Atzeni (Capoterra)

a.m.

Cosmicollage

cosmicollage

“Cosmicollage” o il fascino del pensiero.

 ...qui la via più spedita e la più sicura è di trovare
un poeta ovvero un filosofo che persuada alla
Terra di muoversi, o che quando altrimenti non la
possa indurre, la faccia andar via per forza. Perchè
finalmente il più di questa faccenda è in mano dei
filosofi e dei poeti; anzi essi ci possono quasi il tutto.

                             Leopardi, Dialogo di Copernico

IDEAS TRIO

Cosmicollage” non è un semplice spettacolo, neanche una “lezione” di fisica in pillole! Semmai una mess'in scena teatrale animata dal fascino di un sapere tra scienza e filosofia, cosmologia e astrofisica, letteratura e arte. Una piacevole sosta di riflessione da parte di quattro giovani: Riccardo Murgia, Francesca Pani, Matteo Tuveri, Alessio Brina impegnati quotidianamente nella ricerca e nello studio, verso l'esplorazione-riaffermazione dei “perchè” e dei dilemmi che hanno da sempre inciso il cammino dell'uomo verso la soluzione-non soluzione di quesiti e riproporli come enigmi per vivificare il desiderio di conoscenza e rivoluzionare le idee. Stupore, meraviglia, sconcerto veste tre creature fragili e sbigottite di fronte allo scenario di un mondo indecifrabile, caotico, magmatico ma “platealmente” ricco di attese e scoperte. Un cosmo che si apre sul loro sguardo incantato, che diventa sconcertante e meraviglioso ai loro occhi di esseri, “docili fibre” di un universo infinito, timidamente protesi a decifrarne gli arcani. Viandanti senza meta in un tutto che li avvolge, pulviscoli precari e leggeri, organismi fluttuanti e instabili tra cielo e terra in cui si fa strada l'idea della presenza del mare e il moto delle maree grazie allo sfondo sapiente e inalienabile della musica che tutto avvolge in un incessante movimento senza spazio ne' tempo. Una musica “siderale” sulla scia delle galassie luminose, mossa dalle note energicamente tese di Matteo Tuveri il cui arpeggiato incipit richiama il suono di antichi strumenti ad evocare un ipotetico big bang per innalzarsi via via a diventare stridore acuto e metallico di sistri egiziani, quasi evocatori di divinità sacre e paurose. Musica a tratti arabeggiante, orientale, a richiamare una gemella “ia 'e sa palla” del magico popolo armeno. Musica che riempie mari e continenti, rende “meno massicci i buchi neri”, attraversa foreste... imperi che sorgono e crollano per lasciare spazio all'infinitamente grande all'infinitamente piccolo... E' il suono che fa da preludio a un racconto i cui picchi mitopoietici, sapientemente sussurrati dalla voce di Riccardo Murgia, ammaliano lo spettatore e lo trascinano in una via lattea dalle dimensioni oniriche, fiabesche di stampo classico greco-romano. E' ancora il suono che avvolge come una spirale le volute ora sinuose ora nervose, ora lente ora scattanti, del movimento corporeo di Francesca Pani.

IDEAS VINO

 

Parole, movimento, suono rapiscono lo spettatore anch'esso divenuto pellegrino in una via lattea la cui eco filmica balena alla mente in un mondo, se vogliamo, anche di beckettiana memoria, rarefatto, sfuggente, algido e silenzioso. Uno scenario dilatato e proteiforme anche, in cui lo spettatore si sente spaesato seppure dopo esser stato messo in guardia dall'acuto sentire di un quarto personaggio , Alessio Brina, che comparso per primo sulla scena, filosofo “semiserio”, gli intima di non lasciarsi andare, lo prende per mano, conscio che l'umana dimensione non è che un agglomerato di dubbi e debolezze, che, unica e certa condizione, è l'indeterminatezza che porta, di ognuno di noi (come nella struggente, poetica creatura di Calvino)”quell'immagine ormai difinitiva, al di là del tempo e dello spazio, diventata la verità che contiene nella sua sfera di raggio illimitato tutte le altre sfere di verità parziali e contraddittorie”. (Le Cosmicomiche).

 

La citazione poetica iniziale “l'intero universo è in un bicchier di vino” divinamente enigmatica, non fa che svelarci, in ultimo, l'immagine di un finale potentemente poetico che vede ognuno di noi naufragare in quel bicchiere divenuto “ ultramondo che s'apre attraversando la sfera semiliquida delle iridi, il buio delle pupille, il palazzo di specchi delle rètine, nel vero nostro elemento che si estende senza rive né confini”(Le Cosmicomiche). ​

 

Caterina Spiga